Ciao a tutti, vista la festività romana di martedì prossimo e il ponte, la riunione settimanale dell’associazione è posticipata a giovedì 1 luglio sempre alle 20,30. A seguire trovate l’ordine del giorno.
Resta confermato la nostra iniziativa di presidio presso il consiglio comunale in occasione della seduta di mercoledì 30 giugno (convocata dalle 16 a oltranza). Chi può partecipare me lo comunichi via email o chiamandomi.

Ordine del giorno:
 - attuazione Anagrafe Pubblica eletti e nominati e accesso agli atti. L’impegno della presidenza del consiglio comunale e le nostre   ulteriori iniziative.
 
  – elezione del difensore civico comunale, ultimi provvedimenti della giunta in materia

  – la questione dei derivati stipulati dal comune, le iniziative perchè si faccia luce anche su questo aspetto della gestione finanziaria del comune

-  la raccolta di firme in corso da parte di vari comitati e associazioni per la delibera di iniziativa popolare per la modifica delle norme in materia di esposizione della pubblicità e di pubbliche affissioni;

- comitato di Radicali Italiani 2-4 Luglio a L’Aquila

- varie ed eventuali

Rassegna stampa 29 giugno

Dichiarazione di Riccardo Magi, segretario di Radicali Roma e di Lidia Mazzola, presidente dell’associazione Antigene

Esiste nel consiglio comunale di Roma un consigliere che trovi, nel senso del proprio ruolo istituzionale e politico, la forza di fare chiarezza sulla questione dei contratti derivati stipulati negli anni dal comune di Roma?

La relazione della Corte dei conti sulla gestione finanziaria del Comune negli anni 2004-2008, pubblicata nelle scorse settimane, descrive la gravità delle operazioni finanziarie avviate tra il 2002 e il 2007, con parole inequivocabili: “l’assenza di un’adeguata valutazione dei rischi, l’assenza di equilibrio nelle prestazioni corrispettive e il probabile pagamento di commissioni implicite”; e ancora “non era difficile prevedere già al momento della stipula che certe operazioni avrebbero dato origine a flussi finanziari netti a sfavore del comune”.

Il Comune, già in gravi difficolta finanziarie, si trova vincolato a contratti che fino al 2050 circa potrebbero esporlo al pagamento di interessi di centinaia di milioni di euro e potenzialmente illimitati.
Ma il Sindaco, che ha detto pochi giorni fa di voler cambiare “il rapporto non equilibrato e non trasparente della città con la politica”, non ha mai rivelato la gravità di questa situazione.

Ci rivolgiamo a tutti i consiglieri comunali perchè facciano valere le proprie prerogative di rappresentanti dei cittadini acquisendo immediatamente la documentazione relativa a queste operazioni per far emergere la verità e denunciare le eventuali irregolarità nella negoziazione tra le passate amministrazioni e le banche.
Gli uffici comunali infatti nei mesi scorsi hanno ripetutamente negato l’accesso agli atti presentato dall’associazione Antigene e da altre associazioni di cittadini.

Onorevoli è così che vogliamo presentarci all’appuntamento di Roma Capitale?

Rassegna stampa 25 giugno

Opera ben riuscita della brillante Sabina Guzzanti, la quale convince e piace. Uscirete dalla sala con  uno spaccato variegato e puntuale di come sia stato vissuto il terremoto dai cittadini abruzzesi, e soprattutto di cosa sia l’emergenza, di cosa voglia dire vivere in un continuo S/s-tato d’emergenza e di come in realtà tutto ciò non sia così lontano da ognuno di noi.

Finalmente le verità, o meglio altre verità.. si direbbe…controinformazione, si!ma con un po’ d’amaro in bocca. In effetti una bella ventata d’aria… a voi la scelta tra gli aggettivi f-resca e f-etida.. un po’ come quando si apre la finestra di casa per cambiare aria.. ma ad entrare non è che inquinamento o fumi vari, subito si vorrebbe richiudere. Se non altro ci si accorge a malincuore di dove si viva, che aria ci sia fuori.

Il film  ripercorre il dramma del Terremoto abruzzese, da quando il tempo s’è fermato nella bella città dell’Aquila, erano le 3:32 del 6 aprile del 2009  a  pochi mesi fa. Settimane nelle quali è cambiato tutto, ma in realtà la città è rimasta la stessa, devastata e fantasma.

Dall’ “emergenza” delle prime ore, al prorogarsi dello stato di emergenza sino ad ora. Dalle prime urla dei terremotati  e, le risatine degli sciacalli intercettate dai magistrati, alle prime case regalate nel giorno del compleanno del capo del governo, dalla prima visita di Silvio Berlusconi, all’ultima tutte accuratamente documentate e numerate dai vari tg del Paese, passando per il G8, per la cancellazione della democrazia, dello stato di diritto da quei luoghi, e dell’autorità delle sue assemblee elette, alle edificazioni e molto altro escluso da qualsiasi rispetto di piano urbanistico o norma di legge che sia.

I protagonisti sono le immagini, le storie, la cronaca di emozioni e vicende degli aquilani, solo intorno c’è lo schifo dell’uso mediatico dell’evento a fini di propaganda, solo attorno ad esso risaltano, sempre dalle storie dei cittadini, la drammaticità e lo sconcerto della manipolazione di norme e decreti al fine di rendere emergenza tutto ciò che si voglia fare in deroga di qualsiasi legge e… a qualsiasi fine, con l’unico obbligo di chiamarlo  appunto emergenza o perfino grande evento.

La bravura dell’autrice sta nel fare un passo indietro rispetto alla scena del documentario, nel passare da protagonista dei suoi interventi televisivi, all’essere semplicemente voce narrante e intervistatrice, o meglio ascoltatrice discreta del vicende presentate. La Guzzanti si pone attenta all’ascolto delle varie sensibilità, ad ognuna di esse da egual peso, come se curiosa di capire si ponga proprio come uno spettatore critico ed umile nel voler conosce, nel capire le cose che vede, tanto incredibili quanto documentate, tanto inconcepibili se non descritte dagli stessi aquilani.

Grazie a questo stile di narrazione e ad un buon montaggio si rende il documentario veloce e dinamico, il risultato non è affatto fazioso. L’autrice delinea in modo chiaro una tesi, ben espressa ed esplicitata dall’inizio, l’uso propagandistico e ai soli fini mediatici del terremoto da parte di Berlusconi ed il suo solo sfruttamento economico da parte del sistema della protezione civile, ormai snaturato e trasformato in business. Del resto la ben nota e mai celata avversità nei confronti del Premier e del berlusconismo, non è cosa nuova, ma nel modo in cui viene data voce ai protagonisti, i terremotati, non ci induce forzatamente a condividerla, semplicemente ci appare una sconsolante realtà, che da qualsiasi punto di vista, persino dai più allineati non può che suscitare  perlomeno perplessità e dubbio.

Ma vi è altro. Dall’opera si delinea una contesto socio culturale che va ben oltre le degenerazioni più acute del berlusconismo, che va oltre la critica al sistema politico tutto, totalmente inesistente più che mancante di un minino progetto politico.

La Guzzanti a parer mio, come si evince dal commento finale, espresso nelle parole di una delle voci intervistate – che chiaramente non citerò per non rubarvi l’emozione – si sentenzia come si sia assuefatti ormai a tutto o quasi in questo stato di libertà vigilata. Una società senza forma e sostanza che si adagia sempre un po’ di più al peggio, adattandosi e conformandosi, perché alla fine non è così grave, potrebbe esser ancor peggio.. e.. sempre più giù, più giù s’affonda. Ma ci siamo immersi tutti, anche noi “per bene”, progressisti, ”alternativi”, ”di sinistra”, che l’abbiamo visto o lo andremmo tranquillamente a vedere. Ecco a noi è rivolto questo grido nel deserto della Guzzanti, non è troppo tardi, non potrà andare sempre peggio.Animo!

Rassegna stampa 24 giugno

“La letteratura non è un regolamento di conti”. Questa buona massima vale per la letteratura, ma anche per il cinema, e per l’arte in genere.
Significa che tra un artista e l’argomento che si propone di affrontare, qualunque esso sia, dovrebbe esserci un rapporto disinteressato; che consenta, se non un distacco contemplativo, almeno uno sguardo sereno ed obiettivo.
Ciò non significa che su certe azioni o su certi personaggi, un artista non possa esprimere una condanna anche dura; ma non dovrebbe avvertirsi condizionata dal risentimento personale, dal desiderio di vendetta; dal gusto di ferire l’avversario attraverso la descrizione che se ne dà.
La storia che è all’origine del film di Elia Suleimann “Il tempo che ci rimane”, non favorisce certamente questo distacco.
La sua famiglia, palestinese, è vissuta a Nazaret, nei territori occupati dall’esercito israeliano. E da adolescente, come già altri componenti della famiglia, sarebbe stato costretto ad abbandonare la città, perchè, sembra di capire, sospettato di sedizione contro Israele (il padre era stato membro della resistenza anti-israeliana). E sarebbe potuto rientrare in patria soltanto in età matura.
Sono convinto che Suleimann, quando ha deciso di raccontare in un film questa vicenda autobiografica certamente drammatica, il problema del distacco tra sé e l’argomento se lo è posto. Insomma: non ha voluto fare un film che risultasse furiosamente e visceralmente anti-israeliano. E il segno di questa riflessione è il personaggio che si è inventato per sé (infatti, oltre che regista del film, è anche attore, nell’episodio conclusivo, quello che racconta il suo rientro in patria).
Un personaggio impassibile, muto, a volte rigido come una marionetta, con due occhi spalancati che non si sa se esprimano una pietà trattenuta, ironia, o chissà cos’altro. Insomma: è il Distacco personificato. (A qualche critico, ha ricordato Buster Keaton).
Il film, però, distaccato non lo è per niente. Per tutto il corso del racconto, che si snoda dal 1948 fino ai giorni nostri, gli israeliani risultano immancabilmente: ottusi, ipocriti, prepotenti e violenti. Ma quel che più importa è che gli israeliani sono sempre, in primo luogo, e anzi soltanto, israeliani.
Mentre tra i palestinesi, si ritrovano vecchi stravaganti, giovani bighelloni, anche qualche teppista; che sono anche palestinesi, ma hanno caratteristiche personali, non sono cioè omologati dall’appartenenza ad un’etnia.
Ora, comunque la si pensi sulla questione israeliana, non mi sognerei certo di negare a Suleimann il diritto ad avercela con Israele e con i suoi soldati, anche perché ciò non compete al critico cinematografico.
Osservo però che il rancore che permea tutto il film – un rancore così profondamente introiettato da diventare una seconda natura – dà luogo a un film che qualcuno potrebbe ritenere umoristicamente stilizzato; ma che a mio parere si potrebbe definire meglio, rigido e ossessivo. Che pare proprio la proiezione di un rancore pietrificato.
E questa rigidità, la si percepisce meglio, per contrasto, quando il film si lascia andare a descrivere certi momenti di vita quotidiana privata, a volte, nonostante tutto, piacevoli. Oppure intensamente drammatici, ma intorno ai quali, per qualche minuto, si cancella la coscienza del problema storico dell’occupazione dei territori. O meglio: quel problema, vi si riflette soltanto indirettamente.
Quando, ad esempio, la madre del protagonista, seduta in terrazza, in una giornata di primavera, con uno scialle al collo che la protegge dal freschetto, sorseggiando una tazza di caffé, scrive una lettera alla figlia, partita per un’altra città, con il piacere che si prova a conversare, anche per iscritto, con una persona che si ama.
Oppure, ed è un momento drammatico, quando il figlio adolescente va a prendere in ospedale il padre, malato di cuore. E l’uomo, appena entrato in macchina, sotto lo sguardo angosciato del figlio, china molto lentamente la testa, le spalle e la schiena, verso il volante, come se lui, uomo un tempo vigoroso, avesse esaurito tutte le sue energie vitali.
Ecco, è in questi momenti, molto ben descritti, di vita familiare, che nel film di Suleimann, si accende la poesia.

Versione audio:

http://www.radioradicale.it/scheda/305635

Rassegna stampa 23 giugno

Rassegna stampa 22 giugno

La svolta “dal risanamento allo sviluppo” annunciata oggi da Alemanno con la giunta al completo è un elenco di buoni propositi. Il sindaco ha incassato l’appoggio del sottosegretario Letta accorso a puntellare la gestione contabile della capitale, tutt’altro che stabile e limpida, e a rassicurare sugli impegni del governo verso Roma, mentre l’assessore Leo ha ovviamente utilizzato le parti della relazione della Corte dei conti sulla gestione del comune negli anni 2004-2008, pubblicata nelle scorse settimane, più favorevoli alle sue argomentazioni. Nel frattempo nei giorni scorsi il neocommissario al debito subentrato al sindaco Alemanno (che non va dimenticato ha ricoperto quest’incarico negli ultimi due anni) si è accorto che il debito è maggiore di qualche miliardo rispetto ai conti fatti dal sindaco.
Se quest’amministrazione sarà in grado di segnare una svolta lo vedremo da come affronterà le criticità segnalate proprio dalla relazione della Corte dei conti, criticità gravi rigurdanti le modalità della gestione di cassa, l’inadeguatezza del “sistema dei controlli interni”, la mancanza di un sistema di “valutazione delle capacità manageriali del corpo dirigenziale”, la “governance” del sistema delle partecipate.

Per ora il sindaco che ha detto di voler cambiare “il rapporto non equilibrato e non trasparente della città con la politica” è in totale continuità con il “modello Roma”.
Come mai ad esempio non ha affrontato il tema dell’utilizzo dei contratti “derivati” da parte del Comune di Roma, contratti stipulati dal 2002 al 2007, con caratteristiche che, secondo la Corte, “dimostrano l’assenza di un’adeguata valutazione dei rischi, l’assenza di equilibrio nelle prestazioni corrispettive e il probabile pagamento di commissioni implicite”? Il sindaco, che non può non essere a conoscenza di questi contratti, cosa ne pensa? Cosa intende farne e cosa intende fare rispetto ad eventuali irregolarità nella negoziazione tra le passate amministrazioni e le banche?