Al radicale Piergiorgio Welby so­no riuscite due imprese grandi: la prima, di interrompere senza soffrire – ma anche senza na­scondersi nella clandestinità – la tortura a cui era sottoposto: la seconda, di ottenere dalla giusti­zia italiana il riconoscimento della legalità dell’operato di Ma­rio Riccio, di Mina, di Carla, dei suoi compagni. Si è trattato in realtà di un’unica grande impre­sa nonviolenta: far vivere sul proprio corpo il diritto e le liber­tà di tutti. Milioni di persone gli sono state a fianco, si sono rico­nosciute nella sua speranza, hanno vissuto e vinto con lui. Un anno dopo, l’Assemblea ge­nerale dell’Orni ha votato la moratoria mondiale delle esecu­zioni capitali. Non poteva esser­ci modo migliore per celebrare questa data: due battaglie radi­cali, due battaglie «per la vita»: la vita che si sceglie, che non si deve poter togliere, che non si deve poter imporre. Sembra co­sì semplice. Eppure per novan­ta giorni Piergiorgio si è dovuto spingere ai limiti delle proprie forze fisiche e mentali per non crollare, per trovare una soluzione che sembrava non arrivare mai. Non ne poteva più di vedermi. Per lui, rappresentavo il tentati­vo estenuante di cercare strade alternative a quella che era già pronta da settimane: i medici belgi Eric Picard e Mare Resinger avevano completato l’iter di visite e referti medici necessario per procurarsi la sostanza euta-nasica per lui. Erano pronti a somministrarla, su sua richie­sta, al paziente Welby, seguen­do la legge del proprio Paese e la propria deontologia professio­nale, pronti ad assumersi il rischio di non poter più mettere il piede in Italia, o peggio. Piergiorgio – per tanti anni sconosciutissimo e, con noi, clandestinizzato dirigente radicale, compagno delle battaglie di Luca Coscioni per la ricerca scienti­fica e i diritti delle persone disa­bili – non ne poteva più di una vita che non considerava più vi­ta. Eppure nei tre mesi passati dalla lettera al Presidente Napo­litano a quella notte del 20 di­cembre riuscì – anche grazie alla risposta attenta e forte del Presi­dente – a compiere l’impresa di trasformare la propria sofferen­za senza senso in una speranza per tutti. Un grido di resa, «lasciatemi morire», era divenuto affermazione vincente del dirit­to di interrompere un tratta­mento sanitario senza essere condannato a soffrire, del dirit­to di essere soggetto di una scel­ta invece che oggetto di scelte al­trui, in balia di una macchina idolatrata e imposta come «sa­cra».

 

 

 

Tre mesi di resistenza, con mo­menti di disperazione e sfiducia nei suoi compagni radicali – ricordo quando Piergiorgio, che non voleva più aspettare si scon­trò con Marco Pannella chiedendo con rabbia a Mina che gli staccasse il respiratore – rese­ro possibile il coinvolgimento della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, oltre che delle massime personalità istituzionali, di grandi persona­lità del mondo scientifico e del diritto. Tanto autorevoli e numerose erano state le prese di posizione pubbliche che, quan­do da Cremona il medico anestesista Mario Riccio rispose al­l’appello dell’associazione Luca Coscioni credeva ci fosse la fila di colleghi, magari ben più no­ti, disponibili ad agire concretamente secondo deontologia professionale. Si sbagliava: era il primo ed unico, toccava a lui. Solo se avesse fallito la difficile operazione (Piergiorgio non aveva vene facilmente rintrac­ciabili) sarebbero intervenuti i medici belgi, con una vera e pro­pria eutanasia).

 

 

 

Se la memoria popolare di Wel­by rimarrà viva nel Paese – se, usando un’espressione di Sciascia, «la memoria avrà un futu­ro» – allora continuerà a produr­re effetti di conoscenza, di dialogo, di riforma. Allora anche le conquiste laiche, dal testamen­to biologico alle coppie di fatto, potranno avere un futuro che la paralisi delle istituzioni e dei partiti sembra oggi negare. L’impresa che è rimasta da com­piere è proprio quella della rifor­ma della politica, della partito­crazia italiana, che ha consegna­to al Vaticano il monopolio, an­che mediatico, dell’«etica» e dei «valori».

 

 

 

È un monopolio che ha comin­ciato a vacillare forse proprio con Welby, con la piazza piena di fronte alla Chiesa chiusa dei funerali negati; a mostrare debo­lezze e contraddizioni che non basta l’esercizio furbo del pote­re per ricomporre. È così oggi il Presidente della Commissione Sanità del Sena­to, Ignazio Marino, che Welby decise di incontrare, è accolto e riconosciuto in modo straordi­nario quando racconta alla gen­te il tentativo di portare, con moderazione e equilibrio, delle regole per aiutare pazienti e me­dici che si trovano a scegliere – come accade già nella clandesti­nità per il 62% dei malati termi­nali – delle forme di desistenza delle terapie.

 

 

 

Quando con Pannella propo­nemmo a Piero un ultimo ricor­so al giudice, ci rispose «ora ba­sta, devo concentrarmi sulla mia morte. È la prima volta che muoio». Se l’amore per la vita può strappare alla morte un sor­riso, anche la speranza di otte­nere buone leggi non è perduta.

NOTE

Deputato europeo radicale Segretario Ass. Luca Coscioni

da Il Giornale on line del 17 dicembre 2007. di Francesca Angeli.

Oggi il colle del Campidoglio potrebbe trasformarsi in quello del Calvario per Walter Veltroni. Il consiglio comunale discuterà e dovrà pure votare riguardo a tre provvedimenti di natura diversa che ruotano intorno alla stessa materia: le unioni civili, le coppie conviventi etero ed omosessuali.
Tema scabroso per il centrosinistra e sul quale, anche se indirettamente, il governo Prodi è andato in minoranza due volte in Senato. E dato che Veltroni ancora mantiene il doppio ruolo di sindaco di Roma e di leader del Partito Democratico (di cui fa parte anche la senatrice teodem Paola Binetti) per lui il problema raddoppia. La contrapposizione tra laici e cattolici, vincolati ai «principi non negoziabili» riaffermati due giorni fa anche in una nota del Vicariato, imbarazza Veltroni su entrambi i fronti.
Sul tavolo del consiglio due delibere e un ordine del giorno. Una di iniziativa popolare promossa dai radicali che hanno raccolto le 5mila firme necessarie ad «obbligare» il Campidoglio a prendere in considerazione la proposta, che prevede un Registro delle coppie, realizzato attraverso un atto formale e una dichiarazione congiunta della coppia. L’altra di iniziativa consiliare, sostenuta da Rifondazione, Pdci, Verdi, Sdi e Rosa nel Pugno, prevede comunque un Registro. Per cercare di superare il problema nel modo più indolore possibile il Partito Democratico ha messo a punto un ordine del giorno che impegna il Parlamento a darsi da fare per varare al più presto una legge nazionale che regolamenti le unioni civili, perché gli enti locali non possono procedere da soli varando norme «fai da te». Un modo per rimandare il problema. Non è detto però che questo gioco riesca.
Certamente nessuna di queste proposte piace all’ala cattolica del consiglio. In testa il presidente Mirko Coratti che non intende derogare dalle indicazioni del suo partito, l’Udeur di Clemente Mastella, che vede la regolamentazione delle convivenze come il fumo negli occhi. E Coratti non è solo nel centrosinistra: anche l’assessore capitolino alle politiche delle risorse umane, Lucio D’Ubaldo, ha più volte ribadito le sue perplessità sulla legittimità dell’istituzione di un Registro delle unioni civili presso l’anagrafe, visto che non esiste una legge nazionale di riferimento.
I consiglieri comunali che nell’aula Giulio Cesare affronteranno la discussione avranno puntati addosso molti occhi. Quelli della Chiesa che non si rassegna all’idea che a due passi dalla Città del Vaticano si possa dare un via libera, anche se soltanto simbolico, alle unioni gay. La posizione dei vescovi è nota da tempo ma due giorni fa il Vicariato ha di nuovo fatto sentire la sua voce attraverso le pagine del quotidiano Avvenire. «I cattolici che siedono in Consiglio comunale, e tutti coloro che considerano la famiglia fondata sul matrimonio come la struttura portante della vita sociale, da non svuotare di significato attraverso la creazione di forme giuridiche alternative – dice la Chiesa – saranno presto chiamati a mostrare la propria coerenza e la propria determinazione». Insomma fate come la Binetti e votate contro.
Appello subito condiviso da tutto il centrodestra, dall’Udeur e dai cattolici dell’Unione. La sinistra però non ha intenzione di mollare e ha già organizzato un sit-in in piazza del Campidoglio nel pomeriggio. Comunque andrà in consiglio, dice il radicale Massimiliano Iervolino, la battaglia per le unioni civili proseguirà.

Unioni civili, l’incontro con il vice sindaco, la posizione di Veltroni e quella del Pd. La scadenza del 5 dicembre e la polemica con Coratti. Le prossime iniziative e la via legale.

 

 

L’inchiesta sui consultori.

 

 

Convegno su Ernesto Nathan.

 

 

Varie ed eventuali.

 

 

www.radicaliroma.com

Mercoledì 10 ottobre 2007 ore 11.00

 

presso la sede del Partito Radicale, in via di Torre Argentina 76 III Piano.

 

 

 

Si terrà una conferenza stampa sui seguenti temi:

 

 

-Richiesta di incontro al Sindaco di Roma Walter Veltroni.

-Registro delle unioni civili al Comune di Roma, a che punto è la nostra proposta?

 

 

Intervarranno:

 

 

Rita Bernardini, Segretaria di Radicali Italiani.

 

 

Massimiliano Iervolino, Segretario dell’Associazione Radicali Roma.

 

 

Mario Staderini, Capogruppo radicale della Rosa nel Pugno al I° Municipio.

 

 

www.radicaliroma.com

Come ci si dovrebbe comporta­re, secondo il candidato alla guida del Partito democratico Walter Veltroni, in casi come quelli di Piergiorgio Welby e Giovanni Nu­voli? Questa la domanda semplice e chiara rivolta qualche giorno fa, dalle pagine di La Repubblica, dal Professor Ignazio Marino, chirurgo cattolico vo­luto dai Ds come candidato capolista alle ultime elezioni e portabandiera della proposta di regolamentare il «te­stamento biologico». In altre parole: quando una persona arriva a conside­rare le terapie offerte nella fase termi­nale della malattia come una vera e propria tortura, dobbiamo rispettare la sua volontà di interrompere senza soffrire le cure che lo mantengono in vita?

 

 

 

A questa domanda, il Presidente della Commissione Sanità del Senato ne ag­giunge una sulle convivenze di fatto. Molte altre ne vengono in mente: sul­l’alternativa tra buttare nella spazzatu­ra gli embrioni sovranumerari o usar­li per la ricerca; tra permettere o vieta­re l’analisi genetica pre-impianto a coppie portatrici di malattie geneti­che; tra offrire a un tossicodipenden­te un’assistenza medico-sociale in un contesto di legalizzazione, oppure lasciare che se ne occupi la criminalità dello spaccio di strada, delle overdosi e dell’Aids.

 

 

 

Limitiamoci alla prima questione po­sta dal Presidente Marino, perché il suo riferimento a due casi che sono entrati nel vissuto della gente, nella coscienza collettiva del Paese, non la­scia spazio a disquisizioni retoriche sulla «sana laicità» contrapposta al «laicismo», sulla centralità della ragione «illuminata dalla fede» o sul fanta­sma dell’eugenetica, agitato per spa­ventare e non far comprendere. La do­manda di Marino non può essere elu­sa nel dibattito su cosa sarà il Partito democratico, perché da un anno e mezzo il partito trasversale di ispira­zione clericale – o della «sana laicità» -ha bloccato ogni riforma legislativa sui temi cosiddetti etici, a partire da quel testamento biologico, sul quale Marino ha tessuto una paziente ope­ra di moderazione e mediazione, con il coinvolgimento pieno di massime personalità anche del mondo religio­so.

 

 

 

Negli stessi giorni della domanda di Marino a Veltroni, è arrivato un tenta­tivo di risposta agli elettori potenziali del Partito democratico da parte di fi­losofi di diverso orientamento, come Claudia Mancina, Roberta de Monticelli, Sebastiano Maffettone e Salvato­re Veca. Nel merito si riconosce il «di­ritto di avere o rifiutare cure», e la ne­cessità di «una appropriata legislazio­ne sulle direttive anticipate», ma nel­la premessa si fingono di ignorare gli ostacoli e gli attori che finora hanno impedito tali riforme. Il loro testo par­la, infatti, della necessità di «uscire dalla logica della contrapposizione tra laici e cattolici», e della necessità di un «nuovo metodo di discussione, contrapposto a quello delle laceranti vittorie numeriche sulle posizioni dif­ferenti», auspicando invece «soluzio­ni condivise».

 

 

 

Per valutare quanto tale auspicio sia fuorviante, dobbiamo tornare alle do­mande del Presidente Marino. Nel ca­so di Welby e di Nuvoli, e prima anco­ra in quello di Luca Coscioni la contrapposizione è stata tra una persona che voleva assumersi la responsabilità di decidere sul proprio corpo, sulla propria sofferenza, e altre persone e organizzazioni che pretendevano e pretendono di decidere per lui. Quan­do lo scontro è così netto, chi invoca «scelte condivise» ha l’onere si spiega­re chi debbano essere le parti di tale accordo.

 

 

 

Perché se parliamo dei vertici della Chiesa, non si può far finta di non ve­dere come il rifiuto di qualsiasi com­promesso sia il tratto distintivo dell’at­tuale strategia politica vaticana. E nemmeno si può, rivolgendosi al Par­tito democratico, ignorare la condivi­sione massiccia tra gli elettori per la lotta di Piergiorgio Welby, al quale il Vaticano ha poi negato i funerali reli­giosi come misura di esemplare con­danna delle sue parole e opere di mili­tante radicale che pronunciò la paro­la tabù: eutanasia. Non si può, infine, ignorare che il sondaggio secondo cui un anestesista rianimatore su due praticherebbe l’eutanasia se la legge lo consentisse, nove su dieci sono per il testamento biologico e sette su die­ci respingono le raccomandazioni del Vaticano di non interrompere mai l’alimentazione, l’idratazione e la ventilazione artificiale.

 

 

 

La risposta di Veltroni non è ancora arrivata, né a Marino né agli elettori. Se dovesse tardare ancora, sarebbe un danno serio. Non per quelli del «tan­to peggio tanto meglio», che da de­stra e da sinistra hanno come unica at­tività la pubblica denuncia dell’impo­tenza altrui, per meglio nascondere la propria. Sarebbe un danno per la poli­tica tutta, intesa come luogo della ri­cerca di soluzioni a problemi molto concreti, che non possono e non de­vono più essere elusi.

NOTE

Segretario e Co-Presidente dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica

  «Ah sì? Il cardinale Camillo Ruini stabilisce che è un suici­dio ciò che per la legge italiana non lo è? E come mai?». Marco Cappa­to, eurodeputato radicale, non rie­sce a digerirle le parole del cardinal Ruini. Cappa­to era lì, nella stanza, quella sera del 20 dicembre scorso quando il medico preparò la seda­zione per Piergiorgio Welby prima di staccargli la spina del respirato­re che gli soffiava aria nei polmoni tenendolo in vita.
 
Dice, adesso: «Per ciò che fece quella sera, il medico Mario Riccio ha subito un processo dalla giusti­zia italiana ed è stato assolto, da ogni accusa. Per la giustizia italia­na quel gesto non è stato dunque un suicidio assistito: perché dun­que lo deve ritenere tale il cardinal Camillo Ruini? Perché deve dire che non ha avuto altra scelta se non negare i funerali? ».
 
Marco Cappa­to era stato lì, nella stanza, anche prima di quella sera, a discutere con Welby e sua moglie Mina di quello che avrebbe signifi­cato il gesto del medico, una richie­sta che Piergiorgio aveva avanzato addirittura al presidente della Re­pubblica. Una battaglia per i diritti della persona che ha sostenuto an­che per Giovanni Nuvoli, l’uomo sardo che per vivere era costretto ad essere attaccato ad un respirato­re, come Welby.
 
«Già e questa è un’altra contrad­dizione del Vaticano: a Giovanni Nuvoli è stato concesso un funerale religioso. Io, ovviamente, dico: per fortuna. Però al cardinale Ruini chiedo: come mai? A Nuvoli non è stato staccato il respiratore come successe a Welby, gli è stata proibi­ta questa opportunità. Però Gio­vanni Nuvoli si è lasciato morire: in­fatti per sette giorni, tre dei quali in piena coscienza, ha rifiutato cibo e acqua. E qual è la differenza tra que­sta morte e quella di Piergiorgio Welby?».
 
Non ha dubbi Marco Cappa­to. «Le contraddizioni del Vaticano mi sembrano fin troppo evidenti. Ed evidenziano le difficoltà di poter portare avanti alcuni argomenti con coerenza».
 
Il cardinale Camillo Ruini è stato chiaro: è stato lui, personalmente, a decidere come comportarsi ri­spetto ai funerali di Welby. Magari la decisione per Giovanni Nuvoli è stata presa da qualcun altro… «Ma questo non cambia certo le cose», dice Marco Cappa­to. E spiega: «Quando parliamo di queste deci­sioni, intendiamo decisioni che ven­gono prese a certi livelli di potere Vaticano. Io so per certo che per Nuvoli il vescovo è partito dalla Sar­degna per andare a Roma a chiedere cosa fare del corpo di quell’uo­mo».  
 
Secondo Cappa­to la spiegazione alle due diverse decisioni è soltanto uno: «Ed è la politica. Nel caso di Welby il confronto politico era aper­to e sotto gli occhi di tutti: è per questo che il Vaticano non ha potu­to scegliere diversamente».

Il respiratore di Giovanni Nu­voli è stato staccato all’una di notte. Tre ore e un quarto do­po il suo decesso. Tanta era l’osses­sionata paura dell’atto di «stacca­re la spina», di quell’espressione tanto efficace quanto brutalmen­te sbrigativa, che le autorità riuni­te (da dieci mesi) al capezzale di Nuvoli hanno preferito cautelarsi lasciando che il ventilatore automatico pompasse aria in un cor­po morto da ore. È questo il sim­bolo di un potere impotente, che avrebbe voluto aiutarlo, ma che si è dimostrato incapace a scon­giurare il peggio. Giovanni Nuvo­li in modo nobile, radicale, ha scelto la sua morte. Una morte du­ra, ma forte di una estrema lotta non violenta. È morto dopo otto giorni di sospensione del cibo e dell’acqua, dei quali due giorni pienamente vigile e capace di in­tendere e di volere, i rimanenti giorni sotto sedazione (anche se si è «svegliato» un paio di volte an­che durante quei giorni, ci si può immaginare in quale stato), con accanto la moglie costretta a ve­gliare sul corpo del marito in atte­sa che si prosciugasse e morisse nel silenzio. Giovanni Nuvoli ha scelto la sua morte non mettendo­si a livello di uno Stato che impo­ne il protrarsi di una tortura atro­ce. Quando il medico anestesista radicale dell’”Associazione Luca Coscioni”, Tommaso Ciacca, su richiesta reiterata di Nuvoli e do­po diverse visite di numerosi spe­cialisti, si recò a casa sua per prati­care il distacco del respiratore sot­to sedazione, fu fermato dalle for­ze dell’ordine su volontà della Procura e del Tribunale di Sassari. L’Italia dei fautori della «buona tortura» contro la «buona morte» applaudì, dal giornale della Con­ferenza Episcopale Italiana fino al­la stampa locale. Soltanto una set­timana dopo si sono dovuti arren­dere al coraggio e alla forza di un uomo che aveva già sopportato oltre quanto umanamente sop­portabile, e che aveva perciò deciso di interrompere l’assunzione di cibo e di acqua. Ma invece di obbedire finalmente a Nuvoli, co­me impone la Costituzione e il ri­spetto umano, consentendo al medico Ciacca di intervenire, lo Stato ha a questo punto deciso che era meglio (eticamente? legal­mente?) lasciarlo morire un po’ al­la volta. Erano tutti d’accordo: «giustizia» (quale?), forze dell’or­dine (quali?), Sanità (quale?), e certamente anche parte del siste­ma dell’informazione (lo stesso che aveva definito Ciacca «dottor morte»). Seguendo la volontà di Nuvoli, abbiamo in questi giorni accettato anche noi, come la mo­glie e chi lo amava, la consegna del silenzio. Abbiamo obbedito a Giovanni, che ha scelto l’estrema lotta nonviolenta e che ha accet­tato alcuni giorni di aggravamen­to clandestino della sua tortura come prezzo da pagare per non andare incontro a nuovi mesi o anni di ulteriore violenza e seque­stro del suo corpo. Ora Giovanni Nuvoli riposa in pace. Ma questo «prezzo» di infame violenza sul suo corpo è responsabilità dello Stato italiano, delle azioni e omis­sioni di questi giorni e mesi. La vi­cenda giudiziaria sul caso Welby era stata determinante per creare paura e diserzione dagli obblighi professionali nei confronti di Gio­vanni Nuvoli, basti pensare ai no­tai che non ne riconoscevano la volontà, o ai medici che abbandonavano il collegio costituito attor­no a Ciacca. Alla luce dell’esito po­sitivo del procedimento contro Riccio, il modo opposto in cui hanno terminato i propri giorni Welby e Nuvoli sono la rappre­sentazione più chiara, almeno per chi è interessato a capire, che in nessuno dei due casi era in gioco una scelta tra «vita» e «morte» (con i rispettivi «partiti»), ma tra una morte nel rispetto della vo­lontà e dell’umanità da una parte e una morte nell’agonia dall’altra, quando quella volontà non è ri­spettata.
 
Grazie a Piergiorgio e Giovanni siamo ora meglio attrezzati per impedire che troppi altri debba­no subire tanto dolore.  

NOTE

segretario Associazione Luca Coscioni ed Eurodeputato radicale

«Giovanni è morto tra sofferenze atroci, con il respiratore ancora attaccato». Marco Cappato eurodeputato radicale esegretario dell’Associazione Luca Coscioni, parla con voce concitata: è ad Alghero, a casa di Giovanni Nuvoli, 53 anni, da set­te ammalato di sclerosi latera­le amiotrofica. «L’hanno fatto morire   come un animale di fame e di sete -denuncia – do­po otto giorni d’agonia e di tortura».
 
Cappato ricostruisce le ultime ore di Nuvoli: «Quando il medico anestesista radicale, Tommaso Ciacca, su richiesta reiterata di Giovanni e dopo di­verse visite di numerosi specialisti si recò a casa sua per praticare il distacco del respiratore sotto sedazione, venne ferma­to dalle forze dell’ordine, su decisione della Procura e del Tri­bunale di Sassari. Giovanni era disperato. L’Italia dei fautori della “buona tortura ” contro la “buona morte” applaudì, dal giornale della Conferenza Epi­scopale Italiana fino alla stam­pa locale. Soltanto una setti­mana dopo si sono dovu­ti arrendere al coraggio e alla forza di un uomo che aveva già sopportato ol­tre quanto umanamente sopportabile e che aveva perciò  deciso  di  inter­rompere – fino alle estre­me conseguenze – l’as­sunzione di cibo e di ac­qua».   
 
Secondo Cappato «lo Stato ha obbligato Giovanni  a  cominciare  lo sciopero della fame e della sete, il procuratore e l’Asl lo sapeva­no e ogni giorno passava la po­lizia a controllare le cartelle cliniche». Lo sciopero era iniziato lunedì scorso, «per tre giorni Giovanni è rimasto senza sedazione, tormentato dai crampi. Poi mercoledì hanno co­minciato a sedarlo».
 
«Hanno dunque prefe­rito che morisse così – sbotta Cappato – dopo ot­to giorni di agonia e tortu­re. Per questo noi Radica­li saremo ora ancora più fermi nel chiedere una legge sul testamento bio­logico e una legalizzazio­ni   dell’eutanasia.   Oggi Giovanni Nuvoli riposa in pace. Ma questo prezzo di infa­me violenza è responsabilità dello Stato italiano, delle azio­ni e omissioni di questi giorni e mesi».
 
«Giovanni non chiedeva l’eutanasia – spiega Tommaso Ciacca, l’anestesista che assi­steva Nuovoli – ma chiedeva per sé e per tanti altri malati di questo Paese la sospensione di una terapia che per lui provo­cava indicibili sofferenze. E lo faceva nella piena consapevolezza». La sua battaglia,  ha spiegato il medico, era perché venissero «ri­spettate le sue volontà» e aveva capito che «così come   ha   affer­mato  il  giudice che ha prosciolto Mario Riccio e lo stesso presiden­te dell’ordine dei medici, la possibilità che ciò avvenisse erano concrete».
 
«Per avere diritto alla propria vita, alla restituzione del pro­prio corpo e a una morte natu­rale – afferma il leader radicale Marco Pannella – Giovanni ha voluto farlo esercitando con grande determinazione la pra­tica non violenta. Così la nonviolenza si è rivelata più forte ancora una volta della ferocia di Stato, in primo luogo di quello della Città del vaticano e di un vertice della Chiesa che è a livello delle peggiori tradizioni fondamentaliste e controrifor­miste».

Giovedì 28 giugno, alle 10.30, il giardino di piazza San Giovanni Bosco verrà intitolato a Piergiorgio Welby. Saremmo contenti di vederti partecipe all’iniziativa per onorare insieme la memoria di un uomo che con la sua generosità ha permesso a noi tutti e all’intera società italiana di compiere un salto di consapevolezza”.

Con queste parole il Presidente del X Municipio di Roma Sandro Medici ha preannunciato l’intitolazione dei giardini, che accolsero il funerale laico, a Piergiorgio Welby co-Presidente dell’Associazione Coscioni.

“Accogliendo la volontà politica del Consiglio municipale e del Consiglio comunale – ha continuato il Presidente Sandro Medici -, ci sentiamo di regalargli simbolicamente il giardino di piazza San Giovanni Bosco, il luogo dove sei mesi fa l’abbiamo salutato: per ricordare e anche riabbracciare una persona che riusciva a sorridere anche nel dolore”.

Saranno presenti all’inaugurazione, oltre al Presidente del X Municipio, anche Mina Welby e altri dirigenti e parlamentari dell’Associazione Coscioni.

La raccolta firme per il registro delle unioni civili a Roma, l’incontro con le associazioni GLBT e il disegno di legge Pollastrini- Bindi.

 

 

La discussione del bilancio al Comune di Roma, le nostre proposte scritte e il lavoro con Gianluca Quadrana.

 

 

Informazione dell’associazione Radicali Roma: web-zine e giornale cartaceo.

 

 

Varie ed eventuali.