Tra il cinema di Walt Disney e il cinema di Pier Paolo Pasolini, sembrerebbe non esserci proprio nessun punto di contatto.

Eppure Sergio Leone definì Pasolini, a proposito di uno dei suoi ultimi film: “Il fiore delle Mille e una Notte”,  un “Walt Disney del peccato”.

Ma credo proprio che quella definizione non piacque a Pasolini. In primo luogo perché in quel film, tratto dalla celebre raccolta di novelle arabe di genere fantastico, Pasolini intendeva celebrare un sesso libero e innocente proprio perché estraneo alla nozione cattolica del peccato. E poi perchè – è documentato – detestava Walt Disney.

Tuttavia, l’ultimo film prodotto dalla Walt Disney, in collaborazione con la Pixar, e cioè il cartone animato tridimensionale “Toy Story 3” contiene una citazione – forse casuale o forse consapevole , chissà – in ogni caso: un’assonanza macroscopica, con un film di Pasolini: un suo breve e fortunato film di mezz’ora, intitolato “Che cosa sono le nuvole?”, con Totò e Ninetto Davoli.

Ma partiamo dal film della Disney e della Pixar.

Come è noto, l’idea portante di “Toy story 3” è l’animazione di un insieme di giocattoli di plastica: il pupazzo del cowboy, dell’astronauta, il cagnolino con la molla, e così via. Questi giocattoli sono animati, perché, all’insaputa del loro proprietario, si muovono in casa e fuori casa, in piena autonomia, e parlano tra loro. E poi perché, come si dice, “hanno un’anima”, e cioè dei sentimenti. E in questo caso un’anima piagata, dolorante, perché il ragazzo che è il loro proprietario e che ha condiviso con loro tante ore esaltanti di gioco, è diventato grande, sta per andare al college, e dovrà dunque abbandonarli.

Cos’ha a che fare tutto ciò con il film di Pasolini?

In “Che cosa sono le nuvole?” i protagonisti non erano dei giocattoli, ma delle marionette. Ma attenzione: marionette anche loro animate. Nel senso che: recitavano su un palcoscenico, manovrate dai fili, la storia dell’”Otello” di Shakespeare; ma erano interpretate da attori in carne ed ossa, che, per esempio, dietro le quinte, parlavano liberamente tra loro.

Tuttavia, fin qui, ne convengo l’analogia con “Toy Story” è scarsa.

Ma i giocattoli della Disney e le marionette di Pasolini condividono uno stesso destino.

Infatti, il mucchio di giocattoli, ormai disusati, finisce nel sacco di plastica con cui si raccolgono i rifiuti; nel camion che raccoglie l’immondizia, e di lì, dopo varie peripezie, nella discarica pubblica.

E allo stesso modo, due delle marionette di Pasolini – per la precisione quella di Iago e quella di Otello, interpretate rispettivamente da Totò e Ninetto Davoli – al termine dello spettacolo, venivano gettate nei bidoni della spazzatura; trasportate sul camion, e gettate nella discarica.

E a rendere l’analogia ancora più corposa, in entrambi i casi, il “monnezzaro” canta. Nel film di Pasolini era interpretato addirittura da Domenico Modugno, che intonava una canzone amarissima, quella che diceva: “Tutto il mio folle amore lo soffia il cielo…”

(Mentre in “Toy Story 3” l’autista del camion è un ragazzo che canticchia e danza un po’ nevroticamente mentre ascolta della musica in cuffia).

Insomma: l’assonanza o la citazione, c’è. Ma, come capita alle citazioni, è esteriore. E cioè il senso del film di Pasolini è tutto diverso da quello del cartone animato.

Quello di Pasolini era, a mio parere, un apologo, con qualche squarcio mistico, sulla libertà – o sull’assenza di libertà – dell’uomo. Non siamo forse automi delle emozioni e dei sentimenti che ci fanno agire come agiamo: e cioè ad esempio l’invidia di Iago, la gelosia di Otello, ma anche l’amore masochistico di Desdemona? Emozioni e sentimenti che ci spingono spesso ad essere l’un l’altro feroci? E la stessa Entità, dentro e fuori di noi, che ci ha così manovrati come marionette, dopo averci misteriosamente usati, ci conduce tutti insieme a uno stesso destino di morte!

“Toy Story 3” non tocca le altezze metafisiche del film di Pasolini.

E’ un delizioso prodotto di intrattenimento, provvisto, come si conviene, di un lieto fine; e si segnala in particolare per l’estro con cui viene conferita espressività agli oggetti, anche i meno antropomorfici.

Eppure, proprio nel finale, c’è un momento solenne, “religioso”, che può commuovere.

Il ragazzo ritrova il sacco con i suoi giocattoli di bambino, e invece di buttarli, o di relegarli in soffitta, li regala e li consegna uno ad uno a una bambina, raccomandandole di averne cura.

Dico che è un momento quasi religioso, perché allo spreco irreligioso– che, in omaggio a Pasolini verrebbe da definire: consumistico – viene anteposto un senso religioso degli oggetti. Come se davvero avessero un’anima. E non l’anima fittizia del cartone animato. Ma quella che deriva loro dall’appartenenza al nostro passato, di cui sono a volte documenti insostituibili.

Versione audio:

http://www.radioradicale.it/scheda/308316

di Gianfranco Cercone

Il titolo del documentario dell’americano Morgan Spurlock è una domanda retorica. Non perchè la risposta sia ovvia. (In effetti, l’opinione pubblica non sa che fine abbia fatto Osama Bin Laden). Ma perché contiene l’insinuazione che quella risposta non valga la pena cercarla.
Eppure, in un primo momento, può sembrare che la ricerca di Bin Laden sia convinta e appassionata. Morgan Spurlock, emulo di quel documentarista di grande successo che è l’americano Michael Moore, è presente come personaggio, e anzi come protagonista, del suo documentario; e prima di compiere un viaggio a tratti pericoloso e in gran parte solitario, in vari paesi dell’Africa e del Medio Oriente, si sottopone a un addestramento militare oltreché alle vaccinazioni d’obbligo.
Ma in effetti sono preliminari parodistici a una missione avventurosa (sono, cioè, la parodia del cinema d’avventura). In primo luogo, perché è altamente improbabile che un cittadino inerme possa raggiungere un obiettivo mancato dai più potenti servizi segreti.
In secondo luogo, perché il viaggio di Spurlock, piuttosto che andare alla ricerca di una verità, va alla ricerca di conferme a una tesi: che cioè la pericolosità di Osama Bin Laden sia stata ingigantita oltremisura. Non perché il terrorismo islamico non sia un pericolo. Anzi: nel corso del film si fa notare che le cellule di Al Qaeda si sono moltiplicate nel mondo, tanto da farne una specie di multinazionale. Ma perché il terrorismo non è la creazione di uno o più individui malvagi, ma la conseguenza di alcune scelte politiche sbagliate. Scelte, in primo luogo, della politica estera degli Stati Uniti.
Per esempio, in Afghanistan, la scelta di anteporre la forza delle armi, a concreti aiuti umanitari verificandone l’attuazione. Aiuti che, migliorando le prospettive di vita della popolazione più povera, toglierebbero efficacia persuasiva alla propaganda dei reclutatori talebani.
Oppure la scelta di allearsi con regimi dittatoriali e corrotti, come quello egiziano di Mubarak. Perchè tali alleanze tolgono credibilità alla propaganda filodemocratica degli americani, e fomentano contro di loro la diffidenza e l’odio delle popolazioni.
Perchè – ecco, questo è il secondo tema portante del film – i musulmani non sono certo tutti fanatici, animati da un odio aprioristico e ideologico contro l’Occidente e gli Stati Uniti. Se ascoltiamo la predica di un imam, che auspica la morte di tutti i cristiani in Iraq e degli ebrei in Israele, ne ascoltiamo anche un’altra, in un’altra moschea, dove l’imam raccomanda compassione nei confronti dei fedeli di altre religioni, e del prossimo nessuno escluso.
E anzi, dalle interviste presentate nel film, il sentimento e il pensiero che prevalgono tra gli esponenti della società civile interpellati in Afghanistan come in Egitto, in Marocco come in Pakistan, è moderato e pacifico. E se gli Stati Uniti suscitano dichiarazioni polemiche, esse sono ragionevolmente argomentate.
Come ho accennato, il film di Spurlock affronta anche la questione israeliana, mantenendosi in fondo equidistante tra i due fronti contrapposti; mostrando cioè che esiste moderazione, ma anche fondamentalismo e intolleranza, sia da parte degli arabi che degli israeliani. E, sembra di capire, condividendo la soluzione: due popoli, due Stati.
Ora, il film a momenti può convincerci, a momenti no. Il mio compito qui è interpretare quel che vuole dire, non commentarlo. Del resto, guardando un film, accade lo stesso che leggendo un libro o un giornale: e cioè ci si dialoga, a volte assentendo, a volte controbattendo.
Senza entrare nel merito dei contenuti, avrei però un’obiezione, piuttosto sostanziale, al film. Sarà che l’autore ha dovuto comprimere nella durata di un lungometraggio le tante immagini raccolte in vari paesi del mondo, imprimendo quel ritmo dinamico, molto veloce, che oggi sembra reso obbligatorio anche dall’estetica televisiva.
Fatto sta, che le immagini e le interviste, alcune di notevole interesse, e anche divertenti, sono selezionate e ritagliate quasi soltanto in funzione delle tesi che ho cercato di riassumere, sacrificando il piacere più libero e disinteressato dell’osservazione della realtà. Ma il risultato è che il film assomiglia a un dibattito a più voci; magari a momenti “illuminato”, ma in genere un po’ risaputo, che raramente ci sorprende. Insomma: i risultati di un viaggio così esteso e impegnativo non sono stati messi forse abbastanza a frutto.

Versione video:

http://www.radioradicale.it/scheda/307918

di Gianfranco Cercone

“L’omosessualità è la forza che ama la forza. Ogni altra forma di omosessualità è ignobile – un errore dei sensi – un vizio di costituzione”. Così annotava nel suo taccuino, nel 1936, un grande scrittore francese, Jean Cocteau.
L’affermazione, che condanna l’omosessualità maschile quando sia macchiata dalla femminilità o dall’effeminatezza, è evidentemente discutibile. Se la cito, è perché l’ideale “virile” dell’amore tra uomini, che ha attraversato secoli di storia della letteratura e dell’arte – a partire forse dai poemi di Omero – riecheggia alla lontana in un film uscito da poco sugli schermi italiani, “Brotherhood” (Fratellanza), vincitore del primo premio al festival di Roma dell’altr’anno, diretto dal danese (di origini italiane) Nicolo Donato.
Nel film si racconta una storia d’amore tra due uomini entrambi militanti di una setta neo-nazista danese.
L’impegno principale di tale setta è organizzare pestaggi di immigrati, ma anche, e soprattutto, di giovani omosessuali, dopo averli adescati.
E nel gruppo – al cui ingresso tutti i membri si sono impegnati con un giuramento solenne anche a rispettare le cosiddette “leggi della natura” – una relazione omosessuale tra due adepti è proibita.
Tutto il film è costruito intorno a una morale, che può essere riassunta nel proverbio: “Chi la fa, l’aspetti”. I due amanti, una volta scoperti, subiranno lo stesso trattamento che riservavano alle loro vittime (per la precisione: uno dei due dovrà essere il carnefice dell’altro).
Lo spettatore potrebbe chiedersi: i protagonisti come giustificano a sé stessi un comportamento (l’omosessualità, appunto) che condannano negli altri?
E’ un problema che il film non affronta davvero. Non arriva a leggere nella coscienza dei due amanti, con sottigliezza e con profondità. Che tuttavia sussista in loro un conflitto, è provato dal fatto che prima di giungere ad amarsi attraversino una fase (piuttosto breve, in effetti) di ostilità; e che manifestino un certo imbarazzo a parlare della loro relazione anche tra loro.
Tuttavia, alla fine, trascorrono una notte d’amore senza tanti tormenti.
Forse non si ritengono omosessuali. O meglio ancora, magari senza riuscire a dirselo con chiarezza, la pensano come Cocteau: la loro è un’omosessualità virile, e dunque sana; mentre quella delle loro vittime è femminile e dunque malata.
Ho avanzato qualche riserva sul film, sul disegno dei due personaggi principali, un po’ generico e inarticolato.
Ma attenzione, “Brotherhood” non è un brutto film. I rituali di incontro tra i militanti della setta neonazista – nei quali la rigidità militaresca si innesta o sfuma in un clima di cupa sbornia – ecco, questi momenti sono descritti con efficacia.
E poi c’è almeno un personaggio secondario centrato davvero con precisione. E’ il delatore: quello che spia i due commilitoni in camera da letto, e corre a riferire al leader quello che ha visto.
Si sa che a volte l’ortodossia più zelante e intransigente nasconde moventi poco confessabili. In questo caso il film fa capire con chiarezza che il vero movente del delatore è l’invidia. Uno dei due amanti aveva infatti appena ricevuto una promozione, che egli riteneva spettasse a lui stesso.
Ma alla fine – come il novizio di un convento, ancora idealista – consapevole di aver agito per ragioni impure, è macerato dal senso di colpa, e assiste piangente in ospedale il camerata che ha subito il pestaggio punitivo. Non per questo, probabilmente, si convertirà e ripudierà il nazismo. Il suo sembra un travaglio interiore di corto respiro. Ma – da un punto di vista artistico – è un travaglio leggibile e vero, che rende vero anche il personaggio che lo soffre.

Versione audio:

http://www.radioradicale.it/scheda/307459

I film iraniani, i film cinesi, i film marocchini, i film tunisini!
Circola ancora un luogo comune per il quale occuparsi di queste cinematografie, cosiddette minori, sia una forma di snobismo culturale, una raffinatezza un po’ pretenziosa.
Io spero che non la pensiate così. Non è un caso che le cinematografie che ho citato appartengano a paesi non democratici. Dove girare dei film che raccontino la società almeno un po’ realisticamente, comporta per i registi molte difficoltà e seri rischi personali. (Se ne è avuta recentemente una dimostrazione patente proprio in Iran, dove è finito in carcere un cineasta di fama internazionale, Jafar Panahi).
D’altra parte, è proprio in quei paesi forse che si avverte con più forza l’urgenza di raccontare al mondo ciò che vi succede davvero, attraverso un linguaggio efficace e comprensibile a tutti come quello del cinema. E tale urgenza, unita alla fantasia, necessaria per dire ciò che si vuole eludendo le censure dei diversi regimi, produce a volte film incisivi, sottili e originali.
Questo preambolo, forse ovvio, mi è suggerito proprio da un film iraniano, approdato sugli schermi italiani in questi giorni, dopo aver vinto l’Orso d’Argento al festival di Berlino per la migliore regia. E’ uscito con un titolo inglese: “About Elly” e lo ha diretto Asghar Farhadi.
Nella lunga parte introduttiva del film, non c’è in apparenza nulla di urgente e di drammatico. Viene descritta una gita sul mar Caspio di un gruppo di uomini e di donne di Teheran, composto perlopiù di coppie sposate, insieme ai loro bambini. E’, all’inizio, una cronaca di vita quotidiana “normale”.
Ora, se abitualmente in un film ciò che è normale, è ritenuto banale e noioso, e dunque è drasticamente sintetizzato, l’autore di “About Elly” sembra invece eccezionalmente interessato alla normalità; e si diffonde in una cronaca accurata, ineccepibile, compiaciuta, di una gita al mare in un primo tempo simile a tante altre. Per esempio, i personaggi passano una serata facendo il gioco dei mimi (e cioè, come si sa, mimando le parole che compongono il titolo di un film o di un programma televisivo). Ebbene, senza che questo gioco abbia sensibili risvolti narrativi, egli riprende per intero le perfomances di tre o quattro giocatori.
Questo interesse per la normalità non è senza ragione. Se il film è rivolto a un pubblico occidentale, vuol forse dire: “Abitiamo tanto distanti da voi, ci conoscete soltanto attraverso le cronache drammatiche dei telegiornali, le nostre donne hanno i capelli coperti da un foulard, ma vedete? Siamo più simili a voi di quanto potevate immaginare”.
Ma c’è un’altra spiegazione. La normalità serena e conviviale che racconta “About Elly” è più un’aspirazione, che una realtà effettiva. E ai film, si sa, piace dare corpo ai desideri. Che quella serenità sia molto precaria, lo dimostra il seguito del racconto.
Il buon umore della brigata è rovinato da una disgrazia fatale. Uno dei bambini rischia di annegare nel mare mosso. Una donna si getta in acqua per salvarlo. Il bambino sopravvive, ma la donna muore.
E’ una disgrazia fatale perché la colpa non si può certo imputare al regime di Teheran. Ma intorno alla donna scomparsa, tra il gruppo dei villeggianti si avvia una piccola inchiesta: chi era davvero?
Balza così in primo piano un dato al quale in un primo tempo non avevamo fatto forse troppo caso. Il gruppo, è vero, è formato quasi per intero da coppie sposate; ma c’è anche un uomo, emigrato in Germania, che ha divorziato. E c’è una donna nubile: Elly, appunto, la ragazza annegata.
Elly, si scopre, era fidanzata. Perchè allora ha partecipato alla gita da sola?
E’ un problema ai nostri occhi poco rilevante. Eppure crea tra i personaggi una seria preoccupazione. Perché il fidanzato, a quanto si dice, per il comportamento “trasgressivo” della ragazza, potrebbe prendersela con i suoi amici e denunciarli alla polizia.
E guai poi se venisse a sapere la vera ragione per cui Elly quel giorno era sola! Avendo intenzione di lasciare il fidanzato, in combutta con un’amica, voleva conoscere, per curiosità, l’uomo che aveva appena divorziato. Una curiosità che risulta scandalosa agli occhi di gran parte dei personaggi, soprattutto degli uomini.
Insomma, dietro le apparenze di un noir, di un film incentrato su un’indagine e su un mistero, “About Elly” è una denuncia dell’arretratezza culturale in Iran, relativa ai rapporti tra uomini e donne.
Si conclude con un’immagine scopertamente simbolica: un’automobile impantanata nella sabbia, segno di un progresso “bloccato”.

Versione audio:

http://www.radioradicale.it/scheda/306609

Opera ben riuscita della brillante Sabina Guzzanti, la quale convince e piace. Uscirete dalla sala con  uno spaccato variegato e puntuale di come sia stato vissuto il terremoto dai cittadini abruzzesi, e soprattutto di cosa sia l’emergenza, di cosa voglia dire vivere in un continuo S/s-tato d’emergenza e di come in realtà tutto ciò non sia così lontano da ognuno di noi.

Finalmente le verità, o meglio altre verità.. si direbbe…controinformazione, si!ma con un po’ d’amaro in bocca. In effetti una bella ventata d’aria… a voi la scelta tra gli aggettivi f-resca e f-etida.. un po’ come quando si apre la finestra di casa per cambiare aria.. ma ad entrare non è che inquinamento o fumi vari, subito si vorrebbe richiudere. Se non altro ci si accorge a malincuore di dove si viva, che aria ci sia fuori.

Il film  ripercorre il dramma del Terremoto abruzzese, da quando il tempo s’è fermato nella bella città dell’Aquila, erano le 3:32 del 6 aprile del 2009  a  pochi mesi fa. Settimane nelle quali è cambiato tutto, ma in realtà la città è rimasta la stessa, devastata e fantasma.

Dall’ “emergenza” delle prime ore, al prorogarsi dello stato di emergenza sino ad ora. Dalle prime urla dei terremotati  e, le risatine degli sciacalli intercettate dai magistrati, alle prime case regalate nel giorno del compleanno del capo del governo, dalla prima visita di Silvio Berlusconi, all’ultima tutte accuratamente documentate e numerate dai vari tg del Paese, passando per il G8, per la cancellazione della democrazia, dello stato di diritto da quei luoghi, e dell’autorità delle sue assemblee elette, alle edificazioni e molto altro escluso da qualsiasi rispetto di piano urbanistico o norma di legge che sia.

I protagonisti sono le immagini, le storie, la cronaca di emozioni e vicende degli aquilani, solo intorno c’è lo schifo dell’uso mediatico dell’evento a fini di propaganda, solo attorno ad esso risaltano, sempre dalle storie dei cittadini, la drammaticità e lo sconcerto della manipolazione di norme e decreti al fine di rendere emergenza tutto ciò che si voglia fare in deroga di qualsiasi legge e… a qualsiasi fine, con l’unico obbligo di chiamarlo  appunto emergenza o perfino grande evento.

La bravura dell’autrice sta nel fare un passo indietro rispetto alla scena del documentario, nel passare da protagonista dei suoi interventi televisivi, all’essere semplicemente voce narrante e intervistatrice, o meglio ascoltatrice discreta del vicende presentate. La Guzzanti si pone attenta all’ascolto delle varie sensibilità, ad ognuna di esse da egual peso, come se curiosa di capire si ponga proprio come uno spettatore critico ed umile nel voler conosce, nel capire le cose che vede, tanto incredibili quanto documentate, tanto inconcepibili se non descritte dagli stessi aquilani.

Grazie a questo stile di narrazione e ad un buon montaggio si rende il documentario veloce e dinamico, il risultato non è affatto fazioso. L’autrice delinea in modo chiaro una tesi, ben espressa ed esplicitata dall’inizio, l’uso propagandistico e ai soli fini mediatici del terremoto da parte di Berlusconi ed il suo solo sfruttamento economico da parte del sistema della protezione civile, ormai snaturato e trasformato in business. Del resto la ben nota e mai celata avversità nei confronti del Premier e del berlusconismo, non è cosa nuova, ma nel modo in cui viene data voce ai protagonisti, i terremotati, non ci induce forzatamente a condividerla, semplicemente ci appare una sconsolante realtà, che da qualsiasi punto di vista, persino dai più allineati non può che suscitare  perlomeno perplessità e dubbio.

Ma vi è altro. Dall’opera si delinea una contesto socio culturale che va ben oltre le degenerazioni più acute del berlusconismo, che va oltre la critica al sistema politico tutto, totalmente inesistente più che mancante di un minino progetto politico.

La Guzzanti a parer mio, come si evince dal commento finale, espresso nelle parole di una delle voci intervistate – che chiaramente non citerò per non rubarvi l’emozione – si sentenzia come si sia assuefatti ormai a tutto o quasi in questo stato di libertà vigilata. Una società senza forma e sostanza che si adagia sempre un po’ di più al peggio, adattandosi e conformandosi, perché alla fine non è così grave, potrebbe esser ancor peggio.. e.. sempre più giù, più giù s’affonda. Ma ci siamo immersi tutti, anche noi “per bene”, progressisti, ”alternativi”, ”di sinistra”, che l’abbiamo visto o lo andremmo tranquillamente a vedere. Ecco a noi è rivolto questo grido nel deserto della Guzzanti, non è troppo tardi, non potrà andare sempre peggio.Animo!

“La letteratura non è un regolamento di conti”. Questa buona massima vale per la letteratura, ma anche per il cinema, e per l’arte in genere.
Significa che tra un artista e l’argomento che si propone di affrontare, qualunque esso sia, dovrebbe esserci un rapporto disinteressato; che consenta, se non un distacco contemplativo, almeno uno sguardo sereno ed obiettivo.
Ciò non significa che su certe azioni o su certi personaggi, un artista non possa esprimere una condanna anche dura; ma non dovrebbe avvertirsi condizionata dal risentimento personale, dal desiderio di vendetta; dal gusto di ferire l’avversario attraverso la descrizione che se ne dà.
La storia che è all’origine del film di Elia Suleimann “Il tempo che ci rimane”, non favorisce certamente questo distacco.
La sua famiglia, palestinese, è vissuta a Nazaret, nei territori occupati dall’esercito israeliano. E da adolescente, come già altri componenti della famiglia, sarebbe stato costretto ad abbandonare la città, perchè, sembra di capire, sospettato di sedizione contro Israele (il padre era stato membro della resistenza anti-israeliana). E sarebbe potuto rientrare in patria soltanto in età matura.
Sono convinto che Suleimann, quando ha deciso di raccontare in un film questa vicenda autobiografica certamente drammatica, il problema del distacco tra sé e l’argomento se lo è posto. Insomma: non ha voluto fare un film che risultasse furiosamente e visceralmente anti-israeliano. E il segno di questa riflessione è il personaggio che si è inventato per sé (infatti, oltre che regista del film, è anche attore, nell’episodio conclusivo, quello che racconta il suo rientro in patria).
Un personaggio impassibile, muto, a volte rigido come una marionetta, con due occhi spalancati che non si sa se esprimano una pietà trattenuta, ironia, o chissà cos’altro. Insomma: è il Distacco personificato. (A qualche critico, ha ricordato Buster Keaton).
Il film, però, distaccato non lo è per niente. Per tutto il corso del racconto, che si snoda dal 1948 fino ai giorni nostri, gli israeliani risultano immancabilmente: ottusi, ipocriti, prepotenti e violenti. Ma quel che più importa è che gli israeliani sono sempre, in primo luogo, e anzi soltanto, israeliani.
Mentre tra i palestinesi, si ritrovano vecchi stravaganti, giovani bighelloni, anche qualche teppista; che sono anche palestinesi, ma hanno caratteristiche personali, non sono cioè omologati dall’appartenenza ad un’etnia.
Ora, comunque la si pensi sulla questione israeliana, non mi sognerei certo di negare a Suleimann il diritto ad avercela con Israele e con i suoi soldati, anche perché ciò non compete al critico cinematografico.
Osservo però che il rancore che permea tutto il film – un rancore così profondamente introiettato da diventare una seconda natura – dà luogo a un film che qualcuno potrebbe ritenere umoristicamente stilizzato; ma che a mio parere si potrebbe definire meglio, rigido e ossessivo. Che pare proprio la proiezione di un rancore pietrificato.
E questa rigidità, la si percepisce meglio, per contrasto, quando il film si lascia andare a descrivere certi momenti di vita quotidiana privata, a volte, nonostante tutto, piacevoli. Oppure intensamente drammatici, ma intorno ai quali, per qualche minuto, si cancella la coscienza del problema storico dell’occupazione dei territori. O meglio: quel problema, vi si riflette soltanto indirettamente.
Quando, ad esempio, la madre del protagonista, seduta in terrazza, in una giornata di primavera, con uno scialle al collo che la protegge dal freschetto, sorseggiando una tazza di caffé, scrive una lettera alla figlia, partita per un’altra città, con il piacere che si prova a conversare, anche per iscritto, con una persona che si ama.
Oppure, ed è un momento drammatico, quando il figlio adolescente va a prendere in ospedale il padre, malato di cuore. E l’uomo, appena entrato in macchina, sotto lo sguardo angosciato del figlio, china molto lentamente la testa, le spalle e la schiena, verso il volante, come se lui, uomo un tempo vigoroso, avesse esaurito tutte le sue energie vitali.
Ecco, è in questi momenti, molto ben descritti, di vita familiare, che nel film di Suleimann, si accende la poesia.

Versione audio:

http://www.radioradicale.it/scheda/305635

E’ da sette anni che non esce un nuovo film di Bernardo Bertolucci. (L’ultimo è stato “The dreamers” del 2003). Chi, come me, ama il suo cinema, può consolarsi con un libro. Si intitola: “La mia magnifica ossessione”. E’ uscito in questi giorni, edito da Garzanti. L’autore è lo stesso Bernardo Bertolucci.
Il titolo, che cita un classico del cinema americano, per un cinefilo è una perifrasi quasi convenzionale che significa: il cinema.
Il sottotitolo è: “Scritti, ricordi, interventi (1962-2010)”.
Insomma: si tratta di una raccolta di testi sul cinema, già usciti su giornali o riviste specializzate, (oppure di trascrizioni di interventi orali), raccolti e riordinati a cura di due critici, Fabio Francione e Piero Spila.
Io sono andato subito a leggere il testo del 2010, con lo spirito con cui si cercano notizie di una persona che ci interessa e della quale abbiamo perso da qualche tempo le tracce.
Si tratta della prefazione che Bertolucci ha scritto per il volume, due paginette scarse, dalle quali apprendiamo che ha visto “Avatar” di James Cameron, a Trivandrum, una città dell’India meridionale, applaudendo insieme al pubblico popolare della sala cinematografica, “con passione e divertimento”, a ogni sconfitta dei cattivi: che, come osserva Bertolucci e come è del resto evidente, ricordano i soldati americani che invadono l’Iraq.
Ecco, uno dei temi che percorrono il volume, è la difesa del cinema americano, contro una “sinistra ottusa”, che lo ha spesso liquidato come un cinema di propaganda.
E a questo proposito, Bertolucci ricorda di aver scritto un articolo in difesa del “Cacciatore” di Michael Cimino, un film del 1978, sulla guerra in Vietnam, che aveva suscitato in una parte della sinistra una certa indignazione, e che Bertolucci aveva invece festeggiato come “un film spietato nel descrivere la spietatezza dei vietcong”.
Ora, da queste considerazioni può forse sembrare che la difesa del cinema americano – come l’esaltazione del cinema francese (che egli forse ama ancora di più) – sia basata su argomenti politici e contenutistici. Ma non è così. Perché uno dei leit-motiv del libro, è la difesa, anche, del “piacere del cinema”, contro una lettura del cinema tutta “ideologica”, che cioè assolve o condanna i film soltanto in base alla correttezza dei loro contenuti.
“La mia magnifica ossessione” contiene alcuni di testi di critica cinematografica, occasionali, perchè Bertolucci non ha mai esercitato il mestiere del critico cinematografico. E che riguardano film da lui particolarmente amati, in accordo con un consiglio ai critici di un grande cineasta francese, particolarmente ammirato da Bertolucci, Jean Renoir. Il quale affermava: “Non perdete tempo a dire male dei film che detestate, parlate invece dei film che amate e dividete con gli altri il vostro piacere”.
In queste pagine si parla di film di grandi autori, purtroppo oggi poco visti, poco conosciuti, anche perché la televisione non li ripropone quasi mai: come Godard, Ophüls, Anghelopoulos, Edgar Reitz e Michelangelo Antonioni. Fra queste pagine ce n’è una, particolarmente limpida, in cui viene raccontato il finale di “Luci della ribalta” di Charlie Chaplin; con uno sguardo attento alle interazione psicologiche tra i personaggi, ma che fa intuire immediatamente al lettore, caso mai avesse dimenticato quella celebre scena, come quell’aspetto interiore del racconto si traducesse in immagini.
Ma “La mia magnifica ossessione” è anche un libro di ritratti.
Fra gli altri spicca quello di Pier Paolo Pasolini. (Bertolucci fu il giovanissimo aiuto-regista per il suo primo film, “Accattone”). Un ritratto un po’ spiato, dal quale trapela il fascino e la curiosità che un artista già celebre come Pasolini poteva suscitare in un ragazzo, e che si compone anche di alcune annotazioni intime: come (andando in macchina insieme sul set) i “sospiri” di Pasolini intorno agli archi dei ponti, o degli acquedotti romani, che naturalmente alludono alle sue abitudini sessuali, ai teatri del suo eros. Oppure le lacrime di Pasolini, nel buio di una sala, durante la proiezione dell’ “Intendente Sansho” di Mizugochi, un classico del cinema giapponese.
Ma tra i personaggi ritratti nel libro, c’è anche il Dalai Lama, referente di Bertolucci quando gira il “Piccolo Buddha”, che fu anche una lettura personale del buddhismo tibetano. Già il titolo del film, poteva suonare irriverente: Buddha può forse essere piccolo?
Ma il Dalai Lama, con la sua saggezza un po’ ilare, dopo una riflessione, avalla quel titolo, anche perché, dice, “siamo tutti dei bambini e dentro di noi c’è un piccolo Buddha”. Così come approverà la scelta di un attore cinese per il ruolo di un lama tibetana (scelta che aveva invece un po’ scandalizzato Richard Gere).
Ho affastellato spunti disparati. Ma spero di aver suggerito che si tratta di un libro, per sua natura frammentario, ma ricco e interessante, che vi consentirà di ripercorrere tutti i film di Bertolucci in compagnia del suo autore. E di passare qualche giornata in dialogo con un grande autore cinematografico.

Versione audio:

http://www.radioradicale.it/scheda/305164

Al cinema, alla sua storia, si possono riconoscere tanti meriti, ma anche forse altrettante colpe. Una di queste è aver alimentato il mito della corruzione. Gli assassini, i ladri, i truffatori che incontriamo nei film, piuttosto raramente sono esaltati come eroi positivi, ma spesso giganteggiano nel Male. Basta confrontare la fotografia di un gangster reale e di un gangster cinematografico, per valutare quanto il cinema tenda a idealizzarli.
Il film di Daniele Luchetti, “La nostra vita”, è un film sulla corruzione. Ma una corruzione che non ha niente di mitico. Del resto, essa è di dimensioni non eclatanti, ma così medie da poter essere vissuta da chi vi partecipa, non come corruzione, ma come una normalità pacifica.
Il protagonista del film è un operaio edile, con la funzione di capo-cantiere. Pensa che l’edilizia è “fatta tutta di impicci”. E se i contratti dei muratori sono spesso irregolari o inesistenti, se non vengono rispettate le norme di sicurezza sul lavoro, se gli appalti sono truccati, non si indigna e non si preoccupa.
Ha una famiglia con due bambini, la moglie ne aspetta un terzo. E deve semplicemente ritenere che per sopravvivere bisogna adeguarsi.
Un giorno, nel cantiere dove lavora, scopre che il guardiano di notte, rumeno, caduto da un’impalcatura probabilmente ubriaco, è stato seppellito alla bell’e meglio senza che la sua morte sia stato segnalato alle autorità.
La decisione l’ha presa il capo della ditta costruttrice. E al nostro eroe appare ragionevole: se la polizia si fosse messa in mezzo, avrebbe scoperto tutte le magagne del cantiere, lo avrebbe chiuso; e gli operai, lui compreso, avrebbero perso lavoro e guadagno.
Ma lo spettatore può chiedersi: possibile che questa morte occultata, non lasci nessuna traccia nella coscienza del protagonista? Che egli possa continuare a far l’amore con sua moglie, ad andare in gita al mare con tutta la famiglia, a ridere e a scherzare, come se nulla fosse accaduto? Tanto più che l’uomo, se da un punto di vista civile risulta apatico e conformista, nella sfera dei suoi rapporti personali, è tutt’altro che privo di simpatia e di calore umano.
Probabilmente, in un film americano, quel fattaccio, alla lunga, avrebbe lavorato a fondo nella sua coscienza. Egli si sarebbe riscosso dall’acquiescenza alla corruzione; avrebbe denunciato la morte del guardiano; e avrebbe combattuto, anche affrontando seri rischi personali, per il ripristino della legalità nell’edilizia.
Ma “La nostra vita” è un film italiano. E gli autori conoscono troppo bene il loro personaggio, per attribuirgli un comportamento che non gli appartiene. (Personaggio interpretato dall’ottimo Elio Germano, che ha vinto per questo la Palma d’Oro a Cannes).
Ciò non significa che egli non abbia una crisi di coscienza. Che in una prima fase, quando è indurito da una disgrazia familiare, si manifesta al rovescio: se a questo mondo, altro “non resta che far torto o patirlo”, tanto vale che quel torto venga commesso fino in fondo, e che frutti il maggior guadagno possibile.
Ed ecco così, che ricatta il responsabile della ditta costruttrice per farsi assegnare, in cambio del suo silenzio, un lauto appalto.
Ma poi conosce il figlio del guardiano, gli dà un lavoro, e lo ospita a casa sua, come se fosse un altro figlio. E un giorno, quasi incidentalmente, gli rivela come è morto suo padre. Quanto alla vedova del guardiano, le costruisce un bar sulla spiaggia e cerca di fare in modo che suo fratello se la sposi.
Insomma, una coscienza morale ancora agisce dentro di lui; ma, se mi si passa l’immagine, come un pesciolino che possa nuotare soltanto sotto uno spesso strato di acqua paludosa.
Voglio dire: questo ravvedimento che opera soltanto in un ambito privato, è sufficiente per fare del protagonista un personaggio del tutto positivo?
Evidentemente no. E’ anzi questa, da un punto di vista drammaturgico, la sua caratteristica più originale: non è un cattivo, ma non riesce nemmeno a essere fino in fondo un buono.
E così, se nel corso del film, ci aspettiamo che scoppi un bel temporale purificatore, resta tutto maledettamente in sospeso.
Ma se tale sospensione è, appunto, la nota più originale di questo bel film, è anche quella che purtroppo sembra registrare la temperatura morale e civile della realtà italiana di oggi.

Versione audio:

http://www.radioradicale.it/scheda/304699

Un piccolo caso cinematografico: un film, senza attori di richiamo, diretto da un regista noto soltanto ai cinefili – e per un film di qualche anno fa, “Train de vie” – ; uscito nei cinema italiani all’inizio di febbraio, continua a essere in programmazione; certamente grazie al “passaparola” tra gli spettatori.
E il riconoscimento che ha recentemente ottenuto ai David di Donatello come miglior film dell’Unione Europea, corona, e forse rilancerà, questo successo.
“Il concerto” ha un antefatto storico, che risale all’Unione Sovietica degli anni Ottanta. Per decisione dell’allora presidente Breznev, furono licenziati dall’orchestra del Bolscioj, il grande teatro di Mosca consacrato alla musica, i musicisti ebrei.
Nel film si immagina allora che un celebre direttore d’orchestra russo, si sia rifiutato di obbedire a questo diktat razzista. E che, per punizione, la sua orchestra, composta anche di musicisti ebrei, sia stata interrotta, durante una serata di gala al Bolscioj, nel bel mezzo di un concerto di Caikovski, per intevento diretto sul palcoscenico di un potente funzionario del KGB. Alcuni di quei musicisti avrebbero denunciato l’accaduto a una radio libera, e per questo sarebbero stati confinati in Siberia, dove sarebbero morti di stenti. Il direttore d’orchestra avrebbe perso il posto, e da allora sarebbe stato degradato a uomo delle pulizie del teatro.
Un antefatto, insomma, altamente drammatico, addirittura tragico.
Ma la distanza del tempo trascorso – quasi trent’anni – consente all’autore di guardare ai protagonisti di questa vicenda, almeno a quelli sopravvissuti, più che con il pathos della tragedia, con lo spirito della farsa o della satira.
Ecco allora che il potente funzionario del KGB è oggi un nostalgico patetico del vecchio partito comunista; che per organizzare manifestazioni comuniste in piazza, è costretto ad assoldare qualche comparsa. I musicisti di un tempo si arrangiano a vivere fantasiosamente, e tutto sommato allegramente. Soltanto l’ex direttore d’orchestra , appresso al carrello delle pulizie, continua a vagheggiare in modo struggente il concerto di Caikovskij interrotto.
Ma lo spirito positivo della farsa vuole che giunga per lui il momento del riscatto.
E infatti, con un inganno che non sto a raccontarvi, potrà riunire la sua vecchia orchestra, ed eseguire lo stesso concerto in un grande teatro di Parigi.
Il film di Mihaileanu è piacevole, raccontato con brio.
Mi ha lasciato però due riserve. La prima è che nella piccola folla dei musicisti russi che calano a Parigi – con la gioia di vivere che si associa convenzionalmente agli slavi, ma anche con una frenesia di affamati catapultati in un ricco banchetto – ecco, in questa folla, nessun ritrattino, nessuna caricatura, è davvero incisiva, ha un forte rilievo.
La seconda è che la satira si addice ai potenti. Quando è rivolta a chi ha ormai perso il potere ed è stato smentito dalla Storia – come appunto l’ex funzionario del KGB – la satira resta forse legittima, ma è più povera di mordente. Insomma: sembra piovere sul bagnato.
Ma “Il concerto” ha un colpo d’ala nel finale. La vecchia orchestra del Bolscioj, ormai sgangherata, senza aver potuto fare nemmeno un giorno di prove, alle prese con strumenti musicali raccattati di contrabbando, ottiene al teatro di Parigi un trionfale successo, fa riscoprire al mondo l’attualità di Cajkovskij e parte in tournée per tutta Europa.
Forse il regista ha voluto dirci che i miracoli possono davvero accadere? Che i sogni, quando sono a lungo e appassionatamente sognati, finiscono per realizzarsi sempre e comunque?
No, non credo che sia caduto in questa retorica. Il lieto fine del film è apertamente paradossale, costruito apposta perché lo spettatore non possa crederci. E finisce per significare, con amara ironia, che non è per nulla garantita una giustizia che, almeno alla lunga, premi i giusti e punisca i colpevoli. E anzi le discriminazioni – come quella contro i musicisti ebrei nell’Unione Sovietica di Breznev – vengono dimenticate. A meno che, magari, non venga fatto un film per rievocarle.

Versione audio:

http://www.radioradicale.it/scheda/304225

di Lucio De Angelis

Arbore come Wagner, ma sì è proprio così, e spiego subito perché: quando l’illustre compositore tedesco fu in visita nella città partenopea, presso la villa che lo ospitava alle pendici di Posillipo, ebbe modo di conoscere un mandolinista, chiamato lo “zingariello” per la sua bruna carnagione. Ebbene fu lui a fargli apprezzare per primo la canzone napoletana, a mezzo della sua flebile delicata voce che andava a fondersi con le corde del proprio strumento.
L’illustre compositore volle così che l’artista lo seguisse nei concerti che teneva in tutto il mondo e presso le maggiori corti d’Europa, donando agli spettatori alla fine d’ogni sua esecuzione una parentesi di quelle melodie che amava definire ‘vesuviane’. A chi si congratulava con lui per questa felice idea, controbatteva che la canzone napoletana, già nota e più che nota già allora dappertutto, per venir recepita nella sua più pura essenza doveva essere affidata esclusivamente a strumenti a corda.
Un’opinione questa dunque felicemente ripresa da quel geniale musicista che è Renzo Arbore, il quale con l’Orchestra Italiana, formata in gran parte appunto da strumenti a plettro, ha rilanciato la canzone napoletana nel mondo. Così in un’opportuna elaborazione delle più note melodie lo showman ha ridato linfa a ‘Voce ‘e notte’, a ‘Silenzio cantatore’, a ‘Era de maggio’, a ‘Te voglio bene asssaje’ ed ai più illustri brani che già ai primi del secolo scorso avevano varcato i confini sebeti. “I versi d’ogni canzone – confida Arbore – vanno centellinati e compresi nella loro genuinità ancor prima che cantati, ed occorre cantarli col cuore, in pieno sentimento ancor prima che con la più modulata voce!”
“Più che un concerto – chiarisce il musicista – quello che presentiamo é un autentico spettacolo musicale con interventi di recitazione e particolari piacevoli ricordi dei ‘tiempe belle’, come avviene per ‘Malafemmena’, la cui esecuzione é preceduta da alcuni divertenti filmati con a protagonista Totò.”
“Abbiamo il dovere – continua a dire Arbore – di far conoscere quelle che sono le più stupende ‘canzoni della memoria’ alle giovani generazioni. I componenti dell’Orchestra Italiana sono tutti di grande levatura artistica, e così alle voci di Renzo Arbore, di Gianni Conte e di Barbara Bonaiuto, si intessono le percussioni di Gegè Telesforo, la voce chitarra di Mariano Caiano, il piano tastiere di Massimo Volpe, il mandolino di Nunzio Reina, il mandoloncello di Giovanni Petrone, ed ancora la chitarra classica di Michele Montefusco, la chitarra acustica di Paolo Termini, la chitarra elettrica di Nicola Cantatore, la fisarmonica di Claudio Catalli, le percussioni di Peppe Sannino, il basso di Massimo Cecchetti, la batteria di Roberto Ciscognetti. Suprefluo aggiungere che molti dei solisti appena citati, provengono dalle fila del prestigioso Conservatorio di San Pietro a Majella.
Partito dal modello un po’ naif delle orchestre napoletane, dei primi del secolo, dove le voci ricche di pathos dei cantanti si sposavano con i ritmi e i suoni coinvolgenti delle strade di Napoli, recuperato in prima fila il suono dei mandolini, Arbore sperimenta anche originali contaminazioni con alcune sonorità e ritmi rock, blues, country, reggae e sudamericani. Immesse così nuove energie ritmiche a supporto di inedite ed accattivanti sonorità, riesce a riportare all’attenzione del grande pubblico, italiano ed estero, la melodia classica napoletana, come musica di oggi, ancora viva e capace di esprimere le emozioni più intense e travolgenti.
Arbore è ad oggi uno dei più poliedrici artisti italiani: presentatore, scrittore, attore, regista, musicologo, dj e musicista. Nella sua lunga carriera ha percorso in lungo e in largo il mondo dello spettacolo. Ma la sua grande passione, la musica, non l’ha mai abbandonato. Anche questa volta é protagonista di un concerto che lo vede spaziare dalla musica napoletana a quella jazz senza trascurare i suoi successi.