Accanimento terapeutico, testamento biologico, eutanasia? Cardinale Javier Lozano Barragán che ne pensa? «No all’accanimento terapeutico, sempre che si definisca quali sono le cure sproporzionate. No netto all’eutanasia… ». E il testamento biologico? «Se vuol dire rinunciare all’accanimento terapeutico in quanto tale, non ho obiezioni morali. Ma nella pratica bisogna prendere in considerazione tante condizioni. Non dev’essere un pretesto per l’eutanasia, si deve poter cambiare decisione nel corso della vita, ci dev’essere un fiduciario superpartes (come un notaio per esempio).

 

 

Ma gli interrogativi aperti restano molti: chi può giudicare se le cure sono sproporzionate e inutili? Chi decide i confini dell’accanimento? Sono questioni troppo difficili da risolvere concretamente ed è per questo che la Conferenza episcopale italiana (la Cei, ndr) si è espressa contro. Perché, nella realtà, il testamento biologico rischia di trasformarsi in una scorciatoia per l’eutanasia». Lei condivide questa posizione o si adegua? Il cardinale sorride e replica: «Domanda furba e intelligente. Io mi attengo alla posizione della Cei, perché ci sono molti nodi ancora da sciogliere».

 

 

 

Il cardinale Lozano Barragán è a Milano per partecipare al convegno sull’«eutanasia in oncologia» organizzato dall’Istituto nazionale dei tumori di via Venezian. È il presidente del Pontificio consiglio per gli Operatori sanitari (per la Pastorale della Salute). Tradotto: il ministro della Salute del Vaticano. È arcivescovo di Zacatecas (Messico), ha 74 anni. Sudamericano? «Nordamericano », precisa. Cardinale, ma nel caso di papa Karol Wojtyla, chi ha deciso di non portarlo al Policlinico Gemelli quel 30 marzo 2005 (Giovanni Paolo II è morto la sera del 2 aprile 2005, ndr)? «Lui. Chiese: “Se mi portate al Gemelli avete modo di guarirmi?”. La risposta fu no. Allora replicò: “Resto qui, mi affido a Dio”».

 

 

 

E’ un rifiuto all’accanimento terapeutico? «Sì, nel senso di cure sproporzionate e inutili», dice Lozano Barragán. Wojtyla forse, attaccato a una macchina, sarebbe sopravvissuto oltre il 2 aprile. Ma ai medici disse: «Al Gemelli mi possono fare cure per guarire? No? Allora, grazie ma io resto nel mio appartamento». Lozano Barragán nel suo intervento al convegno ha ribadito che la «Chiesa cattolica è sempre contro la cultura della morte, che la vita umana non è negoziabile». E l’antidoto alla richiesta di morire dei malati? «Il calore umano e le cure palliative. Ho visto troppi malati morire soli», risponde il ministro della Salute del Vaticano. E i malati al convegno sottolineano: «È importante far sentire un paziente terminale non un peso per la sanità e la famiglia, ma curarlo per permettergli di essere attivo fino alla fine».

 

 

 

<!– OAS AD '180×150'begin –>Su 40 mila malati oncologici ricoverati all’Istituto nazionale dei tumori negli ultimi 25 anni, solo quattro hanno chiesto di poter ricorrere all’eutanasia. Ma nessuno di questi, alla fine, l’ha affrontata davvero. A raccontarlo è stata l’oncologa Carla Ripamonti: «Di questi quattro, tre hanno cambiato idea non appena è stato possibile controllare meglio il loro dolore. Il quarto paziente invece ha tentato anche il suicidio,maè stato salvato: soffriva però di una forte depressione, e aveva paura di perdere la vista a causa della sua malattia, e di dover così dipendere dagli altri». Resta comunque la realtà dei numeri. Un recente sondaggio Ipso indica l’ultimo orientamento degli italiani: il 60% della popolazione «presunta sana» è favorevole all’eutanasia ed oltre l’80% ritiene che «il Parlamento debba discutere nuove norme di legge che prevedano l’eutanasia».

 

  Dopo il «sì» alla diagno­si preimpianto da parte di un giudice del Tribunale di Cagliari, un nuovo affondo sulla bioetica arriva dalla Conferenza episcopale italiana attra­verso le parole del segretario genera­le, monsignor Giuseppe Beton. «Tro­vo molto strano che un giudice pos­sa giudicare a prescindere da una leg­ge e da una sentenza della Corte Costituzionale ed emettere un giudizio che smentisce la legge e la sentenza» ha dichiarato Beton. «Vorrei capire qual è la logica che sta dietro a una sentenza dì un tribunale che non fa riferimento alle fonti normative», ha aggiunto. E ancora: «Pensavo che i tribunali applicassero le leggi, in par­ticolare quando la loro interpretazione sia supportata dall’organo supre­mo dell’interpretazione delle leggi». Ma la stoccata si è limitata al caso sardo. Infatti monsignor Betori ha anche chiarito che quanto alle legge che in Italia regola la fecondazione assistita, provvedimento sostenuto con la vittoria dell’astensione al refe­rendum del 2005, non ci saranno no­vità. «Noi l’abbiamo difesa, sia pure nella sua imperfezione, e non c’è nes­suna intenzione di ritornare su di es­sa». Sulla bioetica è intervenuto da Lourdes anche il presidente della Cei Angelo Bagnasco: «Senza morali­tà — ha detto — la vita umana diven­ta una giungla. Pare che ogni deside­rio soggettivo debba essere ricono­sciuto come diritto collettivo. Ma il potere di decidere fra bene e male appartiene solo a Dio».

 

 

 

La levata di scudi dei vescovi ha rinfocolato le polemiche con il fronte laico e riacceso il dibattito non solo politico ma anche giuridico. Sulla stessa lunghezza d’onda della Cei si sono espressi alcuni esponenti di Forza Italia. Per la segatrice Maria Burani Procaccini: «È gravissimo che un tribunale, come quello di Ca­gliari, bypassi una legge dello Stato e una pronuncia della Corte Costitu­zionale decidendo di disapplicare la legge 40». La Procaccini si spinge an­che più in là sollecitando il ministro Mastella «a inviare subito un’ispezio­ne».

 

 

 

Rocco Buttiglione, presidente dell’Udc, è convinto che «non è la legge 40 a dover essere riformata bensì la sentenza del Tribunale di Cagliari». Una voce fuori dal coro azzurro è sta­ta quella di Chiara Moroni che lancia un appello: «La politica non può esse­re miope e deve modificare una legge che ogni giorno dimostra di essere inapplicabile e che è stata fatta partendo da un forte pregiudizio ideolo­gico contro le donne». Invece per Lu­ca Volonté dell’Udc «siamo di fronte a una sentenza apertamente influen­zata dall’ideologia radicale e sini­stroide, in aperta violazione della leg­ge e della Costituzione». C’è poi un al­tro aspetto su cui si dovrà confronta­re direttamente il governo e il Mini­stero della Salute. Il giudice sardo in­fatti nelle trentatré pagine di motiva­zione della sua decisione, dopo aver affermato che nella legge non c’è nes­sun divieto esplicito alla diagnosi preimpianto, ha stabilito l’illegittimi­tà delle linee giuda ministeriali del 22 luglio del 2004, che quel divieto hanno espressamente sancito.

 

 

 

«La Corte Costituzionale non ha bocciato nulla». Così ha replicato al­la presa di posizione della Cei, l’avvo­cato Luigi Concas, difensore della donna il cui ricorso è stato accolto dal giudice. «Si è limitata — ha spie­gato — a dichiarare l’inammissibilità della questione e pertanto non è entrata nel merito della questione».

 

 

 

Anche il fronte laico ha reagito contro la Cei. I radicali Cappato e Berardo dell’Associazione Coscioni hanno accusato «il Vaticano di istiga­re all’aborto terapeutico».

“Ce l’ho fatta, ho vinto la mia battaglia contro una legge ingiusta. Ora, tra un mese avrò finalmente il mio primo figlio e subito dopo vorrò averne un altro”.

C’è una donna sarda di 37 anni – la chiameremo Federica, con un nome di fantasia – che esulta per la sentenza emessa ieri dal tribunale di Cagliari. I magistrati sardi hanno detto sì alla diagnosi preimpianto, mettendo così in discussione uno dei punti-cardine della legge sulla procreazione assistita, la numero 40. La signora, di Quartu Sant’Elena, terza città della Sardegna considerata una sorta di appendice del capoluogo sardo, è felicissima e con lei e il suo compagno lo sono il suo ginecologo Gianni Monni il suo difensore Luigi Concas che ieri ha dato la notizia a Radio Radicale.

 

E’ il secondo passaggio della legge ad essere aggirato nella pratica: il primo, si era scoperto solo poche settimane fa, si realizza attraverso le diffide legali ai medici da parte delle pazienti per non ricevere l’impianto di tre embrioni. Una procedura che porta al congelamento degli stessi embrioni, pratica anch’essa negata dalle norme in vigore.

La vicenda di Cagliari era partita dal ricorso di Federica che, due anni fa, aveva chiesto di poter eseguire la diagnosi preimpianto prima di procedere con le tecniche di fecondazione in vitro perché portatrice di talassemia, malattia molto diffusa in Sardegna, al pari del diabete mellito. Con la decisione del giudice l’ospedale e il medico incaricato controlleranno lo stato dell’embrione, verificando se può essere colpito da talassemia. Solo nel caso in cui l’embrione sia sano il medico procederà all’impianto e alla gravidanza.

<!–inserto–>La decisione dei giudici cagliaritani ha provocato una marea di reazioni, al punto che ora il dibattito si sposta sulla modifica della legge. Per Vittoria Franco, senatrice dell’Ulivo e coordinatrice nazionale delle donne Ds, “si apre finalmente una finestra sulla legge 40, dopo la chiusura dell’ex ministro Sirchia”. Per Filomena Gallo e il radicale Rocco Berardo, rispettivamente Presidente di “Amica Cicogna Onlus” e vice segretario dell’associazione Coscioni, la sentenza di Cagliari è un provvedimento che “interpreta la legge sulla fecondazione assistita alla luce dei dettami costituzionali, nel rispetto delle norme vigenti e dei diritti dei soggetti coinvolti nelle tecniche di fecondazione assistita”. Per la vicepresidente dei Verdi, Luana Zanella, si tratta di “un’ottima notizia che apre finalmente il capitolo di questa norma ingiusta e punitiva”.

Di tutt’altro tenore le prese di posizione dell’associazione “Scienza e Vita” secondo cui “la sentenza rappresenta un caso di eugenetica”, mentre il capogruppo dell’Udc alla Camera, Luca Volontè, chiede al ministro della Giustizia “di verificare come le leggi vengano applicate dal tribunale del capoluogo sardo”. Quanto alle senatrici teodem dell’Ulivo, Paola Binetti ed Emanuela Baio Dossi, ricordano che il 9 novembre del 2006 la Consulta aveva già dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal tribunale di Cagliari: “Una sentenza della Corte costituzionale non è qualcosa che si possa bypassare con facilità, anche se le malattie genetiche pongono inquietanti problemi alla scienza, alla bioetica e alla biopolitica”. Per Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia, infine, “è inaccettabile che in Italia la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita venga sistematicamente aggirata”.

  Nella mitologia greca, la Chimera era un essere mostruoso, descritto dai poeti con testa di leone, corpo di capra e coda di drago, che dalla bocca vomitava fiamme. In biologia, si parla oggi di una chimera per indicare un individuo composto di genomi diversi, il cui Dna cioè comprende sequenze che provengono da più di una specie. Vi sono vari modi per ottenere questo, per cui “chimera” è un termine molto ampio, che copre categorie assai diverse tra loro. Un procedimento relativamente semplice, oggi parecchio utilizzato in campo farmaceutico, sta nell’inserire in un batterio uno o più geni, prelevati da un altro organismo, che permettono al primo di produrre determinate sostanze a noi utili.

Per esempio, l’insulina, necessaria nella cura del diabete, che fino a qualche decennio fa veniva ricavata dal pancreas di mucche, maiali o cavalli, viene oggi fatta produrre da batteri modificati in laboratorio, inserendovi il gene che codifica per l’insulina umana.
Con un procedimento più complesso, inserendo geni umani nel genoma di animali da laboratorio, come cavie e conigli, ma anche pecore, capre, maiali, è possibile produrre proteine umane (come l’ormone della crescita) a scopo terapeutico, raccogliendole dal latte o dal siero sanguigno, dall’urina o dallo sperma dell’animale donatore.

 

 

 

A un livello più semplice di questo, negli anni Sessanta si diffuse in Inghilterra un test di fecondità consistente nel fecondare cellule uovo di criceti con spermatozoi umani, per verificare la capacità di penetrazione degli spermatozoi: il test veniva arrestato una volta che lo zigote (la cellula risultante dalla fusione) iniziava a riprodursi.

Ad un estremo opposto di complessità, è possibile fondere non i gameti (le cellule riproduttive) ma gli zigoti di individui appartenenti a specie diverse: così, nel 1984, è stata prodotta una ‘caprecora’, che combinava gli embrioni di una capra e di una pecora. Con tecniche analoghe si spera di potere in un futuro salvare alcune specie dall’estinzione. Nel 2003, scienziati cinesi annunciavano di avere ottenuto, a Shanghai, ibridi di cellule umane e di coniglio, inserendo il nucleo di cellule somatiche umane all’interno di cellule uovo di coniglio private del proprio nucleo, e di avere lasciato che la cellula risultante si sviluppasse fino allo stadio di blastocisti (uno dei primi stadi dello sviluppo embrionale), cioè fino a formare una masserella di cellule, che furono poi utilizzate per la ricerca sulle cellule staminali.

La produzione di embrioni che rappresentino un vero e proprio ibrido fra uomo e animale è universalmente vietata dalle leggi – nei Paesi dove esistono leggi al riguardo – oltre ad essere condannata dal buonsenso. In Paesi avanzati dal punto di vista etico e legislativo, come la Nuova Zelanda, esistono anche precisi limiti alla sperimentazione su animali.
D’altro canto, la ricerca medica oggi ha bisogno di lavorare su cellule staminali, quali sono quelle degli embrioni nei loro primissimi stadi di sviluppo, perché si tratta di cellule dallo straordinario potenziale, in grado di generare tessuti ed organi. È una nuova frontiera di ricerca, da cui ci si ripromette non solo di acquistare una comprensione fondamentale del modo in cui da una cellula può nascere un intero organismo, ma anche vantaggi senza precedenti per la medicina: la possibilità, per esempio, di ricostruire in laboratorio tessuti danneggiati, o di fare crescere interi organi da trapianto nel corpo di un animale ospite; o di capire i meccanismi di malattie degenerative molto diffuse, che impediscono il corretto funzionamento delle cellule, e di studiare farmaci per contrastarle.
Per farlo però non è necessario creare embrioni umani transgenici, né tantomeno ibridi o embrioni/chimera, e le leggi in ogni caso vietano di stabilire, sia pure a soli fini di ricerca, linee cellulari che potrebbero, almeno in teoria, portare allo sviluppo di un embrione umano o ibrido animale/uomo, per cui si studiano strategie alternative.

L’Authority inglese preposta a valutare i procedimenti relativi all’embriologia e alla fecondazione umana (Hfea – Human Fertilization and Embriology Authority, http://www. hfea. gov. uk/), dopo alcuni anni di attente valutazioni e dopo avere condotto un’indagine, con interviste a campione, sugli atteggiamenti dei cittadini al riguardo, propone ora di autorizzare la produzione di linee cellulari che utilizzino il nucleo di una cellula somatica umana e una cellula uovo bovina privata del proprio nucleo.
La cellula risultante viene attivata con stimoli elettrici perché inizi il processo di riproduzione, e dalle linee cellulari che ne nascono si ricavano le varie cellule da utilizzare a fini di ricerca.
Con questo metodo sarebbe praticamente impossibile ottenere un embrione che dia origine a un individuo (una sorta di minotauro, in questo caso), perché le cellule così ottenute non hanno il potenziale per farlo. È una soluzione che potrebbe riaprire strade oggi precluse alla ricerca, soddisfacendo però i requisiti etici che vietano l’uso di embrioni umani.

Rimangono alcuni dubbi sull’effettivo valore di questa soluzione, che non potranno essere sciolti se non sperimentandola. Fra gli obiettivi che ci si ripromette vi è quello di trovare nuovi metodi per ricavare cellule staminali direttamente da cellule somatiche, senza bisogno di ricorrere a cellule uovo o ad embrioni, e quello di sviluppare modelli di malattie degenerative della cellula, quali disturbi motori di origine neuronale, diabete, morbo di Parkinson, Alzheimer, così da studiare terapie che permettano di trattarli.

Silvio Viale, radicale e padre della sperimentazione sulla pillola abortiva Ru486, non cita libri ma la sua esperienza di medico vissuta ogni giorno al Sant’Anna di Torino: «Tutte le donne che ho incontrato si comportano allo stesso modo, che siano di destra o di sinistra, che abbiano il crocifisso al collo come decoro o come segno di fede. L’unica differenza la fa l’avere in una mano un test di gravidanza che annuncia un figlio non voluto e nell’altra una diagnosi cromosomica che non ci si aspettava». Scusi, dottor Viale, ma come si comportano? «Si sottopongono a indagini prenatali e quando il risultato non è quello sperato, la stragrande maggioranza (direi tutte ad eccezione di due o tre) chiedono di abortire. Questo per dire che tutto quello a cui stiamo assistendo in queste ore è solo una grande strumentalizzazione della 194. Non un attacco frontale ma subdolo. Troppa paura dell’opinione pubblica. Meglio creare paura e confusione parlando di omicidi infantili o infanticidi ». Una convinzione che il padre della sperimentazione sulla pillola abortiva declina così: «Primo: si cerca di intimidire i medici che permettono l’applicazione della legge sull’aborto (ci sono zone della Lombardia, dell’Emilia Romagna e del Veneto dove le donne che vogliono abortire devono affrontare lunghe liste d’attesa o andare da un ospedale all’altro; si vuole costringere le donne ad andare all’estero anche per questo?). Secondo: si prova a limitare in un qualche modo la diagnosi prenatale (se ci sono meno bambini handicappati è proprio grazie a queste indagini), come è stato fatto per la fecondazione assistita».
Per Viale il problema sta nel fatto che l’aborto è «relegato ai margini della sanità». «Meglio non parlarne, guai ad investire nella ricerca scientifica, chissenefrega dell’aggiornamento professionale. Se ne parla solo a livello di dichiarazioni di principio». E l’aborto selettivo? «In alcuni centri la riduzione embrionaria viene fatta secondo le procedure della 194, considerando la cosa un aborto a tutti gli effetti. In altri viene eseguita sostenendo la tesi che anche se un embrione viene soppresso la gravidanza continua. Sì, insomma, c’è una gran confusione che va a braccetto con una grande ipocrisia». Una «ipocrisia» che ritorna più volte nelle parole del ginecologo torinese: «Ipocrita, profondamente ipocrita, è un Paese che vieta la diagnosi preimpianto e consente le interruzioni di gravidanza selettive. Ipocrita è un Paese in cui si parla di aborti eugenetici in modo strumentale: sono tutti eugenetici gli aborti terapeutici eseguiti a causa di malformazioni. Perché è un diritto sacrosanto, rivendicato dalle donne, quello di avere un bambino sano, un diritto di salute. La parola eugenetica spaventa solo se è usata strumentalmente per creare polemica». Aggiunge Viale: «Nei casi in cui una donna ricorre poi a un aborto selettivo, la scelta, difficilissima, è fatta proprio per favorire la crescita dell’altro bambino. Non si può dire la colpa è del medico o dei genitori. Non si può giocare alla caccia all’assassino come se si parlasse dell’omicidio di Garlasco. In questi casi la vera responsabilità è solo della diagnosi prenatale. Poi entra in gioco il libero arbitrio di ciascuno. E in un Paese cattolico penso che il libero arbitrio sia una prova per chiunque».
Alessandra Mangiarotti

La Giunta regionale del Lazio, presieduta da Piero Marrazzo, ha varato, durante la sua ultima riunione, una delibera per promuovere degli interventi destinati a migliorare la qualità dei servizi dei consultori e a ristrutturarne e migliorarne i locali; messi a disposizione 3.000.000 di euro.

Spetterà alla varie Aziende Sanitarie Locali del Lazio recensire le strutture che necessitino di lavori di ripristino ed elaborare progetti di ristrutturazione, manutenzione e ammodernamento che dovranno essere realizzati. I progetti andranno poi presentati all’assessorato alle Politiche sociali che provvederà a ripartire i fondi (provenienti dal Fondo Nazionale per le Politiche Sociali). Ad ogni Asl spetterà una quota fissa di 150.000 euro più, eventualmente, un’altra somma da definirsi in funzione delle necessità e del numero di consultori presenti sul territorio.

“I consultori sono spesso siti in edifici obsoleti e non rispondenti ai moderni criteri di funzionalità e gestione ottimale degli spazi – ha dichiarato il presidente Piero Marrazzo – ma hanno un ruolo centrale per il sostegno delle categorie sociali più deboli, erogando servizi di prevenzione, informazione e consulenza ai giovani, agli anziani e agli immigrati e affrontando problemi legati alle tossicodipendenze, alla prostituzione e alle malattie di ogni genere. Strutture di tale importanza non possono essere lasciate indietro e devono essere al centro delle preoccupazioni di un’amministrazione attenta alle necessità dei propri cittadini”.

L<!– Capolettera –>a ricerca sulle cellule staminali è uno dei campi più dinamici e significativi della moderna biologia. Affronta le questioni fondamentali dello sviluppo degli organismi, consente di indagare i meccanismi responsabili delle malattie e della tossicità da farmaci, e pone le basi per sviluppare terapie cellulari rigenerative per varie malattie. L’Europa ha una posizione di leadership nella ricerca sulle cellule staminali, grazie soprattutto a quelle collaborazioni trans-nazionali che sono una caratteristica unica e distintiva della ricerca europea.
In Italia è legale lavorare su linee di cellule staminali embrionali già derivate altrove da embrioni sovrannumerari, ma è illegale derivare nuove linee di cellule staminali embrionali. I nostri scienziati sono potenzialmente al passo dei colleghi europei nella ricerca sia sulle cellule staminali adulte che su quelle embrionali. Tuttavia, la possibilità di lavorare legalmente in Italia sulle linee di cellule staminali embrionali è resa del tutto vana dalle politiche di finanziamento pubblico adottate dall’Italia: le risorse sono negate alle ricerche sulle cellule staminali embrionali e allocate unicamente alle ricerche su cellule staminali adulte. Questa discriminazione nei finanziamenti impedisce l’efficace collaborazione dei laboratori Italiani ai progetti europei ed è contraria allo spirito dei finanziamenti europei, che prevede che le risorse nazionali si affianchino a quelle europee nella promozione del progresso scientifico.
Riteniamo naturalmente molto importante la decisione del governo Italiano di ritirare il proprio appoggio dall’iniziativa di alcuni paesi che mirava a bloccare i finanziamenti  alle cellule
staminali embrionali nell’ambito dei programmi quadro europei. Ma per restare competitiva in questo campo, e per sperare di essere in prima linea nei benefici sociali ed economici di questo tipo di ricerca, il governo Italiano deve agire anche sulla regolazione delle politiche di finanziamento. 
Non vi è alcuna evidenza scientifica che permetta di distinguere la ricerca sulle staminali umane adulte da quella sulle staminali embrionali riguardo alla loro potenziale utilità nella cura di condizioni attualmente incurabili. Come è altresì emerso dagli incontri più recenti della comunità internazionale degli scienziati che si occupano di cellule staminali, da ultimo la conferenza in Australia tenutasi tra il 17 e il 20 giugno 2007 (5° conferenza della Società Internazionale per la Ricerca sulle Cellule Staminali), è importante non distinguere artificiosamente la ricerca sulle cellule staminali embrionali da quella sulle cellule staminali adulte e riconoscere che:
- allo stato attuale delle cose non è possibile predire, per una data malattia, quale sarà la fonte più utile di cellule staminali;
- con tutta probabilità in futuro troveranno applicazione in clinica sia terapie derivanti dalle cellule staminali embrionali che da quelle adulte;
- il trasferimento alla clinica richiede la comprensione della biologia di base delle cellule staminali, la quale necessariamente include lo studio delle cellule staminali embrionali e del loro differenziamento;
- la biologia delle cellule staminali è una scienza singola; gli studi sulle cellule staminali embrionali ed adulte si completano e trovano vicendevolmente sostegno; sono entrambe essenziali per la comprensione della biologia fondamentale e delle potenziali applicazioni mediche.
I limiti al finanziamento che in Italia riguardano la sola ricerca sulle cellule staminali embrionali umane vanno contro le prove scientifiche e l’opinione della comunità scientifica internazionale. Esortiamo il governo italiano a cambiare questa situazione, predisponendo un piano volto al sostegno del grande potenziale dell’Italia in questo ambito.

NOTE

Rispettivamente Professore presso il “Laboratory of Stem Cell Epigenetics” della “European School of Molecular Medicine”, all’Istituto Europeo Oncologico di Milano;
Direttrice del laboratorio sulle cellule staminali e malattie degenerative alla Statale di Milano.
Il testo è una sintesi degli autori di un documento molto più esteso redatto in occasione dell’ultima riunione congiunta di Eurostemcells e Estools (due progetti transnazionali di ricerca sulle cellule staminali che coinvolgono 36 enti di ricerca in tutta Europa), in occasione della quale particolare allarme è stato espresso per la situazione delle barriere legislative alla ricerca in Germania e in Italia.

I<!– Capolettera –>l commento di Maurizio Mori alla decisione del Gup di chiudere definitivamente il procedimento nei confronti di Riccio, accusato, se non sbaglio, di omicidio del consenziente, è stato intitolato dall’ Unità “Lode a un giudice che non ha avuto paura”. Non ho capito subito quanto questo titolo mi dispiacesse, non so se accade anche a voi di arrivare alle conclusioni con ritardo, quando si tratta di cose sgradevoli, ho bisogno di rimuginarci un po’. Dunque, abbiamo bisogno di uomini coraggiosi, magari di eroi, persone delle quali un paese civile non deve, almeno in linea di principio, sentire la mancanza.

Siamo dunque un paese a civiltà limitata, un paese che vive sotto la dittatura dell’embrione, della sacralità della vita, delle verità rivelate, e che non riesce a far valere i fondamentali diritti dei suoi cittadini, quello all’autodeterminazione, ad esempio, o quello alla libertà di coscienza, o persino quello di poter godere dei privilegi considerati come assolutamente elementari in un qualsiasi stato laico. E tutto ciò per una ragione francamente assurda: le ipotesi, le speranze, i convincimenti di alcuni, pur essendo le mille miglia lontane da qualsiasi possibilità di essere dimostrati veri (non credo francamente che la fede sia una testimonianza attendibile in un qualsiasi tribunale civile minimamente “coraggioso”) sono stati trasformati in leggi dello stato e costringono persone convinte di essere portatrici di differenti verità – o di nessuna verità – a ubbidire e a comportarsi in modi che queste stesse persone considerano indecorosi e sbagliati. Così si impone a cittadini che non credono nell’esistenza di dio di considerare la vita come un dono, uno strano dono invero visto che non possiamo disporne e dobbiamo risponderne a qualcuno.

 

 

 

N<!– Capolettera –>ello stesso modo viene imposto a persone che non credono in dio il principio secondo il quale la vita è sacra e inviolabile e deve essere accettata comunque, qualsiasi cosa ci faccia, qualsiasi sofferenza comporti, e che comunque il dolore è salvifico, e ci sono remunerazioni che ci aspettano, purchè…

 

Quali siano le conclusioni di questa anomalia – un convincimento personale che diviene norma di comportamento per tutti (e insisto nel dichiarami del tutto disinteressato al valore rivelatore della fede, pur essendo consapevole della sua utilità sociale) – è sotto gli occhi di tutti: non possiamo disporre della nostra esistenza; è praticamente inutile che predisponiamo un testamento biologico perché un qualsiasi medico potrebbe decidere di ignorarlo con la scusa dell’”obiezione di conoscenza” (cioè la convinzione che non conoscevamo abbastanza bene le conseguenze delle nostre scelte, secondo l’opinione del Comitato di Bioetica); che se accettiamo, in un momento di smarrimento, un qualsiasi tipo di supporto vitale, dopo non ce ne libereremo più, e così via. Pensate al ridicolo e squallido scempio che si riesce a fare dei corpi dei trapassati, gusci vuoti di persone che non li abitano più, ma che non hanno capito che il trasloco deve essere definitivo, guai a lasciare un cuore che batte ancora, qualche cretino che te lo infila in un macchinario complicato si trova sempre, così, tanto per nascondere per un po’ il malato alla morte, far finta che la malattia non sappia più vincere.

 

Non v’è dubbio che credere in dio, in un qualsiasi dio, e persino aspirare a credere in dio, crea stranieri morali ed è origine di conflitti che possono rivelarsi disastrosi. Questi conflitti possono essere esacerbati da politiche religiose avventurose o da analisi sbagliate delle aspirazioni e dei comportamenti. E’ avventuroso scegliere la strada dell’etica della verità, abbandonare la compassione in favore della pietà, ignorare le ragioni degli altri e cercare di umiliarli (ecco le chiese che diventano sette), come sta facendo da un paio di papi la chiesa cattolica. E’ sbagliato immaginare che i milioni di musulmani che vivono in Europa accetteranno per sempre di vivere la loro fede nell’intimità delle famiglie e non cercheranno piuttosto di viverla pubblicamente. Tutto ciò genera conflitti e sappiamo bene quale può essere il risultato dei contrasti che possono sorgere tra le religioni. E’ per questo che abbiamo molto più bisogno di uomini saggi che di uomini coraggiosi. La convivenza degli stranieri morali è possibile solo se tutte le posizioni sono ugualmente rispettate e se lo stato si limita a questo rispetto e non interviene nei conflitti se non come mediatore. L’etica della verità dell’attuale pontefice entra in conflitto con le verità degli altri, anche perché ha bisogno che i suoi dogmi siano confermati dalle leggi (ecco la ragione per cui i cattolici si sono tanto battuti per la legge sulla procreazione assistita, a costo di doverne accettare le incongruenze) così come ha bisogno che lo stato non approvi norme che li contraddicano (ed ecco perché non verrà mai approvata una legge accettabile sulle famiglie di fatto). Sembra che nessuno ricordi più che Abbagnano affermava che uno Stato che legifera tenendo presenti gli interessi di una specifica ideologia a danno delle altre si macchia di immoralità.

 

Rispetto è una parola molto più complicata di quanto possa sembrare a prima vista: esige anzitutto laicità da parte di tutti, il che significa che, quali che siano le nostre convinzioni, dobbiamo accettare il fatto che esse non ci danno il diritto a considerarci gli unici a conoscere la verità, una forma di presunzione stupida, prima ancora che intollerabile. D’altra parte, di cose illuminate dalla verità ne esistono ben poche, e il nostro rapporto quotidiano è con realtà che vivacchiano nella penombra dell’incertezza o del momentaneo consenso. Stupisce tutti la violenza che è presente, senza alcun infingimento, nel pensiero dei fondamentalismi religiosi, che considera gli altri, i diversi, come infedeli che vivono nell’errore e che rappresentano una minaccia per il trionfo della verità. Questi sentimenti, e persino la decisione di considerare questi infedeli come fratelli che sbagliano e far scendere su di loro il peso intollerabile della pietà – il sentimento che scende dall’alto e prelude al perdono, non la disinteressata condivisione della sofferenza che chiamiamo compassione – sono la dimostrazione dell’assenza totale di rispetto.

 

Del resto, tutto ciò rappresenta la base del proselitismo, una violenza morale che non tiene in alcun conto la cultura, le opinioni e le scelte degli altri e che diventa addirittura violenza quando si verifica attraverso rapporti impropri e sbilanciati per ragioni economiche o psicologiche.

 

Dunque, non è civile una convivenza come quella attuale, che vede alcuni di noi costretti a vivere secondo ideologie che fondamentalmente disprezziamo. Mi sembra quindi necessario non frammentare la discussione, evitare di combattere battaglie parziali e di retroguardia che riguardano oggi la vita, domani la morte e dopo ancora chissà: il problema è complessivo e riguarda la laicità dello stato, i rapporti con le religioni, il confronto tra le differenti culture, e deve essere trattato come un unico soggetto. Penso che abbia ragione Mori: c’è bisogno, oggi, di uomini coraggiosi se vogliamo, domani, poter fare a meno di loro.

Meno bambini ma an­che più rischi per le donne e i nuovi nati nonché più insucces­si, con aborti spontanei e morti intrauterine. Risultati pessimi dopo tre anni di applicazione della legge 40 del 2004 sulla procreazione me­dicalmente assistita. A dirlo sono i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), i primi da quando la legge per «mettere fine al Far west» – secon­do lo slogan coniato dal governo Berlusconi – ha iniziato a funziona­re. Ieri il ministro alla Salute Livia Turco ha inviato la sua relazione al parlamento. Forte delle percentua­li inattaccabili distribuite dall’Iss, il giudizio del ministero è secco: «Mi auguro che continui una riflessio­ne rigorosa e sobria sulla legge, a tre anni dalla sua applicazione, a partire dagli esisti dell’applicazio­ne delle tecniche».

 

 

 

Insomma, secondo il ministro – che pure evita di scende­re nell’arena dei favorevo­li o dei contrari alla legge 40 – poiché la legge non funziona, bisognerebbe agire di conseguenza. Modificandola? Ieri si so­no creati di nuovo i due noti fronti: chi è favorevo­le a cambiarla e chi no. Ma con una significativa differenza: a destra – tranne rare voci, come quella della deputata di Forza Italia Chiara Moroni – non ci sono più le aperture che anche au­torevoli esponenti dell’allora maggioranza mostravano quando si trattava di invitare le persone a di­sertare il referendum per l’abroga­zione della legge 40, promettendo che – in seguito – si sarebbe aperta una discussione in parlamento. A favore di una modifica della legge – e non soltanto delle sue linee guida – sono scesi in campo ieri il Prc, i Verdi, ma anche l’Italia dei Valori e qualche sparuta voce dei Ds. Tutti invitano a un «confronto» con l’op­posizione, se non altro per i voti risicatissimi al senato, anche se non tira aria di collaborazione. La de­stra ora difende a spada tratta la legge, promette barricate per impe­dirne «lo smantellamento» e accu­sa il ministero di voler dare una let­tura «ideologica» dei dati.

 

 

 

Eppure la relazione si basa su pu­ri numeri: diminuiscono le gravi­danze e aumentano i parti plurimi, un dato in controtendenza rispetto al resto d’Europa. Fare un confron­to con l’ultima relazione dell’Iss – ri­salente al 2003 – è complicato per­ché allora operavano soltanto 120 centri, che oggi sono saliti a 330. In termini percentuali la diminuzio­ne delle gravidanze è pari a 3,6 pun­ti, ovvero 1.041 gravidanze in me­no. Ma la sinfonia non cambia con­frontando i risultati ottenuti in 96 centri operanti già nel 2003. Anche in questo caso è evidente una dimi­nuzione di efficacia delle tecniche di procreazione assistita: in questo caso il calo di gravidanze è del 2,6%. Secondo il ministero non c’è dubbio su chi sia il colpevole: la leg­ge 40. Ma come? La legge sulla pro­creazione da un lato impone un li­mite alla produzione di embrioni (tre), dall’altro obbliga a impiantare tutti quelli che si formano. Cosic­ché da una parte si osserva un au­mento (13,7% nel 2003, 18,7% nel 2005} di tentativi di gravidanza ef­fettuati con un solo embrione. Una tendenza determinata dalla impos­sibilità di produrne di più, e non dalla valutatone del medico in ba­se alle caratteristiche della donna.

 

 

 

D’altro canto nel 2005 ben l’80% delle fecondazioni è avvenuta tra­sferendo più di un embrione. Nel 50,4% dei casi ne sono stati trasferi­ti tre, come da obbligo di legge. Ciò ha determinato un’impennata dei parti plurimi, più a rischio tanto per le donne che per i bambini: nel 2003 erano pari al 22,7%, nel 2005 erano invece 24,3%.

 

 

 

Ma ci sono anche altri elementi che emergono dalla relazione del­l’Istituto. Ad esempio l’aumento delle gravidanze che non vengono portate a termine: erano il 23,4% nel 2003, sono passate al 26,4% nel 2005. Anche questo elemento, spiega la relazione, è determinato dall’obbligo a impiantare tutti gli em­brioni prodotti.

 

 

 

L’Istituto punta il dito anche sul­l’attuale stato dei centri della fecon­dazione: è vero che ce ne sono pa­recchi, ma spesso operano soltan­to pochissimi interventi. Secondo il ministero «è necessario migliora­re la qualità dei servizi da offrire al­le coppie, giacché l’esperienza nell’applicazione delle tecniche rive­ste un ruolo determinante». Allo stesso modo, esiste una disomoge­neità territoriale tra nord e sud nel­la distribuzione dei cenni, causa principale della cosiddetta «migrazione» da regione a regione. Senza contare la «migrazione» all’estero dove, secondo la relazione, le cop­pie italiane si trasferiscono non sol­tanto per usufruire di leggi più aperte, ma anche per ottenere mi­gliori risultati.

Per il testamento biologico si è messa davvero male.Più si allunga il dibattito, più la mediazione rischia di diventare cervellotica e più la matassa fini­sce per ingarbugliarsi. E se questo accade già in commissione Sanità, figuriamoci cosa potrebbe succe­dere dopo in aula. Ma allora, for­se è il caso di gettare la spugna, dandola vinta a chi dice che pos­siamo anche fare a meno di una legge sul tema?
 
Rinunciare sarebbe doloroso, e non solo per una questione di “laicismo identitario”. Il fatto è che di una norma c’è bisogno, perché ci sono due obiettivi da rag­giungere I cittadini devono poter contare sul fatto che le loro prefe­renze in materia di trattamenti medici saranno tenute in debita considerazione anche nel caso in cui non saranno più in grado di esprimerle. Mentre i medici devo­no poter contare sul fatto che non saranno perseguiti per aver ri­spettato le volontà dei malati, co­me invece sta succedendo a Ma­rio Riccio. Dunque non è il caso di battere in ritirata. Ma poiché la strada appare sempre più in salita, può essere utile ricordare a Fiorenza Bossoli e agli altri mediatori dell’Unione che a forza di spac­care il capello in quattro si rischia di ritrovarsi con niente in mano.
 
Prendiamo il caso dei trattamenti sostitutivi, quelli che vengo­no intrapresi per rimediare al deficit di funzioni complesse del­l’organismo, come la ventilazio­ne meccanica e la nutrizione artificiale. Per evitare il muro con­tro muro, si potrebbe tentare di distinguere tra nutrizione parenterale ed enterale tra ventilazio­ne a breve o lungo termine, tra diverse tipologie di pazienti, tracciando un confine arbitrario tra accanimento terapeutico e cure ordinarie. Concedendo so­lo qualcosa ad alcuni,forse si riu­scirebbe a salvaguardare – alme­no all’apparenza – i principi di tutte le parti politiche. Ma se per cercare una via d’uscita al disaccordo ci si affida ai tecnicismi, è difficile arrivare lontano.
 
Una lezione, tutt’altro che esaltante, viene da Israele. Da un paio di mesi è entrata in vigore una legge che prevede la possibi­lità di redigere il testamento biologico e disciplina anche la sospensione delle cure nei pazienti coscienti che lo desiderano, pur­ché abbiano davanti a sé meno di sei mesi di vita. Per arrivarci ci so­no voluti sette anni: il ministero della Sanità ha istituito un apposi­to comitato di 69 membri nel 2000, la legge è passata quasi all’u­nanimità nel 2005 e la stesura del­le linee guida ha occupato il tempo restante. Ma il risultato lascia perplessi e non soltanto per la severità di alcuni articoli E proble­ma è che per mettere d’accordo il diritto all’autodeterminazione dei malati e le indicazioni dell’Halakhà, si è deciso di ricorrere a un escamotage dotando i ventilatori di un timer. Di tanto in tanto, dun­que, i malati o i loro fiduciari de­vono confermare la volontà di riaccendere la macchina – i reso­conti giornalistici parlano di un in­tervallo di 24 ore – altrimenti si ferma automaticamente. In questo modo nessuno deve sobbarcarsi l’onere psicologico di staccare la spina e il divieto religioso di interferire con la vita è salvo. Per il Sabbath gli ebrei ortodossi adottano una strategia simile, utilizzando scaldavivande semiautomatici per non compiere attivamente i gesti di accensione e spegnimento. Anche se ha ricevuto qualche commento benevolo – per esem­pio sul British Medical Journal – questo approccio alle tematiche di fine vita appare strampalato a chiunque non sia di religione ebraica e probabilmente anche a molti ebrei. Per quanto i parla­mentari italiani siano ben provvi­sti di fantasia, difficilmente arriveranno a tanto. Ma la storia della legge 40 ci ha insegnato che anche noi siamo capaci di grandi pasticci bioetici, per esempio quando tuteliamo l’embrione più del feto.
 
Allora come dovrebbe esse­re una buona legge sul testamen­to biologico? La migliore soluzione possibile, secondo il bioeticista cattolico Sandro Spinsanti, è rac­chiusa in un unico articolo, che potrebbe suonare così: «Quando risulta, in modo certo e documen­tato, che la volontà di una perso­na non in grado di intendere e di volere è di non essere sottoposta a un atto medico, eseguire questa volontà non è reato». Spinsanti si definisce “diversamente creden­te” perché non è disposto a se­guire la sua Chiesa su qualsiasi terreno ed è consapevole di avanzare una proposta provoca­toria. Il cuore del suo messaggio, però, è serissimo: aggiungere dettagli su dettagli è contropro­ducente. Nascondendo le diffe­renze dietro ad artifici e termini ambigui – come quello di accani­mento terapeutico – si rischia di restringere gli spazi lasciati aper­ti dalla Costituzione, dal codice deontologico e dalla Convenzio­ne di Oviedo. Ma seppure non fosse così, si correrebbe un altro pericolo. Stabilendo rigidamente quali trattamenti medici rientra­no nella disponibilità dei malati, e a quali condizioni, si finisce per tradire lo scopo originario della legge, che dovrebbe rendere più personalizzata la morte di cia­scuno anziché imporre per legge una morte uguale per tutti.