ROMALancet contro il Papa. Una delle più prestigiose riviste scientifiche del mondo critica duramente le affermazioni che Benedetto XVI ha fatto durante il viaggio in Africa sull’uso del preservativo per fermare l’Aids. “Il Papa, sostiene la rivista in un editoriale riportato anche da Bbc, “ha pubblicamente distorto le prove scientifiche per promuovere la dottrina cattolica sul tema. Non è chiaro se l’errore del Papa sia dovuto ad ignoranza o se sia un deliberato tentativo di manipolare la scienza per appoggiare l’ideologia cattolica. Ma quando quasiasi personaggio influente, sia una figura religiosa, sia politica, fa una falsa affermazione scientifica che potrebbe avere conseguenze devastanti per la salute di milioni di persone, questi dovrebbe ritrattare o correggere la linea”.

I recenti commenti di Joseph Ratzinger sul fatto che il condom aggrava i problemi del virus dell’Hiv sono “terribilmente imprecisi” e potrebbero avere conseguenze devastanti, mette in guardia il giornale. Nel suo primo giorno della sua prima visita in Africa il 17 marzo, Benedetto XVI ha affermato che “non si può risolvere il problema dell’Aids con la distribuzione dei preservativi”, che al contrario, “aggravano il problema”, scatenando le ire dei governi di Francia, Germania, Spagna e dell’Unione Europea. Invece del preservativo, Ratzinger ha proposto di combattere la “devastante epidemia” con astinenza e fedeltà coniugale.
<!–inserto–>

<!– OAS AD ‘Middle’ – da inserire per 200×200 –><!–script language=”javascript” type=”text/javascript”>OAS_RICH(‘Middle’);</script–><!– BEGIN TAG –><!– END TAG –>

<!–/inserto–>
La rivista londinese sottolinea come il Papa abbia “pubblicamente distorto le prove scientifiche per promuovere la dottrina cattolica sul tema”, aggiungendo che il profilattico è l’unico modo efficace per ridurre la tramissione sessuale della malattia. E chiede al Vaticano di rivedere le affermazioni.

.

La Repubblica ed. Roma pag.1

Dichiarazione di Massimiliano Iervolino, candidato radicale nelle liste del Partito Democratico al 19° collegio (Flaminio, Parioli, Trieste, Pinciano) della Provincia di Roma. 

 

La Provincia di Roma può avere un ruolo di spinta e sostegno importanti nella scelta dell’installazione di impianti di energia rinnovabile attraverso il Piano Energetico Provinciale. I 121 Comuni del Lazio possono e devono trovare nell’istituzione della Provincia lo strumento che porti alla definizione di linee guida nel settore dell’utilizzo, degli incentivi, della ricerca e dello sviluppo.

In Italia pochi sanno che alcuni scienziati dei Politecnici di Torino e di Milano hanno messo a punto un progetto di produzione di energia attraverso lo sfruttamento dei venti di alta quota.

Se eletto, mi impegnerò nella promozione di questo progetto ormai collaudato, che ha concluso la fase di ricerca ed è pronto per la fase di progettazione industriale. Il risultato sarà la produzione di tanta energia pulita a basso costo. E’ un progetto frutto dell’ingegno italiano, che suscita l’interesse internazionale, anche se finora non ha trovato sostegno ne’ nella nostra industria, ne’ nella nostra politica. Questa occasione non va sprecata: è urgente che se ne approfondiscano le potenzialità ed eventualmente le condizioni per la sua realizzazione.

.

.

  «Il nostro proble­ma non è scegliere tra un fi­glio sano e l’altro malato. Il no­stro problema è scegliere tra un figlio vivo e un figlio mor­to», dice Francesco, 35 anni, si­racusano come la moglie Gra­zia. Ieri erano a Villa Gussio Nicoletti, vicino a Erma, per unir­si alle mille voci di coppie rese infelici dalla legge sulla procre­azione medicalmente assistita e dalle sue rigorosissime linee guida applicative. Grazia e Francesco non hanno alternati­va. A causa di un’anomalia ge­netica della donna (traslocazio­ne cromosomica robertsoniana), anomalia che nel 75 per cento delle gravidanze porta ad un aborto entro il terzo me­se. In due anni, da quando pro­vano ad allargare la famiglia, a loro è successo tre volte: «So­no arrivata appena a sentire il battito di uno dei tre bambini e poi più nulla», racconta lei. Ora andranno in Turchia per provare con la diagnosi preim­pianto degli embrioni, tecnica vietata in Italia. Ma non rinun­ciano a tentare anche attraver­so una seconda strada. Un ri­corso contro le linee guida. Due tribunali, a Cagliari e Fi­renze, hanno dato ragione a co­niugi con malattie genetiche. Ed è proprio a Villa Gussio, dove l’associazione Hera ha organizzato una sorta di stati generali dei pazienti, è stata dichiarata guerra alla legge 40. Guerra di iniziative legali. «Sono già pronti almeno 50 ri­corsi in diversi tribunali, pro­cederemo d’urgenza in base all’ex articolo 700», — li con­ta Maria Paola Costantini, av­vocato di Cittadinanza attiva, che ha preparato un vademecum giurisprudenziale per i genitori.

 

 

 

Il pacchetto di iniziative contenute nel documento ap­provato ieri, sotto il coordina­mento del ginecologo Nino Guglielmino, comprende altri tipi di controffensive, come la richiesta di risarcimento per danni psicologici e fisici da parte di donne che hanno avuto tre gemelli in conseguenza di una delle norme (obbligo di impiantare tutti gli embrio­ni fecondati). I genitori che per superare gli ostacoli del­l’Italia hanno preso la via dei centri esteri, soprattutto Spa­gna e Turchia, cercheranno in­vece di ottenere dalle Asl il rimborso delle cure. «Inten­diamo procedere con un ap­pello per la promozione di azioni legali su tutto il territo­rio nazionale. Le associazioni mettono a disposizione un col­legio di difesa». Escluso inve­ce il ricorso alla class action. Si è visto che non può essere applicata a questi casi. I pro­blemi della migrazione sono evidenti anche in Italia. Le coppie si muovono dal Sud al Nord, più organizzato per nu­mero di strutture pubbliche di fecondazione assistita. Lo scorso anno in Lombardia so­no stati effettuati quasi il dop­pio dei cicli rispetto della Sici­lia. Ciò comporta tra l’altro una spesa maggiorata per la regione di origine dei pazien­ti, che deve provvedere ai rim­borsi.

 

 

 

«Non vogliamo tornare in Turchia — incalza dal pubblico Miriam —. Ma ci costringo­no a farlo. Pendiamo dalle lab­bra di chi deve decidere se ria­prire le porte alla diagnosi del­l’embrione. Stiamo aspettan­do che da noi cambi qualcosa. All’estero abbiamo provato già una volta con la tecnica della selezione, è stata oltre che inutile molto impegnativa dal punto di vista psicologico. Mio marito ha una grave ma­lattia ereditaria agli occhi, non possiamo rischiare che l’abbiano i nostri figli».

 

 

 

La modifica delle linee gui­da è stata annunciata dal mini­stro Livia Turco come immi­nente. Ma i tempi continuano a slittare. Potrebbe essere am-morbidito il divieto di diagno­si pre impianto, tra l’altro non contenuto nella legge ma ag­giunto dalla commissione che sotto il governo Berlusconi la­vorò al documento. Giovedì alcune parlamentari tra cui Katya Zanotti, Daniela Dioguardi e Donatella Poretti chiederan­no al ministro in un question rime quando intende presenta­re le eventuali modifiche e se, nel formularle, ha tenuto con­to delle due sentenze di Caglia­ri e Firenze che hanno dato ra­gione ai cittadini.

Li ricorderemo come gli anni dei trigemini. Bambini nati in un solo colpo, da mamme che temevano di non poterne avere nemmeno uno a causa dell’infertilità. E si sono ritrovate all’improvviso la culla piena, forse più di quanto speravano. Tra il 2004 e il 2005 i parti-tripletta sono aumentati del 2,7% in controtendenza rispetto al resto del mondo occidentale (1,1%) dove invece si sta cercando di ridurre al minimo gravidanze così rischiose per i protagonisti (mamma e bebè). Non è un caso che parallelamente i nostri nidi si siano affollati di prematuri, venuti alla luce in età gestazionale precoce, sottopeso. Il numero dei trigemini (18 in 6 parti) sarebbe stato ancora superiore se qualche donna non avesse dovuto ricorrere alla riduzione embrionaria, un aborto parziale che consiste nell’eliminazione in utero del feto troppo debole. La responsabilità del fenomeno è racchiusa nella legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita che, oltre a diminuire del 3,6 la percentuale di successo delle tecniche (sono nati circa 1.041 bambini in meno), ha evidenziato molti altri limiti. L’obbligo di impiantare e indirizzare verso la vita gli embrioni ottenuti con fertilizzazione artificiale, fino a un massimo di tre, ha moltiplicato la percentuale di gravidanze plurime, specialmente nelle giovani, sotto i 35 anni, come aveva già rimarcato il rapporto presentato a giugno dal ministro della Salute Livia Turco, bilancio a due anni dall’entrata in funzione della legge. Oltre ai 6 trigemini, ben 167 le coppie di gemelli ai quali si aggiunge un imprevisto lieto evento di quattro bambini, frutto non della violazione di un ginecologo ma di un gioco della natura che ha diviso in due una delle tre sacche gestazionali. Dietro l’analisi epidemiologica c’è dunque una realtà molto meno romantica. Una donna fecondata con la tecnica Fivet a Salerno, dopo aver ricevuto la bella notizia di essere incinta, ha saputo che due dei tre feti erano portatori di talassemia e ha deciso di abortirli con la riduzione embrionaria. «Un intervento molto pericoloso—stigmatizza Nino Guglielmino, del centro Hera a Catania, una delle cinque cliniche italiane all’avanguardia per la cura della sterilità —. Consiste in un’iniezione di cloruro di potassio nel cuore del feto. La stima è che le interruzioni parziali di gravidanza siano aumentate del 100 per cento». Hera ha dati più aggiornati. Dal 2004 al primo semestre del 2007 solo le gravidanze trigemine sono state 22 contro le 18 contate nei sette anni precedenti. Sei gli aborti totali, dei nati sono sopravvissuti solo la metà. Percentuali più o meno simili al Tecnobios di Bologna. Su 154 fecondazioni con esito positivo in donne sotto i 35 anni, il 12% non sono arrivate a compimento: «Il risultato è opposto a quello che si riprometteva la legge, tutelare la salute di nascituro e della madre. Noi medici dobbiamo utilizzare lo stesso trattamento in modo indistinto per ogni paziente e questi obblighi conducono a vere e proprie forzature della natura. Tanto più che secondo la letteratura internazionale sono più efficaci i tentativi con un unico embrione, selezionato », commenta Andrea Borini. Le ultime speranze di cambiare sono affidate alla revisione delle linee guida della legge 40, su cui sta lavorando il ministro Turco. Ma la regola dei tre impianti contemporanei non può essere cambiata da un atto amministrativo.

Prevenire un nuo­vo caso Di Bella. E’ l’obietti­vo del parere con cui il Consi­glio Superiore di Sanità ha bocciato una terapia per la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), la malattia di Luca Coscioni e Giovanni Nuvoli. Il massimo organismo tecnico del ministero della Salute è intervenuto dopo che diversi tribunali italiani in base al principio della libertà di cura hanno condannato le Asl a da­re gratuitamente un farmaco senza prove di efficacia: «Sul­la base dei risultati oggi disponibili non è giustificato il trattamento per la Sla con Igf e Igf-2/Igf-Bp3», scrivono gli esperti nel parere rilasciato il 23 ottobre su richiesta del mi­nistro Livia Turco.

 

 

 

In un anno, circa 95 (su un centinaio di ricorsi) le senten­ze di tribunali che hanno di­sposto l’immediata erogazio­ne gratuita della cura. Un feno­meno «allarmante» che, è il timore del ministero, rischia di trasformarsi in un nuovo caso Di Bella, dal nome dell’inven­tore del metodo anticancro ri­chiesto anni fa a gran voce dal­la piazza. Molti malati oncolo­gici riuscirono ad ottenerlo gratuitamente dal servizio sa­nitario su ordine dei pretori.

 

 

 

Siamo di fronte ad un feno­meno simile, anche se numeri­camente più ristretto. Con una differenza. Oltre ad illu­dere e a rivelarsi «inutile», la presunta terapia sta creando seri problemi di cassa. E’ mol­to costosa. Un ciclo di un an­no costa 130.000 euro. E si comprendono le preoccupa­zioni di Asl e Regioni, costret­te a sostenere una spesa im­prevista nell’ambito di un bi­lancio risicato.

 

 

 

Il farmaco è un fattore di crescita ricombinante, con in­dicazioni per una malattia ra­ra, la sindrome di Laronne. Il Consiglio Superiore di Sanità ritiene che non debba essere dato «neppure a chi non ri­sponde al tradizionale Riluzolo. Le risorse impegnate per rimborsarlo possono essere più utilmente finalizzate ad assicurare interventi di efficacia comprovata da adeguate evidenze scientifiche. Non sussistono le condizioni per trattare la Sla con questo trat­tamento». Il Consiglio si riser­va «di riesaminare la proble­matica alla luce dei risultati definitivi dello studio clinico in corso negli Stati Uniti». Maria Antonietta Coscioni, moglie di Luca, attiva nel Co­mitato che porta il nome del marito sta seguendo la vicen­da. «La lotta ad una malattia senza speranza — dice — deve avvenire sul piano fisico, psico­logico e della qualità della vi­ta. C’è molto disagio, i pazien­ti vogliono sperimentare farmaci, come succede negli Usa. Non possono aspettare. Serve informazione. Il ministero de­ve affrontare questa realtà con chiarezza, c’è un profon­do senso di disagio nelle fami­glie. Di fronte a mancanza di ri­sposte c’è chi vuole tentare». Diverse Asl hanno negato l’Igf-1 e il suo analogo, sulla ba­se di pareri negativi dei comitati etici in­terni.

 

 

 

Il neurologo Cesare Iani, direttore del­l’unità di neurologia al Sant’Eugenio di Ro­ma in una lettera in­viata alla Asl ha scrit­to: «Oltre che inutile il farmaco è pericolo­so perché alti livelli di Ige possono determi­nare forti aritmie. E’ già stato segnalato un episo­dio di morte improvvisa. Le sperimentazioni finora con­dotte hanno dimostrato che l’efficacia del trattamento è uguale a quella del placebo. Sono convinto su basi scienti­fiche ed etiche che l’Igf1 non va somministrato».

 

 

 

Per i ricercatori extra Ue sarà più facile venire a studiare in Europa. Il decreto legislativo di recepimento della direttiva 71/2005 riceverà il suo via libero definitivo entro fine mese, dopo che le competenti commissioni parlamentari si saranno espresse sul provvedimento. Lo ricorda Gianfranco Dell’Alba, capo di gabinetto del ministero delle politiche comunitarie, in risposta a Franco Frattini. Il commissario Ue alla giustizia, infatti, con un comunicato diffuso ieri, ha minacciato di aprire una procedura di infrazione a carico dei paesi (ben 17, tra cui l’Italia) che non hanno ancora attuato la direttiva europea per facilitare il rilascio dei visti a ricercatori di paesi terzi che vogliono venire a lavorare in Europa. “La direttiva numero 71, approvata a ottobre del 2005, era una delle ‘pietre miliari della Strategia di Lisbona’ per attrarre ricercatori stranieri in Europa e rendere l’Ue più competitiva e, secondo la tabella di marcia di Bruxelles, le nuove regole dovevano essere trasposte nelle legislazioni nazionali entro il 12 ottobre di quest’anno. “A oggi però”, spiega una nota, “solo sei paesi hanno notificato alla commissione la piena attuazione della direttiva (Belgio, Germania, Ungheria, Austria, Portogallo e Romania), mentre altri quattro paesi l’hanno solo trasposta parzialmente (Francia, Lettonia, Lituania e Repubblica Slovacca)”. Frattini ha quindi fatto appello gli Stati membri inadempienti perché adottino la legislazione e le procedure amministrative necessarie “senza ritardi”, sottolineando che “gli impegni politici di questi Stati membri per attrarre e mantenere meglio dei ricercatori di talento e di alta qualità in Europa non sono stati rispecchiati da un impegno concreto nell’organizzare le regole e le procedure necessarie in coerenza con questo obiettivo”. Ma dal ministero guidato da Emma Bonino assicurano che “il ritardo sarà minimo, dato che entro fine mese palazzo Chigi darà il suo ok definitivo”. Il problema, aggiunge Dell’Alba, è che i tempi di recepimento del legislatore europeo (24 mesi) non sono quelli che si dà il legislatore italiano (18 mesi). “Ecco perché”, conclude, “con la legge comunitaria 2007 intendiamo portare a 12 mesi i termini di recepimento delle direttive”.