Centinaia di coppie con malattie trasmissibili ai figli, come l’anemia mediterranea, hanno sperato fino a ieri sera. Poi verso le 19.30 è arrivata la sentenza che per il momento annulla ogni prospettiva di risolvere i loro problemi in un centro italiano. Non potranno richiedere la diagnosi preimpianto, quella che attraverso l’analisi dell’embrione permetterebbe loro di affrontare una gravidanza senza il rischio di avere un bambino con difetti genetici. La Corte Costituzionale ha infatti dichiarato inammissibile la questione di legittimità relativa ad una parte della discussa legge sulla fecondazione artificiale, in vigore da marzo del 2004.

 

 

 

 Al centro dell’udienza pubblica che si è svolta ieri mattina, l’articolo 13 che appunto riguarda l’esame del Dna dell’ovulo fecondato. In effetti la norma contestata non lo esclude del tutto, ma il divieto è contenuto nelle linee guida restrittive che l’accompagnano, approvate quando al ministero della Salute c’era Girolamo Sirchia. Da allora l’impossibilità di ricevere assistenza in Italia ha spinto molte coppie all’estero, soprattutto in Spagna e Grecia. L’ordinanza sarà depositata nei prossimi giorni e verrà scritta dal giudice Alfio Finocchiaro.

 

 

 

 Il caso era stato sollevato da una coppia con anemia mediterranea, in trattamento presso l’ospedale Microcitemico di Cagliari. La donna prima del 2004 aveva dovuto interrompere due gravidanze dopo aver scoperto, attraverso l’amniocentesi, che ambedue i bambini erano portatori della stessa malattia. Dopo l’entrata in vigore della legge, i coniugi si erano rivolti al tribunale del capoluogo sardo per poter effettuare diagnosi preimpianto sugli embrioni che, in attesa di decisioni, sono stati congelati.

 

 

 

 Il tribunale ha girato la questione di legittimità sostenendo la violazione degli articoli 2 e 32 della Costituzione sotto il profilo del rischio di danni biologici per l’embrione e per la madre, psicologicamente molto provata e quindi incapace di poter affrontare la nascita di un figlio con gravi problemi. I giudici cagliaritani inoltre hanno sottolineato la disparità di trattamento tra la posizione dei genitori cui è riconosciuto il diritto all’informazione sulla salute del feto nel corso della gravidanza attraverso l’amniocentesi e quella della coppia nella fase della procreazione assistita che precede l’impianto in utero degli embrioni. All’udienza non sono state ammesse le associazioni che si battono in difesa della legge (Movimento per la vita, Comitato etico per la salute della donna, Forum delle associazioni familiari). La sentenza è arrivata in tempi record ed e stata una sorpresa per tutti.

 

 

 

 La delusione di Filomena Gallo, avvocato, presidente dell’associazione Amica Cicogna, è nel filo di voce con cui risponde al telefono: “Non posso dare un giudizio tecnico, bisogna aspettare le motivazioni, molti genitori proveranno un senso di sconforto, si sono visti nuovamente negare i loro diritti. E’ molto difficile che la legge possa essere cambiata nel suo impianto, ma questo era l’unico modo per farla tornare in aula e modificarne gli aspetti meno condivisibili. La diagnosi sull’embrione potrebbe essere consentita per scopi terapeutici, nessuno intende fare eugenetica”. L’associazione Luca Coscioni contesta: ”E’ stato espresso un giudizio politico — commenta il vicesegretario, Rocco Berardo —. La velocità con cui è arrivata la sentenza ci porta a queste conclusioni. La Corte va contro i diritti alla salute della donne”.  

NEW YORK — Viene dal Massachusetts la scoperta che potrebbe riconciliare la ricerca medica più avanzata con un gran numero di vincoli etici e religiosi. Una squadra di ricercatori ha annunciato ieri di aver creato cellule staminali, indispensabili per la rigenerazione dei tessuti, senza distruggere gli embrioni dai quali queste cellule sono prelevate. Se la svolta si confermerà, cadrebbe dunque l’obiezione principale sollevata fin qui alla ricerca sulle staminali, perché diventerebbe possibile ottenerne senza alcuna conseguenza per l’embrione.
L’annuncio è stato pubblicato ieri pomeriggio nell’ultima edizione della rivista scientifica Nature ad opera di un gruppo di ricerca di un’impresa privata. La società biotecnologica, relativamente piccola, si chiama Advanced Cell Technology, ed è arrivata alla scoperta di un metodo applicabile sull’embrione umano appena pochi mesi dopo averlo messo a punto per i topi. I ricercatori del Massachusetts sono infatti riusciti a generare colture di cellule staminali, capaci di riprodursi per sostituire tessuti in varie parti del corpo, aspirando singole cellule da embrioni appena fertilizzati. La tecnica è derivata dalle biopsie su singole cellule per controllare la qualità degli embrioni nei centri di fertilità nei quali si compiono gli impianti.
A differenza di quanto la scienza è riuscita a fare fino ad ora, Advanced Cell Technology sostiene infatti che è possibile estrarre non più di una cellula dall’embrione. Quest’ultimo dev’essere appena fertilizzato. Quelli utilizzati fino a questo momento per la ricerca sulle staminali sono invece sempre stati «vecchi» di una settimana, e destinati alla distruzione con il prelievo di una parte di tessuto per le colture di staminali. Potrebbero dunque venire meno le riserve di tipo etico sollevate fin qui da chi sostiene che l’embrione è una forma di vita potenziale o reale. Certo i nemici della ricerca sulle staminali non mancano. Il mese scorso il presidente americano George W. Bush ha messo il suo veto su una proposta di legge del Congresso che garantiva finanziamenti federali alla ricerca sulle staminali. E ieri la Casa Bianca ha concesso solo una timida apertura di credito. «Questa tecnica non risolve le preoccupazioni — ha commentato un portavoce — ma è incoraggiante vedere che almeno gli scienziati fanno seri sforzi per abbandonare attività che portano alla distruzione degli embrioni».

La comunità scientifica, dunque, resta divisa. Accanto agli entusiasmi, sono molte le critiche. Il metodo messo a punto dall’équipe di Robert Lanza, a capo del gruppo della Advanced Cell Technologies, «non supera le gravissime obiezioni etiche sollevate dalla ricerca su queste cellule — commenta Roberto Colombo, direttore del Laboratorio di Biologia molecolare e genetica della Cattolica di Milano —. La biopsia di un embrione comporta sempre un serio rischio per la salute e la sopravvivenza dello stesso». Inoltre — altra obiezione avanzata dai critici — questa tecnica implica comunque una fertilizzazione in vitro dell’embrione. Il capitolo dei problemi legati all’etica resta così aperto.

  Tutti, o quasi, addosso a Paola Binetti, senatrice della Margherita, neuropsichiatra romana, che si battè strenuamente a favore della proibizionista legge 40 sulla fecondazione artificiale. Lei, cattolica doc, è accusata dai cattolici di sinistra e destra per essere scesa a patti col resto dell’Unione nella risoluzione sulle cellule staminali approvata in Senato, frutto di un lavoro d’équipe cui hanno partecipato tra gli altri Luigi Bobba, dl, e per i ds Anna Finocchiaro e Andrea Ranieri. Risultato che per il segretario dei Ds Fassino è sintomo «della coesione della maggioranza anche sui temi sensibili». E, tra i contrasti, prende forma quello tra l’associazione «Scienza e vita» e le Acli. La prima si dissocia dal suo ex presidente, l’altra approva: «Molto positivo il contenuto» del testo approvato.

 

 

 

 La spallata più robusta alla Binetti viene assestata però dall’Avvenire. Durissimo l’editoriale che la chiama indirettamente in causa: «Il risultato su cui ci si è arrestati ci appare chiaramente insoddisfacente e moralmente non accettabile. La risoluzione si è fermata sulle soglie del coraggio, quel coraggio che avrebbe richiesto un sì netto senza subordinate ambigue e inaccettabili». Aver dischiuso la porta a ricerche sugli embrioni congelati senza ribadire un no assoluto nel primo comma e proponendo l’impiego dei frutti del concepimento scaduti o deteriorati. Questa «l’ambiguità» rinfacciata all’esponente dl, che rimedia critiche severe dai cattolici di destra. Carlo Giovanardi, Udc, la propone per il «Guinness dei voltagabbana a tempo di record» ed esprime il disappunto di tutti coloro che credevano «che la coerenza nella vita fosse una virtù». La senatrice viene rampognata anche dal suoi ex di «Scienza e vita». Secondo l’associazione quello del Senato è «un passo indietro, avalla pratiche distruttive dell’embrione». Per Carlo Casini, leader del Movimento per la Vita, la Binetti «si è lasciata ingannare perché sulle sue posizioni è prevalsa l’idea di convertire la sinistra, l’obiettivo era mantenere lo schieramento dell’Unione».

 

 

 

 Lei, la grande accusata, anche dopo aver letto Avvenire non sembra perdere l’entusiasmo scaturito dal sì di Palazzo Madama alla mozione che lunedì il ministro dell’Istruzione Fabrizio Mussi impugnerà a Bruxelles dove si vota il VII programma quadro per la ricerca sulle staminali (in pratica a quali tipi di progetti assegnare i fondi pubblici europei). «Manca un altro anello - dice -. Il Consiglio dei ministri deve assegnare il mandato ufficiale a Mussi».

 

 

 

 La sua replica è racchiusa in un comunicato sottoscritto con Bobba e Emanuela Baio Dossi dove respinge ogni sospetto di incoerenza e voltagabbanismo: «Nessun passo indietro. Anzi è stata fissata la posizione indiscutibile dell’Italia: no alla distruzione di embrioni, no alla ricerca sulle staminali embrionali anche se in stato di congelamento, risorse finanziarie da destinare esclusivamente a studi su staminali adulte, comprese quelle del cordone ombelicale». E ancora: «Il ministro si impegnerà per allargare il consenso su questa proposta e si adopererà per sostenere l’accordo promosso dalla Germania e definire quando un embrione perde la capacità riproduttiva». Scende a sorpresa in campo al fianco della Binetti Rina Gagliardi di Rifondazione: «Voltagabbana? Macché, ha rispettato le sue convinzioni. Mancanza di coraggio, lei? Non può pensarlo chi l’ha ascoltata in Senato quando ha difeso la legge 40». Secondo Ignazio Marino, l’editoriale di Avvenire «crea confusione. Forse il direttore, Dino Boffo, non ha la laurea in embriologia». Cossiga si rammarica di non aver partecipato al voto di mercoledì: «Avrei appoggiato la proposta di Buttiglione, più restrittiva, che in questo caso avrebbe prevalso».    

  Il Partito democratico ha votato a maggioranza a favore della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Non si tratta però di quello italiano, che sui temi della bioetica s’è diviso prima ancora di nascere e che appare ben lungi dal risolvere a maggioranza le proprie controversie interne, bensì di quello europeo. Il fatto non è per questo meno significativo, considerato che l’European Democratic Party, che è altra cosa dal progetto italiano in corso d’opera e che a Strasburgo è accasato nel più ampio gruppo dei Liberali (Alde), è la creatura politica fortemente voluta da Francesco Rutelli e fondata poco più di un anno fa sull’asse privilegiato con i centristi francesi dell’Udf di François Bayrou e col supporto di altre piccole forze di ispirazione moderata. Ma andiamo con ordine, che sul fronte della bioetica la giornata è stata convulsa e ricca di spunti anche sul fronte nazionale.

 

 

 

 A cominciare dalla prima estemazione istituzionale di colui che la baruffa bioetica scatenò. Audito in commissione Sanità al Senato, il ministro dell’Università e Ricerca Fabio Mussi ha difeso in Parlamento la sua scelta di ritirare in Europa la pregiudiziale italiana contro la ricerca sulle cellule staminali embrionali e ha spiegato che la legge 40 sulla fecondazione assistita, che sarà regolarmente «applicata», non costituiva un vincolo rispetto al suo operato. “Siamo viaggiatori alla ricerca di possibili convergenze”, ha concluso Mussi non prima di aver ironicamente replicato all’intervento di un senatore dell’opposizione che si diceva preoccupato “per l’anima degli embrioni e per quella del ministro” («Penso che non si debba sollevare il sospetto che qualcuno non abbia l’anima, perchè diventa dura. Bisognerebbe istituire una commissione speciale per la verifica»).

 

 

 

 Nella stessa sede il ministro della Salute Livia Turco ha cercato a sua volta di cucire lo strappo invocando un «orizzonte condiviso di valori che faccia di questa materia, sempre più ingrediente del bene comune, parte di un’etica condivisa». Qualche ora prima delle concilianti audizioni dei ministri, nelle sale dell’altra Camera veniva ufficialmente varato, seppure in tono minore e con qualche pezzo mancante (la pattuglia di An), l’intergruppo cattolico Persona e bene comune, il cui primo vagito era un appello a Romano Prodi: «Il presidente del Consiglio dei ministri garantisca il voto contrario dell’Italia al finanziamento nell’ambito del programma europeo di ricerche che implichino la distruzione di embrioni umani». Ma di fatto, e qui torniamo al punto europeo di partenza, la riposta indiretta aIl’appello dell’intergruppo partecipato da 110 parlamentari tra cui i margheritini Renzo Lusetti, Luigi Bobba e Paola Binetti era già arrivata da Strasburgo.

 

 

 

 Nella mattinata di ieri l’euro parlamento ha dato via libera ai finanziamenti per la ricerca sulle staminali sia adulte che embrionali. Voto trasversale, quello dell’aula, che ha preso in mezzo per prima proprio la delegazione della Margherita. Dopo la bocciatura netta di un emendamento restrittivo del forzista Giuseppe Gargani e quella di misura del compromesso avanzato dalla cristiano sociale Angelika Niebler, che chiedeva di limitare il finanziamento della ricerca alle sole cellule create prima del 31 dicembre 2003 (gli eurodeputati dl hanno votato entrambi), l’emendamento del socialista Philippe Busquin che conferma i fondi alla ricerca sulle staminali sia adulte che embrionali e il no alla clonazione e passato con un margine ampio (284 voti contro 248, con 32 astenuti), grazie al voto scontato della quasi totalità del gruppo socialista (solo una dozzina di austro tedeschi ha votato contro), al consistente contributo del gruppo liberale e a un nutrito drappello di popolari per lo più spagnoli.

 

 

 

 Su quest’ultimo emendamento, il paletto più basso nella definizione dei limiti etici della ricerca, i Dl si sono divisi in due: a favore hanno votato il capo delegazione Lapo Pistelli, il vicepresidente dell’europarlamento Luigi Cocilovo e l’ex sindaco di Venezia Paolo Costa. Contro si è espressa la maggioranza dei margheritini: il fratello del premier, Vittorio Prodi, l’ex ministro Patrizia Toia, i deputati Susta, Andria, Veraldi, Losco. Una pattuglia finita in minoranza non solo nell’ampio e variegato gruppo dell’Alde, di cui fanno parte anche i radicali e dove in complesso solo 15 dei 70 membri presenti in aula hanno votato no, ma persino nel più ristretto circolo del Partito democratico europeo (25 membri), dato che sia l’Udf che i lituani del Darbo Partjia, la terza costola dell’Edp, hanno votato in gran parte a favore.

 

 

 

 In nessun altro paese come in Italia il pronunciamento di Strasburgo, inserito nel più ampio programma quadro di finanziamento della ricerca, ha prodotto tante reazioni. Scontata l’indignazione a destra. Su tutti, Ignazio La Russa: «E’ stata calpestata la dignità umana». Il nodo politico però sta a sinistra: i cristiano sociali della Quercia chiedono l’avvio di un tavolo dell’Ulivo, per il radical socialista Marco Cappato il via libera europeo è uno «stop ai fondamentalisti»,Toia si dice «avvilita e sconcertata” e ribalta l’accusa («A questo punto mi chiedo chi siano i veri talebani in questo Parlamento”), il solo Pistelli prova a derubricare il caso: «Nel programma quadro che abbiamo approvato dice al Riformista i fondi per la ricerca genetica coprono lo 0,8 per cento e solo 8 linee di ricerca su 80 riguardano staminali embrionali. E alla fine il programma è stato approvato all’unanimità. Se era un tale scandalo perché l’hanno votato tutti? Di cosa stiamo parlando?». Una risposta a Pistelli si trova nelle dichiarazioni provenienti dal fronte sinistro della coalizione, e dai Ds in particolare, dove si invoca la revisione della legge 40 e si valorizza la trasversalità del voto di Strasburgo per suffragare la tesi secondo cui l’Europa ha bocciato, per dirla come Mussi e il capodelegazione ds Nicola Zingaretti, «la spaccatura tra laici e cattolici sui temi bioetici». Magari non stanno parlando di Rutelli. Di certo ci stanno pensando.

  A dodici giorni dal referendum confermativo sulla devolution, l’agenzia promossa dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) per fornire articoli ai settimanali diocesani invita tutti a recarsi alle urne senza però fornire indicazioni di voto: «Votare è un dovere civico ancor più rilevante, un’espressione di fedeltà alla Repubblica», scrive il «Sir» (Servizio informazione per la Chiesa italiana). E tutto questo avviene dopo la sortita di Incrocinews.it, il settimanale della diocesi guidata dal cardinale Dionigi Tettamanzi, che aveva riportato la posizione dell’Azione cattolica milanese favorevole a bocciare, con il «No», la riforma votata a maggioranza dalla Casa delle Libertà.

 

 

 

Pur non prendendo posizione, il «Sir» ora dà un giudizio negativo sulle modifiche del Titolo V varate a suo tempo dal centrosinistra: quella riforma «sottoposta a referendum nel 2001 venne confermata. Ma come dimostra l’aumento esponenziale dei conflitti di attribuzione che intasa la Corte costituzionale, diverse cose non funzionano nella ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni ». E questo confermerebbe una propensione per il «No» molto diffusa tra i quadri dell’associazionismo cattolico: bocciare anche questa riforma della Cdl varata a maggioranza per poi aprire una riflessione sulla Costituzione.

 

 

 

E in questo solco si inserisce anche il presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo: «La vittoria del “Sì” o del “No” non risolve la questione. Abbiamo bisogno di un Paese più moderno e non si può cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza. Bisogna sedersi intorno a un tavolo». In una campagna elettorale fiacca, c’è grande attenzione al voto degli italiani all’estero. Le operazioni nei consolati termineranno giovedì 22 ma il senatore Luigi Pallaro, il «sudamericano » eletto con l’Unione ma allergico alla disciplina di coalizione, ha già fatto sapere di aver votato «Sì».

 

 

 

La vera battaglia, per ora, si sviluppa intorno a una raffica di spot prodotti e trasmessi dalla Fininvest. Per Lucio Malan (FI) si tratta di «informazione corretta» mentre Giuseppe Giulietti (Ds) ha inviato un esposto all’autorità per le comunicazioni affinché vigili sulle emittenti pubbliche e private.

  La bioetica è talmente all’ordine del giorno che non se ne parla solo in Parlamento e solo tra i partiti. Ieri pomeriggio è stato visto uscire da Palazzo Chigi il segretario generale della Cei, Giuseppe Betori. Era andato a trovare, non per la prima volta, il suo omologo, il sottosegretario Enrico Letta. E ad un certo punto è anche entrato Romano Prodi per un breve saluto. Il tentativo, in piedi da alcune settimane, è quello di costruire canali di comunicazioni e affinare il linguaggio per cercare di capirsi di più tra Chiesa e governo di centrosinistra, data la fibrillazione permanente che esiste sui temi «eticamente sensibili». Ma ieri sembra che si sia parlato soprattutto di bioetica e il rappresentante della Cei abbia chiesto chiarimenti sulla scelta di Mussi di ritirare la firma italiana dalla «dichiarazione etica» a Strasburgo, vale a dire la questione che tiene banco nei rapporti tra maggioranza e opposizione e all’interno del centrosinistra.

 

 

 

 Oggi ci sarà un primo scontro in aula, a Palazzo Madama, perché la Cdl chiederà di discutere subito le due mozioni (una dell’Udc, l’altra di An e Forza Italia), che chiedono al governo di riapporre quella firma che il ministro diessino ha tolto aprendo, così facendo, la possibilità di effettuare la ricerca sugli embrioni per i Paesi che la prevedono. La maggioranza però farà muro per evitare la discussione prima di giovedì quando a Strasburgo si voterà il settimo «Programma quadro» che potrebbe stabilire un nuovo accordo e sbloccare i fondi proprio per quei Paesi che intendono effettuare la ricerca sulle staminali embrionali.

 

 

 

 Paola Binetti, ex presidente di Scienza e Vita che oggi festeggia l’anniversario della vittoria al referendum sulla fecondazione assistita, conferma di avere già preparato, insieme ad una decina di colleghi diellini, una mozione che potrebbe mettere in crisi la compattezza dell’Unione e ricreare nuovamente un fronte trasversale a difesa dell’embrione. Ma la senatrice si mostra disponibile: «Ascolteremo con attenzione che cosa diranno  Livia Turco e Fabio Mussi:  se saremo soddisfatti delle loro risposte a nome del governo bene, altrimenti chiederemo di votare sul nostro documento». Sì, perche, sempre giovedì, i ministri della Salute e dell’Università comunicheranno in commissione sui temi della bioetica.

 

 

 

 Il ministro Mussi difende la sua scelta affermando che «Letizia Moratti», allora al posto suo, «non sentì il Parlamento prima di apporre la firma dell’Italia alla dichiarazione etica». Ma il clima è teso all’interno dell’Unione, con la ds Gloria Buffo che attribuisce alla Binetti una «riedizione del Sant’Uffizio». E proprio i parlamentari dell’Ulivo, il 6 e 7 luglio, si incontreranno in «conclave», fuori Roma, per discutere di bioetica e cercare un’intesa di massima.

  La bioetica torna in Parlamento e agita i Poli. Domani al Senato il centrodestra tenterà l’affondo per discutere subito in aula il «caso Mussi» mentre la maggioranza farà muro puntando a rinviare tutto a dopo il 15 giugno, quando la ricerca sugli embrioni sarà affrontata dal Parlamento europeo. Ma nel frattempo l’Unione dovrà comunque decidere quale contromossa adottare. Ieri mattina una parte della Margherita avanzava l’idea di una mozione, che però avrebbe il difetto di creare nuovi fronti trasversali e spaccare l’Ulivo. A tarda sera la proposta sembrava rientrata e si lavorava su altre ipotesi meno laceranti. Come quella avanzata dall’ex presidente di Scienza e Vita, Paola Binetti: un pronunciamento «solenne» del governo nelle due persone di Fabio Mussi e Giuliano Amato. Martedì, nell’aula di Palazzo Madama, la Cdl chiederà di discutere «con urgenza» due mozioni che impegnano il governo a riapporre la firma alla «dichiarazione etica» europea contraria alla ricerca sugli embrioni. Un testo è dell’Udc, l’altro di An e Forza Italia. Anche se è più corretto parlare di firmatari, perché l’opposizione — come la maggioranza — non è compatta sui temi etici. Maurizio Eufemi, che con Rocco Buttiglione, ha presentato la mozione targata Udc dovrebbe fare la prima mossa. Subito dopo toccherà ai firmatari dell’altra mozione: Alfredo Mantovano di An e Gaetano Quagliariello di Forza Italia. I due documenti potrebbero fondersi, ma questo è solo un dettaglio.

 

 

 

 L’obiettivo principale del centrodestra è infatti quello di discutere i due testi prima di giovedì, quando il Parlamento di Strasburgo voterà il settimo «Programma quadro sulla ricerca», là dove gli europarlamentari della Margherita, insieme ad esponenti di altri gruppi, proveranno a far passare un emendamento che vieta gli esperimenti sugli embrioni. E dove i ds voteranno in modo diverso. Mantovano assicura: ”Vogliamo discutere le mozioni a Palazzo Madama prima del 15 non per sfiduciare qualcuno”. Ma è evidente il tentativo di mettere in difficoltà il centrosinistra che sull’argomento è diviso.

 

 

 

 

 

L’Unione fa presente che per fissare la discussione in aula «ci vorrà del tempo». Perché occorre convocare la capigruppo e calendarizzare. E comunque frenerà in tutti i modi l’iter delle due mozioni. Non solo per attendere che Strasburgo si pronunci sul merito, ma anche per aggiustare un po’ le cose in famiglia. Perchè dopo che il ministro diessino Fabio Mussi ha ritirato la firma alla «dichiarazione etica» con la quale l’Italia, insieme ad altri Paesi, bloccava di fatto i fondi Ue per la ricerca sugli embrioni, le fibrillazioni in casa della Margherita sono state quotidiane.

 

 

 

 Tanto da ipotizzare un voto di qualche senatore diellino a favore della mozione del centrodestra. L’ex presidente delle Acli Luigi Bobba esclude che ciò possa avvenire: «Siamo leali con la maggioranza. Ciò che contestiamo è solo il metodo: Mussi ha agito senza un intervento collegiale del governo». Ieri una buona fetta dei senatori diellini ha anche pensato all’arma della contromozione trasversale: fiducia al ministro Mussi, ma al tempo stesso  contrarietà agli esperimenti sulle staminali embrionali, rispetto  per la libertà di ricerca di altri Paesi europei, ma, in assenza di un  esplicito divieto alla ricerca sugli  embrioni, invito ai singoli Paesi  ad utilizzare i propri fondi per questo obiettivo.

 

 

 

La mossa si è però scontrata con il fuoco di sbarramento dei  diessini, timorosi che la mozione possa spaccare l’Ulivo e favorire l’approvazione da parte di un fronte trasversale, come avvenne per la legge sulla fecondazione assistita. E così, anche se la proposta nel pomeriggio sembrava già rientrata, il diessino Maurizio Migliavacca ha voluto comunque lanciare il suo altolà: «Non è il momento di piantare bandierine. Serve un confronto fra tutte le forze impegnate nella costruzione dell’Ullvo: per affrontare i temi eticamente sensibili occorre ascolto e impegno reciproco».

 

 

 

 Alla fine la cattolica Paola Binetti propone una soluzione che potrebbe risultare meno «pericolosa» per la tenuta del centrosinistra perchè non implica per forza un voto in aula: «Basterebbe che due ministri come lo stesso Mussi e Giuliano Amato, incaricato da Prodi a guidare il coordinamento sulla bioetica, si pronuncino solennemente in aula facendo salvo il rispetto per la libertà dei Paesi europei, ma al tempo stesso fornendo garanzie sul divieto in Italia della ricerca sugli embrioni». 

 

Chi voterà la mozione anti-Mussi, presentata in Parlamento dall’azzurro Gaetano Quagliariello e da Alfredo Mantovano di An? Nella Casa delle libertà i consensi sembrano alti e anche l’Udc si schiera a favore, ma si formerà un fronte trasversale cattolico contro la ricerca sulle cellule staminali embrionali, anche con parte dell’Unione, Margherita in testa?

Quagliariello domani chiederà nell’aula del Senato che l’assemblea esamini immediatamente la mozione per il ripristino della firma italiana alla Dichiarazione etica dell’Ue, ritirata dal ministro della Ricerca Ds Fabio Mussi e che venga rispettata la volontà popolare espressa giusto un anno fa con la vittoria dell’assenteismo nel referendum sulla fecondazione assistita. «Dev’essere discussa comunque – dice – entro e non oltre il 15 giugno, quando il tema della dichiarazione etica sarà esaminato a Strasburgo, altrimenti sarebbe come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati». Giovedì, dunque, si potrebbe arrivare al voto, nello stesso giorno in cui il ministro Mussi spiegherà in Parlamento la sua contestata decisione. E Mantovano fa un appello alla maggioranza: «Spero che la mozione sia condivisa da ampi settori del Senato, a prescindere dalle appartenenze a partiti o a schieramenti: non ha nulla di confessionale, non intende sfiduciare nessuno, ma si radica nel rispetto integrale dell’essere umano».

Sembra però che un gruppo di senatori della Margherita stia preparando un’altra mozione sullo stesso problema. Il documento non è stato ancora depositato, perché si stanno sondando le altre aree del centrosinistra alla ricerca di una soluzione condivisa, ma da quel che trapela sembra per ora un papocchio che cerca di mettere insieme posizioni inconciliabili: fiducia a Mussi ma contrarietà alla ricerca sulle staminali embrionali; rispetto per la libertà di ricerca di ogni Paese europeo e invito ad utilizzare i propri fondi, in mancanza di un esplicito divieto alla ricerca sulle staminali embrionali; nessun vincolo alla Dichiarazione etica, ma richiesta di un impegno a livello europeo per ridefinire le direttive sulla ricerca con un’occhio di riguardo alla salvaguardia dell’embrione. «Sembra una mozione debole e contraddittoria – commenta Quagliariello -. Il punto è: può un ministro scardinare la posizione assunta a livello europeo da un governo? Su questo ci vuole una parola chiara. Altrimenti, vuol dire che nell’Unione si fa solo il gioco delle parti». Anche Mantovano sottolinea che la mozione mette «in discussione un atto concreto, di diretta pertinenza del governo: e cioè il mantenimento dell’adesione dell’Italia alla Dichiarazione etica contraria allo smembramento dell’embrione». Quindi, risponde alla Dl Paola Binetti, non si tratta di modificare la legge 40 sulla fecondazione assistita, né di introdurre in Italia la sperimentazione sulle staminali embrionali: al riguardo i cittadini hanno già deciso con il referendum. E Mantovano avverte che se fosse confermato il ritiro della firma dell’Italia «i finanziamenti europei si indirizzerebbero anche alla ricerca sulle staminali embrionali, che finora, al di là dei problemi etici, non ha prodotto alcun risultato terapeutico, e verrebbero distratti dalla ricerca sulle staminali adulte, che invece ha prodotto risultati significativi e che interessa tante aziende italiane».

La proposta è stata formulata da Romano Prodi, pochi minuti prima della chiusura del conclave umbro. Una commissione bioetica di governo creata per trovare posizioni condivise sui temi più spinosi che stanno lacerando la maggioranza. Non solo fecondazione artificiale, ma anche pillola abortiva, unioni civili (già attuali) e quelli che prima o poi arriveranno al pettine come il testamento biologico e l’eutanasia. Il coordinamento è stato affidato al ministro dell’Interno Giuliano Amato, l’uomo che lo scorso anno si è fortemente adoperato per trovare una soluzione parlamentare sulla legge 40 per evitare il referendum. Un laico di alto profilo rispettoso del mondo cattolico.

 

 

 

 SOLO MINISTRI – Nella sua «compagine», secondo quanto annunciato il ministro per l’Attuazione del programma, Giulio Santagata, ci saranno solo ministri. Prodi potrebbe avere le idee chiare già venerdì prossimo e indicare i nomi, scelti tra quelli che di bioetica ne capiscono, che l’hanno sempre masticata e che non «pensano solo a filosofeggiare». Dopo gli scontri sollevati dall’apertura sulle embrionali di Fabio Mussi, titolare della Ricerca, che ha ritirato il sostegno dell’Italia alla dichiarazione etica dell’Ue (in pratica un documento che frenava lo slancio di molti Paesi verso la sperimentazione sull’embrione umano) Prodi ha voluto intervenire rapidamente, temendo altre esternazioni, con inevitabile discesa sul ring dei suoi ministri.

 

 

 

MUSSI-FIORONI – Ed è stata proprio una discussione durante il conclave tra Mussi e Beppe Fioroni (Istruzione), voce

 

dell’area cattolica della maggioranza, col primo che difendeva la sua uscita a Bruxelles e l’altro che lo criticava (“non si puo procedere in ordine sparso”) a convincere Prodi dell’urgenza di prendere una decisione immediata. Fra i possibili ministri designati per la commissione potrebbero esserci le diessine Livia Turco (Salute) e Barbara Pollastrini (Pari opportunità), Clemente Mastella (Giustizia) per l’Udeur, Giuseppe Fioroni o Rosy Bindi (Famiglia) per la Margherita, Emma Bonino (Politiche comunitarie) per la Rosa nel pugno. Mastica di bioetica anche Giovanna Melandri. Più complicato individuare i rappresentanti di Rifondazione, Pdc e Verdi, visto che la compagine di governo non offre molto da questo punto di vista.

 

 

 

 GLI ALTRI – In questo caso si potrebbe ricorrere a sottosegretari o capigruppo, ma è tutto  da vedere. Qualcuno ieri faceva anche il nome, per i dl, di Paola Binetti che ieri ha partecipato alla presentazione

 

di un progetto di ricerca (Verso una pedagogia della nascita, per una nuova cultura della vita e della donazione) basato su staminali tratte dal cordone ombelicale. C’era anche Fioroni, appena tornato da San Martino in Campo, che però si esclude dalla rosa dei candidati: «Bene Amato perchè non è fazioso. Non vogliamo che la libertà di coscienza diventi un alibi per non provare a trovare un accordo. In certi casi non ci riusciremo… Ma almeno ce l’avremmo messa tutta”.

 

 

 

 REAZIONI – Attacca il Polo. Per Alfredo Mantovano, An, è come aver «commissariato Mussi. Pensava di fare di testa sua? Eccolo sottoposto a commissione governativa». E poco dopo arriva la risposta di Mussi che dice di essere «assolutamente favorevole alla commissione». «Non sono il ministro della Bioetica e la decisione di istituire la commissione non mi ha dato alcun mal di pancia» ha detto il ministro della Ricerca. Secondo Luca Volontè, Udc, l’Unione è «intollerante e laicista». Per Giro (FI) siamo all’inizio di una «fase interventista». Dalla sinistra giudizi positivi. «La bioetica è un argomento che interessa molti ministeri non solo quello della Ricerca, non ho nulla da obiettare” commenta Livia Turco. Per Emanuela Baio Dossi senatrice dell’Ulivo «è la risposta piu saggia per allentare la tensione». 

 

«Bravo Fassino. Cambiare la legge sulla fecondazione assistita è una priorità. E quando si vorrà affrontare seriamente il tema, ci sono già pronte due proposte della Rosa nel pugno, firmate da Lanfranco Turci e Marco Cappato dell’associazione Luca Coscioni». Il radicale Daniele Capezzone coglie al volo la proposta del leader ds e invita «Lusetti, di cui stimo e apprezzo la capacità di dialogo, a discutere in una prospettiva di apertura, per esempio sugli embrioni in soprannumero».  

 

 

 

Sembra però che la Margherita accetti solo lievissimi miglioramenti alla legge 40, onorevole Capezzone. 

 

«lo credo invece che i tempi siano maturi per un approccio non ideologico al problema. Chiunque legga con serenità la legge, noterà che 55 commi cominciano con la frase “è vietato’. Un’impostazione mentale pari solo a quella con cui la Costarica ha legiferato in materia».  

 

 

 

Si sarà però accorto che i cattolici non vogliono sentir parlare di stravolgimento delle regole sulla ricerca. 

 

«E’ vero il contrario. Come confermano due recenti ricerche Eeurispes e Eurisko, la maggioranza degli italiani, credenti e non, dì centrodestra e di centrosinistra, non sono affatto disposti a fare crociate su questi argomenti perché, come insegnano divorzio e aborto, una cosa sono le convinzioni personali. un’altra la libertà di scelta». 

 

 

 

La Chiesa e i cattolici dei due schieramenti però tracciano confini ben precisi sulla bioetica. 

 

”E’ un’ipocrisia. Tutti sanno che chi ha i mezzi va all’estero per la procreazione assistita. E presto, quando arriverà una buona notizia dagli Usa o da qualche altro laboratorio nel mondo, pensa che non ci sarà la corsa alla cura per il cancro o le malattie degenerative? In quel caso. che diremo? E’ vietato farsi curare’?». 

 

 

 

Ammetterà che la materia è spinosa, quanto i Pacs. A proposito, che ne pensa della proposta della Binetti sulla esclusione dei conviventi dai benefici per la famiglia? 

 

«E questa sarebbe una proposta? A me sembra una discriminazione. Altro che apertura. Il programma dell’Unione contiene colpevoli omissioni sui Pacs e sulla bioetica. Noi della Rosa nel pugno ci stiamo battendo per modificarlo, ispirandoci alle esperienze delle democrazie europee. Per parlare sempre della Spagna, anche Aznar è stato più progressista dell’Italia. Prendiamo esempio. Credo che nel concreto, ci si possa intendere anche con i cattolici perché non può essere che il governo e questa maggioranza si facciano dettare la linea dalla professoressa Binetti e dall’Opus Dei».