Testo della moratoria

Dossier a cura di Nessuno tocchi Caino

Breve cronologia

Raggiunto l’obiettivo della correzione di marcia sulla campagna

Un risultato storico

«Con una maggioranza di 99 voti a favore e 52 contrari (gli astenuti sono stati 33) è stata approvata la risoluzione che chiede ai 192 Stati di “adottare una moratoria delle esecuzioni in vista della loro abolizione definitiva” (…). È un risultato storico che premia l’unità europea, mancata in passato, e l’impegno dell’Italia, reduce da 150 incontri con altrettanti ambasciatori di Paesi diversi (…)» (da il Corriere della Sera, 16 novembre 2007).

Emma Bonino: «Un procedimento che segnerà il diritto internazionale e la nostra società»

«Questa risoluzione di moratoria per me è paragonabile all’inizio delle procedure che portarono all’abolizione della schiavitù o della tortura. È un passo importante in un procedimento lungo che è destinato a segnare il diritto internazionale e la nostra società. Il suo peso è provato dal fatto che la battaglia per arrivare fin qui è stata durissima: solo in Europa abbiamo considerato scontato, perchè noi abbiamo abolito la pena di morte da tanto. Ma la resistenza incontrata da parte di tanti paesi ci deve far capire quanto sia stato difficile arrivare fino a qui (…). Abbiamo fatto in modo che questa non sembrasse e non fosse solo un’azione europea, ma collettiva. In questo senso lo sforzo del governo italiano, e mi lasci dire dei radicali, è stato enorme (…). Ognuno ha fatto la sua parte: il governo, certo, ma anche chi ha raccolto dirme, chi ha corso con la nostra coccarda, chi ha portato la questione in Parlamento, al Parlamento europeo, nei comuni. E chi, come i radicali, ha messo a disposizione di questa campagna non solo gli attivisti in piazza ma anche un gruppo dirigente che ormai è formato alle battaglie internazionali, sa come muoversi perchè ha alle spalle esperienze come la campagna per la creazione del Tribunale penale internazionale (…). Sono certa che questa sarà una di quell cose per cui l’Italia sarà ricordata nel mondo» (da la Repubblica, 16 novembre 2007).

Moratoria, di Furio Colombo

«(…) Rivediamo la sequenza. Prima viene la caparbia insistenza dei Radicali: fermare le esecuzioni capitali nel mondo. Dobbiamo accettare di riconoscere che un impegno così drammatico, una bandiera così estrema non hanno mai provocato vibrazioni emozionate e risposte adeguatamente impegnate, considerato il rischio e la difficoltà quasi utopistici dell’impresa. C’è stata piuttosto tolleranza, nel senso amichevole e comprensivo della parola, ma più con l’inclinazione a vedere la moratoria come l’ultima trovata dei Radicali, che come uno straordinario e comune impegno internazionale. Non che non si sia lavorato bene per far arrivare la proposta “moratoria” a destinazione. Ma più per lealtà verso amici del governo e per dovere verso un impegno preso, verso una missione che dà senso e volto al Paese. Ora, se è bene ciò che finisce bene, e se è giunto il momento di effusive e soddisfatte congratulazioni reciproche, magari con il rischio di dimenticare come e dove tutto comincia (la fastidiosa, ininterrotta insistenza dei Radicali) e con la naturale tendenza a fotografare l’inquadratura finale (successo dell’Italia e della sua arrischiata proposta) con i protagonisti del momento in primo piano, allora è anche il momento di una riflessione, come dire, educativa, su questa vicenda (…). Questa volta la ostinata proposizione e riproposizione del progetto contro la pena di morte di Pannella si è saldata con l’impegno del governo italiano (…) e poi con l’Unione Europea, e poi di un numero sempre più grande di Paesi membri e titolari di voto della Nazioni Unite (…): non la nobile intenzione destinata a restare nell’aria, ma il progetto concreto, costruito ostinatamente pezzo per pezzo, passaggio per passaggio, che entra ora nella sua fase finale e diventa riferimento civile del mondo. Quando si renderà, come è giusto, onore all’Italia, per avere fatto strada all’opinione del mondo contro la pena di morte, sarà indispensabile ricordare come tutto questo è nato, come si è svolto e come è arrivato a prevale su difficoltà immense. Si dica e si ricordi che ha avuto inizio, al di fuori delle grandi potenze lungo il percorso della persuasione che si espande e che contribuisce ad alzare il livello di civiltà di tutti. È ciò che è accaduto» (da l’Unità, 16 novembre 2007).

La vittoria della civiltà giuridica, di Antonio Cassese

«L’approvazione della risoluzione sulla moratoria della pena di morte (…). È una grande vittoria per la civiltà giuridica moderna e per i diritti umani. Per la prima volta il “Parlamento” mondiale si oppone ad una visione arcaica della pena, ribadendo il diritto alla vita e alla dignità (…). La risoluzione ha un grande significato etico-politico (…), con la sua adozione si è messo in moto un processo di erosione di quella visione primitiva della pena e più in generale dei rapporti umani, così diffusa ancora nel mondo. Si tratta di una svolta significativa nelle relazioni internazionali. Facciamo dunque tanto di cappello a D’Alema, al Sottosegretario Vernetti e agli eccellenti diplomatici italiani a New York, ai radicali italiani, per aver reso possibile questa svolta. Dobbiamo esser loro grati perché ci hanno dimostrato che la politica estera si può condurre non solo per tutelare interessi nazionali – interessi economici, commerciali o geopolitici – ma anche per affermare grandi principi etico-politici, nell’interesse non di questo o quello Stato, di questo o quello schieramento, ma di tutta la comunità internazionale» (da la Repubblica, 16 novembre 2007).

Respinti gli attacchi dei Paesi anti-moratoria

«La maggioranza anti-boia di stato ha dimostrato la sua compattezza quando è chiamata a bocciare 14 emendamenti scritti e altri presentati in modo orale dai Paesi più oltranzisti del campo anti-moratoria: Egitto, Singapore, i Paesi caraibici. Gli emendamenti orali esortano al rispetto del diritto alla vita equiparando aborto e pena capitale. Nel corso della discussione intervengono pronunciandosi favorevolmente il rappresentante degli Stati Uniti e del Vaticano. La Santa Sede all’Onu non ha diritto di voto, ma rango di osservatore. Ma anche questa volta il fronte pro-moratoria tiene e respinge gli emendamenti (…). Una giornata storica» (da l’Unità, 16 novembre 2007).

Può apparire stonata l’attesa febbrile per l’appun­tamento di oggi al Palazzo di vetro mentre la cronaca ci consegna continui rimandi proprio alla morte. E tuttavia l’emozione per il traguardo ormai a portata di mano sulla moratoria universale, dopo la lotta che Nessuno tocchi Caino e i Radicali con­ducono dal 1993 perché si arrivi ad un voto all’Onu, resta intatta anzi quasi si rafforza nelle parole della tesoriera dell’associazione, Elisabetta Zamparutti, che ha organizzato ieri in un cinema romano, insieme al Medfilm festival, la manifestazione a sostegno con vari artisti e personalità (Mariella Nava, Giovanni Albanese, Giovanni Anversa, Pa­squale Squitieri ed altri). Ed oggi, nella sede dei Radicali, dalle 16 ci sarà un incontro pubblico per seguire in diretta satellitare il voto sulla risoluzione nella terza commissione    dell’Onu.
 
Mentre Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21, chiede anche alla Rai di met­tere in campo speciali e dirette su un evento «che dovrebbe rendere orgogliosi tutti i cittadini italiani – dice – per il ruolo svolto dal parlamento, dal governo e da tutte le istituzioni». Ha lavorato e molto la Far­nesina, ma anche un ambasciatore d’eccezione come il presidente Napolitano ha fatto la sua parte sfruttando ogni occasione per spendere buoni ar­gomenti a favore della moratoria. Così come ha fatto anche in questi giorni nell’incontro con l’emi­ro del Qatar Al-Thani (dove vige una moratoria di fatto della pena di morte) insieme all’instancabile ministro Emma Bonino.
 
L’impegno, ad ogni livello, continua fino all’ul­timo naturalmente, perché il voto di oggi «sarà un momento davvero storico ma è lo scoglio più duro» avverte Elisabetta Zamparutti annunciando che il testo ha raccolto finora ben 84 paesi cosponsor (ma possono aumentare); la situazione nella commissione sui diritti umani al momento non è negativa, ma è ovvio che bisogna stare in guardia: sono «cir­ca venti» gli emendamenti presentati dal fronte pro pena di morte, guidato da Singapore, «anche se ancora non si conoscono quanti cosponsor ha que­sto fronte». Quello che può mettere a rischio il voto favorevole, «l’emendamento più pericoloso» secondo la Zamparutti, è quello che richiama l’ar­ticolo 2, punto 7, della Carta dei diritti dell’Onu e che ribadisce la sovranità interna degli stati mem­bri.
 
C’è stata in queste ore una grande discussione sulla strategia da adottare per neutralizzarlo, con Inghilterra e Francia contrarie ad ogni mediazione per mantenere compatto il fronte promoratoria, e l’Italia che proponeva invece di presentare un su­bemendamento che evocasse un altro paragrafo, quello che riconosce comunque all’Onu una com­petenza sui temi legati ai diritti umani. La linea resta comunque quella della compattezza del grup­po perché «è chiaro – dice ancora la tesoriera di Nessuno tocchi Caino – che ogni emendamento va respinto perché è un diversivo che mira solo a scompaginare il fronte».
 
Resta il fatto che le previsioni del voto di oggi pomeriggio sono favorevoli: secondo Nessuno tocchi Caino la risoluzione sarà approvata «con 105-108 voti» rispetto ai 97 necessari per la maggioran­za semplice richiesta. D’altra parte, già solo la Di­chiarazione aveva raccolto 95 firme; agli 84 paesi cosponsor poi – che hanno messo la firma sotto la risoluzione per presentarla – vanno aggiunti anche quelli che come la Russia voteranno comunque a favore, senza contare le astensioni che possono giocare a favore. Per oggi, c’è di che essere ottimisti insomma. La votazione dell’Assemblea plenaria di metà dicembre, salvo imprevedibili rivolgimenti, sarebbe una passeggiata a quel punto, e dal Palaz­zo di vetro risuonerebbe forte lo stop al boia.

Stefano Baldini, il nostro maratoneta olimpionico, ha corso, nel più assoluto silenzio dei media statunitensi, l’ultima maratona di New York insieme ad un migliaio di atleti con la pettorina di ‘Nessuno tocchi Caino’, quale supporter alla risoluzione presentata il 1^ novembre all’Onu per la moratoria delle esecuzioni capitali.
Non si è ancora spento l’eco del suo splendido quarto posto che in un’affollata conferenza stampa ADAI Teatro Italia ha annunciato, con lo stesso motivo, la riproposizione, dal 13 al 18 novembre, alla Sala Petrolini di Roma di ‘Io sono il mare. Cronaca di un omicidio giudiziario’.
Il testo è stato scritto nel 2002 in sostegno alle Campagne contro la Pena di Morte, dal trentenne Stefano Massini, di certo il nostro più importante autore contemporaneo di Teatro Civile, che vince nel 2005 il maggiore premio italiano per la scrittura teatrale, il Premio Pier Vittorio Tondelli.
Da allora è un diluvio di premi e riconoscimenti fino ad arrivare ad esser ricevuto al Quirinale dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per il Premio ‘Olimpici del Teatro’ ed i suoi testi teatrali vengono anche tradotti e pubblicati all’estero.
Dei due Stefani é singolare la loro identicità del nome, di origine greca che significa ‘ghirlanda, corona’, quindi ‘incoronato’ e la corona è l’emblema della regalità, ma anche della grandezza interiore.
Il primo corre per consacrare lo sport nella sua forma più antica, credendo in un così alto impegno come quello per la moratoria, il secondo dichiara:  ‘Rispetto al mio lavoro considero ‘Io sono il mare’ più che altro come un  contributo alla campagna internazionale di Amnesty International contro la pena di morte. Proprio per questo ne autorizzo volentieri la messinscena a gruppi e associazioni anche di natura diversa dal teatro. Mi piace infatti pensare che anche la rappresentazione di un testo possa essere un piccolo aiuto alla creazione di un’opinione pubblica fortemente motivata al rifiuto del boia. In fin dei conti è l’unica strada percorribile, anche in un paese come l’Italia in cui la pena capitale ufficialmente non è ammessa (ma ciò non evita che marcate tendenze ‘forcaiole’ emergano puntualmente in un momento in cui si diffonde la microcriminalità e i mass-media ne amplificano l’efferatezza).
Proprio per questo ne ho autorizzato volentieri la messinscena all’ ADAI Teatro Italia come produzione esecutiva, sostenuta dall’Associazione Culturale Teatrale Monade, che, ultima solo in ordine di tempo, metterà in scena questo mio testo di alcuni anni fa presso il Teatro Sala Petrolini di Roma.
Colgo l’occasione per far loro (in particolare ad Alberto Donatelli ed Alessandro Izzo, i due attori in scena) un sincero e personale in bocca al lupo, confidando nell’attenzione dei presenti e del pubblico in particolare verso un tema così importante e delicato.
Personalmente, sono spiacente di non poter intervenire per motivi di lavoro. Ma ‘umanamente’ è come se fossi lì.’
‘Io sono il mare’ è la versione teatrale del famoso caso di cronaca dell’italo-americano Derek Rocco Barnabei, giustiziato in Virginia il 14 settembre del 2000.
Il caso sollevò una grande mobilitazione dell’opinione pubblica italiana ed europea ed occupò per giorni e giorni le prime pagine dei quotidiani.
Scena dello spettacolo é il parlatorio del braccio della morte di Greensville.
Una calma artificiale. Un silenzio immobile, un’aria che pesa. Ed il solito odore di disinfettante.
É l’alba del 15 settembre 2000: nel braccio della morte di Greensville, sono trascorse 10 ore dal momento in cui lo Stato della Virginia ha spezzato i 33 anni di  Barnabei.
Nel grigiore asfittico di un anonimo parlatorio si incontrano il cappellano Jim Gallagher (Alberto Donatelli) ed il secondino Frank Houdson (Alessandro Izzo).
Tra loro la presenza ingombrante di un paio di scarpe slacciate e di una grossa scatola colma di roba: quello che resta di Barnabei D. R., detenuto 227108.
Per archiviare la pratica restano sole le ultime formalità: visionare gli oggetti, mettere per iscritto che lo Stato non si e’ preso niente (tranne una vita umana) ed apporre la firma sull’ apposito modulo.
ADAI Teatro Italia nasce nell’estate 2007 dall’unione artistica dei due attori – Alberto Donatelli (AD) ed Alessandro Izzo (AI) -.
L’amore per il teatro e la voglia di farlo senza cedere a scelte artistiche a senso unico li porta a scegliere di fare per loro conto, senza aiuto alcuno ed affrontando argomenti forti, sensati, profondi ed importanti.  
Personaggi? Sempre due per i primi lavori, ricordiamo tra gli altri ‘Il calapranzi’ di Harold Pinter, rischiando tutto e in prima persona.
Fino al febbraio 2008 dove per festeggiare un anno esatto dal debutto, saranno in scena con la versione teatrale ispirata ad ‘In linea con l’assassino’.
La conferenza ha visto gli interventi di Massimo Persotti di Amnesty International,  Massimiliano Iervolino Segretario dell’Associazione Radicali Roma, Gaia Rosini di Nessuno Tocchi Caino, Francesca Giorgini dell’Associazione Culturale Monade, che ha curato la produzione artistica, Francesca Romana Reggiani di ADAI Teatro Italia, che ha curato la produzione esecutiva, di Alberto Donatelli attore dello spettacolo e di Alessandro Izzo attore e regista dello spettacolo.
E’ stato letto e distribuito il comunicato di Stefano Massini succitato ed ascoltato un piccolo ‘assaggio audio’ in anteprima  della voce che farà rivivere ‘teatralmente’ Derek Rocco Barnabei: l’attore/doppiatore Stefano De Sando.
Di particolare rilievo il lucido ed appassionato intervento di Gaia Rosini che ha fotografato alla data l’iter della Risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali alle Nazioni Unite, con 72 cosponsorizzazioni, che verrà votata in terza commissione entro novembre e in Assemblea Generale a dicembre. Prima del voto ‘Nessuno tocchi Caino’ conta di aumentare il numero di cosponsorizzazioni e la Risoluzione dovrebbe passare senza problemi.
Presente in sala la giornalista Gianna Venturini di ‘America Oggi’, amica della madre di Barnabei, che all’epoca riuscì ad avere un contatto telefonico quasi quotidiano con il condannato. Nell’ultima telefonata Derek scongiurò la Venturini di tenere sempre vivo il ricordo del suo caso per lottare contro le esecuzioni capitali e lei apprezza molto l’iniziativa di ADAI Italia, perché come diceva Picasso ‘L’Arte è l’unica menzogna in grado di restituire la Verità’  e sicuramente Barnabei direbbe: ‘Derek è vivo e ringrazia !!!’
 
 
sito: http://www.iosonoilmare.com
 
Sala Petrolini – Sala Fabrizi
indirizzo: Via Rubattino 5 (Testaccio)
telefono: 065757488
 
 
Lucio De Angelis

Le campagne dell’«otto per mille» della Chie­sa cattolica, che ogni primavera invadono l’etere, Rai, Mediaset e radio nazionali, so­no considerate nel mondo pubbli­citario un modello di comunica­zione. Ben girate, splendida foto­grafia, musiche di Morricone, sto­rie efficaci, a volte indimenticabili. Chi non ricorda quella del 2005, imperniata sulla tragedia dello tsunami? Lo spot apre su un fragile vil­laggio di capanne, dalla spiaggia i pescatori scalzi scrutano l’oriz­zonte cupo. Voce fuori campo: «Quel giorno dal mare è arrivata la fine, l’onda ha trasformato tutto in nulla». Stacco sul logo dell’otto per mille: «Poi dal niente, siete arrivati voi. Le vostre firme si sono trasfor­mate in barche e reti». Zoom su barche e reti. «Barche e reti capaci di crescere figli e pescare sorrisi». Slogan: «Con l’otto per mille alla Chiesa cattolica, avete fatto tanto per molti». Un capolavoro.

 

 

 

La campagna 2005, affidata co­me le precedenti alla multinazio­nale Saatchi & Saatchi, secondo Il Sole24 Ore è costata alla Chiesa no -ve milioni di euro. Il triplo di quan­to la Chiesa ha poi donato alle vitti­me dello tsunami, tre milioni (fonte Cei), lo 0,3 per cento della rac­colta. Nello stesso anno, l’Ucei, l’u­nione delle comunità ebraiche ita­liane, versò per lo Sri Lanka e l’Indonesia 200 mila euro, il 6 per cento dell’«otto per mille». Un’of­ferta in proporzione venti volte superiore, in un’area dove non esi­stono comunità ebraiche.

 

 

 

Gli spot della Chiesa cattolica sono per la maggioranza degli ita­liani l’unica fonte d’informazione sull’otto per mille. Consegue una serie di pregiudizi assai diffusi. Credenti e non credenti sono con­vinti che la Chiesa cattolica usi i fondi dell’otto per mille soprattut­to per la carità in Italia e nel terzo mondo. Le due voci occupano la totalità dei messaggi, ma costitui­scono nella realtà il 20 per cento della spesa reale, come conferma Avvenire, che pubblica per la pri­ma volta il resoconto sul numero del29settembre.L’80percentodel miliardo di euro rimane alla Chie­sa cattolica.

 

 

 

Tanto meno gli spot cattolici si occupano d’informare che le quo­te non espresse nella dichiarazio­ne dei redditi, il 60 per cento, ven­gono comunque assegnate sulla base del 40 per cento di quanto è stato espresso e finiscono dunque al 90 per cento nelle casse della Cei. Questo compito in effetti spette­rebbe allo Stato italiano. Lo Stato avrebbe dovuto illustrare e giusti­ficare ai cittadini un meccanismo tanto singolare di «voto fiscale», unico fra i paesi concordatari. In Spagna per esempio le quote non espresse nel «cinque per mille» re­stano allo Stato. In Germania lo Stato si limita a organizzare la rac­colta dei cittadini che possono scegliere di versare l’8 o 9 per cento del reddito alla Chiesa cattolicao lute­rana o ad altri culti.

 

 

 

Il principio dell’assoluta volon­tarietà è la regola nel resto d’Euro­pa. Lo Stato italiano lo adotta infat­ti per il «cinque per mille». Anzi, fa di peggio. Il «cinque per mille» è nato nel 2006 per destinare appunto lo 0,5 dell’Irpef (660 milioni di eu­ro, stima ufficiale delle Entrate) a ricerca e volontariato. Nel primo (e unico) anno hanno aderito il 61 per cento dei contribuenti, contro il 40 dell’ «otto per mille»: un successo enorme. Le sole quote volontarie ammontano a oltre 400 milioni. Ma con la Finanziaria del 2007 il governo ha deciso di porre un tetto di 250 milioni al fondo, che si chia­ma sempre «cinque per mille» ma è ridotto nei fatti a meno del due.Le quote eccedenti verranno preleva­te dall’erario. Con una mano lo Sta­to dunque regala 600 milioni di quote non espresse alla Cei e con l’altra sottrae 150 milioni di quote espresse a favore di onlus e ricerca. Nella stessa pagina del modulo730 il «voto fiscale» espresso da un cit­tadino in alto a favore delle chiese vale in termini economici quattro volte il voto nel «cinque per mille». Perché due pesi e due misure?

 

 

 

Lo Stato in diciassette anni non ha speso una parola pubblica, uno spot, una pubblicità Progresso, per spiegare il senso, il meccanismo e la destinazione reale dell’otto per mille. Ed è l’unico «concorrente» che ne avrebbe i mezzi, oltre al dovere morale. Gli altri (Valdesi, Ebrei, Luterani, Avventisti, Assem­blee di Dio) dispongono di fondi minimi per la pubblicità, peraltro regolarmente denunciati nei resoconti. Mentre la Chiesa cattolica è l’unica a non dichiarare le spese pubblicitarie, riprova di scarsa tra­sparenza.

 

 

 

L’unica voce a rompere il silen­zio dello Stato fu nel 1996 quella di una cattolica, come spesso accade, la diessina LiviaTurco, allora mini­stro per la Solidarietà. Turco pro­pose di destinare la quota statale di otto per mille a progetti per l’infanzia povera. Il «cassiere» pontificio, monsignor Attilio Nicora, rispose che «lo Stato non doveva fare con­correnza scorretta alla Chiesa». Fi­ne del dibattito. Oggi Livia Turco ri­corda: «Nella mia ingenuità, pensavo che la mia proposta incon­trasse il favore di tutti, compresa la Chiesa. L’Italia è il paese continen­tale con la più alta percentuale di povertà infantile. Al contrario la reazione della Chiesa fu durissima, infastidita, e dalla politica fui subi­to isolata. Ho vissuto quella vicen­da con grande amarezza».

 

 

 

La politica non ha mai più osato fare «concorrenza» alla Chiesa cat­tolica, anzi l’ha favorita con un pessimo uso del fondo. Nel 2004 i me­dia hanno dato grande risalto alla trovata del governo Berlusconi di utilizzare 80 dei 100 milioni ricevu­ti dall’otto per mille per finanziare le missioni militari, in particolare in Iraq. Degli altri venti milioni, quasi la metà (44,5 per cento) sono finiti nel restauro di edifici di culto, quindi ancora alla Chiesa. La per­centuale di «voti» allo Stato italiano è crollata dal 23 per cento del 1990 all’8,3 del 2006.

 

 

 

All’atteggiamento remissivo dello Stato italiano ha fatto da con­traltare una crescente aggressività da parte delle gerarchie ecclesiastiche e soprattutto dei politici al se­guito, cattolici e neo convertiti, nel rivendicare il denaro pubblico. In agosto, quando la commissione europea ha chiesto lumi al governo Prodi sui privilegi fiscali del Vatica­no, nell’ipotesi si tratti di «aiuti di Stato» mascherati, l’ex ministro Roberto Calderoli, già protagonista delle battaglie anticlericali della Lega anni Novanta,ha chiesto al Papa di «scomunicare l’Unione Euro­pea». Rocco Buttiglione ha avanza­to un argomento in disuso fra gli in­tellettuali dai primi del ’900, ma oggi di gran moda. Secondo il quale i privilegi concessi dalla Stato al Va­ticano sarebbero «una compensa­zione per la confisca dei beni eccle­siastici dello Stato Pontificio».

 

 

 

Un revanscismo già sepolto dal­la Chiesa del Concilio. Nel 1970 Paolo VI aveva «festeggiato» con la visita in Campidoglio la breccia di Porta Pia: «atto della Provvidenza», una «liberazione» per la Chiesa da un potere temporale che ne osta­colava l’autentica missione. Joseph Ratzinger scrive ne «Il sale della terra»: «Purtroppo nella storia è sempre capitato che la Chiesa non sia stata capace di allontanarsi da sola dai beni materiali, ma che questi le siano stati tolti da altri; e ciò, al­la fine, è stata per lei la salvezza».

 

 

 

La legge 222 del 1985 istitutiva dell’otto per mille, perlopiù scono­sciuta ai polemisti, in ogni caso non accenna ad alcuna forma di «risarcimento» per le confische (argomento insensato nell’Italia di vent’anni fa). Lo scopo primario della legge di revisione del Concor­dato fascista del ’29 era di garanti­re un sostituto della «congrua», ov­vero lo stipendio di Stato ai sacerdoti. Nei primi anni lo Stato s’im­pegnava infatti a integrare l’otto per mille, fino a 407 miliardi, nel ca­so di una raccolta insufficiente per pagare gli stipendi. In cambio il Va­ticano accettava che una commis­sione bilaterale valutasse ogni tre anni l’ipotesi di ridurre l’otto per mille nel caso contrario di un getti­to eccessivo.

 

 

 

Ora, dal 1990 al 2007, l’incasso per la Cei è quintuplicato e la spesa per gli stipendi dei preti, complice la crisi di vocazioni, è scesa alla metà, dal 70 al 35 per cento. Eppu­re la commissione italo-vaticana non ha mai deciso un adeguamen­to. Perché? Senza avventurarsi in filosofia del diritto, si può forse rac­contare il percorso di uno dei componenti laici della commissione, Carlo Cardia. Il professor Cardia, insigne giurista di formazione co­munista, consigliere di Enrico Berlinguer e Pietro Ingrao, ha esordito da fiero «difensore del diritto nega­to in Italia all’ateismo» («Ateismo e libertà religiose», De Donato, 1973). Nel 2001 è Cardia a invocare una riduzione dell’otto per mille, in un saggio pubblicato dalla presidenza del consiglio: «Dall’otto per mille derivano ormai alla Chiesa cattolica, meglio: alla Cei, delle somme veramente ingenti, che hanno superato ogni previsione. Si parla ormai di 900-1000 miliardi l’annodi lire. Il livello è tanto più al­to in quanto il fabbisogno per il sostentamento del clero non supera i 400-500 miliardi. Ciò vuoi dire che la Cei ha la disponibilità annua di diverse centinaia per finalità chia­ramente “secondarie” rispetto a quella primaria del sostentamento del clero; e che lievitando così il li­vello del flusso finanziario si po­trebbe presto raggiungere il para­dosso per il quale è proprio il so­stentamento del clero ad assume­re il ruolo di finalità secondaria».

 

 

 

Previsione perfetta. «Tutto ciò —concludeva Cardia—portereb­be a vere e proprie distorsioni nel­l’uso del danaro da parte della Chiesa cattolica; e, più in generale, riaprirebbe il capitolo di un finan­ziamento pubblico irragionevole che potrebbe raggiungere la soglia dell’incostituzionalità se riferito al valore della laicità quale principio supremo dell’ordinamento».

 

 

 

Nel tempo il professor Cardia è diventato illustre collaboratore di Avvenire, il giornale dei vescovi. I suoi temi sono cambiati: l’apolo­gia del rapporto fra i giovani e Be­nedetto XVI, la lotta ai Dico, l’esal­tazione del Family Day. Ciascuno naturalmente ha il diritto di cam­biare idea. Ma è opportuno che, avendole cambiate sul giornale della Cei, continui a far parte di unas commissione governativa chia­mata a stabilire quanti soldi lo Sta­to deve versare alla Cei? Nell’ulti­mo editoriale su Avvenire il professor Cardia tuona contro l’inchiesta di Repubblica, «una delle più co­lossali operazioni di disinforma­zione degli ultimi tempi».

 

 

 

Senza contestare nel merito un singolo dato, nega con veemenza che la Chiesa costi troppo agli ita­liani e s’indigna per «l’indecente» accostamento con la «casta». E’ lo stesso professor Cardia che il 20 febbraio scorso dichiara in un’intervista: «Io porterei la quota del­l’otto per mille al sette, vista l’im­ponente massa di danaro che smuove. Basti pensare che dall’84 a oggi nessuno, se non per controversie politiche,vi ha posto mano». Con le altre confessioni lo Stato è assai meno generoso. In risposta a un’interrogazione dei soliti radi­cali, nel luglio scorso il ministro Vannino Chiti ha citato come pro­va della bontà del meccanismo «il fatto che anche i valdesi hanno chiesto e ottenuto le quote non espresse». Chiesto sì, ottenuto mai. Incontro la «moderatrice» della Tavola Valdese, Maria Bonafede, il «Ruini» dei valdesi, nella modesta sede vicino alla Stazione Termini. «Per motivi etici avevamo rinunciato alle quote non espres­se, ma nel 2000, visto l’uso che ne faceva lo Stato, le abbiamo chiese. Abbiamo incontrato governi di de­stra e di sinistra, il vecchio Letta e il nuovo. Ogni volta ci rinviano. Se la ottenessimo oggi, la vedremmo solo nel 2010. Lo Stato anticipa i soldi alla Cei, ma agli altri li versa con tre anni di ritardo».

 

 

 

Ai valdesi sono andati nel 2006 circa 5 milioni 700 mila euro, ma avrebbero diritto a oltre 13 milioni. Il resto lo trattiene lo Stato. La Ta­vola Valdese usa i soldi dell’otto per mille al 94 per cento per la carità e il rimanente alla pubblicità. I pasto­ri valdesi vivono delle donazioni spontanee. Lo stipendio base, uguale dalla «moderatrice» all’ulti­mo pastore, è di 650 euro al mese. Maria Bonafede spiega: «I soldi dell’otto per mille arrivano dalla società e vi debbono tornare. Se una Chiesa non riesce a mantener­si con le libere offerte, è segno che Dio non vuole farla sopravvivere».

 

NOTE

hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco

Ora è chiaro e documentato, dunque storicamente vero: Saddam Hussein stava per andarsene. Aveva accettato di lasciare il potere e di scomparire in esilio. Voleva una buona uscita esosa (un miliardo di dollari). Ma non c’erano bombe, non c’erano morti iracheni (decine, forse centinaia di migliaia), non c’erano morti americani (al momento quasi quattromila) non c’erano trentaduemila giovani americani feriti, molti dei quali non torneranno più alla vita di tutti. Non c’era il costo immenso di una guerra che non finisce.

Per capire di cosa sto parlando (giornali e Tv sfiorano appena l’argomento) occorre tornare ai giorni di incubo e tensione che hanno preceduto la guerra in Iraq. Da un lato il vento furioso della Casa Bianca di Bush, del febbrile interventismo di Tony Blair, che, letteralmente «hanno fatto carte false» (hanno mentito su tutto) pur di fare la guerra.

Dall’altra due pacifismi avvinghiati, uno di passione, constatazione, buon senso (ormai hanno capito in tanti che la guerra non è più una risposta possibile, troppo costo, troppo sangue e – da quando esistono solo armate professionali – troppe poche persone disposte a morire); l’altro ideologico, contrario a tutte le guerre ma specialmente a una guerra americana.

All’improvviso (siamo nel 2003, a poche settimane dall’inferno iracheno che ancora non c’era, che veniva descritto come una guerra rapida e leggera e che ancora continua a bruciare) entra in scena un incompetente che non sa niente di guerra perché predica la non violenza, uno poco amato dalla sinistra perché si dichiara “americano” e dice agli uni e agli altri «Fermi tutti. Possiamo rimuovere Saddam senza combattere». Sto parlando di Marco Pannella. «È la tipica presunzione del leader radicale che sa sempre, da solo, come salvare il mondo», si è detto e scritto con irritazione da una parte e dall’altra, a quel tempo. Noi, qui, all’Unità gli abbiamo creduto. E abbiamo subito spiegato perché. Perché la pace non arriva come risposta a una invocazione ma come frutto di un lavoro. Perché la proposta di Pannella ricordava a qualcuno di noi l’impegno costante, a momenti disperato ma mai rinunciatario, contro la pena di morte negli Stati Uniti: un caso per volta, ogni percorso di salvezza continuamente tentato, finché ne salvi uno, finché ne salvi quasi la metà, finché riesci a mettere in discussione un tipo di esecuzione (l’iniezione letale) di fronte alla Corte Suprema (benché quella Corte sia di destra e favorevole alla pena di morte); finché riesci a ottenere la moratoria, già proclamata in alcuni Stati americani e che adesso sta per essere approvata all’Onu, per tutto il mondo. Una proposta italiana che onora il nostro Paese e che è nata da una di quelle campagne ossessive e, all’inizio, solitarie e col tormentone del digiuno, di Marco Pannella.Ricorderete che molti deputati e molti senatori italiani avevano detto sì al progetto di rimuovere un dittatore senza mettere a ferro e fuoco un Paese. Ricorderete che ha vinto uno scetticismo venato anche un po’ di irrisione e ridicolo: figuriamoci se un dittatore va via senza la guerra.

Ora sappiamo tre cose che sarà bene non dimenticare. Sappiamo che la “proposta Pannella” era realistica proprio come noi, con lui, avevamo detto allora, irritando anche un po’ alcuni a sinistra nonostante il netto schieramento di pace (col segno arcobaleno nella testata) di questo giornale. Ora sappiamo che l’audace, avventurosa, “impossibile” trama diplomatica era andata a buon fine, fino al punto finale: pagare e liberarsi del tiranno. Lo sappiamo dal diario di Aznar. E sappiamo che i Berlusconi e gli Aznar che hanno detto di sì a quella guerra lo hanno fatto per compiacere l’amico potente pur sapendo che quella carneficina si poteva evitare. Una bella responsabilità nella Storia.

Pannella ricorda nel suo comunicato che tra tutti i giornali, solo l’Unità ci ha creduto. Noi ne siamo orgogliosi e lo ringraziamo. Non della citazione ma dell’impegno, quasi riuscito, di non fare la guerra.

Cara Aung San Suu Kyi, sto seguendo con molta emozione gli sviluppi della situazione nel Suo paese. Anche stamattina, come accade ormai da otto giorni consecutivi, un migliaio di giovani monaci buddisti si sono radunati davanti alla millenaria pagoda di Shwedagon, a Rangoon, per dare vita ad un nuovo corteo contro il regime militare che da ormai 45 anni tiene saldamente il potere in Birmania. Nei giorni scorsi, il corteo è diventato sempre più grande, grazie all’adesione di migliaia di cittadine e cittadini. Oggi si parla di centomila persone, e lamia speranza è che questa volta il corteo possa raggiungere pacificamente 54 University Street, dove Lei si trova agli arresti domiciliari.

 

 

 

Per noi radicali transnazionali, che in nome della nonviolenza gandhiana ci siamo sempre battuti per la promozione dei diritti umani e la democrazia in tutto il mondo, questa lotta nonviolenta è una prova straordinaria di un paese, di un popolo intero che chiede libertà, giustizia, e che combatte senza armi per la propria rinascita. E’ una grande lezione che, su iniziativa dei testimoni più autentici del buddismo nel Suo paese, il popolo birmano sta dando non solo al regime militare, ma al mondo intero. So che la giunta ha minacciato ieri di «prendere misure» contro i manifestanti, oppure di ricorrere, come nel 1988, all’impiego di infiltrati e di agenti provocatori per far scoppiare i disordini e così giustificare una violenta repressione.

 

 

 

Sono convinta che si tratterebbe di un tragico errore di calcolo. Gli occhi del mondo sono puntati su quello che sta accadendo in Birmania. Sia l’Unione europea sia l’Asean hanno chiesto al regime di non ricorrere alla violenza. Ieri, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Presidente Bush ha annunciato un inasprimento delle sanzioni contro i membri della giunta. Sappia che anche il governo italiano ha chiesto alla giunta di aprire un dialogo con i monaci, con i membri della National League of Democracy e con tutta l’opposizione birmana, così come chiede che Le venga immediatamente restituita la libertà.

 

 

 

Cara Aung San Suu Kyi, ho ancora impressi nella memoria, dal nostro incontro di undici anni fa, quando Lei già si trovava agli arresti domiciliari, la Sua forza e il Suo coraggio. Questa forza e questo coraggio sono esattamente ciò di cui ha più bisogno il popolo birmano. Ho fiducia che una buona combinazione prodotta dall’azione nonviolenta interna e dalla pressione esterna delle organizzazioni regionali e multilaterali nonché dei paesi democratici, possa portare presto, finalmente, al ristabilimento della libertà. Lei non è sola. I monaci birmani non sono soli.

 

 

 

Il Suo popolo non è solo. Ha – avete – tutta la vicinanza, il sostegno e la determinazione non solo di noi radicali transnazionali ma di tutta quella comunità internazionale impegnata ogni giorno nella costruzione di un mondo fondato sulla difesa della dignità umana.

  Ho scritto una lettera aperta ai 55 premi Nobel che nelle settimane scorse mi avevano rivolto un appello per giungere rapidamente al­l’approvazione di una moratoria universale sulla pena di morte, in vista della sua completa abolizione. Ho illustrato loro i passi che l’I­talia ha compiuto nelle ultime settimane e quelli che intende com­piere alle Nazioni Unite nei prossimi giorni. Li ho pregati di conti­nuare a sostenere questa battaglia di civiltà. Li ho invitati a New York il 28 settembre prossimo per testimoniare il loro impegno insieme a noi, all’interno del Palazzo di Vetro.

 

 

 

All’inizio della 62ma sessione dell’Assemblea Generale delle Na­zioni Unite che si apre in questi giorni, l’Unione europea e vari paesi in rappresentanza di ogni regione del mondo presenteranno insieme una Risoluzione per la moratoria uni­versale. L’obiettivo è giungere al più presto alla sua approvazione. L’Italia è da sempre impegnata in questa battaglia e ha svolto anche in questi mesi un ruolo decisivo perché si formasse il più ampio consenso possibile, in Europa e nel mondo. La giustizia oggi, come tutto il resto, è questione planetaria. Durante il primo anno e mezzo di governo ho affrontato questo tema con leader internazionali, alle Nazioni Unite e all’Unio­ne Africana, facendomi portavoce dello sconcerto e della speranza di chi auspica un riscatto.

 

 

 

Perché quella contro la pena di mor­te è una battaglia sentita da tutti nel nostro Paese: dall’opinione pubblica, dal Parlamento, dai Governi che si sono succeduti in questi anni a prescindere dalla loro natura politica.

 

 

 

Negli ultimi mesi la politica e la di­plomazia italiana hanno inten­sificato gli sforzi. Avvalendosi del sostegno delle Associazioni, a comin­ciare da Nessuno tocchi Caino, che da anni combattono questa battaglia. Dopo aver convinto nel giugno scorso l’Unione europea a procedere compatta – bisogna ringraziare per questo Massimo D’Alema – si è messo a punto in questi giorni un testo di Risoluzione che ci apprestiamo a depositare e far votare alle Nazioni Uni­te. Insieme al Portogallo, che detiene la presidenza di turno dell’Unione euro­pea, abbiamo organizzato una riunione al Palazzo di Vetro dei Ministri degli Este­ri, il prossimo 28 settembre, proprio per ampliare su di essa il consenso.

 

 

 

Ho voluto invitare 55 Premi Nobel a questa riunione di New York perché il loro impegno anche durante queste giornate decisive sarà una testimonian­za straordinaria di uno sforzo comune in favore della sempre più piena realiz­zazione dei diritti umani universali. Sappiamo che non possiamo farci illu­sioni. Quella contro la pena capitale è una battaglia difficile perché molti paesi ancora la praticano. Ma siamo pronti ad assumerci i nostri rischi per tentare di vincerla. Le condizioni ci sono, abbia­mo ragioni per sperare: a cominciare dal sostegno dei principali organismi inter­nazionali, dell’Unione europea, dell’o­pinione pubblica mondiale e di un nu­mero sempre crescente di paesi che ri­pudia l’uso di questa pratica crudele e inumana. Dai continenti più martoriati, penso all’Asia e all’Africa, continuano a giungere, anche in questi giorni, segna­li incoraggianti. La stessa Cina sta av­viando una riflessione di lungo periodo sull’uso della pena di morte che mi sem­bra andare al di là delle preoccupazioni contingenti legate al fatto di ospitare le Olimpiadi a Pechino l’anno prossimo.

 

 

 

La pena di morte è un atto estremo, contrario ai più elementari prin­cipi di convivenza civile, che si è alimentato nei secoli grazie alla logica della violenza che chiama violenza in una catena senza fine. Oggi abbiamo un’occasione unica per affrancarci, per provare a spezzare questa catena. Sul significato della pena capitale è stato scritto tutto. E proprio la tradizione ita­liana, a partire dall’Illuminismo di Ce­sare Beccaria, è stata protagonista del dibattito etico e filosofico attorno a que­sto tema. Mi limito perciò a ricordare che approvando una Risoluzione all’Onu potremmo rendere evidente un principio importantissimo: quello cioè che l’essere umano non è solo capace di compiere progressi nella scienza, il che è sotto i nostri occhi, ma anche in campo etico – circostanza questa su cui guardando quello che succede in giro per il mondo si può legittimamente nu­trire qualche dubbio.

 

 

 

Una Risoluzione delle Nazioni Unite contro la pena di morte potrebbe in­somma dimostrare che l’uomo di oggi è migliore di quello di ieri anche sotto il profilo etico e morale. Sarebbe un risultato enorme, destinato a incidere sulla nozione stessa di progresso. Un risulta­to che aprirebbe le porte a un futuro più giusto, in una società che finalmente si emancipa dalla spirale della vendetta fratricida di Caino e Abele. Una società che dimostrerebbe di aver compreso l’ammonimento che ci viene dalla sag­gezza antica ricordato recentemente da Zygmunt Bauman: «se vuoi la pace, cu­ra la giustizia».

Giovedì 20 settembre, l’Associazione Radicali Roma allestirà dei tavoli durante la manifestazione “PORTA PIA – LA BRECCIA DELLA LIBERTÀ” per dare la possibilità ai presenti di poter firmare le cartoline sulle Unioni Civili che a breve consegneremo al Sindaco di Roma, Walter Veltroni. L’appuntamento è per le 17.30 a Porta Pia o dopo le ore 20.00 per l’arrivo del corteo a Campo dè Fiori. Sabato 22 e domenica 23 settembre tavoli “Sos moratoria” a Largo di Torre Argentina (davanti Feltrinelli) dalle 16.00 alle 20.00. Partecipa anche tu!!
Per informazioni ed adesioni scrivere a radicaliroma@radicali.it

 

Il 24 settembre si apre all’ONU la 62ma Sessione dell’Assemblea Generale: il giorno dopo, il 25, in occasione dell’inizio della riunione ministeriale, secondo quanto comunicato dal Governo l’11 settembre scorso nella riunione congiunta delle Commissioni Esteri di Camera e Senato, la Risoluzione pro-moratoria verrà depositata al Palazzo di Vetro.

Noi Radicali non possiamo però dimenticare che in 14 anni per ben tre volte l’approvazione della Risoluzione è stata compromessa da errori e ritardi, se non veri e propri comportamenti ostruzionistici ad opera dei Governi europei e, soprattutto, di quell’Apparato Bruxellese del Consiglio che per oltre un decennio ha impedito all’Assemblea Generale dell’Onu, dove i paesi membri mantenitori della pena di morte si sono ridotti a una cinquantina, di votare e approvare la Moratoria Universale delle esecuzioni capitali.

Per ottenere la presentazione della Risoluzione pro moratoria – sottolineiamo: moratoria e non abolizione della pene di morte – all’apertura dell’Assemblea Generale, il 24 settembre, in questi giorni e in queste ore – più che in passato – occorre rafforzare la mobilitazione nonviolenta che abbiamo solo avviato con lo sciopero della fame, dal 2 settembre, di Marco Pannella, Lucio Berte’, Guido Biancardi, Sergio D’Elia, Marco Perduca, Michele Rana, Alessandro Rosasco, Antonio Stango, Claudia Sterzi, Valter Vecellio e Dominique Velati (cui si sono unite molte altre persone) e con la sottoscrizione straordinaria, che è parte integrante dell’azione nonviolenta per sostenere il Partito Radicale e Nessuno Tocchi Caino.

COME PUOI PARTECIPARE ALL’INIZIATIVA
(clicca sul link dell’opzione prescelta) - ADERISCI CON LO SCIOPERO DELLA FAME O CON ALTRE INIZIATIVE NONVIOLENTE

- DAI UN CONTRIBUTO ECONOMICO ALLA CAMPAGNA (una cifra al giorno per la durata della tua iniziativa nonviolenta o per la durata totale dell’iniziativa nonviolenta; oppure un contributo unico complessivo) - ISCRIVITI:

A RADICALI ITALIANI (200 EURO)

AL PARTITO RADICALE NONVIOLENTO, TRANSNAZIONALE E TRANSPARTITO (200 EURO)

A NESSUNO TOCCHI CAINO (100 EURO)

La Commissione Ue chiederà al governo italiano «informazioni supplementari» su «certi vantaggi fiscali delle chiese italiane», ma non ha ancora deciso se aprire un’inchiesta. Lo ha detto il portavoce della Commissione Jonathan Todd, precisando che, nel caso, si tratterebbe di un’inchiesta per gli aiuti di stato illegali.

«Ma non abbiamo ancora preso la decisione se aprire o no l’inchiesta», ha detto Todd, rilevando che il governo italiano ha già risposto ad una prima lettera di richiesta di informazioni. Bruxelles ritiene però necessario un surplus di informazioni, «pertanto le chiederemo in forma scritta o verbale», ha detto Todd, senza precisare quando. Il portavoce della commissaria Ue alla concorrenza Neelie Kroes ha sottolineato che, se avviata, si tratterebbe di una prima volta che l’antitrust europeo mette nel suo mirino la Chiesa, anche se in Belgio c’è stato un contenzioso tra il governo e la Chiesa per una questione di Iva e anche in Spagna c’è un’indagine in corso che riguarda facilitazioni fiscali.

Todd ha riferito che le informazioni sono state chieste dopo avere ricevuto segnalazioni, già nel 2006, da parte di soggetti italiani, di cui non però ha riferito l’identità. «È la regola standard di proteggere chi presenta denunce per evitare eventuali rappresaglie da parte di competitori», ha spiegato. Sempre parlando in generale, Todd ha precisato che nel caso si aprisse un’inchiesta e nel caso si concludesse che la Chiesa italiana ha ricevuto aiuti illegali, spetterebbe alle autorità nazionali recuperarli. A quanto si è appreso, la richiesta supplementare di informazioni riguarderebbe in particolare una norma contenuta nella Finanziaria del 2006, l’ultima del governo Berlusconi che prevede l’esenzione dall’Ici degli immobili di proprietà della Chiesa adibiti a finalità commerciali. L’esenzione è riconosciuta anche alle altre religioni che hanno un accordo con lo Stato italiano e alle attività no-profit. Bruxelles intenderebbe chiarire inoltre anche le riduzioni di imposta (al 50%) concesse alle imprese commerciali della Chiesa. Alla domanda se l’antitrust Ue può agire in questo campo, Todd ha risposto che «in ogni settore dove ci sono attività economiche, c’è il rischio di distorsioni di mercato».