Ma che cos’è davvero in gioco nei dibattiti sulla laicità che periodicamente si ripetono e che, come ha osservato Barbara Spinelli nella sua inchiesta, sono un tratto specifico della società italiana? Se, come pare, essi sono un estremo seguito della scomparsa delle Dc – ma forse è solo in sonno – è difficile non vedere che la religiosità e la fede in questi dibattiti c’entrano poco, e che si tratta molto più verosimilmente di questioni di potere. Davvero gli italiani si scandalizzerebbero se il Presidente della Repubblica o il presidente del Consiglio nominassero Dio in discorsi ufficiali, come accade (troppo) spesso negli Stati Uniti? Ci sarebbero forse mugugni da parte di qualche ateo accanito, ma davvero non si riesce a credere che qualcuno sentirebbe minacciato lo stato democratico. La minaccia, potrebbe dire un cittadino mediamente rispettoso, credente, mezzo credente, agnostico, consisterebbe piuttosto nel timore che questa riaffermata presenza di Dio nella sfera pubblica finisse per dar luogo a nuove esenzioni dall’ICI per i tanti enti ecclesiastici che già ne godono ampiamente e reagiscono duramente, invocando la verità del Vangelo, contro chiunque li metta in discussione.
Non credo che il tanto vituperato laicismo (ottocentesco, si aggiunge a ulteriore spregio) sia espressione di un’inimicizia verso le credenze religiose o peggio verso Gesù e il Cristianesimo. Se possiamo permetterci un paragone, sulla questione si opera uno scambio analogo a quello che avviene quando un esponente della comunità ebraica taccia di antisemitismo chiunque (come Chomsky e altri grandi intellettuali ebrei) critichi la politica d’Israele. E dire che in Italia la Chiesa non è stata mai vittima di una Shoah, anzi: la sua ipersensibilità a ogni rivendicazione di laicità dello Stato è forse una conseguenza del privilegio di cui ha sempre goduto nel Paese. Ciò non vuol dire che con la questione della laicità la fede non c’entri nulla. C’entra anzitutto perché la Chiesa, con le sue gerarchie, usa troppo spesso il richiamo alla verità religiosa per difendere i propri privilegi, per lo più riconosciuti dal Concordato, cioè dalla Costituzione. E che nessuno osa mettere in discussione seriamente. Viviamo in un paese dove, sebbene la fede religiosa non sia più fervida che in paesi simili, il governo ha rischiato di cadere per un emendamento che voleva sanzionare anche da noi le espressioni di discriminazione omofobica. Un emendamento non da poco, perché potrebbe essere impugnato contro le tante affermazioni vescovili e papali che chiamano l’omosessualità peccato contro natura, minaccia grave contro la famiglia e dunque pericolo per la società.
I cattolici parlamentari in buona fede che vogliono la soppressione dell’emendamento, come di tante altre libertà laiche, ritengono che se si cedesse su questi «valori non negoziabili» verrebbe a mancare qualunque punto di riferimento morale. Dicono che fuori dai valori cattolici (tanti cristiani, fortunatamente, non li condividono) non ci sia nessuna visione del mondo degna d’esser chiamata umana. Di nuovo, siamo di fronte a tesi che potrebbero essere trascinate in tribunale in base all’emendamento contro la discriminazione. La pretesa del Papa d’annunciare la vera morale naturale, e la richiesta agli stati di conformarvisi, non significa altro che un radicale disprezzo d’ogni altra cultura che non sia la cattolico-romana. Un disprezzo minaccioso: se la Chiesa riuscisse a imporre a una maggioranza parlamentare il comportamento della sen. Binetti, ogni inosservanza delle leggi bioetiche «naturali» (niente aborto, niente suicidio assistito, niente unioni civili; obbligo di frequenza alla messa domenicale, forse) non potrebbe godere del diritto che ogni democrazia riconosce alle minoranze; equivarrebbe infatti a pura e semplice mostruosità «disumana», a cui si potrebbe sfuggire solo con la conversione che in altre epoche la Chiesa imponeva, per il loro bene, agli eretici e ai «selvaggi».
«Discutere fa sempre bene». Ma bisogna «chiarirsi su quali siano i temi eticamente sensibili e quali siano invece i diritti dei cittadini». Senza questa distinzione basilare, anche l’idea di un “forum etico permanente” del Pd, pensata all’indomani dello scontro tra il partito di Veltroni e la sinistra sulle unioni civili in Campidoglio, rischia di non risolvere i problemi di fondo. I quali, per Gianni Cuperlo, deputato del Pd particolarmente impegnato sui temi della laicità, vanno affrontati senza ulteriori ritardi. «Veltroni ha interesse legittimo a tenere insieme il nuovo partito. Ma tutti noi siamo responsabili di aver evitato il chiarimento su certi temi…».
Oggi le associazioni, i coordinamenti e i comitati che attendono ancora il rispetto della legalità da parte del Consiglio comunale di Roma si incontrano per decidere le fasi di una comune mobilitazione.
“È uno spettacolo patetico. La libertà in questo paese è diventata una questione “eticamente sensibile”, allora siamo messi male…”. Nota amara quella sui diritti e le unioni civili, per Emma Bonino. Il ministro festeggia nella sede dei Radicali la “vittoria storica” per la moratoria sulla pena di morte. Questo dei diritti civili, dice, è “un boccone amaro”.
Toni sempre più aspri nella maggioranza dopo la bocciatura del registro sulle Unioni civili da parte del Consiglio comunale di Roma. E’ la sinistra radicale quella più critica nei confronti del Pd, del suo segretario e sindaco della capitale Walter Veltroni che viene accusato di aver fatto un accordo con il Vaticano per far affossare il provvedimento. Anche l’assenza di Veltroni e del suo vice Maria Pia Garavaglia in occasione del voto di lunedì non è passata inosservata. Anzi. Ma tant’è. Questo mentre il ministro della Famiglia, Rosy Bindi, autrice del disegno di legge sui Dico insieme alla collega Barbara Pollastrini, fa notare che i Cus, i contratti di unione solidale (il provvedimento in merito è stato presentato dal presidente della commissione Giustizia del Senato, Cesare Salvi), non troveranno la maggioranza in Parlamento anche a causa di «alcuni profili incostituzionali». Quindi conferma la sua contrarietà alla possibilità per una coppia gay di adottare figli. Stesso pensiero del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti: «Non sono convinto dei matrimoni gay e non penso neppure che ci possa essere l’adozione di figli: un figlio è abituato ad avere un padre e una madre».
Il giorno dopo l’Osservatore romano, house organ di oltreTevere, fa il “vago”, come si dice al di qua del Tevere: sei righe nella rubrica delle notizie dal modo per dire della bocciatura in Campidoglio del registro delle Unioni civili. Nella Roma reale, quella dei movimenti, della società civile, «laverà sconfitta», dice la capogruppo Prc Adriana Spera, dalla tenzone dell’Aula Giulio Cesare, si riflette, al contrario, sulla «brusca battuta d’arresto nel dialogo sui diritti». Il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli denuncia la convergenza del Pd e delle destre nella bocciatura di una delibera di iniziativa popolare che, in meno della metà del tempo, aveva raccolto oltre il doppio, diecimila e passa, delle firme necessarie: Pd tutto appiattito sulle posizioni vaticane, il pressing era iniziato alla vigilia del summit Veltroni-Bertone, capo del governo del papa ed è riuscito a sabotare l’iter delle delibere sul registro delle unioni civili, «Una pessima prova che lascia ben poche speranze anche sul dibattito nazionale», dichiara Rossana Praitano, presidente dello storico circolo romano. Stesso cruccio per Aurelio Mancuso, presidente di Arcigay, allarmato dalle esternazioni di Chiti e D’Alema contro matrimoni gay e adozioni, dalla diserzione di Veltroni, dalla trasformazione politica-genetica dei democrat: «Se negli anni ’70 ci fosse stato il Pd, conquiste come divorzio, diritto di famiglia, interruzione volontaria di gravidanza non sarebbero divenute realtà».
L’accusa è pesantissima: inaffidabilità e subalternità alle gerarchie ecclesiastiche. Principale imputato: Walter Veltroni nella doppia veste di sindaco di Roma e leader del Pd. A sostenere l’offensiva: associazioni gay e partiti della Sinistra, che rilanciano — dopo lo stop alle unioni civili in Campidoglio — con un referendum popolare istitutivo del registro “affondato” lunedì sera. Registro che però «sarebbe stato un di più, la capitale già prevede una serie di misure a favore dei conviventi», protesta in difesa Anna Finocchiaro. Supportata dal ministro Rosy Bindi: «Non è compito del Comune stabilire diritti e doveri che spettano a una legge nazionale». Per poi aggiungere come pure la proposta sui Cus (il nuovo nome dei Dico) «potrebbe non trovare la maggioranza in Parlamento a causa di alcuni profili di incostituzionalità». È un day after da tutti contro tutto quello consegnato dalla bocciatura romana delle coppie di fatto. C’è chi, come il segretario di Rifondazione Franco Giordano, dice che «sul tema della laicità il Pd si è rivelato assolutamente inaffidabile», e chi decreta che «il Vaticano è intervenuto e Veltroni si è piegato» (Manuela Palermi, Pdci). Chi ci legge «un segnale importante per il Paese, che ha definitivamente affossato il disegno di legge sui Cus» traducono le azzurre Carfagna e Bettolini, e chi interpreta la saldatura fra Pd e centrodestra in Campidoglio come «la riedizione — parole del verde Bonelli—della potentissima Dc di vent’anni fa». E se l’ex ds Gavino Angius parla di «una sconfitta culturale e politica», c’è chi lancia una nuova sfida: «Raccoglieremo le firme per un referendum comunale», tuonano radicali e socialisti insieme, tra cui il segretario Boselli (che di Veltroni dice: «Ha sporcato l’immagine laica di Roma») e i deputati Grillini, Spini, Villetti e Turci. Una consultazione propositiva, che quindi non necessita di quorum: basterà che un terzo degli aventi diritto si pronunci per avere il registro negato dal consiglio capitolino. Un dibattito che ha presto travalicato i confini romani. Ad accendere la miccia, l’intervista alla Radio Vaticana in cui il ministro Chiti ha manifestato tutta la sua contrarietà a matrimoni e adozioni omosessuali: «Un figlio è abituato ad avere un padre e una madre, non credo che funzionerebbe con due madri o due padri». Dichiarazioni stigmatizzate dall’Arcigay, «preoccupata per ciò che sta accadendo o potrà accadere in Parlamento con lo spostamento oltre Tevere della linea del Pd», segno di «una trasformazione politico-genetica di cui bisogna tenere conto».