Per i cattolici, si sa, la quaresima è tempo di astinenza: rinunciare alla
carne ogni venerdì sino a Pasqua è penitenza cui tutti i fedeli sono
tenuti, tranne se malati, anziani o minori di 14 anni. Dettaglio
evidentemente sconosciuto all´assessore capitolino alle Politiche
educative, Laura Marsilio. Che ieri, quando s´è accorta che il giorno
dopo, mercoledì delle ceneri, sarebbe iniziata la quaresima, ha ordinato
in fretta e furia – tramite fax – la variazione dal menu in tutte le
scuole elementari e medie di Roma: via la carne dalle mense, oggi e per i
prossimi sei venerdì, sino al 3 aprile.

E rapido aggiornamento dei piatti da servire in alternativa: pesce alla
mugnaia invece del filetto di manzo, uova strapazzate al posto del rollè
di vitello. E così di seguito fino alle vacanze. Dopodiché, tutto come
prima.

E pazienza se i destinatari della circolare – bimbi dai 5 ai 13 anni – non
siano obbligati a seguire i precetti riservati dalla dottrina ai
praticanti, anzi siano espressamente esentati, come stabilisce la Cei
nella delibera 60 del 4 ottobre ´94. Il zelante assessore di An -
ideatrice, sotto Natale, del progetto per il ritorno del presepe nelle
scuole – ha interpretato la norma a modo suo, ben oltre l´intendimento
degli stessi vescovi. Fedele agli input del sindaco Alemanno, in procinto
di ricevere papa Benedetto XVI, il 9 marzo, in Campidoglio: quale migliore
prova di devozione che promuovere l´educazione cattolica dei giovani
romani sin tra i banchi delle elementari?

«Una cosa così non mi era mai capitata» scuote la testa Bruno Perziani,
dirigente del centralissimo istituto comprensivo Visconti. «In tanti anni
di carriera ho visto menu estivi e menu invernali, mai un “menu del
periodo quaresimale”, che cambia in base a considerazioni di natura
religiosa». È sconcertato il dirigente: «Ritengo scorretto che in una
scuola pubblica si detti una lista di pietanze non in rapporto a
considerazioni dietologiche, ma al calendario della santa romana chiesa.
La quale, tra l´altro, neppure prevede la penitenza per gli under 14.
Stiamo parlando di bambini, ma ci rendiamo conto?». Vorrebbe dire che si
tratta di un´iniziativa ideologica, Perziani, ma si trattiene. «Le nostre
scuole sono piene di studenti ebrei e musulmani, per loro adesso mi
aspetto provvedimenti analoghi», conclude con una stoccata.
Tuttavia l´assessore Marsilio non ci sta a passare per una bigotta.

La circolare, che lei ha approvato pienamente, le è stata proposta dal
direttore del suo dipartimento per semplificare le procedure. «I menu
scolastici prevedono un elenco di piatti, ogni giorno diversi, che variano
di settimana in settimana», spiega. «Ebbene noi abbiamo scambiato i
giorni, anticipando al giovedì le pietanze che al venerdì contemplavano la
carne e lasciando il resto uguale. È stato necessario per soddisfare le
tantissime richieste delle famiglie, per il 90 per cento cattoliche, che
altrimenti avrebbero dovuto fare domanda di variazione nei singoli
municipi». Tutte storie, replica il consigliere del Pd Paolo Masini. «La
Marsilio – afferma – sa benissimo che nelle scuole romane c´è libertà di
scelta del menu: se uno vuole lo può cambiare. Il suo è un pretesto,
pericoloso e irresponsabile: imporre a tutti i bambini una scelta dettata
da motivi religiosi rischia di acuire i problemi, specie in una città come
Roma, dove le difficoltà di integrazione sono ogni giorno più evidenti».

Con un fax urgente a tutte le scuole di Roma l’Assessore Marsilio ha comunicato “d’imperio” un cambiamento urgente nella composizione dei pasti dei venerdì quaresimali per i bambini dai 5 ai 13 anni: dall’asilo alle medie. Niente carne quindi di venerdì per i piccoli romani, per un omaggio sfacciato ed evidente alla prossima visita in Campidoglio del Capo di Stato del Vaticano. Il nostro Assessore Capitolino non è nuovo a queste “perle” di  sensibilità sociologica e culturale, avendo già imposto a Natale la “riscoperta” del valore del presepe (ovviamente cristiano cattolico) sempre nelle scuole romane. Ci permettiamo di suggerire all’Onorevole Marsilio, alcune pratiche future per le scuole romane, per proseguire in questo filone di integrazione multietnica e rispettoso delle diversità religiose: gita obbligatoria a Lourdes nei mesi primaverili per tutte le terze medie, separando maschi da femmine; abolizione delle palestre scolastiche e loro sostituzione con cappelle di culto cristiano, con obbligo di frequenza annotata sul voto di condotta; distribuzione gratuita in tutte le scuole della nuova versione del catechismo cattolico, al posto della vetusta e superata Costituzione Italiana. Sono provvedimenti certo un po’ onerosi da un punto di vista finanziario, ma siamo sicuri che accelererebbero quel processo di annessione della nostra città alla Città del Vaticano, disegno che appare esplicito nelle decisioni francamente sempre più imbarazzanti del nostro Assessore. Al quale peraltro ricordiamo sommessamente  che la dottrina Cattolica esenta i minori di 14 anni dall’osservanza del precetto sulla astensione dalla carne. Carnevale è finito signori, è cominciata la Quaresima e credo che da un punto di vista del diritto nel nostro Comune durerà qualche anno.

Nonostante i problemi che la affliggono, come tutte le metropoli, Roma riesce sempre a sorprendere  piacevolmente. E ciò non solo ad uso dei turisti, ma forse ancor più degli stessi romani.
S’era molto reclamizzata l’apertura delle manifestazioni sul Futurismo che dovevano iniziare nella presunta data della prima pubblicazione del Manifesto di Marinetti, il 20 febbraio di cento anni fa, e circolava un certo scetticismo sui risultati.
Si sarebbe trattato di una specie di notte bianca – zero gradi permettendo – che avrebbe coinvolto il centro cittadino, con allettanti e anche un po’ provocatorie proposte. Alle 21 Piazza Colonna era alquanto deserta, via del Corso pedonalizzata era attraversata da Piazza Venezia a Piazza del Popolo  da  un potente fascio di luce verde smeraldo, grazie ad un complesso sistema laser ad altissima definizione su progetto di Giancarlo Cauteruccio, poi, più nulla!
Meno di un’ora dopo Piazza Colonna brulicava di gente col naso in su verso la facciata di Palazzo Wedekind, dove, sotto l’orologio, un individuo imbracato ed appeso col corpo rivolto verso un enorme lenzuolo verticale, dipingeva velocemente.
Era la performance neofuturista  di Giuliano Del Sorbo, (ma non si professava futurista anche quel signore che ha  fatto rotolare le palline sulla scalinata di Trinità dei Monti e ha poi colorato Fontana di Trevi?)  una ‘pittura estrema’  da realizzare in pochissimo tempo.
E mentre tutti si concentravano sull’evento, si spalancavano (finalmente!) i cancelli della Galleria ‘Alberto Sordi’, e centinaia di persone sono state sorprese dal vedere nascere in una delle navate un vero e proprio teatro, con palcoscenico, file di sedie, corridoio centrale, impianti luci.
L’Associazione ZTL (ma non si tratta di una zona a traffico limitato?)  ha presentato a un pubblico foltissimo, molto superiore ai posti disponibili, e disciplinatamente in piedi intorno allo spazio teatrale, uno spettacolo celebrativo del Futurismo dal titolo ‘Donne Velocità Pericolo’.
La realizzazione è stata curata da Francesco Sala, Viola Panaro ed Edoardo Sylos Labini, che ne è stato anche interprete, insieme con  Federica Di Martino, Raffaela Siniscalchi, Francesco Maria Cordella e il dj Antonello Aprea.
I testi, assemblati grazie alle ricerche di Luce Marinetti, hanno così permesso di utilizzare materiale tratto da tre romanzi marinettiani meno noti, insieme con tanti altri brani dichiaratamente futuristi, compresi alcuni stralci dei Manifesti di corrente.
Ne è venuto fuori uno spettacolo arricchito da effetti sonori di pregio, tant’è che il ‘rumore’ come suono è forse a buon diritto citabile tra i protagonisti. Motivo conduttore dell’intero pezzo teatrale è il treno, galeotto e a volte ruffiano, dove le persone svolgono una vita parallela a quella ordinaria, diventando  senza saperlo veicolo esse stesse, identificandosi nella velocità, nella potenza dell’acciaio e delle macchine in generale, primo passo verso il vero, indiscutibile progresso odierno.
Ma il Futurismo è anche affermazione della donna nei campi più diversi, essa stessa come viaggiatrice e veicolo verso  nuove mete, anche se il Manifesto di Marinetti la mette indiscutibilmente all’indice. Ed infine il Futurismo è sprezzo del pericolo, occhieggiamento compiaciuto verso il nazionalismo, e quindi partecipazione bellica.
Un Futurismo – quello dello spettacolo in questione – drammatico e appassionato, più tendente al fanatico, dunque, che non all’ironico: c’è infatti da chiedersi dove siano finite le splendide poesie di Regazzoni o dello stesso Marinetti. 
Dimenticavo: all’uscita della Galleria Sordi in Piazza Colonna il pittore aereo non c’era più  ma aveva lasciato il suo capolavoro, un forzuto e surreale personaggio futurista dipinto sul lenzuolo.                      
                        

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=47968&sez=HOME_INITALIA

Mercoledì 25 febbraio alle 17, presso la Fondazione Basso in Via della Dogana Vecchia 5, nei pressi del Pantheon, si terrà un interessante dibattito organizzato da Radicali Roma sulla forma partito e le sue implicazioni attuali.
INterverranno Gianfranco Spadaccia e Gennaro Migliore; modera Ruggero Masciotti. 

 

Nasce da ripetute riflessioni all’interno del mondo radicale e della nostra Associazione sulla attualità di alcune tipologie di organizzazione partitica, questo primo incontro-convegno organizzato da Radicalir Roma.

Grazie alla solerzia ed all’opera di Ruggero Masciotti, Riccardo MAgi, Pierluigi Sorti, Vito Capozzoli e Alessandra Pinna, siamo riusciti ad organizzare questo primo evento “culturale” che speriamo di ripetere con una certa frequenza nei prossimi mesi, su temi anche diversificati e che dovessero emergere dal dibattito associativo, anche per rispettare alcune delle disposizioni della mozione congressuale di dicembre.

William Mastrosimone, pluripremiato autore americano che sa fotografare in modo ironico e incisivo la realtà, ha in scena al Vittoria di Roma fino al 1^ marzo un suo testo, “Sunshine”, per la regia di Giorgio Albertazzi con ad interpreti Sebastiano Somma e Benedicta Boccoli.
Il primo con particolare sensibilità e bravura interpreta Armando, rigoroso e tenero, un “principe azzurro in agrodolce” come lo definisce lo stesso regista, mentre la seconda  è Sunshine, giovane donna da salvare e redimere.
Un “pas-de-deux” che é una cronaca amara dell’impotenza e della solitudine. Una fine del prossimo, divenuto invincibile ed anzi propriamente intoccabile, se esso è la donna che, di là da un invalicabile schermo di vetro, fa mosse e dice cose per eccitare i sensi di un giovane separato da ogni finalità naturale, e figurarsi poi se c’è spazio per il sentimento, per l’amore. Almeno, sembra.
Tali luoghi ce ne sono in America e si chiamino Peep-show: tetri box, dove Sunshine, e donne come lei, inscatolata nel suo bugigattolo, è una dea della morte, perché lo squallido rito erotico cui essa induce celebra la morte della persona. Chi si rivolge a lei ha perso ogni coscienza della propria identità, è giunto al limite di ogni speranza in se stesso e nella vita, accetta la meccanicità degli atti più segreti e delicati, ha raggelato il proprio cuore e, insomma, ha degradato, mercificato l’esistenza.
Il contenuto di “Sunshine” non è, però,  la pornografia. Al contrario, perché, in effetti, la commedia si svolge fuori, nelle stanze di un paramedico sposato, ma praticamente separato dalla moglie. Dunque, solo.
In questa casetta di “single” piomba Sunshine, per sottrarsi alle busse del suo compagno. E siccome è assai migliore della professione che esercita, anzi è donna sensibile e spiritosa, e di rapida intelligenza, riesce ad estrarre magneticamente la verità della condizione umana nel suo provvisorio salvatore, il quale infine, cede al fascino indubbio della donna, che però gli sfugge non senza qualche buona ragione e riserbo interiori. Il “lieto fine” spreca un poco quanto era stato prima costruito sulla difficoltà di essere e di comunicare, pur nei termini approssimativi ed ovvi di una drammaturgia che non passa dalla psicologia ai valori dello spirito se non indirettamente.
Nel rincorrere i personaggi di questa favola post-moderna tra provocazioni e insulti, promesse e paure sbirciamo nelle pieghe del rapporto nato per caso tra Armando e Sunshine. Le storie  di vita di entrambi si definiscono davanti ai nostri occhi in una Genova dei nostri giorni, città portuale di arrivi e partenze, con la sua anima malinconica e schiva, ma ricca e vivace, luogo scelto per l’incontro in questa nuova traduzione, perché di Genova si vuole l’aria, i colori, gli umori.
Lui si aggrappa al senso che ha voluto dare alla sua vita, nel tentativo di non scivolare nel mondo di lei: Armando è uomo fragile dallo sguardo di lupo, che come Ulisse sembra non voler altro che riconquistare il suo nido, mentre lo sguardo spaurito ma sapiente di Sunshine lo scruta con un candore sempre più irresistibile.

 

I due si colpiscono a vicenda senza pietà. Crudeltà e tenerezza convivono in una messa in scena in cui gli spunti comici fanno da contrappunto melodico ad una partitura amara e spigolosa, per i gemiti ed i sussulti di anime sbandate.
L’arte sottile della seduzione ispira la regia, perché questo testo vive nel gioco delle parti e nell’osservare un uomo e una donna guardarsi, amarsi forse, temersi, rincorrersi, ferirsi, cercarsi.
E’ un’importante prova per Somma e la Boccoli, da cui ne escono assolutamente vincenti, perché sono loro lo spettacolo. Due anime in un recinto che giocano all’eros.
Le scene sono di Alessandro Chiti, con cui si é trovato un modo nuovo per illustrare il  luogo (sue sono state infatti anche le scene della bella versione del 1992 con la D’Abbraccio e De Rossi a Spoleto – regia di Mattolini).
Teatro: Vittoria
Città: Roma
Titolo: Sunshine
Autore: William Mastrosimone
Traduzione e adattamento Giorgio Albertazzi
Regia Giorgio  Albertazzi
Interpreti: Sebastiano Somma, Benedicta Boccoli, Francesco Montanari
Scene: Alessandro Chiti
Costumi: Mariolina Bono
Periodo: fino al 1^ marzo

La nostra consueta riunione del martedì di questa settimana verterà sul seguente

Ordine del Giorno:

- A.P.E. al Comune: mdalità di pressione e presenza – nuove iniziative dell’Associazione

- Convegno di mercoledì sulla forma partito

- congresso a Chianciano della sezione italiana del PRNTT

- varie ed eventuali

Dichiarazione di Demetrio Bacaro Segretario di Radicali Roma

 

 

“Le agenzie stanno riportando in queste ore le dichiarazioni del Sindaco di Roma a margine della conferenza stampa di stamane, indetta per presentare le manifestazioni celebrative sul centenario del manifesto futurista di martinetti. Leggo con stupore quindi che il Sindaco di Roma auspica un ritrovamento degli ideali futuristi. Vale allora solo la pena di ricordare al nostro primo cittadino che al punto 9 quel manifesto di cento anni fa inneggiava alla “guerra sola igiene del mondo”, per tacere su altre affermazioni grondanti violenza e sopraffazione. Ritengo che si possa celebrare degnamente un movimento artistico, ma senza cedere alla tentazione di identificarsi nei suoi proclami, quando questi risultino pieni di inneggio alla violenza e alla ribellione. Mi domando se non sarebbe più utile mantenere un profilo meno provocatorio, in frangenti in cui si registra molta fibrillazione e desiderio di giustizialismo fai da te. Bene sarebbe che il Sindaco si occupasse di amministrare la città, vigilando sul rispetto delle regole statutarie del suo Comune, che anche in questi giorni disattende le istanze di trasparenze di oltre 7500 cittadini sulla Anagrafe Pubblica degli eletti”

Come e ancora più che con l’Assemblea dei Mille tenuta dal 2 al 4 maggio 2008, e i lavori di quel dopo Chianciano, ci auguriamo che questo VII Congresso italiano venga considerato e colto come l’occasione di dibattito, di ricerca, di confronti che il più possibile prescindano dalle importanti scadenze dette elettorali, europee, amministrative che ovunque altrove – temiamo- soffochino, o del tutto cancellino, le vere, specifiche, urgenze oggettive che investono e travolgono questo nostro fronte italiano nell’ambito della crisi globale e europea che connota il mondo di oggi.

Noi vorremmo, in questa occasione, cercare di fornire prime risposte ad alcuni interrogativi che riteniamo comuni e urgenti a coscienze e storie che non sono estranee, a nostro avviso, ad alcuna parte politica, sociale, religiosa, laica o confessionale oggi organizzata o comunque presente nel nostro paese.

Il “ congresso italiano” non ha compiti e competenze deliberative per il Partito Radicale, e i suoi eventuali documenti politici non hanno che valore politico per chi ad essi vorrà darlo. D’altra parte – come forse saprai- il più antico partito nato in Italia nel dicembre 1955,  giunto al suo 38esimo congresso, e ancor oggi presente con piena continuità giuridica, istituzionale e politica, non prevede in alcun caso “disciplina di partito” né limiti alla assoluta libertà di associazione per i suoi iscritti.

Viviamo in una situazione nella quale, proprio perché sappiamo di trovarci in assoluta sintonia col Paese sui temi che connotano il dibattito etico, di costume,  economico, sociale o della riforma liberale e democratica delle nostre istituzioni, non dobbiamo poter parlare, dobbiamo essere cancellati, e il Popolo italiano deve essere messo in condizione di non conoscere e di non poter scegliere. Come dopo 20 anni di fascismo è stato possibile e necessario porre fine a quel regime, ora, dopo 60 anni, è necessario chiudere con questo regime partitocratico.

È su questo che dovremo aprire il confronto del congresso italiano del Partito Radicale, senza fingere di trovarci in una situazione normale o quasi normale.

Un Partito “precario” e aperto, inclusivo e non esclusivo, come nessun altro fra quelli conosciuti nel mondo democratico.

Invio anche a te la lettera che ho fatto recapitare con urgenza a tutti i parlamentari nella loro casella della Camera e del Senato.  Confido nella tua presenza e nella tua partecipazione a questo ulteriore appuntamento, di fronte ai fatti nuovi che si sono verificati, per organizzare e rafforzare la nostra lotta di R/esistenza e di alternativa radicale.

A seguire trovi le condizioni logistiche e la scheda di prenotazione che saranno a disposizione di tutti i partecipanti, a qualsiasi titolo, iscritti, invitati, osservatori che siano.

A presto,
Marco Pannella

 

 

PARTITO RADICALE NON VIOLENTO
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Al Teatro Belli di Roma “I Parenti Terribili” di Jean Cocteau

 

di Lucio De Angelis

 

Fino al 1^ marzo Adriana Martino cura al Teatro Belli di Roma la regia de “I parenti terribili” di Jean Cocteau, interpretati da Gloria Sapio, Valentina Martino Ghiglia, Felice Leveratto, Giuseppe Morteliti e Claudia Manini.

 

Lo spettacolo, che molti critici considerano la migliore opera teatrale dell’autore, mostra la farsa, il dramma, il tragico, il melodrammatico e il grottesco di vite governate da sentimenti di rivalsa, soffocate da un perbenismo di facciata: donne solo all’apparenza fragili, regine di cattiverie e di egoismi e uomini deboli, indifferenti ed altrettanto egoisti.

 

Cocteau scrisse questo testo per l’attore francese Jean Marais, che fu il primo interprete di Michel.

 

Lo scandalo del contenuto della pièce oggi é in gran parte svanito: chi può più impressionarsi di un padre e di un figlio che s’innamorano della stessa ragazza, di una madre un po’ troppo posseduta dall’amore per il figlio, di un’anziana signorina che spinge indirettamente la sorella al suicidio per potersi impossessare del cognato?

 

A resistere, a suscitare ancora sorprese e ammirazione é la gelida e ghignante sfrontatezza con cui la “mostruosità” della trama viene esibita.  “I Parenti Terribili” è un complicatissimo, morboso, drammatico intreccio di affetti e di relazioni incrociate tra i componenti di una bizzarra famiglia, che viene definita dai suoi stessi membri “il carrozzone”.
 
Yvonne è una madre possessiva, nevrotica che ha riversato il suo affetto dai tratti morbosi sul figlio, arrivando all’estremo gesto del suicidio per avvelenare la vita del giovane, per far coincidere la sua felicità con un dolore inestirpabile. Michel é il figlio, innamorato di una ragazza, anticonformista e leale, ma amante di suo padre. Completa “il carrozzone” il padre fallito e apatico ed, infine, la zia tessitrice attenta di trame di sentimenti, calcolatrice, vendicativa e pungente.

 

Sotto differenze borghesi si ritrova qui il dramma familiare dell’amore assoluto, folgorante e tragicamente impossibile. L’ordine anarchico della “madre-bambina” è quello di Antigone, l’ordine sociale della zia Leò e della ragazza Madeleine quello di Creonte. Tra i due ordini oscilla Michel, candido come il giovane Edipo, assassino involontario, questa volta, di Giocasta.

 

I personaggi sono spinti all’estremo con una sorta di esasperazione e di crudeltà, un inferno familiare, soffuso ora di pietà ora di ironia, che rende allucinato il vero, dilatandolo attraverso un intrigo di apparente vaudeville (troppo accentuata dalla Martino), a dimensioni quasi di tragedia.

 

Gloria Sapio dà tutta se stessa a una Yvonne davvero penosa, Valentina Martino Ghiglia, in parrucca per l’occasione, è una vibrante Lèo, Felice Leveratto è quell’inetto buono di George, infantile fino all’osso, eccessivo quando occorre, ma mai sopra le righe.

 

Un giovane Giuseppe Morteliti (Michel), infine, ha il compito di interpretare il personaggio più difficile da rendere credibile. Lui ci riesce bene, intrecciando con Yvonne (che Michel chiama morbosamente Sophie) un groviglio di sudiciume affettivo che stupisce per la sua bassezza (la grottesca scena dei baci sul collo e sulle orecchie è davvero inquietante).

 

Claudia Manini interpreta la giovane Madelaine, causa scatenante di quella tragedia che aspetta di compiersi fin dalle prime battute e regala più di un brivido di gelo al pubblico in sala, che ne esce ferito e appagato. 

 

La pièce nelle precise geometrie dei movimenti, nel ruotare dei personaggi al vertice di triangoli che continuamente si compongono e si scompongono, rivela la geometria nascosta di una società in disfacimento.

 

Scrivendola, Cocteau ha voluto – e ce ne ha lasciato egli stesso testimonianza – sfidare quel pubblico di élite per il quale aveva sempre lavorato, e stabilire un contatto, mediante un linguaggio meno esoterico, con le grandi folle. Il tentativo si rivelò felice, giacché “I Parenti Terribili” ha costituito uno dei più grossi successi ottenuti da Cocteau, autore drammatico.
 
Storico e memorabile l’allestimento di Luchino Visconti: in un’Italia sfigurata dalla guerra e ancora tagliata in due dalla Linea gotica, nel gennaio del 1945, il regista mette in scena l’opera all’Eliseo di Roma, che si rivela immediatamente con i caratteri del grande evento.

 

L’aura leggendaria che circonda lo spettacolo si giustifica a posteriori rivalutando l’impatto che ha avuto nel teatro italiano del dopoguerra. Tutti i contemporanei ebbero chiara coscienza del cambiamento epocale che si era verificato (indimenticabile la scena invasa dalle grida della fragile Yvonne, legata da passione incestuosa per il figlio).

 

Fra i tanti Gerardo Guerrieri e lo stesso Vittorio Gassman – di cui pure si narrano clamorosi scontri con il regista – riconobbero che quella messinscena rappresentava un avvenimento storico, segnando di fatto uno spartiacque tra due modi assolutamente diversi di concepire lo spettacolo e il lavoro dell’attore.

 

 
Teatro: Teatro Belli
Città: Roma
Titolo: I Parenti Terribili
Autore: Jean Cocteau
Regia: Adriana Martino
Interpreti: Gloria Sapio, Valentina Martino Ghiglia, Felice Leveratto, Giuseppe Morteliti, Claudia Manini
Scene e costumi: Anna Aglietto
Musiche:  Benedetto Ghiglia