REFERENDUM CON SORPRESA da L'Opinione del 30 luglio 2009, pag. 6, di Giorgio Prinzi Radicali e i loro organi di informazione, con riferimento particolare ad Agenzia Radicale, hanno sulle vicende private di Silvio Berlusconi tenuto un profilo molto basso in coerenza, con la convinzione dichiarata che "in politica si vince con la politica". Questo rimanere da spettatori in attesa degli eventi sembrerebbe essere stato un attendismo tattico di fronte ad una campagna politico-mediatica che si è pesantemente ritorta contro gli stessi promotori, dal Gruppo editoriale "L’Espresso"; al quale sembrano essere saltati i nervi dal momento che si è messo a sfornare querele come fossero articoli di cronaca; al Partito Democratico, con il fiato corto per l’estenuante rincorsa del "masaniello" Di Pietro sul terreno dell’antipolitica e oggi sfaldato nell’estenuante ricerca dell’ennesimo nuovo segretario; allo stesso Di Pietro costretto ad alzare sempre più il tiro e ad elevare i toni. La situazione è di stallo, con spazi politici che si aprono e attendono solo di venire riempiti da azioni politiche concrete. In questo scenario si inquadra l’iniziativa politica dei Radicali, che potremmo definire pilota in quanto per ora limitata alla Regione Lazio, di raccogliere le firme per indire otto referendum regionali, quattro propositi e quattro abrogativi. I temi su cui si sta tentando la mobilitazione popolare sono: Abolizione dell’aumento dei rimborsi elettorali, Abolizione della legge regionale sulla famiglia del 2001, Ripristino effettivo dei vincoli paesistici, Abolizione del finanziamento agli enti religiosi che operano nel turismo, Gestione dei rifiuti, Sostegno ai coniugi separati in situazioni di difficoltà, Sostegno alle famiglie di diritto o di fatto, Abolizione dei ticket ai minori di 14 anni. (i dettagli dei singoli quesiti referendari si trovano sul sito www.agenziaradicale.com). Apparentemente i Radicali si stanno muovendo su una loro tradizionale linea, ma questa volta sembrano farlo con una diversa strategia, con un disegno ben preciso che non è più solo quello dei colpi di maglio. Le tematiche non sono più grandi questioni ideologiche di principio, liberali e libertarie ma si tratta di problematiche più vicine alle esigenze della quotidianità, in qualche caso persino coinvolgenti un potenziale elettorato trasversale. Il problema è ora vedere in primo luogo la risposta di un elettorato non più reattivo come una volta e, successivamente, raggiunto l’eventuale quorum delle cinquantamila firme necessarie, come la campagna referendaria verrà presentata e gestita. La scelta dell’impegno territorialmente delimitato in una regione dove il risultato delle prossime amministrative sarà fortemente condizionato dai temi oggetto della campagna elettorale e dal modo in cui essi verranno presentati e sviluppati, appare come una scelta razionale e mirata per sperimentare un’apparentemente vecchia strategia, però completamente rivisitata. Se avrà successo costituirà il rilancio dei Partito Radicale che potrebbe prepotentemente incunearsi nel vuoto e nelle debolezze dei Partito Democratico e dell’Italia dei Valori, con incursioni da non escludere, per la trasversalità di alcune tematiche, anche nell’opposta coalizione, che tuttavia si sta già muovendo anche su queste tematiche. Chi -ha solo un poco di dimestichezza e di vicinanza con i livelli decisionali del Popolo delle Libertà sa che, proprio in riferimento al Lazio, sui temi di maggiore criticità, per mia conoscenza diretta in particolare quelle sulla gestione rifiuti e sulla gestione del patrimonio ambientale, il PdL sta elaborando proposte originali ed innovative. Questo, solo apparentemente in modo strano, potrebbe risolversi in un vantaggio .per i Radicali nell’ambito della loro coalizione, perché diverrebbero i principali contraddittori, con una piattaforma organica e concreta, di quanti, compreso chi scrive, propongono soluzioni in questi settori molto diverse e ispirate a concezioni lontane se non opposte di quelle che caratterizzano la sinistra. La visibilità conta sui risultati elettorali, quanto la concretezza dei programmi. Se si hanno entrambi si può positivamente pensare di conquistare consenso. il problema semmai è quello del rinnovo della classe dirigente radicale, del superamento del "pannellanismo" che è stato, a mio avviso, anche il limite del partito. I tempi sono maturi? In questa vicenda referendaria laziale si colgono i segni di una evoluzione, dell’emergere di una classe dirigente più concreta, razionale e, soprattutto, meno emotiva nella sua azione politica tanto che da sembrare solo apparentemente nella continuità della tradizione radicale. La nostra analisi è corretta? Saranno gli eventi a dirlo.

Care compagne e cari compagni,
dopo un’attenta analisi della condizione di grave illegalità e scarsa democrazia del sistema politico romano e regionale (ma non solo), in queste settimane l’Associazione Radicali Roma, con la preziosa collaborazione ideativi e politica dei Repubblicani romani, ha deciso di passare dalla teoria alla pratica, dalla lamentela all’azione, programmando per i prossimi sei mesi, fino alla fine di settembre 2009, una campagna di raccolta firme regionale su alcuni quesiti referendari, 4 propositivi sulle maggiori competenze regionali, ma anche 4 abrogativi per cercare di organizzare un quadro legislativo più organico a quelle che sono le nostre tematiche storiche, su diritti, legalità ed armonizzazione della spesa pubblica. A questo link trovate le 8 proposte referendarie:
TUTTO SU I REFERENDUM REGIONALI
La macchina ideativa ed organizzativa è pronta e gira a pieno regime già da qualche settimana; il Comitato Promotore è costituito ed i quesiti sono stati depositati oggi 7 aprile alla Regione Lazio. Dai prossimi giorni, dalle prossime ore partirà la faticosa campagna che ci attende e ricordo a tutti quanto possa essere utile la disponibilità alla militanza nei tavoli di raccolta, che usciranno noi speriamo quotidianamente per 180 gg di seguito.
Ma vi scrivo queste poche righe per chiedere a tutti quelli che sentono la nostra stessa esigenza, di istituzioni locali più consone alla nostra idealità, ma che per motivi più diversi non possono e non potranno affiancarci per strada nella raccolta firme, di testimoniare la propria adesione con un contributo economico, indispensabile per portare a termine l’impresa.
Le spese sono già state e soprattutto saranno enormi, per una piccola realtà come la nostra Associazione Radicali Roma, ma gli organi dirigenti hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo ed hanno deciso comunque di aderire e partire con l’iniziativa, certi di una buona risposta da parte di ognuno di voi.
Abbiamo costituito un fondo di raccolta speciale, dedicato a questi sei mesi, e che abbiamo deciso di chiamare “Azionisti per la liberazione democratica”. Ognuno potrà aderire versando sul nostro c/c postale N°61539227, o con un bonifico bancario: Associazione Radicali Roma IBAN: Paese: IT Check: 97 CIN: Y ABI 7601 CAB 3200 c.c 61539227 la cifra che riterrà più consona alle proprie possibilità e convinzioni, liberamente; ma si potrà anche decidere di versare una minima quota mensile (diciamo 10 Euro) per i 6 mesi della campagna, un piccolissimo sforzo per ognuno, ma una grande risorsa per noi tutti.
Naturalmente si potrà decidere di versare il contributo anche passando in sede (Via Torre Argentina) in qualunque giorno della settimana, potendo trovare i nostri 2 coordinatori della campagna, o anche il martedì sera alle 20,30, durante le nostre consuete riunioni settimanali. Oppure puoi lasciare i tuoi dati
CLICCA QUI PER LASCIARE I TUOI DATI
e saremo noi a contattarti per concordare insieme modi e tempi del contributo.
Più gradito di tutti sarà ovviamente il contributo versato al tavolo (il sito terrà informati ed aggiornati sulla dislocazione dei tavolini quasi quotidianamente) così da apporre anche una firma, magari accompagnati da qualche amico o parente.
Non vi nascondo che credo molto nella generosità dei militanti, iscritti e simpatizzanti, ma sono fiducioso soprattutto nel passa parola, che potrà avvicinare moltissimi, in qualità di firmatari, sottoscrittori o militanti magari anche solo temporanei, per un breve tragitto di questi 6 mesi.
Un caloroso abbraccio a tutti ed un grazie anticipato a chi vorrà rispondere! Non dimenticate di visitare il nostro sito www.radicaliroma.com dove troverete i testi completi dei quesiti, l’aggiornamento e la rendicontazione dei contributi ricevuti e soprattutto la dislocazione quotidiana dei tavolini.
Buona campagna referendaria a tutti
Demetrio Bacaro
Segretario Associazione Radicali Roma
d.bacaro@radicali.it
3290624807 (sms)
CONFERENZA STAMPA
“SE NON ORA, QUANDO? SE NON NOI, CHI?”
-RADICALI E REPUBBLICANI-
PRESENTA AI GIORNALISTI GLI OTTO REFERENDUM PER LA REGIONE LAZIO
PRESSO IL PARTITO RADICALE IN VIA DI TORRE ARGENTINA 76 ROMA
I quesiti depositati in Regione Lazio martedì 7 aprile, su cui inizierà da subito la raccolta firme, sono inerenti alla: laicità, sanità, ambiente, costi della non democrazia e welfare.
Interverranno:
Massimiliano IERVOLINO direzione nazionale di Radicali Italiani
Antonio SURACI segretario politico Unione Romana Partito Repubblicano Italiano.
Demetrio BACARO segretario dell’Associazione Radicali Roma
Stefano COVELLO vice segretario Unione Romana Partito Repubblicano Italiano
Alessandro MASSARI direzione nazionale di Radicali Italiani
Diego SABATINELLI membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani
Per info:
Ufficio Stampa Associazione Radicali Roma
Carlo Sordoni 0668979273 3939181947
www.radicaliroma.com
Care compagne e cari compagni,
dopo un’attenta analisi della condizione di grave illegalità e scarsa democrazia del sistema politico romano e regionale (ma non solo), in queste settimane l’Associazione Radicali Roma, grazie anche al fattivo contributo di alcuni dei componenti del Coordinamento Politico Ernesto Nathan, ha deciso di passare dalla teoria alla pratica, dalla lamentela all’azione, programmando per i prossimi sei mesi, fino alla fine di settembre 2009, una campagna di raccolta firme regionale su alcuni quesiti referendari, soprattutto propositivi sulle maggiori competenze regionali, ma anche abrogativi per cercare di organizzare un quadro legislativo più organico a quelle che sono le nostre tematiche storiche, su diritti, legalità ed armonizzazione della spesa pubblica.
La macchina ideativa ed organizzativa è pronta e gira a pieno regime già da qualche settimana; il Comitato Promotore è costituito ed i quesiti sono stati depositati alla Regione Lazio. Dai primissimi giorni di aprile partirà la faticosa campagna che ci attende e ricordo a tutti quanto possa essere utile la disponibilità alla militanza nei tavoli di raccolta, che usciranno noi speriamo quotidianamente per 180 gg di seguito.
Ma vi scrivo queste poche righe per chiedere a tutti quelli che sentono la nostra stessa esigenza, di istituzioni locali più consone alla nostra idealità, ma che per motivi più diversi non possono e non potranno affiancarci per strada nella raccolta firme, di testimoniare la propria adesione con un contributo economico, indispensabile per portare a termine l’impresa.
Le spese sono già state e soprattutto saranno enormi, per una piccola realtà come la nostra Associazione Radicali Roma, ma gli organi dirigenti hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo ed hanno deciso comunque di aderire e partire con l’iniziativa, certi di una buona risposta da parte di ognuno di voi.
Abbiamo costituito un fondo di raccolta speciale, dedicato a questi sei mesi, e che abbiamo deciso di chiamare “Azionisti per la liberazione democratica”. Ognuno potrà aderire versando sul nostro c/c postale N° 61539227 intestato ad Associazione Radicali Roma con causale “pro referendum”; oppure con la medesima causale utilizzando un bonifico bancario utilizzando le seguenti coordinate: IBAN: Paese: IT Check: 97 CIN: Y ABI 7601 CAB 3200 c.c 61539227.
Si potrà versare la cifra che ognuno riterrà più consona alle proprie possibilità e convinzioni, liberamente; ma si potrà anche decidere di versare una minima quota mensile (diciamo 10 Euro) per i 6 mesi della campagna, un piccolissimo sforzo per ognuno, ma una grande risorsa per noi tutti.
Naturalmente si potrà decidere di versare il contributo anche passando in sede (Via Torre Argentina) in qualunque giorno della settimana, potendo trovare i nostri 2 coordinatori della campagna, o anche il martedì sera alle 20,30, durante le nostre consuete riunioni settimanali.
Più gradito di tutti sarà ovviamente il contributo versato al tavolo (il sito terrà informati ed aggiornati sulla dislocazione dei tavolini quasi quotidianamente) così da apporre anche una firma, magari accompagnati da qualche amico o parente.
Non vi nascondo che credo molto nella generosità dei militanti, iscritti e simpatizzanti, ma sono fiducioso soprattutto nel passa parola, che potrà avvicinare moltissimi, in qualità di firmatari, sottoscrittori o militanti magari anche solo temporanei, per un breve tragitto di questi 6 mesi.
Un caloroso abbraccio a tutti ed un grazie anticipato a chi vorrà rispondere! Non dimenticate di visitare il nostro sito www.radicaliroma.com dove troverete i testi completi dei quesiti, l’aggiornamento e la rendicontazione dei contributi ricevuti e soprattutto la dislocazione quotidiana dei tavolini.
Buona campagna referendaria a tutti
Demetrio Bacaro
Segretario Associazione Radicali Roma
d.bacaro@radicali.it
3290624807 (sms)
Radicali: bene l’annuncio del Presidente del Consiglio regionale del Lazio Milana sul referendum propositivo regionale .
Ora è necessaria una rapidissima calendarizzazione e approvazione della legge attuativa
Radicali Italiani è impegnato in una lotta di liberazione dal regime partitocratico che, da un sessantennio, si autoproclama “democratico” senza però rispettarne il suo fondamento: il principio dello Stato di diritto. A questo fine ha intrapreso una interlocuzione con le istituzioni della Regione Lazio per ottenere concretamente la possibilità, per ora prevista “solo” nello Statuto, di svolgere una campagna referendaria propositiva.
Ad un primo incontro del Presidente del Consiglio Regionale Guido Milana con una delegazione di Radicali Italiani, conclusasi con l’impegno a presentare celermente una proposta di legge attuativa del refendum regionale propositivo, è seguita un’audizione formale presso la Commissione Affari Costituzionali della Regione presieduta da Alessio D’Amato.
Durante l’audizione sono state affrontate le numerose questioni giuridiche e politiche che la legge dovrà contenere, incentrando il dibattito su tre aspetti fondamentali: innanzitutto la certezza che il voto referendario abbia la sostanza e non solo la forma del referendum propositivo, garantendo la possibilità di esercitare una forma di democrazia deliberativa, cioè di poter decidere effettivamente le questioni sottoposte al vaglio popolare, in secondo luogo si è chiesto di specificare forme e poteri del Comitato promotore del referendum, compreso il “potere di configgere” con il Consiglio regionale stesso e gli altri poteri istituzionali della Regione, vedendogli riconosciuta posizione eguale a quella che l’ordinamento statuale ha riconosciuto ai Comitati promotori nazionali, la terza e più importante questione, è relativa alla rapidissima calendarizzazione e approvazione della legge attuativa stessa, perché la storia della libertà è stata in gran parte la storia del rispetto delle garanzie procedurali.
Demetrio Bacaro, Comitato nazionale Radicali Italiani, segretario RadicaliRoma
Massimiliano Iervolino, Direzione nazionale Radicali Italiani
Alessandro Massari, Direzione nazionale Radicali Italiani
Diego Sabatinelli, Comitato nazionale Radicali Italiani, Segretario Lega italiana divorzio breve
«Il nostro problema non è scegliere tra un figlio sano e l’altro malato. Il nostro problema è scegliere tra un figlio vivo e un figlio morto», dice Francesco, 35 anni, siracusano come la moglie Grazia. Ieri erano a Villa Gussio Nicoletti, vicino a Erma, per unirsi alle mille voci di coppie rese infelici dalla legge sulla procreazione medicalmente assistita e dalle sue rigorosissime linee guida applicative. Grazia e Francesco non hanno alternativa. A causa di un’anomalia genetica della donna (traslocazione cromosomica robertsoniana), anomalia che nel 75 per cento delle gravidanze porta ad un aborto entro il terzo mese. In due anni, da quando provano ad allargare la famiglia, a loro è successo tre volte: «Sono arrivata appena a sentire il battito di uno dei tre bambini e poi più nulla», racconta lei. Ora andranno in Turchia per provare con la diagnosi preimpianto degli embrioni, tecnica vietata in Italia. Ma non rinunciano a tentare anche attraverso una seconda strada. Un ricorso contro le linee guida. Due tribunali, a Cagliari e Firenze, hanno dato ragione a coniugi con malattie genetiche. Ed è proprio a Villa Gussio, dove l’associazione Hera ha organizzato una sorta di stati generali dei pazienti, è stata dichiarata guerra alla legge 40. Guerra di iniziative legali. «Sono già pronti almeno 50 ricorsi in diversi tribunali, procederemo d’urgenza in base all’ex articolo 700», — li conta Maria Paola Costantini, avvocato di Cittadinanza attiva, che ha preparato un vademecum giurisprudenziale per i genitori.
Il pacchetto di iniziative contenute nel documento approvato ieri, sotto il coordinamento del ginecologo Nino Guglielmino, comprende altri tipi di controffensive, come la richiesta di risarcimento per danni psicologici e fisici da parte di donne che hanno avuto tre gemelli in conseguenza di una delle norme (obbligo di impiantare tutti gli embrioni fecondati). I genitori che per superare gli ostacoli dell’Italia hanno preso la via dei centri esteri, soprattutto Spagna e Turchia, cercheranno invece di ottenere dalle Asl il rimborso delle cure. «Intendiamo procedere con un appello per la promozione di azioni legali su tutto il territorio nazionale. Le associazioni mettono a disposizione un collegio di difesa». Escluso invece il ricorso alla class action. Si è visto che non può essere applicata a questi casi. I problemi della migrazione sono evidenti anche in Italia. Le coppie si muovono dal Sud al Nord, più organizzato per numero di strutture pubbliche di fecondazione assistita. Lo scorso anno in Lombardia sono stati effettuati quasi il doppio dei cicli rispetto della Sicilia. Ciò comporta tra l’altro una spesa maggiorata per la regione di origine dei pazienti, che deve provvedere ai rimborsi.
«Non vogliamo tornare in Turchia — incalza dal pubblico Miriam —. Ma ci costringono a farlo. Pendiamo dalle labbra di chi deve decidere se riaprire le porte alla diagnosi dell’embrione. Stiamo aspettando che da noi cambi qualcosa. All’estero abbiamo provato già una volta con la tecnica della selezione, è stata oltre che inutile molto impegnativa dal punto di vista psicologico. Mio marito ha una grave malattia ereditaria agli occhi, non possiamo rischiare che l’abbiano i nostri figli».
La modifica delle linee guida è stata annunciata dal ministro Livia Turco come imminente. Ma i tempi continuano a slittare. Potrebbe essere am-morbidito il divieto di diagnosi pre impianto, tra l’altro non contenuto nella legge ma aggiunto dalla commissione che sotto il governo Berlusconi lavorò al documento. Giovedì alcune parlamentari tra cui Katya Zanotti, Daniela Dioguardi e Donatella Poretti chiederanno al ministro in un question rime quando intende presentare le eventuali modifiche e se, nel formularle, ha tenuto conto delle due sentenze di Cagliari e Firenze che hanno dato ragione ai cittadini.
Li ricorderemo come gli anni dei trigemini. Bambini nati in un solo colpo, da mamme che temevano di non poterne avere nemmeno uno a causa dell’infertilità. E si sono ritrovate all’improvviso la culla piena, forse più di quanto speravano. Tra il 2004 e il 2005 i parti-tripletta sono aumentati del 2,7% in controtendenza rispetto al resto del mondo occidentale (1,1%) dove invece si sta cercando di ridurre al minimo gravidanze così rischiose per i protagonisti (mamma e bebè). Non è un caso che parallelamente i nostri nidi si siano affollati di prematuri, venuti alla luce in età gestazionale precoce, sottopeso. Il numero dei trigemini (18 in 6 parti) sarebbe stato ancora superiore se qualche donna non avesse dovuto ricorrere alla riduzione embrionaria, un aborto parziale che consiste nell’eliminazione in utero del feto troppo debole. La responsabilità del fenomeno è racchiusa nella legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita che, oltre a diminuire del 3,6 la percentuale di successo delle tecniche (sono nati circa 1.041 bambini in meno), ha evidenziato molti altri limiti. L’obbligo di impiantare e indirizzare verso la vita gli embrioni ottenuti con fertilizzazione artificiale, fino a un massimo di tre, ha moltiplicato la percentuale di gravidanze plurime, specialmente nelle giovani, sotto i 35 anni, come aveva già rimarcato il rapporto presentato a giugno dal ministro della Salute Livia Turco, bilancio a due anni dall’entrata in funzione della legge. Oltre ai 6 trigemini, ben 167 le coppie di gemelli ai quali si aggiunge un imprevisto lieto evento di quattro bambini, frutto non della violazione di un ginecologo ma di un gioco della natura che ha diviso in due una delle tre sacche gestazionali. Dietro l’analisi epidemiologica c’è dunque una realtà molto meno romantica. Una donna fecondata con la tecnica Fivet a Salerno, dopo aver ricevuto la bella notizia di essere incinta, ha saputo che due dei tre feti erano portatori di talassemia e ha deciso di abortirli con la riduzione embrionaria. «Un intervento molto pericoloso—stigmatizza Nino Guglielmino, del centro Hera a Catania, una delle cinque cliniche italiane all’avanguardia per la cura della sterilità —. Consiste in un’iniezione di cloruro di potassio nel cuore del feto. La stima è che le interruzioni parziali di gravidanza siano aumentate del 100 per cento». Hera ha dati più aggiornati. Dal 2004 al primo semestre del 2007 solo le gravidanze trigemine sono state 22 contro le 18 contate nei sette anni precedenti. Sei gli aborti totali, dei nati sono sopravvissuti solo la metà. Percentuali più o meno simili al Tecnobios di Bologna. Su 154 fecondazioni con esito positivo in donne sotto i 35 anni, il 12% non sono arrivate a compimento: «Il risultato è opposto a quello che si riprometteva la legge, tutelare la salute di nascituro e della madre. Noi medici dobbiamo utilizzare lo stesso trattamento in modo indistinto per ogni paziente e questi obblighi conducono a vere e proprie forzature della natura. Tanto più che secondo la letteratura internazionale sono più efficaci i tentativi con un unico embrione, selezionato », commenta Andrea Borini. Le ultime speranze di cambiare sono affidate alla revisione delle linee guida della legge 40, su cui sta lavorando il ministro Turco. Ma la regola dei tre impianti contemporanei non può essere cambiata da un atto amministrativo.
Dopo il «sì» alla diagnosi preimpianto da parte di un giudice del Tribunale di Cagliari, un nuovo affondo sulla bioetica arriva dalla Conferenza episcopale italiana attraverso le parole del segretario generale, monsignor Giuseppe Beton. «Trovo molto strano che un giudice possa giudicare a prescindere da una legge e da una sentenza della Corte Costituzionale ed emettere un giudizio che smentisce la legge e la sentenza» ha dichiarato Beton. «Vorrei capire qual è la logica che sta dietro a una sentenza dì un tribunale che non fa riferimento alle fonti normative», ha aggiunto. E ancora: «Pensavo che i tribunali applicassero le leggi, in particolare quando la loro interpretazione sia supportata dall’organo supremo dell’interpretazione delle leggi». Ma la stoccata si è limitata al caso sardo. Infatti monsignor Betori ha anche chiarito che quanto alle legge che in Italia regola la fecondazione assistita, provvedimento sostenuto con la vittoria dell’astensione al referendum del 2005, non ci saranno novità. «Noi l’abbiamo difesa, sia pure nella sua imperfezione, e non c’è nessuna intenzione di ritornare su di essa». Sulla bioetica è intervenuto da Lourdes anche il presidente della Cei Angelo Bagnasco: «Senza moralità — ha detto — la vita umana diventa una giungla. Pare che ogni desiderio soggettivo debba essere riconosciuto come diritto collettivo. Ma il potere di decidere fra bene e male appartiene solo a Dio».
La levata di scudi dei vescovi ha rinfocolato le polemiche con il fronte laico e riacceso il dibattito non solo politico ma anche giuridico. Sulla stessa lunghezza d’onda della Cei si sono espressi alcuni esponenti di Forza Italia. Per la segatrice Maria Burani Procaccini: «È gravissimo che un tribunale, come quello di Cagliari, bypassi una legge dello Stato e una pronuncia della Corte Costituzionale decidendo di disapplicare la legge 40». La Procaccini si spinge anche più in là sollecitando il ministro Mastella «a inviare subito un’ispezione».
Rocco Buttiglione, presidente dell’Udc, è convinto che «non è la legge 40 a dover essere riformata bensì la sentenza del Tribunale di Cagliari». Una voce fuori dal coro azzurro è stata quella di Chiara Moroni che lancia un appello: «La politica non può essere miope e deve modificare una legge che ogni giorno dimostra di essere inapplicabile e che è stata fatta partendo da un forte pregiudizio ideologico contro le donne». Invece per Luca Volonté dell’Udc «siamo di fronte a una sentenza apertamente influenzata dall’ideologia radicale e sinistroide, in aperta violazione della legge e della Costituzione». C’è poi un altro aspetto su cui si dovrà confrontare direttamente il governo e il Ministero della Salute. Il giudice sardo infatti nelle trentatré pagine di motivazione della sua decisione, dopo aver affermato che nella legge non c’è nessun divieto esplicito alla diagnosi preimpianto, ha stabilito l’illegittimità delle linee giuda ministeriali del 22 luglio del 2004, che quel divieto hanno espressamente sancito.
«La Corte Costituzionale non ha bocciato nulla». Così ha replicato alla presa di posizione della Cei, l’avvocato Luigi Concas, difensore della donna il cui ricorso è stato accolto dal giudice. «Si è limitata — ha spiegato — a dichiarare l’inammissibilità della questione e pertanto non è entrata nel merito della questione».
Anche il fronte laico ha reagito contro la Cei. I radicali Cappato e Berardo dell’Associazione Coscioni hanno accusato «il Vaticano di istigare all’aborto terapeutico».
“Ce l’ho fatta, ho vinto la mia battaglia contro una legge ingiusta. Ora, tra un mese avrò finalmente il mio primo figlio e subito dopo vorrò averne un altro”.
C’è una donna sarda di 37 anni – la chiameremo Federica, con un nome di fantasia – che esulta per la sentenza emessa ieri dal tribunale di Cagliari. I magistrati sardi hanno detto sì alla diagnosi preimpianto, mettendo così in discussione uno dei punti-cardine della legge sulla procreazione assistita, la numero 40. La signora, di Quartu Sant’Elena, terza città della Sardegna considerata una sorta di appendice del capoluogo sardo, è felicissima e con lei e il suo compagno lo sono il suo ginecologo Gianni Monni il suo difensore Luigi Concas che ieri ha dato la notizia a Radio Radicale.
E’ il secondo passaggio della legge ad essere aggirato nella pratica: il primo, si era scoperto solo poche settimane fa, si realizza attraverso le diffide legali ai medici da parte delle pazienti per non ricevere l’impianto di tre embrioni. Una procedura che porta al congelamento degli stessi embrioni, pratica anch’essa negata dalle norme in vigore.
La vicenda di Cagliari era partita dal ricorso di Federica che, due anni fa, aveva chiesto di poter eseguire la diagnosi preimpianto prima di procedere con le tecniche di fecondazione in vitro perché portatrice di talassemia, malattia molto diffusa in Sardegna, al pari del diabete mellito. Con la decisione del giudice l’ospedale e il medico incaricato controlleranno lo stato dell’embrione, verificando se può essere colpito da talassemia. Solo nel caso in cui l’embrione sia sano il medico procederà all’impianto e alla gravidanza.
<!–inserto–>La decisione dei giudici cagliaritani ha provocato una marea di reazioni, al punto che ora il dibattito si sposta sulla modifica della legge. Per Vittoria Franco, senatrice dell’Ulivo e coordinatrice nazionale delle donne Ds, “si apre finalmente una finestra sulla legge 40, dopo la chiusura dell’ex ministro Sirchia”. Per Filomena Gallo e il radicale Rocco Berardo, rispettivamente Presidente di “Amica Cicogna Onlus” e vice segretario dell’associazione Coscioni, la sentenza di Cagliari è un provvedimento che “interpreta la legge sulla fecondazione assistita alla luce dei dettami costituzionali, nel rispetto delle norme vigenti e dei diritti dei soggetti coinvolti nelle tecniche di fecondazione assistita”. Per la vicepresidente dei Verdi, Luana Zanella, si tratta di “un’ottima notizia che apre finalmente il capitolo di questa norma ingiusta e punitiva”.
Di tutt’altro tenore le prese di posizione dell’associazione “Scienza e Vita” secondo cui “la sentenza rappresenta un caso di eugenetica”, mentre il capogruppo dell’Udc alla Camera, Luca Volontè, chiede al ministro della Giustizia “di verificare come le leggi vengano applicate dal tribunale del capoluogo sardo”. Quanto alle senatrici teodem dell’Ulivo, Paola Binetti ed Emanuela Baio Dossi, ricordano che il 9 novembre del 2006 la Consulta aveva già dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal tribunale di Cagliari: “Una sentenza della Corte costituzionale non è qualcosa che si possa bypassare con facilità, anche se le malattie genetiche pongono inquietanti problemi alla scienza, alla bioetica e alla biopolitica”. Per Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia, infine, “è inaccettabile che in Italia la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita venga sistematicamente aggirata”.
Meno bambini ma anche più rischi per le donne e i nuovi nati nonché più insuccessi, con aborti spontanei e morti intrauterine. Risultati pessimi dopo tre anni di applicazione della legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita. A dirlo sono i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), i primi da quando la legge per «mettere fine al Far west» – secondo lo slogan coniato dal governo Berlusconi – ha iniziato a funzionare. Ieri il ministro alla Salute Livia Turco ha inviato la sua relazione al parlamento. Forte delle percentuali inattaccabili distribuite dall’Iss, il giudizio del ministero è secco: «Mi auguro che continui una riflessione rigorosa e sobria sulla legge, a tre anni dalla sua applicazione, a partire dagli esisti dell’applicazione delle tecniche».
Insomma, secondo il ministro – che pure evita di scendere nell’arena dei favorevoli o dei contrari alla legge 40 – poiché la legge non funziona, bisognerebbe agire di conseguenza. Modificandola? Ieri si sono creati di nuovo i due noti fronti: chi è favorevole a cambiarla e chi no. Ma con una significativa differenza: a destra – tranne rare voci, come quella della deputata di Forza Italia Chiara Moroni – non ci sono più le aperture che anche autorevoli esponenti dell’allora maggioranza mostravano quando si trattava di invitare le persone a disertare il referendum per l’abrogazione della legge 40, promettendo che – in seguito – si sarebbe aperta una discussione in parlamento. A favore di una modifica della legge – e non soltanto delle sue linee guida – sono scesi in campo ieri il Prc, i Verdi, ma anche l’Italia dei Valori e qualche sparuta voce dei Ds. Tutti invitano a un «confronto» con l’opposizione, se non altro per i voti risicatissimi al senato, anche se non tira aria di collaborazione. La destra ora difende a spada tratta la legge, promette barricate per impedirne «lo smantellamento» e accusa il ministero di voler dare una lettura «ideologica» dei dati.
Eppure la relazione si basa su puri numeri: diminuiscono le gravidanze e aumentano i parti plurimi, un dato in controtendenza rispetto al resto d’Europa. Fare un confronto con l’ultima relazione dell’Iss – risalente al 2003 – è complicato perché allora operavano soltanto 120 centri, che oggi sono saliti a 330. In termini percentuali la diminuzione delle gravidanze è pari a 3,6 punti, ovvero 1.041 gravidanze in meno. Ma la sinfonia non cambia confrontando i risultati ottenuti in 96 centri operanti già nel 2003. Anche in questo caso è evidente una diminuzione di efficacia delle tecniche di procreazione assistita: in questo caso il calo di gravidanze è del 2,6%. Secondo il ministero non c’è dubbio su chi sia il colpevole: la legge 40. Ma come? La legge sulla procreazione da un lato impone un limite alla produzione di embrioni (tre), dall’altro obbliga a impiantare tutti quelli che si formano. Cosicché da una parte si osserva un aumento (13,7% nel 2003, 18,7% nel 2005} di tentativi di gravidanza effettuati con un solo embrione. Una tendenza determinata dalla impossibilità di produrne di più, e non dalla valutatone del medico in base alle caratteristiche della donna.
D’altro canto nel 2005 ben l’80% delle fecondazioni è avvenuta trasferendo più di un embrione. Nel 50,4% dei casi ne sono stati trasferiti tre, come da obbligo di legge. Ciò ha determinato un’impennata dei parti plurimi, più a rischio tanto per le donne che per i bambini: nel 2003 erano pari al 22,7%, nel 2005 erano invece 24,3%.
Ma ci sono anche altri elementi che emergono dalla relazione dell’Istituto. Ad esempio l’aumento delle gravidanze che non vengono portate a termine: erano il 23,4% nel 2003, sono passate al 26,4% nel 2005. Anche questo elemento, spiega la relazione, è determinato dall’obbligo a impiantare tutti gli embrioni prodotti.
L’Istituto punta il dito anche sull’attuale stato dei centri della fecondazione: è vero che ce ne sono parecchi, ma spesso operano soltanto pochissimi interventi. Secondo il ministero «è necessario migliorare la qualità dei servizi da offrire alle coppie, giacché l’esperienza nell’applicazione delle tecniche riveste un ruolo determinante». Allo stesso modo, esiste una disomogeneità territoriale tra nord e sud nella distribuzione dei cenni, causa principale della cosiddetta «migrazione» da regione a regione. Senza contare la «migrazione» all’estero dove, secondo la relazione, le coppie italiane si trasferiscono non soltanto per usufruire di leggi più aperte, ma anche per ottenere migliori risultati.