“Vincere” di Marco Bellocchio: amarsi, e ci ameremo!

 

 

Perché Ida Dalser ha amato per tutta la vita proprio Benito Mussolini?

La scelta della persona amata obbedisce a leggi, magari imperscrutabili a chi ama.

Ed è sulla logica segreta del legame amoroso che si basa, a mio parere, la ricostruzione immaginaria di Bellocchio, della loro storia.

I due si conobbero in gioventù, quando Mussolini era direttore dell’”Avanti!”.

E dopo essersi sposati e aver avuto un figlio, si separarono, per decisione dell’uomo. Ma la Dalser continuò testardamente a restargli fedele; a fargli scenate presentandosi a lui insieme al figlio; a rivendicare a chiunque di essere la moglie di Mussolini e la madre del suo primogenito. Tanto che, per evitare lo scandalo e far cessare quella persecuzione, il Duce e i suoi fedeli, internarono la donna in un manicomio, e affidarono il bambino a un orfanotrofio.

C’è nella Dalser, la scintilla del ribelle eroico, che a ogni costo, esponendosi anche solo contro il Potere, afferma la propria verità e i propri diritti.

C’è anche in lei il sentimento di essere predestinata a una vita superiore a quella della gente comune (essere, appunto, la moglie del Duce!)

E c’è una fissazione delirante: che Mussolini continui ad amarla; che il manicomio e le interdizioni non siano che durissime prove d’amore, da sopportare stoicamente; al termine delle quali, come premio, l’uomo la richiamerà al suo fianco.

Ma un momento: ribellismo, “superomismo”, perdita del contatto con la realtà… Non sono forse questi alcuni tratti salienti del personaggio e della vicenda storica di Mussolini?

La Dalser sembra un po’ un suo doppio, trasposto in un ambito tutto privato e femminile; che per questo, una società così superbamente (e ridicolmente) virilista, ha relegato nell’ombra e nella vergogna; mentre ha esaltato a lungo, in piena luce, il suo omologo maschile.

L’aspetto più vero del film di Bellocchio è proprio questo intimo, narcisistico rispecchiamento della donna con Mussolini.

Quando invece il film affronta direttamente quest’ultimo – mettendone in feroce caricatura la “volontà di potenza”, l’aggressività bovina, le rozze provocazioni pubbliche – perde mordente.

Bellocchio è bravo nelle caricature sarcastiche. Si è potuto anche recentemente apprezzare questo aspetto del suo talento alle prese con il rigorismo ideologico dei terroristi di “Buongiorno, notte!”; o con il cattolicesimo stucchevole, soltanto superficialmente aggiornato, della cerimonia nuziale del “Regista di matrimoni”. Qui però il bersaglio polemico è così inattuale, che i suoi raffinati petardi scoppiano a vuoto.

 

 

Importante e decisiva occasione per ascoltare i programmi e le proposte dei Radicali per il prossimo Parlamento Europeo, per convincere gli indecisi, ma soprattutto per raccogliere quante piu’ firme possibili per i referendum regionali.n83137464593_9506

mini-rassegna-della-stampa-di-regime-26-maggio-2009

“Tre uomini e un babà” di Roberto D’Alessandro al “Testaccio” di Roma

 

di Lucio De Angelis

 

In un mondo che va verso il gelo e la non-comunicazione o la comunicazione distorta, dove i sentimenti sono spariti per fare posto alle emozioni cosiddette forti ed effimere, virtuali, urlate e trasmesse a ritmo di spot pubblicitari, solo noi possiamo fermare la violenza che ci circonda e che sempre di più separa invece che unire.

 

In questo contesto ‘I Picari’, ensemble comico di lungo corso, tornano a visitare fino al 7 giugno al Teatro Testaccio di Roma l’universo degli uomini separati con figli e problemi economici.

 

Gianni, Roberto e Nicola sono tre amici che vivono in una qualsiasi periferia nello stesso appartamento, messo a disposizione dal comune, data la grave crisi economica e considerate le condizioni di indigenza in cui versano gli uomini separati, che devono passare gli alimenti alle ex mogli e ai figli.

 

Siamo l’unico Paese in cui il divorzio deve essere preceduto da un periodo di separazione legale, arrivando così a tempi lunghissimi. Da noi il procedimento dura 5 o 6 anni in media di più che negli altri paesi. Tutto questo fa sì che in Italia la legge sullo scioglimento del vincolo coniugale crei continue ingiustizie e grosse differenze sociali tra uomini e donne.

 

Sullo stesso pianerottolo dei tre amici vive Maria, la portiera/guardiana, follemente innamorata di Gianni, preposta a controllare che nell’appartamento non ci dorma nessun’altro. A complicare la situazione arriva Luca, figlio di Gianni. Così mentre si consuma il dramma della perdita dell’affidamento dei figli da parte di Roberto, si osserva la complessa situazione di Gianni, padre gay, che si trova a fronteggiare la reazione del figlio ad una tale notizia e seguiamo Nicola nelle sue scorribande notturne, partecipando per Maria alla conquista insensata di un cuore gay. 

 

Uno spaccato su questi uomini in apparenza molto fragili, vessati dalle mogli e dalle leggi che in materia di affidamenti è quasi sempre dalla parte delle mamme.

 

I tre in realtà mostrano tutta la confusione di un’epoca, che li vuole belli ma rudi, forti ma delicati, romantici ma focosi, uomini che vivono sempre più la paternità in  modo emotivo, sempre meno disposti a rinunciare all’affetto dei figli per i quali tuttavia comprendono ancora in modo classico il senso della dedizione, del sacrificio.

 

“Tre uomini e un babà” è una commedia in agro-dolce, dove la comicità si alterna alla disperazione, dove il dramma è sotteso ai personaggi ed alla situazione, tuttavia sempre con occhio ironico e distaccato, che è l’unico modo per poter vedere la realtà e non restarne schiacciati.

 

Dunque uno spettacolo che diverte, riflette e commuove, tre obiettivi con cui D’Alessandro cerca di contraddistinguere il suo teatro, tre qualità irrinunciabili per poter raccontare l’umanità nella sua appassionante, disperante, divertente, profonda realtà.

 

Un teatro di interrogativi di fronte all’esistenza dell’uomo, un teatro che riguarda il vivere civile, ma fatto con ironia, perché è impossibile pensare a un teatro che prescinda dall’umanità.

 

In scena, oltre a D’Alessandro stesso, anche Gianni Cannavacciuolo, Nicola Paduano, Andrea Carpiceci e Franca AbateGiovanni, tutti impegnati a rendere credibili con la loro interpretazione le sfumature dei vari personaggi.

 

I quadri che fanno parte della scenografia sono di Antonio Carrano, Stefania Foresi, Achille Quadrini.

 

Teatro: Testaccio

Città: Roma

Titolo: Tre uomini e un babà

Scritto e diretto da Roberto D’Alessandro

con

Gianni Cannavacciuolo, Roberto D’Alessandro, Nicola Paduano, Andrea Carpiceci e con la partecipazione di Franca Abategiovanni

al 19 maggio al 7 giugno 2009

 

UFFICIO STAMPA MARIA FABBRICATORE TEL. FAX 06.57286227 – 333.2182055

E-MAIL: mariafabbricatore@yahoo.it

 

I quadri in scena sono di Antonio Carrano, Stefania Foresi, Achille Quadrini

 

 

 

Al Teatro Quirino la “little Italy” degli anni Cinquanta ne “La rosa tatuata”, opera nota  di Tennessee Williams

 

di Lucio De Angelis

 

Scritta per Anna Magnani che vinse l’Oscar nel 1955 per l’interpretazione del film omonimo, “La rosa tatuata” è forse l’unica opera di Williams in cui prevale il sapore della commedia sul pessimismo della tragedia. Ambientata in Louisiana in una comunità di immigrati italiani, la vicenda ha come protagonista Serafina delle Rose, bella ed esuberante vedova che, distrutta dal dolore per la perdita del marito, decide di vivere nel lutto e nella castità, mitizzando caparbiamente il proprio passato e costringendo in questo stato anche la giovane figlia. L’incontro con Alvaro, camionista e siciliano come il coniuge defunto, le consentirà di ritrovare equilibrio e felicità.

 

Williams nei suoi drammi, tira a certi effetti con i colori estremi e non con le mezze tinte. E’ scrittore di bianco e nero e nel bianco mette poeti e zitelle, nel nero madri atterrite dallo scandalo e parenti rapaci. Da scrittore di melodrammi, perché la sua drammaturgia risulti credibile, ha soprattutto bisogno di attori e attrici fortemente dotati. Cosa questa alla quale hanno ben risposto Mariangela D’Abbraccio e Paolo Vannucci, quali protagonisti de ‘La rosa tatuata’, che come altre commedie dello  stesso autore s’è giovata della traduzione del  critico teatrale  Masolino D’Amico.

 

Ma parlando ancora di Tennessee Williams, va tenuto conto che nei suoi testi, nei suoi copioni, nelle sue sceneggiature, dimostra di sapere troppe cose. Sa che è uno scrittore del Sud, sa che non è uno scrittore realista, sa che scrive bene e sa che le donne isteriche sono il suo forte. E poiché sapeva tutte queste cose e che tutte queste cose rendevano parecchio in successo e reputazione, specialmente presso i suoi connazionali, egli ci dava dentro. Ogni giorno che passava il suo Sud diventava più sfatto, infoiato e invertito, il suo antirealismo più scuro e difficile, la sua scrittura più prelibata e le sue donne sempre più indemoniate.

 

E’ questo appunto il caso della sarta Serafina, nota e più che nota per il suo particolare impetuoso carattere. Ebbene un bel giorno, anzi un brutto giorno, le capita di perdere il marito. Rosario, camionista e corriere di droga. Da morto, questi diventa oggetto di culto in nome del quale la donna impone una feroce castità alla figlia e a se stessa. C’è un però, e è rappresentato dal camionista Alvaro, anche lui emigrante siciliano e camionista. Divisa tra la fedeltà alla memoria e l’interesse per il corteggiatore, l’inquieta cucitrice scopre alcune insospettate verità sul mestiere e gli amori del marito.

 

Non mancano quindi accenni ad una certa omosessualità latente nella figura di un marinaio, in una camicia di seta rosa confezionata per il marito dalle mani della moglie ma commissionata dall’amante, e infine, nel tatuaggio della famosa rosa a cui si ispira il titolo dell’opera. Spicca la complessità e la profondità del personaggio di Serafina, femmina a tutto tondo, moglie, madre, lavoratrice, appassionata amante, che riesce a sottrarsi ai lacci psicologici e fisici di una vedovanza ossessiva. Il risultato è una commedia straordinariamente umana, concepita da un intellettuale anticonformista, attento alle sfumature e ai dettagli, e abilissimo nel penetrare con amore l’anima dei personaggi. 

 

Affidato alla regia di Francesco Tavassi, questa messa in scena viene alleggerita dalla parte più drammatica del testo, ponendo in particolare risalto un’ironica traduzione su quelle che erano le prerogative degli emigranti italiani negli anni’50. Consuetudini, tradizioni e superstizioni di un popolo trasferitosi in gran numero in America, alla ricerca di una maggiore tranquillità economica. Per facilitare la comprensione del pubblico il dialetto iniziale, nel centro della commedia si trasforma in lingua italiana. Se ne perde così in gran parte la spontaneità dei personaggi e del dialogo. Ma anche se il testo scorre tra lo smaliziato e l’ironico, resta il sostanziale dramma interiore della protagonista, grazie ad una Mariangela D’Abbraccio che penetra nel personaggio della dispotica Serafina. C’è a tal proposito chi ha visto in lei il ripetersi della figura della dominante madre del drammaturgo, la quale in certo qual modo contribuì fra l’altro, alla pazzia della figlia Rose.

 

Bene in parte la D’Abbraccio e più che bene in parte Paolo Giovannucci, che dà vigore al dramma con una ben efficace interpretazione. Al meglio negli altri ruoli: Dajana Concione, Giuseppe Pestillo, Francesco Tavassi, Maurizia Grossi, Elena Vettori e Antonietta Rado. La gradevole scenografia è curata dallo stesso Tavassi, mentre o costumi sono firmati da Rosaria Donadio. Sullo sfondo le musiche originali di Luca Pirozzi             

 

 

Teatro: Quirino

Città: Roma

Titolo: La rosa tatuata

Autore: Tennessee Williams

Traduzione e adattamento: Masolino D’Amico

Regia, scenografia, disegno luci: Francesco Tavassi

con

Mariangla D’Abbraccio, Paolo Giovannucci, Dajana Roncione, Federica Restani, Jaqueline Ferry, Francesco Tavassi, Gabriele Russo, Antonietta Rado

Costumi: Maria Rosaria Donadio

Musiche: Luca Pirozzi

Periodo: fino al 31 maggio

 

 

 

 

 

rassegna-della-stampa-di-regime-25-maggio-2009

logo20radicali20roma41Le riunioni si tengono ogni martedì alle 20.30 al III piano di Via Torre
Argentina, 76 e sono aperte ad iscritti e non.

Ordine del giorno.

1) Anagrafe Pubblica degli Eletti a Roma: riassunto degli ultimi sviluppi
ed ultime strategie di lotta

2) referendum regionali: impasse superata, la macchina si muove, ma…

3) Peste laziale e romana: quale documento?

4) varie ed eventuali

Demetrio Bacaro
Segretario Radicali Roma
d.bac…@radicali.it
3290624807
www.radicaliroma.com

PANNELLA. ZINGARETTI: SOLIDARIETÀ A CHI LOTTA PER DEMOCRAZIA

(DIRE) Roma, 22 mag. – “Esprimo solidarieta’ politica e sostegno
a Marco Pannella per il suo atto di coraggio e per la denuncia
nei confronti dello stato dell’informazione”. Il presidente della
Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, apre con un omaggio al
leader radicale la conferenza stampa di presentazione delle
iniziative intraprese dalla sua amministrazione nel corso del
primo anno di mandato.
“Mi associo- continua Zingaretti- a chi, come il presidente
della Repubblica Napolitano, sollecita tutta la comunita’ a dare
un segnale”. Secondo il presidente della Provincia di Roma, “con
questa forma di disobbedienza civile”, Pannella “si sta
adoperando per la democrazia e il pluralismo nel nostro paese,
che non puo’ mai essere considerato un limite ma una ricchezza.
Spero- conclude- che queste parole giungano da questa sede a
Marco per sostenerlo in questa battaglia”.

mini-rassegna-della-stampa-di-regime-22-maggio-2009

Quando vince la volontà popolare

da La Voce Repubblicana del 22 maggio 2009, pag. 4

di Riccardo Masini

Nelle scorse settimane, la direzione romana del PRI ha dato il via ad una
coraggiosa iniziativa politica di ambito territoriale. Nell`ambito delle
attività del Comitato Ernesto Nathan, che vede i repubblicani sedersi ad
un tavolo di confronto con il Partito Radicale della Capitale, l`Unione
Romana si è fatta promotrice di otto referendum regionali, quattro
propositivi e quattro abrogativi, che se approvati porteranno
all`immediata esecutività di altrettante proposte di legge regionale; i
campi di intervento sono i più disparati, andando dalle politiche del
territorio al sostegno sanitario alle famiglie, dal rigore sui
finanziamenti regionali a forze politiche ed enti religiosi ai diritti
civili (chi è interessato, può trovare i quesiti referendari sul nuovo
sito dei repubblicani romani: www.repubblicaniroma.net). L`iniziativa -
che chiama a raccolta tutte le strutture comunali, provinciali e regionali
dei PRI – ha visto anche l`adesione dei giovani della FGR romana. Ora, al
di là dell`importanza contingente di tale azione politica territoriale
nonché dell`utilità dello stimolo organizzativo che essa può dare alle
nostre forze presenti sul territorio, l`iniziativa pone con forza una
questione alla quale negli anni scorsi forse non è stata data una
sufficiente attenzione. L`istituto referendario nel nostro Paese è, lo
sappiamo, ormai screditato. Lo . abbiamo sperimentato sulla nostra pelle
con i nobili sforzi per la procreazione assistita, conclusi con un triste
nulla di fatto. Ma la peculiarità dei quesiti che oggi sosteniamo è che
essi sono anche propositivi e non solo abrogativi. Grazie ad una legge al
momento esistente nella sola Regione Lazio, infatti, i cittadini saranno
chiamati non solo a cancellare una parolina o un comma da un testo
legislativo, per quanto concerne i quattro abrogativi, ma a sostenere
proposte ben definite: nuove leggi che traggono una propria legittimazione
dalla volontà popolare senza intermediari aggiunti. Non è forse
quest`ultima la forma più compiuta di democrazia diretta? Certo, siamo
realisti e sappiamo bene che un tale metodo di legislazione non è
applicabile su scala nazionale; troppo forti sarebbero i rischi di
strumentalizzazione demagogica, troppo forti le tentazioni di cavalcare
impulsi emotivi del momento per far passare iniziative politiche
fors`anche dannose per la comunità. E tuttavia, ricondotta in ambito
territoriale, concentrata su quei problemi quotidiani dei cittadini che
sono il primo banco di prova di una politica che sia veramente legata ai
bisogni dell`individuo, la soluzione del referendum propositivo non può
che essere uno strumento prezioso nelle mani di quelle forze politiche che
hanno a cuore i reali interessi degli elettori. Essi permettono a forze di
minore entità, tagliate fuori dai “grandi giochi” della politica, per
miopi calcoli elettoralistici, di riassumere un ruolo attivo, a contatto
con i cittadini e immediatamente riconoscibile. In più, rispondono a
quella figura di governo partecipativo che tanto significa per i
repubblicani e che tanto può fare per una società più giusta, più
condivisa e quindi più efficiente. La Regione Lazio si è attivata per
rendere operativo questo istituto, già previsto dallo Statuto regionale,
attraverso l`apposita proposta di legge n. 487 del 6 maggio u.s. Sappiamo
che anche altre Regioni stanno cercando di introdurlo, ma ancora non si
sono approvate le necessarie modifiche statutarie. Potrebbe essere dunque
utile discutere tra noi repubblicani, eredi di una tradizione che fa
dell`azione politica critica e propositiva il fulcro del proprio essere,
sull`opportunità di sostenere sistematicamente tali iniziative. Ne
gioverebbe la visibilità e la forza del Partito, ma fatto ancor più
importante ne gioverebbero tutti quei cittadini che potrebbero tradurre
una posizione politica in un atto legislativo preciso, consapevole e
partecipato.