I ministri degli Esteri dell’Unione europea riuniti a Lussemburgo per il consiglio Affari generali hanno deciso che la proposta di moratoria sulla pena capitale sarà presentata nella prossima sessione dell’Assemblea plenaria dell’Onu, dunque in autunno. Non come l’Italia, sollecitata dal digiuno radicale, aveva chiesto (ossia già nella sessione corrente) ma comunque presto ed entro la fine dell’anno. Per il presidente Giorgio Napolitano la notizia premia una «battaglia fondamentale per il comune progresso civile». Per il ministro degli Massimo D’Alema è un grande successo della diplomazia italiana. Per il mondo politico nazionale, a destra e a sinistra, è finalmente una buona notizia condivisibile dall’intero emiciclo senza se e senza ma. Ma è giusto prima di tutto dare a Cesare quel che è di Cesare e riconoscere che questa vittoria si deve soprattutto all’ostinazione dei radicali, alle loro facce smunte e alla loro ostica perseveranza al limite della sopportazione. Si dirà che Pannella e Nessuno tocchi Caino volevano che la risoluzione fosse presentata subito e che dunque, col rinvio all’autunno, hanno perso. Ma è invece chiarissimo che proprio aver dato battaglia al partito del rinvio o, come dice Pannella al «partito del mai», ha permesso di ottenere quello che, con ogni probabilità, sarebbe nuovamente slittato dall’autunno alla primavera e dalla primavera all’estate, in un rincorrersi di stagioni già viste da dieci anni a questa parte.
Il gioco delle parti dunque ha funzionato. Alla diplomazia italiana il compito di forzare la mano in sede europea raggiungendo la mediazione. Alle associazioni abolizioniste quello di forzarla alla diplomazia. Emma Bonino aggiunge che non bisogna limitarsi a festeggiare: l’unanimità a 27 è un successo importante, dice, ma bisogna rilanciare, in modo da arrivare a settembre con il consenso del maggior numero di co-firmatari e co-sponsor possibile. La battaglia vera infatti, benché secondo i radicali i numeri ci siano tutti, è al Palazzo di Vetro, dove il partito abolizionista si è rafforzato ma è ben lungi dal godere del consenso unanime. È evidente però che, come hanno influito le firme di decine di premi Nobel, parlamentari, sindaci e associazioni per far arrivare la Uè all’unanimità, sarà altrettanto importante arrivare al voto forti dell’appoggio di più paesi, ben oltre quelli dell’Unione europea. Per ora si incassa la sconfitta del “partito del mai”. Che non è poco.
“Se sono confermate le notizie da Lussemburgo sull’esito del Consiglio Affari Generali dell’UE, salutiamo come un sicuro e grande successo della iniziativa nonviolenta, dello sciopero della fame ad oltranza, della straordinaria mobilitazione internazionale dei Premi Nobel e delle unanimi prese di posizione del Parlamento italiano e di quello europeo, il fatto che è stato scongiurato il rinvio all’anno del mai della presentazione della risoluzione pro moratoria all’Assemblea generale Onu.
E l’anno del mai è stato battuto proprio in seno a quella Unione europea che da tredici anni lo aveva sempre determinato, grazie anche alla ferma presa di posizione della Francia di Kouchner, che Emma Bonino ha contribuito a determinare e che, in convergenza con la posizione italiana, si è espressa nella decisione di avere dall’UE un impegno formale e una data certa della presentazione della risoluzione, sia chiaro, per la moratoria e presentata a nome di una coalizione mondiale, all’apertura della prossima Assemblea Generale. E’ una data che ora l’UE, a differenza delle volte precedenti, è costretta a rispettare. Possiamo oggi essere felici quindi della nostra lunga azione nonviolenta, dello strumento e del metodo di lotta politica radicale.
Sospendiamo quindi lo sciopero della fame ad oltranza e partiamo con l’organizzazione e il rafforzamento della mobilitazione anche internazionale perchè il successo di oggi diventi una vittoria nella Assemblea Generale che si apre a settembre.”
E’ anche la terza notte di occupazione sui divanetti di viale Mazzini è andata. Sveglia alle 5.30 con gli addetti alle pulizie. Oggi si vedrà. Il risultato minimo è stato raggiunto. Più spazio in tv per la loro battaglia contro la pena di morte, come promesso dal presidente Claudio Petruccioli: doppia intervista ieri su Raidue, Pannella di prima mattina e Bonino all’ora di pranzo, servizi sui tre telegiornali ovvero «un primo parziale recupero di informazione per l’opinione pubblica però la nostra presenza è ancora nulla in radio».
Resta quello primario per cui «serve un colpo d’ala»: indurre l’Onu a votare la moratoria mondiale. Perciò gli autoreclusi radicali (Maria Antonietta Coscioni, Rita Bernardini, Marco Cappato, Bruno Mellano, Maurizio Turco, Marco Beltrandi, Sergio D’Ella) rimasti in 7 perché l’anziano ex senatore Sergio Stanzani è uscito per motivi di salute, continuano col presidio «non violento» al pianterreno fino a data da definirsi. Conforto morale e politico gliel’ha portato a metà mattina il leader Marco Pannella. Che nonostante la pioggia battente e il calo fisico per via del digiuno integrale (né cibo nè acqua) cominciato mercoledì ha arringato una nemmeno tanto piccola folla (tra cui gli ulivisti Furio Colombo ed Ermete Realacci, Elettra Delana del Prc, Cesare Salvi di Sd) con cartelli e ombrelli all’ingresso laterale della Rai in via Pasubio. «All’Onu una maggioranza assoluta è pronta a votare la risoluzione contro la pena capitale, capito Massimino?».
Ce l’aveva con il ministro degli Esteri Massimo D’Alema che ha dichiarato che «è sì importante fare presto ma di più avere successo». Questa la risposta di Pannella: «I Paesi che applicano la pena di morte sono soltanto un terzo, non c’è bisogno della tua superiore capacità di governo, bastano i conti di questi radicalucci».. Con lui sul palchetto il ministro Emma Bonino prima di partire per Algeri: «Se le Nazioni Unite approvassero questa risoluzione sarebbe un passo storico di civiltà, siamo riusciti ad aprire una finestra ma bisogna metterci la zeppa perché non si chiuda, Questa battaglia non è una nostra bizzarria, dovrebbe entusiasmare anche chi ha velleità di Partito democratico». Dietro i vetri sono schierati gli occupanti. D’Elia si collega via cellulare: «Siamo qui a combattere non contro, ma per il governo».Così anche oggi la Rai si attrezza per l’accoglienza. Il ponte è finito, si lavora, serve spazio, gli «ospiti», che ieri sera sono andati a letto presto (alle 21 già si coricava Mellano), dovranno stringersi in un angolo dello stanzone. Domani lì accanto c’è la conferenza di «Miss Italia», bisognerà mettere in ordine, ripiegare le coperte. «Sono educatissimi», dicono di loro i vigllantes incaricati di non farli girare per il palazzo e di controllare i pacchi in entrata. Al direttore dei Rapporti istituzionali Pierluigi Malesani, che parlamenta per conto azienda, hanno offerto il caffe. Certo i vertici di viale Mazzini contavano di chiudere prima questa convivenza forzata, si ritrovano i coinquilini.
Sono queste ormai le ore e i giorni decisivi per presentare e portare al voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in corso la Risoluzione per la moratoria.
Occorre dire chiaramente che, malgrado il successo del Consiglio Affari Generali dell’Unione Europea a Bruxelles del 14 maggio, nessun atto concreto e conseguente a quanto deciso in quella sede è stato ancora compiuto. Ad oggi, non risulta che il Governo italiano abbia ottenuto la necessaria approvazione della Presidenza tedesca dell’UE su un qualsiasi testo di Risoluzione e tantomeno si è avviata la raccolta dei co-sponsor né sono stati presi contatti con la Presidenza dell’Assemblea Generale dell’ONU per individuare la procedura di apertura del dibattito sulla moratoria. In tal modo viene beffato persino il parere unanime dei ventisette Ministri europei e, in particolare, l’impegno del Parlamento e del Governo italiani.
A questo punto chiediamo a tutti di SOSTENERE l’iniziativa nonviolenta in corso di Marco Pannella con la partecipazione alla sciopero della fame , ove possibile, alle manifestazioni che si stanno organizzando nei prossimi giorni.
Occorre la massima mobilitazione per riparare ai ritardi enormi accumulati e per riuscire finalmente ad ottenere quello che è ancora possibile raggiungere. L’appello è rivolto a tutte, diciamo proprio tutte le forze, istituzionali, politiche, morali, individuali o collettive che siano, per sostenere in queste ore l’obiettivo che potrebbe regalare al mondo una conquista storica, umana e civile.
Ce la possiamo ancora fare. Contiamo su di te.
(Segretaria di Radicali Italiani)
Elisabetta Zamparutti
(Tesoriera di Radicali Italiani)
Per partecipare allo sciopero della fame vai al link http://www.radicali.it/scioperomoratoria/form.php
MANIFESTAZIONI PER LA MORATORIA
Giovedì 31 maggio, ore 16, sit in davanti all’Ambasciata tedesca a Roma in Via San Martino della Battaglia, 4 – (10 minuti a piedi dalla stazione Termini)
Venerdì 1° Giugno, ore 12.30, sit in davanti alla RAI-TV in Viale Mazzini, 14 a Roma
Occorre dire chiaramente che, malgrado il successo del CAGRE a Bruxelles del 14 maggio, si sta riprecipitando nelle sabbie mobili che tendono a ingoiare, a seppellire per la tredicesima volta in tredici anni il diritto-dovere dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di proclamare la Moratoria Universale sulla pena di morte, e di votare una apposita Risoluzione.
Ancora oggi, infatti, dieci mesi dopo esser stata per l’ennesima volta richiesta dal Parlamento italiano, dopo cinque mesi da quando è stato richiesto per la prima volta, deliberato dal Parlamento Europeo, questa Risoluzione proclamata, il 2 gennaio e solennemente proclamata dal Governo Italiano come suo obiettivo e suo impegno non solo non è stata ancora votata, o discussa, o anche solo ricevuta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite attualmente ancora in corso per qualche settimana, ma semplicemente non esiste.
Il Governo italiano pur sostenuto in questa da uno straordinario sostegno dell’intero Parlamento europeo da dichiarazioni a gogò della Presidenza in esercizio del Consiglio, dalla Commissione Barroso, dal Segretario Generale dell’ONU, ha dovuto fare i conti (ormai è necessario denunciarlo ad alta voce) con il proseguirsi, il confermarsi di un inspiegabile tanto quanto feroce ed efficace ostracismo volto sin dal 1994 a impedire la proclamazione della Moratoria Universale della pena di morte con il voto di una sua solenne Risoluzione al riguardo.
In extremis, sostenuto dal Parlamento italiano, dal Movimento radicale di Nessuno tocchi Caino e del Partito Radicale Transnazionale, il Governo italiano era riuscito, con l’esibito sostegno della Presidenza tedesca, ad ottenere finalmente il mandato di organizzare la presentazione all’Assemblea Generale dell’ONU, ATTUALMENTE ANCORA IN CORSO, della Risoluzione sulla Moratoria Universale.
Questo, sulla base della cosponsorship dei più autorevoli rappresentanti degli Stati Membri delle varie Regioni costituite dell’ONU.
Ad oggi, non risulta che il Governo italiano abbia ottenuto la necessaria approvazione della presidenza del Consiglio in Europeo in esercizio, su una qualsiasi testo di Risoluzione.
In tal modo viene beffato persino il parere unanime dei ventisette Ministri europei costituenti il CAGRE.
Siamo ormai certi che ci si avvia a “constatare con rammarico” che i tempi sono ormai scaduti perché si compia l’obiettivo del voto della Moratoria da Parte della PRESENTE ASSEMBLEA GENERALE DELLE N. U..
Resta, infatti, un complesso ed enorme lavoro da compiere, quindi, in circa dieci giorni, quello stesso per il quale si sono letteralmente persi cinque mesi, aggiuntisi ai precedenti tredici anni di efficace ostruzionismo.
PER QUESTO NOI RITENIAMO DOVEROSO AGGRAVARE ANCORA LO SFORZO ESTREMO NEL QUALE SIAMO IMPEGNATI; SFORZO DI SOSTEGNO ALL’OPERA ED ALL’OBIETTIVO DEL GOVERNO ITALIANO. E’ quanto esige la forza e la moralità della nonviolenza radicale.
RIPETIAMOLO: IL NOSTRO SFORZO È VOLTO A SOSTENERE IL GOVERNO ITALIANO.
Il 2 gennaio la partita ingaggiata, anche su mandato del nostro Parlamento e con l’immediato sostegno successivo dalla unanimità di tutti i gruppi del Parlamento europeo, venne assunta in una condizione oggettiva favorevolissima, politicamente e tecnicamente anche facilissima.
Non è possibile rassegnarsi, subirne la dissipazione senza assumere una responsabilità forse senza precedenti.
In queste stesse ore, a Berlino, in primo luogo a Bruxelles, a New York e a Roma occorre finirla con questo menare il can per l’aia. Subirlo, anziché riuscire ad imporne la definitiva, positiva conclusione vorrebbe semplicemente significare che siamo, come Europa, come Italia, un’Europa e un’Italia istituzionali proprio buone a niente. La responsabilità, il prestigio la serietà dell’Italia istituzionale si traducono con responsabilità formale e sostanziale del Governo, nel bene e nel peggio. Per questo rivolgiamo anche un appello a tutte, diciamo proprio tutte le altre forze, istituzionali, politiche, morali, individuali o collettive che siano per sostenere in queste ore, diciamo proprio: ore, di uscire dal torpore, dall’estraneità, dalla distanza nella quale ci e si immergono.
Al Presidente del Consiglio Prodi, al Ministro degli Esteri D’Alema ribadiamo la nostra fiducia e coerentemente cerchiamo di conferire loro anche la nostra fame e sete di nonviolenza, di giustizia e di pace.
MA SE TUTTI INSIEME FALLISSIMO, ANCORA UNA VOLTA NON AVREMMO PIU’, CERTO, NESSUN MOTIVO DI RESTARE, IN QUALSIASI MODO INSIEME. L’UNITA’ DI BUONI A NIENTE E’ MEN, PEGGIO CHE NIENTE. FORZA E AUGURI!
Non contenti delle botte, degli insulti e degli arresti di domenica scorsa, gli organizzatori del fallito Gay Pride a Mosca vogliono riprovarci, e al più presto: il prossimo appuntamento con i manganelli è previsto per il 31 maggio. Nikolay Alexeev, il militante radicale russo che è stato l’ideatore della parata non autorizzata domenica scorsa, vuole approfittare dell’attenzione del mondo verso gli omosessuali russi, dopo che i deputati tedeschi e italiani – tra cui l’eurodeputato radicale Marco Cappato e Vladimir Luxuria – sono stati maltrattati prima dai manifestanti ultranazionalisti e poi dalla polizia russa. «Lo facciamo giovedì prossimo, visto che c’è un enorme copertura mediatica in Russia e all’estero», ha spiegato Alexeev, che il 9 giugno prossimo deve presentarsi davanti a un giudice per rispondere della partecipazione a una manifestazione non autorizzata. Ma stavolta, promette Alexeev, che sta pensando anche di candidarsi alle elezioni alla Duma nel prossimo dicembre, «il quadro per la prossima parata può cambiare radicalmente».
In effetti, le botte al Gay Pride – nonostante fosse già andata a finire così l’anno scorso, con il sindaco di Mosca Luzhkov fermamente convinto che una sfilata di omosessuali sia «un evento satanico» – si sono aggiunte alla già lunga lista dei problemi che la Russia ha con le cancellerie e l’opinione pubblica occidentale, dopo gli omicidi dei giornalisti, il caso Litvinenko, l’assedio dell’ambasciata estone a Mosca, l’embargo al manzo polacco e lo scudo antimissile. E per quanto stavolta si sia trattato probabilmente non tanto di una linea dura del Cremlino, quanto dell’iniziativa di un sindaco noto per le sue amicizie nel Patriarcato, il clima è tale che per il Gay Pride si sono mobilitati in tanti in Europa.
I Verdi europei hanno già chiesto una «risposta unitaria» delle istituzioni Ue, e i due capogruppo a Strasburgo, Monica Frassoni e Daniel Cohn-Bendit, hanno scritto una lettera di fuoco al Presidente del Parlamento europeo Pöttering: «Gli scontri di Mosca di domenica scorsa hanno dimostrato una volta di più che la democrazia è pura finzione in Russia», afferma Monica Frassoni nella nota. «La polizia di Mosca – sottolinea – è rimasta a guardare mentre dimostranti pacifici venivano attaccati da estremisti e poi ha arrestato gli stessi dimostranti pacifici». I Verdi chiedono anche al rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue Solana, di sollevare la questione al prossimo G8. Certamente Putin ha già abbastanza problemi per dover rispondere anche del zelo poliziesco del sindaco di Mosca. Ma i politici russi sono ormai abituati a toni agguerriti della polemica con l’Occidente, e ieri il presidente del comitato della Duma per gli Affari esteri, Konstantin Kosaciov, ha prontamente replicato che l’Europa deve pensare meno ai gay russi e più alle violazioni dei diritti delle minoranze slave in Kosovo e nei Paesi Baltici.
Nel perfetto stile delle polemiche sovietiche, quando alle accuse sui gulag si ribatteva che «negli Usa linciano i neri», Kosaciov ha invitato la Ue a badare ai diritti dei gay in «Polonia, Lettonia e Lituania»: «Sembra che la questione dei gay sia più importante dei diritti delle minoranze di lingua russa in Estonia e Lettonia, o dei diritti dei serbi del Kosovo», ha osservato Kosaciov. La posizione della Russia sull’indipendenza del Kosovo è, notoriamente, un «niet». Resta da vedere se cambierà invece in caso della replica del Gay Pride a Mosca.
L’Italia vuole spiegazioni ufficiali su quanto è successo domenica per il gay pride nella piazza del municipio di Mosca. Ma anche l’Unione europea e la Francia premono sulla Russia per capire che cosa è successo durante quegli incidenti. La Farnesina ha dato istruzioni precise al nostro ambasciatore d’Italia a Mosca, Vittorio Surdo: deve chiedere di «fare piena luce sugli inaccettabili episodi di violenza che hanno coinvolto rappresentanti del Parlamento italiano». E il nostro ministro degli Esteri Massimo D’Alema si è detto molto preoccupato: «Quello che è successo non è certo rassicurante. Francamente questo episodio è molto brutto e mi addolora. Non soltanto perché sono state colpite delle persone, dei parlamentari, ma anche perché non si capisce bene che ruolo abbiano svolto le forze dell’ordine e le autorità. Si ha l’impressione che questi atti di violenza sono stati tollerati e consentiti». Domenica nella piazza del municipio di Mosca c’erano alcuni deputati ed eurodeputati, tra cui il radicale Marco Cappato e Vladimir Luxuria del Prc. «Sono stati aggrediti soto gli occhi della polizia che non è intervenuta e vogliamo capire cosa è successo e cosa possiamo fare», ha detto una fonte dell’Unione europea, spiegando come mai la presidenza tedesca di turno ha fatto i suoi passi ufficiali per avere spiegazioni. Botte, uova, insulti: si sono letteralmente scatenati alcuni ultraortodossi e ultranazionalisti russi contro i deputati che nella piazza del municipio erano andati per consegnare una lettera al sindaco di Mosca e chiedere il rispetto dei diritti umani, visto che lo stesso sindaco aveva vietato la manifestazione del gay pride. «Deploriamo queste violenze e ricordiamo che l’orientamento sessuale attiene alla sfera privata», ha detto Jean-Baptiste Mattei, ministro francese degli affari esteri e europei.
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Marco Cappato, parlamentare europeo radicale, in delegazione per il Partito radicale a Mosca da venerdì, è stato arrestato insieme agli altri componenti della delegazione oggi nella capitale russa, nel corso di una manifestazione per consegnare una lettera al Sindaco di Mosca, dopo il divieto per la tenuta del Gay Pride stabilito ieri. La delegazione, di cui faceva parte anche Vladimir Luxuria, è stata aggredita da un gruppo di ultranazionalisti. In un collegamento effettuato di nascosto dal commissariato, Marco Cappato ha raccontato: “Ho personalmente visto anche alcuni di questi contromanifestanti che, prima di venire a lanciare dell’acqua, hanno parlato con i poliziotti che ci avrebbero dovuto difendere. Uno di loro ha cominciato a tirare calci ad Ottavio Marzocchi, ed è allora che ho iniziato a urlare in inglese, chiedendo perchè la polizia non ci difendesse. Tempo cinque secondi e sono stato trascinato via da agenti in tenuta antisommossa”.
Alla manifestazione che si tienuta dalle 17 di domenica a Roma, di fronte all’ambasciata russa a Via Gaeta 5, hanno aderito e partecipato, tra gli altri, le Associazioni GayLib, Arcilesbica, ArciGay Roma, Dgay Project, Circolo Mario Mieli, Rosa Arcobaleno, Coordinamento RomaPride 2007, GayTv.
In contemporanea a Roma, Bruxelles e Gerusalemme il Partito Radicale Nonviolento ha convocato delle manifestazioni per la libertà di espressione e per esprimere solidarietà ai militanti italiani e russi dei diritti civili arrestati questa mattina.
La lettera al sindaco di Mosca
Video: Il video girato da Ottavio Marzocchi che si conclude con il suo arresto Le foto: Tutte le foto Le foto dell’arresto Le voci degli scontri e di Marco Cappato da Mosca:
Il collegamento con David Carretta da Mosca
Marco Cappato da Mosca in collegamento dal furgone della polizia subito dopo il suo arresto
Marco Cappato in collegamento dalla stazione di polizia di Mosca dopo il suo arresto
Nikolay Kramov in collegamento dalla stazione di polizia di Mosca dopo il suo arresto
Domenica mattina alle ore 10.15 ora italiana, a Mosca, davanti alla sede ufficiale del Sindaco di Mosca, sulla Via Tverskaja, sono stati aggrediti e malmenati da gruppi di naziskin, e poi dalla polizia che li ha arrestati, gli esponenti radicali Marco Cappato, deputato europeo; Nikolai Alexeiev, radicale russo e Coordinatore del Gay Pride di Mosca; Nikolay Kramov, rappresentante dei radicali a Mosca; Ottavio Marzocchi, radicale e funzionario al Parlamento Europeo. La delegazione radicale, insieme a parlamentari europei di altri gruppi, tra gli altri la deputata Vladimir Luxuria di Rifondazione comunista, voleva consegnare al Sindaco di Mosca una lettera firmata da 50 parlamentari europei e italiani dopo che era stato vietato il Gay pride. Mentre veniva distribuito il volantino con il testo della lettera un gruppo di naziskin, alla presenza di un Vescovo ortodosso, scortato da due persone, che dava loro la benedizione, ha cominciato a tirare uova ai partecipanti all’iniziativa nonviolenta e poi a picchiare violentemente i radicali. Subito dopo c’è stato l’intervento della polizia che anziché difendere le persone aggredite ha provveduto ad arrestare i radicali. E’ stata costituita presso la sede dei radicali a Roma una cellula di crisi in stretto contatto con la Farnesina e l’Ambasciata italiana a Mosca.
Sono stati rilasciati nel pomeriggio di domenica Marco Cappato e Ottavio Marzocchi. Sono invece ancora in stato di arresto Nickolay Khramov, Sergey Kostantinov e Nikolai Alexeiev, militanti radicali in Russia, che saranno processati.
L’annuncio tanto atteso arriva nel tardo pomeriggio. La tensione si stempera in un sorriso liberatorio. «I ministri dell’Unione europea hanno conferito all’Italia e alla presidenza tedesca il mandato unanime per preparare il testo della risoluzione sulla moratoria per la pena di morte da presentare all’Assemblea generale dell’Onu», annuncia Massimo D’Alema. L’intenso lavorìo diplomatico ha pagato. I timori della vigilia fugati. La decisione assunta dai ministri degli Esteri Uè è «un successo europeo di cui l’Italia è il principale artefice», rileva il titolare delta Farnesina. In una affollata conferenza stampa, D’Alema spiega che il mandato conferito dai Ventisette all’Italia e alla presidenza di turno tedesca include anche raccogliere le adesioni per una «cospo-sorship» e prendere contatto con la presidenza dell’Assemblea dell’Onu per poter presentare la risoluzione già dalla corrente assemblea generale. «Ci fa piacere – afferma il vicepremier – poter dire che questa decisione è una decisione dei Paesi membri dell’Ue, nella quale l’iniziativa italiana potrà svilupparsi non in modo solitario, ma insieme alla presidenza tedesca». Il capo della diplomazia italiana esprime «gratitudine» alla Germania e ai Paesi Ue che hanno sostenuto l’iniziativa italiana, spiegando che ora si tratta di lavorare «concretamente». «La decisione è presa – puntualizza D’Alema – si tratta di stendere la risoluzione e di raccogliere le “cosponsorship” e di prendere contatto con la presidenza» dell’Assemblea generale. Quanto ai tempi dell’iniziativa, il ministro ribadisce la volontà di inserire la questione della moratoria all’ordine del giorno dell’attuale Assemblea generale dell’Onu. «Speriamo si creino le condizioni regolamentari e che da parte della presidenza si possa mettere in agenda», riflette D’alema, secondo il quale quella dello stop alla pena di morte è stata una «campagna di crescita» alla quale ha contribuito in modo importante anche il voto «quasi unanime» del Parlamento Europeo. Quanto alla «cosponsorship», il vicepremier spiega che l’obiettivo non è «semplicemente» di allargare il consenso ma di puntare ad una «cosponsorship» perché «un gruppo di Paesi possa essere promotore con Italia e Germania».
Rispondendo alle domande dei giornalisti, D’Alema indica che fra i Paesi che potrebbero essere i «co-sponsor» ci sono Brasile, Sudafrica e Nuova Zelanda. Il ministro degli Esteri sottolinea che intanto l’Italia continua a lavorare «per raccogliere adesioni alla dichiarazione di associazione europea (alla moratoria)», in proposito, il responsabile della Farnesina ricorda che si sono associati da ultimo il Gabon e il Kazakistan, che porta il totale di firmatari a 92, la maggioranza necessaria è di 96. D’Alema ricorda che comunque «i Paesi che non applicano la pena di morte e l’hanno cancellata dal loro ordinamento sono 130, per cui c’è un’ampia maggioranza di Paesi di fatto contrari alla pena di morte, si tratta di trasformare questa maggioranza di fatto in un voto favorevole all’Assemblea generale. Lo vedremo nei prossimi giorni». Da Bruxelles a Roma. Da un protagonista all’altro di questa battaglia di civiltà. «Grazie alle persone, alle forze politiche, a coloro che ci hanno aiutati ad avere la fermezza di arrivare a questo punto», dice Marco Pannella commentando dai microfoni di Radio Radicale l’annuncio del ministro degli Esteri. In una telefonata, racconta Pannella, «il ministro D’Alema mi ha detto che adesso si tratta di continuare con grande decisione, che le richieste che abbiamo fatto sono state accolte, che con la Presidenza tedesca abbiamo il compito di redigere la famosa risoluzione che aspettiamo da anni».
Sembra un replay, ma dato che appello analogo era già stato approvato il primo febbraio scorso ma non gli è stato dato ancora seguito, l’europarlamento ci riprova incalzando la presidenza tedesca a presentare «immediatamente», in questa sessione Onu, una risoluzione per una moratoria universale sulla pena di morte. «È espressione dei significativi passi in avanti che si stanno compiendo» dice il premier Romano Prodi che ha incontrato ieri il segretario generale di Amnesty Intemational, Irene Khansi, esprimendosi «a favore di un più intenso impegno congiunto per arrivare rapidamente e positivamente alla conclusione di questa battaglia di civiltà che vede Italia, Ue ed Amnesty sulla medesima lunghezza d’onda».
Per quanto annunciato, il voto di ieri a Strasburgo è un successo non solo perché il testo è passato a larghissima maggioranza ma anche perché è un esplicito incoraggiamento alla presidenza Ue, e dunque al Consiglio, ad andare avanti superando le non poche titubanze dimostrate fino adesso. Insomma, non potrà passare sotto gamba. Il parlamento Ue infatti, rivolge agli stati membri un appello «affinchè ottengano il sostegno di paesi terzi a favore della dichiarazione» allargando con ciò l’obiettivo già individuato dal ministro tedesco Gloser di ottenere comunque il consenso di tutti i paesi Ue alla proposta di moratoria avanzata dall’talia. D’Alema si muove in questa prospettiva. Il 2 maggio a Roma ne parlerà infatti, con il ministro degli esteri neozelandese, Winston Peters, ed ora dice: «È stato giusto ed è giusto insistere per una iniziativa europea ma anche naturalmente chiedere all’Europa di fare presto». L’auspicio è comunque che si possa «presentare tutti insieme» la risoluzione all’assemblea generale dell’Onu.
Piuttosto, quel che non convince per niente i radicali che conducono in prima persona la battaglia (presentando con Pannella e Cappato la risoluzione votata ieri e facendo lo sciopero della fame ad oltranza) è il questionario inviato dalla presidenza tedesca per verificare la disponibilità dei vari paesi su abolizione e moratoria della pena di morte (già 90 sono a favore), e che sarebbe, secondo Sergio D’Elia di “Nessuno tocchi Caino”, «dissuasivo e assolutamente coerente con il rinvio, se non addirittura con la volontà politica di non procedere». Il punto è che il consiglio europeo si riunirà il 14 maggio per decidere il da farsi sulla base di questa verifica.
Resta il fatto che la risoluzione dell’europarlamento votata ieri «incoraggia l’Ue a cogliere le opportunità attuali ad andare avanti» ricorda un soddisfattissimo Pittella, capo della delegazione italiana del Pse, e invita tutte le istituzioni europee « a sostenere, in ogni modo, la campagna mondiale contro la pena capitale, anche tramite le sue delegazioni interparlamentari e a proclamare, a partire dal 2007, il 10 ottobre quale Giornata europea contro la pena di morte». È una vera chiamata alla mobilitazione in nome di questa battaglia di civiltà a lungo rinviata, la cui vittoria potrebbe essere ora a portata di mano. «Bisogna procedere a passo spedito e affrontare con maggiore convinzione e serenità la sfida che attende il nostro paese e coloro che sostengono la moratoria al Palazzo di vetro» dice il sottosegretario alla giustizia Daniela Melchiorre della Margherita che al recente congresso ha approvato all’unanimità, su sua iniziativa, un odg in questo senso.