Procreazione Medicalmente Assistita
25.01.2008
Evitate oltre 3 milioni e 300 mila interruzioni volontarie di gravidanza – di cui un milione di aborti clandestini. È questa il bilancio di 30 anni di legge 194. Meno bimbi e boom di viaggi della provetta all’estero, nonché una sfilza di sentenze di tribunale che ne certificano il fallimento. Questo invece il «risultato» di quasi 4 anni di legge 40. Eppure, di moratoria sulla «legge medievale» sulla fecondazione assistita – la legge dei no: soprattutto quello alla diagnosi preimpianto – nessuno parla.
Due provvedimenti che riguardano direttamente la salute delle donne e la loro scelta di maternità. Due provvedimenti che funzionano in maniera «opposta». La 194 continua a far diminuire il numero di aborti – dai 235mila casi l’anno nel 1982 ai 20mila del 2006 – nonostante nei servizi pubblici, lo sottolina l’Istituto superiore di sanità, siano obiettori il 60% dei ginecologi, il 46% degli anestesisti e il 39% del personale non medico. E nonostante il problema consultori: 914 al nord, 428 nell’Italia centrale, 514 al sud e 207 nelle isole. La legge e la sua piena applicazione: per questo il ministro Turco tra l’altro ha proposto tre quesiti agli esperti per meglio definire i limiti dell’aborto terapeutico, ovvero dopo i primi 90 giorni di gravidanza. A rispondere sarà il Consiglio superiore di sanità a partire da una questione centrale: da quando inizia la possibilità di «vita autonoma» per il feto?. Dall’altra parte il fallimento della legge 40.1 giudici di Cagliari prima, quelli di Firenze poi e l’altro giorno quelli del Tar del Lazio hanno ribadito i limiti pesanti di quel provvedimento. Ribadendo soprattutto un punto: la prevalenza del diritto alla salute della donna così come sancito dalla Costituzione. È lecito ovvero rifiutare il numero obbligatorio di tre embrioni – come invece prescrive la 40 – se per esempio c’è il rischio di una gravidanza che può mettere a rischio la vita della madre. Salute, dunque. Ma anche dignità.
I divieti della legge sulla fecondazione – da quello sull’eterologa, cioè al di fuori della coppia, a quello sulla sperimentazione e clonazione degli embrioni, passando per quello sulla diagnosi pre-impianto degli embrioni – hanno avuto conseguenza pesanti sulle coppie italiane. Dai rischi appunto legati all’impianto obbligatorio di tre embrioni alla questione dei viaggi all’estero, dove esistono leggi più avanzate ed umane. Le dimensioni del fenomeno, affermavano ieri Alessandro Di Gregorio, direttore del centro Artes di Torino che opera nel campo della riproduzione assistita dal 1982, e Luca Gianaroli, direttore scientifico del Centro Sismer sono impressionanti: «Le coppie che si recavano all’estero prima della legge 40 erano circa mille. Solo un anno dopo della sua entrata in vigore sono quadruplicate. Oggi, grazie a questa normativa, almeno 25 mila coppie si rivolgono all’estero, con una spesa media di ottomila euro per ciclo a cui vanno aggiunte spese di viaggio, pernottamento e sostentamento. E sono soldi in meno per le casse italiane». Per non parlare della diminuzione delle gravidanze: nelle coppie con infertilità maschile nei passati 3 anni il numero di gravidanze a termine con successo si è ridotto dal 35,7 al 23,5% (oltre il 10% in meno sul totale). Nelle gravidanze in generale, il divieto di impiantare più di tre ovodti ha causato, per le donne con più di 35 anni, una riduzione del numero di gravidanze del 5-10%. Terzo effetto: nelle donne sotto i 28 anni il divieto di congelare gli embrioni ha costretto gli operatori, per avere più garanzie di successo, a impiantare insieme i tre consentiti dalla legge. Questo ha incrementato i parti gemellari dal 14 al 22% e i parti trigemellari dal 2 all’11%.
Ed ecco perché – dopo l’ultima sentenza che «bocciava» le linee guida sulla fecondazione dichiarando di fatto legittima la diagnosi preimpianto – sono centinaia le telefonate di coppie che arrivano alle associazioni che hanno promosso il ricorso al Tar del Lazio. «A chiamare – spiega Filomena Gallo, legale di “Amica Cicogna onlus” e “L’altra cicogna onlus” – sono coppie che stanno già tentando di avere un bambino in qualche centro all’estero – ha aggiunto Gallo – e che ci chiedono se è possibile restare in Italia. Altre coppie, che non hanno i soldi per andare all’estero, ora vogliono sapere se le condizioni sono cambiate. Noi rispondiamo che i centri possono fare diagnosi preimpianto, non comporta nessun reato alla luce della legge 40».
21.01.2008
«Il nostro problema non è scegliere tra un figlio sano e l’altro malato. Il nostro problema è scegliere tra un figlio vivo e un figlio morto», dice Francesco, 35 anni, siracusano come la moglie Grazia. Ieri erano a Villa Gussio Nicoletti, vicino a Erma, per unirsi alle mille voci di coppie rese infelici dalla legge sulla procreazione medicalmente assistita e dalle sue rigorosissime linee guida applicative. Grazia e Francesco non hanno alternativa. A causa di un’anomalia genetica della donna (traslocazione cromosomica robertsoniana), anomalia che nel 75 per cento delle gravidanze porta ad un aborto entro il terzo mese. In due anni, da quando provano ad allargare la famiglia, a loro è successo tre volte: «Sono arrivata appena a sentire il battito di uno dei tre bambini e poi più nulla», racconta lei. Ora andranno in Turchia per provare con la diagnosi preimpianto degli embrioni, tecnica vietata in Italia. Ma non rinunciano a tentare anche attraverso una seconda strada. Un ricorso contro le linee guida. Due tribunali, a Cagliari e Firenze, hanno dato ragione a coniugi con malattie genetiche. Ed è proprio a Villa Gussio, dove l’associazione Hera ha organizzato una sorta di stati generali dei pazienti, è stata dichiarata guerra alla legge 40. Guerra di iniziative legali. «Sono già pronti almeno 50 ricorsi in diversi tribunali, procederemo d’urgenza in base all’ex articolo 700», — li conta Maria Paola Costantini, avvocato di Cittadinanza attiva, che ha preparato un vademecum giurisprudenziale per i genitori.
Il pacchetto di iniziative contenute nel documento approvato ieri, sotto il coordinamento del ginecologo Nino Guglielmino, comprende altri tipi di controffensive, come la richiesta di risarcimento per danni psicologici e fisici da parte di donne che hanno avuto tre gemelli in conseguenza di una delle norme (obbligo di impiantare tutti gli embrioni fecondati). I genitori che per superare gli ostacoli dell’Italia hanno preso la via dei centri esteri, soprattutto Spagna e Turchia, cercheranno invece di ottenere dalle Asl il rimborso delle cure. «Intendiamo procedere con un appello per la promozione di azioni legali su tutto il territorio nazionale. Le associazioni mettono a disposizione un collegio di difesa». Escluso invece il ricorso alla class action. Si è visto che non può essere applicata a questi casi. I problemi della migrazione sono evidenti anche in Italia. Le coppie si muovono dal Sud al Nord, più organizzato per numero di strutture pubbliche di fecondazione assistita. Lo scorso anno in Lombardia sono stati effettuati quasi il doppio dei cicli rispetto della Sicilia. Ciò comporta tra l’altro una spesa maggiorata per la regione di origine dei pazienti, che deve provvedere ai rimborsi.
«Non vogliamo tornare in Turchia — incalza dal pubblico Miriam —. Ma ci costringono a farlo. Pendiamo dalle labbra di chi deve decidere se riaprire le porte alla diagnosi dell’embrione. Stiamo aspettando che da noi cambi qualcosa. All’estero abbiamo provato già una volta con la tecnica della selezione, è stata oltre che inutile molto impegnativa dal punto di vista psicologico. Mio marito ha una grave malattia ereditaria agli occhi, non possiamo rischiare che l’abbiano i nostri figli».
La modifica delle linee guida è stata annunciata dal ministro Livia Turco come imminente. Ma i tempi continuano a slittare. Potrebbe essere am-morbidito il divieto di diagnosi pre impianto, tra l’altro non contenuto nella legge ma aggiunto dalla commissione che sotto il governo Berlusconi lavorò al documento. Giovedì alcune parlamentari tra cui Katya Zanotti, Daniela Dioguardi e Donatella Poretti chiederanno al ministro in un question rime quando intende presentare le eventuali modifiche e se, nel formularle, ha tenuto conto delle due sentenze di Cagliari e Firenze che hanno dato ragione ai cittadini.
19.12.2007
Da Il Tempo pag. 3.
Pd sotto accusa dopo la bocciatura delle unioni civili in Campidoglio. La sinistra radicale, i gay, e i socialisti puntano l’indice contro il sindaco e il «suo» partito che avrebbe affossato le due delibere dell’ala estrema unionista per poi veder affondare anche il suo ordine del giorno che chiedeva al Parlamento di affrontare la questione con urgenza.La polemica, scoppiata subito dopo i voti di lunedì in consiglio comunale, è diventata ormai al calor bianco. Ma nel Pd c’è anche una frattura interna. E Rosy Bindi spiega che i Cus, contratti di unione solidale, non troveranno la maggioranza in Parlamento, anche a causa di «alcuni profili incostituzionali». Intanto contro il Pd il suo segretario volano parole grosse. «È una vergogna», tuona Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci a Palazzo Madama. «Il Vaticano è pesantemente intervenuto e il Pd si è piegato. La Sinistra ha combattuto con coerenza e unitariamente. Numericamente è stata sconfitta. Ma il vero sconfitto nella società è il Pd di Veltroni», conclude Palermi. «Il voto congiunto di Pd, Fi, An, Udc è un passo indietro nelle conquiste civili di questa città. L’aula Giulio Cesare sembrava quella di vent’anni fa, controllata da una potentissima Dc. Il Pd ha voltato le spalle alle tante famiglie che chiedevano uguali diritti nell’accesso ai servizi», è il commento del capogruppo dei Verdi Angelo Bonelli. Secondo la capogruppo del Prc in Campidoglio Adriana Spera, la Roma veltroniana è «ridotta ad essere un mero laboratorio di coesistenza in cui viene concesso largo spazio al nascente Pd e al potere clericale, forze che in tema di libertà della scienza e della cultura pesano negativamente sulle prospettive della città. Quella di ieri è stata non una sconfitta della sinistra ma della città vera che è una città laica». Per Gavino Angius, vicepresidente del Senato ed esponente del Partito socialista, la bocciatura rappresenta «una sconfitta culturale e politica» favorita «dall’ambiguità del Pd». Secondo Angius, «siamo di fronte all’ennesimo colpo alla libertà delle persone e – ha concluso Angius – alla messa in discussione della laicità dello Stato». Il presidente di Arcigay Aurelio Mancuso sottolinea che «dentro al Pd sta avvenendo una trasformazione politico-genetica». E che «se negli anni ‘70 ci fosse stato il Pd conquiste di civiltà e di libertà come il divorzio, il diritto di famiglia e l’interruzione volontaria di gravidanza non sarebbero diventate realtà». Il leader dello Sdi Entrico Boselli è stato lapidario quanto duro: «Veltroni e il Pd hanno sporcato l’immagine laica della capitale per ossequio alle gerarchie ecclesiastiche». Boselli ha parlato di «giornata nera per la capitale e per i diritti civili di tutte le famiglie italiane». E ha aggiunto: «Quello che è accaduto a Roma non sarebbe mai accaduto a Parigi, Madrid, Londra o Berlino, nonostante Veltroni si ostini a definire Roma capitale europea». Franco Grillini ha parlato di «risultato scioccante, soprattutto perchè il no è venuto da una maggioranza largamente laica, almeno in teoria. Da ieri Roma è una città a sovranità limitata, sottomessa a una dittatura clericale soft», ha detto. Il segretario dell’Associazione Radicali Roma, Massimiliano Iervolino osserva che «quello che è accaduto è la conferma di come la classe politica romana sia genuflessa alle gerarchie ecclesiastiche», e ha annunciato che l’associazione nei prossimi giorni depositerà la «richiesta di referendum consultivo comunale per istituire a Roma il registro delle unioni civili». E Veltroni? e gli altri esponenti del Partito democratico? A parlare, ieri, sono stati solo Rosy Bindi e Vannino Chiti: Ai microfoni di Radio Vaticana, il ministro per le Riforme ha ribadito che non è «convinto dei matrimoni gay e non penso neppure che ci possa essere l’adozione di figli: un figlio è abituato ad avere un padre ed una madre, e non credo che funzionerebbe con due madri o due padri». Per il ministro delle politiche per la famiglia, infine, «non è compito del Comune stabilire diritti e doveri che spettano a una legge nazionale». Bindi ha inoltre sottolineato che se ciò che serve è accedere ai servizi, basta fare riferimento alla famiglia anagrafica.
18.12.2007
«Sta’ zitta gallina!» le urlavano dai banchi della destra, «fascisti, sporchi fascisti!» rispondeva lei, Adriana Spera capogruppo rifondarola. Un parapiglia, un caos incredibile da far tremare i soffitti a cassettoni del Campidoglio, fuoco e fiamme – verbali, s’intende – che han costretto Mirko Coratti, mastelliano presidente del consiglio comunale, a sospendere la seduta. Una bolgia continua, alimentata dal settore del pubblico che era affollato di big accorsi da Montecitorio, i verdi Angelo Bonelli e Paolo Cento, Vladimir Luxuria e frotte di deputati della sinistra. I quali onorevoli facevano la spola tra l’aula Giulio Cesare e Piazza del Campidoglio, gremita di folla e striscioni nonostante la pioggia lieve ma incessante e fastidiosa, persino Marco Aurelio sul cavallone di bronzo appariva turbato. C’era di tutto e di più, sul colle più fatale della città eterna, l’Arcigay coi cartelli «No Vatican No Taliban», i Radicali.it con lo striscione «Coppie di fatto», il Circolo Mario Mieli a gridare «No Vat!», l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti con l’affiliata Associazione per lo Sbattezzo, con grandi foto accoppiate del sindaco col doppio incarico e del cardinal Bagnasco. E poi bandiere rosse, arcobaleno, rosa e pure fucsia.
Tutti contro il sindaco Walter Veltroni e la vicesindaca Maria Pia Garavaglia, che però non c’erano e si son beccati salve di «vigliacchi!» e fischi, e in difesa del Registro delle unioni civili che una petizione popolare forte di 10mila firme e una mozione consiliare presentata da tutti i gruppi di sinistra (che fan parte della giunta) volevano fortissimamente introdurre nell’ordinamento comunale romano. Come nella rossa Emilia e nella civile Toscana del resto, pur se un tal Registro ha scarsi o nulli effetti concreti sia per le coppie etero quanto per le omo. S’opponeva il sindaco e segretario del Partito democratico, aveva dato la sua parola a Tarcisio Bertone, cardinal Segretario di Stato, che mai e poi mai avrebbe sponsorizzato un tale affronto alla sacralità dell’Urbe e del Cupolone. Pd, Udeur e Italia dei Valori avevano infatti presentato un Ordine del giorno per sospendere la decisione sui simil-Pacs all’amatriciana, rinviandola sine die, almeno sino a quando il Parlamento nazionale non avrà varato una vera legge sulle unioni di fatto, che Veltroni s’impegnava a propiziare. Alle calende greche.
Volete sapere com’è finita? Un disastro per il Registro e ancor più per Veltroni, che ieri sera ha incassato una batosta incredibile. Perché la proposta di delibera consiliare e quella di iniziativa popolare sono state respinte massicciamente coi voti del Pd e del suoi alleati centristi, di An, di Forza Italia e dell’Udc. E l’Odg del sindaco è stato bocciato coi voti dell’intera opposizione più Rifondazione, Pdci e Verdi. Un disastro per Veltroni che da quando è sindaco mai s’era visto rifiutare una sua proposta. Con l’aggravante di dover fare i conti ora con una maggioranza, la sua, divisa e infuriata. Dite che doveva aspettarselo, ora che s’è lanciato alla conquista di altri Palazzi? Forse è il contrappasso, tant’è che il Campidoglio è ora speculare al Parlamento.
I numeri, per dovere di cronaca: la delibera di iniziativa popolare è stata respinta con 43 voti contro 11, pur se due donne premevano sulle transenne baciandosi platealmente sulla bocca. Quella consiliare firmata dal socialista Gianluca Quadrana è stata bocciata con 44 no a fronte di 11 sì. L’Odg del Pd ha totalizzato 24 sì, 23 no e 9 astenuti, ma poiché il regolamento imponeva un quorum di 29 voti sui 56 consiglieri presenti, è stato affossato.
05.12.2007
Duecento fiaccole in piazza del Campidoglio, a sostegno della delibera popolare sulle unioni civili. Anche se le adesioni al corteo più di 100, a sostegno della delibera sul registro delle unioni civili che ha raccolto più di 400mila firme. «Roma non è del Papa, ma dei romani» era scritto sugli striscioni, e «Veltroni-Vaticano, unione incivile». In piazza, tra gli altri, Marco Pannella, Vladimir Luxuria, parlamentari della Rosa nel Pugno, militanti del Mario Mieli, Arcilesbica Roma, Arci-Gay Roma, Associazione DiGay Project.
Delusi i Radicali, che avevano indetto la manifestazione. Dice Marco Pannella: «hanno aderito più di 100 fra associazioni e partiti, ma poi in piazza non si vedono, perché sono in gran parte organismi statalizzati e parapubblici. E il comune di Roma ha paura di andare al voto». Per il presidente del X municipio «è segno che c’è poca pressione: è chiaro che se la posizione del sindaco è tanto ferma chi doveva capire ha capito e si è tenuto alla larga»; avvilente dunque e sconcertante «la subalternità del Comune di Roma ai poteri del Vaticano, neppure nascosta con ipocrisia». Il deputato Vladimir Luxuria richiama il sindaco di Roma alla coerenza: se al Lingotto era favorevole alle unioni civili, perché non lo è più in Campidoglio?. E ha ricordato: a Pisa il registro delle unioni civili c’è da anni. Ll chiameranno registro della solidarietà, come ha proposto l’assessore D’Ubaldo? Benissimo, replica Luxuria: purché abbia valore pubblicistico.
Grillini attacca: «II Pd nasce sacrificando la laicità. E intanto non si tocca la legge 40, non si può parlare di divorzio breve, eutanasia, test biologico e non passa la legge sul naturismo. L’intera partita dei diritti e delle libertà è ferma per colpa dell’ala clericale». Gli ribatte Anna Paola Concia, Pd: questo scontro non è utile, «Riconoscere i diritti degli omosessuali è il segno di un paese che vuole crescere, che vuole costruire che vuole includere». Ma è utile rischiare che la delibera, che ha un valore più simbolico che pratico, venga bocciata in consiglio comunale? Siamo sicuri che così si rende più facile l’approvazione in Parlamento di una legge sulle unioni civili?».
05.12.2007
da Corriere della Sera – ed. Roma del 5 dicembre 2007, pag. 2. di Edoardo Sassi.
Poche fiaccole, qualche striscione e slogan qua e là. Solo in 200 ieri sulla piazza del Campidoglio per spingere il Comune a votare la delibera di iniziativa popolare promossa dai radicali per la quale sono state raccolte oltre 10 mila firme. Obiettivo, l’istituzione di un registro delle unioni civili (mentre in Campidoglio si continua a pensare a una mediazione: ultima ipotesi, qualcosa di simile all’«attestato di costituzione di famiglia affettiva», sul modello di Bologna, che dal ‘99 permette a coppie di fatto di accedere a sovvenzioni e alloggi).
«Il Comune di Roma rispetti legalità e statuto, magari anche bocciando la nostra proposta, ma non si rifiuti di andare al voto», arringa la piccola folla il leader storico Marco Pannella. Davvero poca la gente in piazza: «Ma per noi radicali è tanta — spiegano i militanti — le grandi battaglie di civiltà si fanno anche in pochi, non è questione di numeri». Molte invece erano le adesioni. Qualcuno è arrivato: tra gli altri, Wladimir Luxuria, Franco Grillini, militanti del Mario Mieli (qualcuno, pochi, anche dell’Arcigay, l’associazione più vicina alle posizioni del Pd). A parlar chiaro è ancora il leader radicale: «Quando si è trattato di scendere in piazza sono diventati tutti fantasmi». Poi aggiunge, rivolto al Comune: «Hanno paura di andare al voto e per questo scelgono di non farlo». Quanto all’assenza dei grandi numeri, e diretto al baso profilo tenuto dall’associazionismo gay (quello più vicino al Pd) spiega: «Questo perché sono in gran parte organismi statalizzati e parapubblici». Resta il fatto che in piazza sventola solo qualche bandiera. «Un segno — rincara il presidente del X municipio Sandro Medici — che c’è poca pressione intorno al tema. Vedo solo alcune associazioni, è chiaro che se la posizione del sindaco è tanto ferma, chi doveva capire ha capito e si è tenuto alla larga». Medici parla anche del «grande imbarazzo» del Pd: «Avvilente e sconcertante la subalternità del Comune di Roma ai poteri del Vaticano». I radicali comunque non mollano e con loro, promotori di un’altra delibera consiliare, anche gli esponenti della «Cosa Rossa» (tranne i Verdi capitolini che paiono essersi sfilati). Vogliono che una delibera si voti e se non ci sono i numeri, che si bocci (che il Pd la bocci). «Ma il più grande partito di maggioranza esca allo scoperto sulla questione»: così la pensa anche Rossana Praitano, presidente nazionale del Mario Mieli.
21.11.2007
Li ricorderemo come gli anni dei trigemini. Bambini nati in un solo colpo, da mamme che temevano di non poterne avere nemmeno uno a causa dell’infertilità. E si sono ritrovate all’improvviso la culla piena, forse più di quanto speravano. Tra il 2004 e il 2005 i parti-tripletta sono aumentati del 2,7% in controtendenza rispetto al resto del mondo occidentale (1,1%) dove invece si sta cercando di ridurre al minimo gravidanze così rischiose per i protagonisti (mamma e bebè). Non è un caso che parallelamente i nostri nidi si siano affollati di prematuri, venuti alla luce in età gestazionale precoce, sottopeso. Il numero dei trigemini (18 in 6 parti) sarebbe stato ancora superiore se qualche donna non avesse dovuto ricorrere alla riduzione embrionaria, un aborto parziale che consiste nell’eliminazione in utero del feto troppo debole. La responsabilità del fenomeno è racchiusa nella legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita che, oltre a diminuire del 3,6 la percentuale di successo delle tecniche (sono nati circa 1.041 bambini in meno), ha evidenziato molti altri limiti. L’obbligo di impiantare e indirizzare verso la vita gli embrioni ottenuti con fertilizzazione artificiale, fino a un massimo di tre, ha moltiplicato la percentuale di gravidanze plurime, specialmente nelle giovani, sotto i 35 anni, come aveva già rimarcato il rapporto presentato a giugno dal ministro della Salute Livia Turco, bilancio a due anni dall’entrata in funzione della legge. Oltre ai 6 trigemini, ben 167 le coppie di gemelli ai quali si aggiunge un imprevisto lieto evento di quattro bambini, frutto non della violazione di un ginecologo ma di un gioco della natura che ha diviso in due una delle tre sacche gestazionali. Dietro l’analisi epidemiologica c’è dunque una realtà molto meno romantica. Una donna fecondata con la tecnica Fivet a Salerno, dopo aver ricevuto la bella notizia di essere incinta, ha saputo che due dei tre feti erano portatori di talassemia e ha deciso di abortirli con la riduzione embrionaria. «Un intervento molto pericoloso—stigmatizza Nino Guglielmino, del centro Hera a Catania, una delle cinque cliniche italiane all’avanguardia per la cura della sterilità —. Consiste in un’iniezione di cloruro di potassio nel cuore del feto. La stima è che le interruzioni parziali di gravidanza siano aumentate del 100 per cento». Hera ha dati più aggiornati. Dal 2004 al primo semestre del 2007 solo le gravidanze trigemine sono state 22 contro le 18 contate nei sette anni precedenti. Sei gli aborti totali, dei nati sono sopravvissuti solo la metà. Percentuali più o meno simili al Tecnobios di Bologna. Su 154 fecondazioni con esito positivo in donne sotto i 35 anni, il 12% non sono arrivate a compimento: «Il risultato è opposto a quello che si riprometteva la legge, tutelare la salute di nascituro e della madre. Noi medici dobbiamo utilizzare lo stesso trattamento in modo indistinto per ogni paziente e questi obblighi conducono a vere e proprie forzature della natura. Tanto più che secondo la letteratura internazionale sono più efficaci i tentativi con un unico embrione, selezionato », commenta Andrea Borini. Le ultime speranze di cambiare sono affidate alla revisione delle linee guida della legge 40, su cui sta lavorando il ministro Turco. Ma la regola dei tre impianti contemporanei non può essere cambiata da un atto amministrativo.
26.07.2007
I<!– Capolettera –>l commento di Maurizio Mori alla decisione del Gup di chiudere definitivamente il procedimento nei confronti di Riccio, accusato, se non sbaglio, di omicidio del consenziente, è stato intitolato dall’ Unità “Lode a un giudice che non ha avuto paura”. Non ho capito subito quanto questo titolo mi dispiacesse, non so se accade anche a voi di arrivare alle conclusioni con ritardo, quando si tratta di cose sgradevoli, ho bisogno di rimuginarci un po’. Dunque, abbiamo bisogno di uomini coraggiosi, magari di eroi, persone delle quali un paese civile non deve, almeno in linea di principio, sentire la mancanza.
Siamo dunque un paese a civiltà limitata, un paese che vive sotto la dittatura dell’embrione, della sacralità della vita, delle verità rivelate, e che non riesce a far valere i fondamentali diritti dei suoi cittadini, quello all’autodeterminazione, ad esempio, o quello alla libertà di coscienza, o persino quello di poter godere dei privilegi considerati come assolutamente elementari in un qualsiasi stato laico. E tutto ciò per una ragione francamente assurda: le ipotesi, le speranze, i convincimenti di alcuni, pur essendo le mille miglia lontane da qualsiasi possibilità di essere dimostrati veri (non credo francamente che la fede sia una testimonianza attendibile in un qualsiasi tribunale civile minimamente “coraggioso”) sono stati trasformati in leggi dello stato e costringono persone convinte di essere portatrici di differenti verità – o di nessuna verità – a ubbidire e a comportarsi in modi che queste stesse persone considerano indecorosi e sbagliati. Così si impone a cittadini che non credono nell’esistenza di dio di considerare la vita come un dono, uno strano dono invero visto che non possiamo disporne e dobbiamo risponderne a qualcuno.
N<!– Capolettera –>ello stesso modo viene imposto a persone che non credono in dio il principio secondo il quale la vita è sacra e inviolabile e deve essere accettata comunque, qualsiasi cosa ci faccia, qualsiasi sofferenza comporti, e che comunque il dolore è salvifico, e ci sono remunerazioni che ci aspettano, purchè…
Quali siano le conclusioni di questa anomalia – un convincimento personale che diviene norma di comportamento per tutti (e insisto nel dichiarami del tutto disinteressato al valore rivelatore della fede, pur essendo consapevole della sua utilità sociale) – è sotto gli occhi di tutti: non possiamo disporre della nostra esistenza; è praticamente inutile che predisponiamo un testamento biologico perché un qualsiasi medico potrebbe decidere di ignorarlo con la scusa dell’”obiezione di conoscenza” (cioè la convinzione che non conoscevamo abbastanza bene le conseguenze delle nostre scelte, secondo l’opinione del Comitato di Bioetica); che se accettiamo, in un momento di smarrimento, un qualsiasi tipo di supporto vitale, dopo non ce ne libereremo più, e così via. Pensate al ridicolo e squallido scempio che si riesce a fare dei corpi dei trapassati, gusci vuoti di persone che non li abitano più, ma che non hanno capito che il trasloco deve essere definitivo, guai a lasciare un cuore che batte ancora, qualche cretino che te lo infila in un macchinario complicato si trova sempre, così, tanto per nascondere per un po’ il malato alla morte, far finta che la malattia non sappia più vincere.
Non v’è dubbio che credere in dio, in un qualsiasi dio, e persino aspirare a credere in dio, crea stranieri morali ed è origine di conflitti che possono rivelarsi disastrosi. Questi conflitti possono essere esacerbati da politiche religiose avventurose o da analisi sbagliate delle aspirazioni e dei comportamenti. E’ avventuroso scegliere la strada dell’etica della verità, abbandonare la compassione in favore della pietà, ignorare le ragioni degli altri e cercare di umiliarli (ecco le chiese che diventano sette), come sta facendo da un paio di papi la chiesa cattolica. E’ sbagliato immaginare che i milioni di musulmani che vivono in Europa accetteranno per sempre di vivere la loro fede nell’intimità delle famiglie e non cercheranno piuttosto di viverla pubblicamente. Tutto ciò genera conflitti e sappiamo bene quale può essere il risultato dei contrasti che possono sorgere tra le religioni. E’ per questo che abbiamo molto più bisogno di uomini saggi che di uomini coraggiosi. La convivenza degli stranieri morali è possibile solo se tutte le posizioni sono ugualmente rispettate e se lo stato si limita a questo rispetto e non interviene nei conflitti se non come mediatore. L’etica della verità dell’attuale pontefice entra in conflitto con le verità degli altri, anche perché ha bisogno che i suoi dogmi siano confermati dalle leggi (ecco la ragione per cui i cattolici si sono tanto battuti per la legge sulla procreazione assistita, a costo di doverne accettare le incongruenze) così come ha bisogno che lo stato non approvi norme che li contraddicano (ed ecco perché non verrà mai approvata una legge accettabile sulle famiglie di fatto). Sembra che nessuno ricordi più che Abbagnano affermava che uno Stato che legifera tenendo presenti gli interessi di una specifica ideologia a danno delle altre si macchia di immoralità.
Rispetto è una parola molto più complicata di quanto possa sembrare a prima vista: esige anzitutto laicità da parte di tutti, il che significa che, quali che siano le nostre convinzioni, dobbiamo accettare il fatto che esse non ci danno il diritto a considerarci gli unici a conoscere la verità, una forma di presunzione stupida, prima ancora che intollerabile. D’altra parte, di cose illuminate dalla verità ne esistono ben poche, e il nostro rapporto quotidiano è con realtà che vivacchiano nella penombra dell’incertezza o del momentaneo consenso. Stupisce tutti la violenza che è presente, senza alcun infingimento, nel pensiero dei fondamentalismi religiosi, che considera gli altri, i diversi, come infedeli che vivono nell’errore e che rappresentano una minaccia per il trionfo della verità. Questi sentimenti, e persino la decisione di considerare questi infedeli come fratelli che sbagliano e far scendere su di loro il peso intollerabile della pietà – il sentimento che scende dall’alto e prelude al perdono, non la disinteressata condivisione della sofferenza che chiamiamo compassione – sono la dimostrazione dell’assenza totale di rispetto.
Del resto, tutto ciò rappresenta la base del proselitismo, una violenza morale che non tiene in alcun conto la cultura, le opinioni e le scelte degli altri e che diventa addirittura violenza quando si verifica attraverso rapporti impropri e sbilanciati per ragioni economiche o psicologiche.
Dunque, non è civile una convivenza come quella attuale, che vede alcuni di noi costretti a vivere secondo ideologie che fondamentalmente disprezziamo. Mi sembra quindi necessario non frammentare la discussione, evitare di combattere battaglie parziali e di retroguardia che riguardano oggi la vita, domani la morte e dopo ancora chissà: il problema è complessivo e riguarda la laicità dello stato, i rapporti con le religioni, il confronto tra le differenti culture, e deve essere trattato come un unico soggetto. Penso che abbia ragione Mori: c’è bisogno, oggi, di uomini coraggiosi se vogliamo, domani, poter fare a meno di loro.
03.07.2007
Meno bambini ma anche più rischi per le donne e i nuovi nati nonché più insuccessi, con aborti spontanei e morti intrauterine. Risultati pessimi dopo tre anni di applicazione della legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita. A dirlo sono i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), i primi da quando la legge per «mettere fine al Far west» – secondo lo slogan coniato dal governo Berlusconi – ha iniziato a funzionare. Ieri il ministro alla Salute Livia Turco ha inviato la sua relazione al parlamento. Forte delle percentuali inattaccabili distribuite dall’Iss, il giudizio del ministero è secco: «Mi auguro che continui una riflessione rigorosa e sobria sulla legge, a tre anni dalla sua applicazione, a partire dagli esisti dell’applicazione delle tecniche».
Insomma, secondo il ministro – che pure evita di scendere nell’arena dei favorevoli o dei contrari alla legge 40 – poiché la legge non funziona, bisognerebbe agire di conseguenza. Modificandola? Ieri si sono creati di nuovo i due noti fronti: chi è favorevole a cambiarla e chi no. Ma con una significativa differenza: a destra – tranne rare voci, come quella della deputata di Forza Italia Chiara Moroni – non ci sono più le aperture che anche autorevoli esponenti dell’allora maggioranza mostravano quando si trattava di invitare le persone a disertare il referendum per l’abrogazione della legge 40, promettendo che – in seguito – si sarebbe aperta una discussione in parlamento. A favore di una modifica della legge – e non soltanto delle sue linee guida – sono scesi in campo ieri il Prc, i Verdi, ma anche l’Italia dei Valori e qualche sparuta voce dei Ds. Tutti invitano a un «confronto» con l’opposizione, se non altro per i voti risicatissimi al senato, anche se non tira aria di collaborazione. La destra ora difende a spada tratta la legge, promette barricate per impedirne «lo smantellamento» e accusa il ministero di voler dare una lettura «ideologica» dei dati.
Eppure la relazione si basa su puri numeri: diminuiscono le gravidanze e aumentano i parti plurimi, un dato in controtendenza rispetto al resto d’Europa. Fare un confronto con l’ultima relazione dell’Iss – risalente al 2003 – è complicato perché allora operavano soltanto 120 centri, che oggi sono saliti a 330. In termini percentuali la diminuzione delle gravidanze è pari a 3,6 punti, ovvero 1.041 gravidanze in meno. Ma la sinfonia non cambia confrontando i risultati ottenuti in 96 centri operanti già nel 2003. Anche in questo caso è evidente una diminuzione di efficacia delle tecniche di procreazione assistita: in questo caso il calo di gravidanze è del 2,6%. Secondo il ministero non c’è dubbio su chi sia il colpevole: la legge 40. Ma come? La legge sulla procreazione da un lato impone un limite alla produzione di embrioni (tre), dall’altro obbliga a impiantare tutti quelli che si formano. Cosicché da una parte si osserva un aumento (13,7% nel 2003, 18,7% nel 2005} di tentativi di gravidanza effettuati con un solo embrione. Una tendenza determinata dalla impossibilità di produrne di più, e non dalla valutatone del medico in base alle caratteristiche della donna.
D’altro canto nel 2005 ben l’80% delle fecondazioni è avvenuta trasferendo più di un embrione. Nel 50,4% dei casi ne sono stati trasferiti tre, come da obbligo di legge. Ciò ha determinato un’impennata dei parti plurimi, più a rischio tanto per le donne che per i bambini: nel 2003 erano pari al 22,7%, nel 2005 erano invece 24,3%.
Ma ci sono anche altri elementi che emergono dalla relazione dell’Istituto. Ad esempio l’aumento delle gravidanze che non vengono portate a termine: erano il 23,4% nel 2003, sono passate al 26,4% nel 2005. Anche questo elemento, spiega la relazione, è determinato dall’obbligo a impiantare tutti gli embrioni prodotti.
L’Istituto punta il dito anche sull’attuale stato dei centri della fecondazione: è vero che ce ne sono parecchi, ma spesso operano soltanto pochissimi interventi. Secondo il ministero «è necessario migliorare la qualità dei servizi da offrire alle coppie, giacché l’esperienza nell’applicazione delle tecniche riveste un ruolo determinante». Allo stesso modo, esiste una disomogeneità territoriale tra nord e sud nella distribuzione dei cenni, causa principale della cosiddetta «migrazione» da regione a regione. Senza contare la «migrazione» all’estero dove, secondo la relazione, le coppie italiane si trasferiscono non soltanto per usufruire di leggi più aperte, ma anche per ottenere migliori risultati.
10.05.2007
Problemi in vista per il sindaco Veltroni e per la sua maggioranza. Sono state, infatti, raccolte le 5mila firme necessarie per portare in Aula la delibera di iniziativa popolare che prevede l’istituzione del Registro delle Unioni civili. Quel documento è stato promosso dai Radicali, ma immediatamente sottoscritto anche da Roberto Giulioli, esponente della Sinistra Democratica, che ha appena lasciato l’Ulivo per formare il nuovo gruppo.
Alla delibera di iniziativa popolare ieri hanno detto «sì» anche Rifondazione, Verdi, Comunisti, 2 consiglieri della Lista Civica, il capogruppo Carlo Fayer e Fabrizio Panecaldo e Annamaria Carli dell’Ulivo, l’unica del suo gruppo ad aver posto ieri la firma sul documento. Molti i contrari alla discussione del Registro all’interno del partito più numeroso della maggioranza. Amedeo Piva, vicecapogruppo dell’Ulivo definisce «ridicolo» il portare in Aula quel provvedimento, «dato il momento di grande lavoro che sta affrontando il governo nazionale per trovare su quel tema una soluzione condivisa». Parla di «manovre di pressione che creerebbero confusione e ritardi nelle decisioni del governo». Piva non entra nel merito del provvedimento e a una precisa domanda su quale sarà il suo voto, nel momento in cui quella delibera arriverà in Aula, risponde «Vedremo». La stessa risposta la dà anche Pino Battaglia, capogruppo dell’Ulivo, ma lui nel merito entra. «Non ho problemi a riconoscere alcuni diritti – spiega – Penso, però, che chi percorre un percorso politico debba puntare a portare a casa un risultato. La sola testimonianza non serve». Di quello si tratta per Battaglia, la delibera rappresenta una pura «testimonianza», soprattutto considerando che «qualunque atto voti il consiglio non ha alcun valore in mancanza di una normativa nazionale». Ma la contrarietà di parte della maggioranza alla discussione del Registro era già stata evidenziata nei mesi scorsi. Gianluca Quadrana, capogruppo della Rosa del Pugno e Giulioli, una delibera sul Registro delle Unioni civili, da loro firmata come consiglieri, l’avevano pronta da luglio. Più volte nei mesi scorsi si è cercato di farla arrivare in Aula. L’ultimo tentativo è stato fatto a gennaio, quando, dopo una riunione dei capigruppo, si è deciso di aspettare che il governo si pronunciasse sulla materia. Ma Palazzo Chigi, come ha sottolineato più volte anche il presidente del Consiglio, il suo lavoro l’ha terminato.
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