Ma che cos’è davvero in gioco nei dibattiti sulla laicità che periodicamente si ripetono e che, come ha osservato Barbara Spinelli nella sua inchiesta, sono un tratto specifico della società italiana? Se, come pare, essi sono un estremo seguito della scomparsa delle Dc – ma forse è solo in sonno – è difficile non vedere che la religiosità e la fede in questi dibattiti c’entrano poco, e che si tratta molto più verosimilmente di questioni di potere. Davvero gli italiani si scandalizzerebbero se il Presidente della Repubblica o il presidente del Consiglio nominassero Dio in discorsi ufficiali, come accade (troppo) spesso negli Stati Uniti? Ci sarebbero forse mugugni da parte di qualche ateo accanito, ma davvero non si riesce a credere che qualcuno sentirebbe minacciato lo stato democratico. La minaccia, potrebbe dire un cittadino mediamente rispettoso, credente, mezzo credente, agnostico, consisterebbe piuttosto nel timore che questa riaffermata presenza di Dio nella sfera pubblica finisse per dar luogo a nuove esenzioni dall’ICI per i tanti enti ecclesiastici che già ne godono ampiamente e reagiscono duramente, invocando la verità del Vangelo, contro chiunque li metta in discussione.

Non credo che il tanto vituperato laicismo (ottocentesco, si aggiunge a ulteriore spregio) sia espressione di un’inimicizia verso le credenze religiose o peggio verso Gesù e il Cristianesimo. Se possiamo permetterci un paragone, sulla questione si opera uno scambio analogo a quello che avviene quando un esponente della comunità ebraica taccia di antisemitismo chiunque (come Chomsky e altri grandi intellettuali ebrei) critichi la politica d’Israele. E dire che in Italia la Chiesa non è stata mai vittima di una Shoah, anzi: la sua ipersensibilità a ogni rivendicazione di laicità dello Stato è forse una conseguenza del privilegio di cui ha sempre goduto nel Paese. Ciò non vuol dire che con la questione della laicità la fede non c’entri nulla. C’entra anzitutto perché la Chiesa, con le sue gerarchie, usa troppo spesso il richiamo alla verità religiosa per difendere i propri privilegi, per lo più riconosciuti dal Concordato, cioè dalla Costituzione. E che nessuno osa mettere in discussione seriamente. Viviamo in un paese dove, sebbene la fede religiosa non sia più fervida che in paesi simili, il governo ha rischiato di cadere per un emendamento che voleva sanzionare anche da noi le espressioni di discriminazione omofobica. Un emendamento non da poco, perché potrebbe essere impugnato contro le tante affermazioni vescovili e papali che chiamano l’omosessualità peccato contro natura, minaccia grave contro la famiglia e dunque pericolo per la società.

I cattolici parlamentari in buona fede che vogliono la soppressione dell’emendamento, come di tante altre libertà laiche, ritengono che se si cedesse su questi «valori non negoziabili» verrebbe a mancare qualunque punto di riferimento morale. Dicono che fuori dai valori cattolici (tanti cristiani, fortunatamente, non li condividono) non ci sia nessuna visione del mondo degna d’esser chiamata umana. Di nuovo, siamo di fronte a tesi che potrebbero essere trascinate in tribunale in base all’emendamento contro la discriminazione. La pretesa del Papa d’annunciare la vera morale naturale, e la richiesta agli stati di conformarvisi, non significa altro che un radicale disprezzo d’ogni altra cultura che non sia la cattolico-romana. Un disprezzo minaccioso: se la Chiesa riuscisse a imporre a una maggioranza parlamentare il comportamento della sen. Binetti, ogni inosservanza delle leggi bioetiche «naturali» (niente aborto, niente suicidio assistito, niente unioni civili; obbligo di frequenza alla messa domenicale, forse) non potrebbe godere del diritto che ogni democrazia riconosce alle minoranze; equivarrebbe infatti a pura e semplice mostruosità «disumana», a cui si potrebbe sfuggire solo con la conversione che in altre epoche la Chiesa imponeva, per il loro bene, agli eretici e ai «selvaggi».

  «Discutere fa sempre bene». Ma bisogna «chiarirsi su quali siano i temi eticamente sensibili e quali siano invece i diritti dei cittadini». Senza questa distin­zione basilare, anche l’idea di un “forum etico permanente” del Pd, pensata all’indomani dello scontro tra il partito di Veltroni e la sinistra sulle unioni civili in Campi­doglio, rischia di non risolvere i problemi di fondo. I quali, per Gianni Cuperlo, depu­tato del Pd particolarmente impegnato sui temi della laicità, vanno   affrontati senza ulteriori ri­tardi. «Veltroni ha interesse legittimo a tenere insieme il nuovo partito. Ma tutti noi siamo re­sponsabili di aver evitato il chiari­mento su certi te­mi…».
 
Cominciamo dalla risposta di Veltroni a Miriam Mafai che denuncia un certo arretramento cul­turale nel Paese. Concordi con lui: non c’è arretra­mento?
La Mafai pone una questione vera. Non so se oggi la società italiana sia più o meno laica di trent’anni fa, ma il bilancio none confortante se guardiamo alla legislazione degli ultimi anni: non siamo riusciti ad approvare i Dico, né la legislazione del governo sulla violenza di genere e le norme antiomofobia che con­tiene. Mi auguro che Veltroni abbia ragio­ne, che il Parlamento approvi subito la legi­slazione sullo “stalking” e l’omofobia, visto che la commissione Giustizia della Camera ne ha completato l’esame, e che ricono­sca presto le coppie di fatto. Ma non posso non vedere alcune difficoltà che riguarda­no anche il Partito Democratico. Il proble­ma non è la presenza all’interno del Pd di culture che la pensano diversamente sulle coppie di fatto, la fecondazione assistita, la ricerca sulle staminali, il testamento biologico… Il pluralismo è parte dell’operazione Partito Democratico, è una risorsa. Il punto è rivendicare nel Pd e nel Paese l’autonomia della politica e la laicità delle istituzio­ni. Non va accettata l’idea che la politica non sia abilitata a decidere su alcuni temi per via di una verità superiore, anche di ordine anche religioso, che la inibisce.
 
Il “forum etico permanente”, pensato da alcuni esponenti del Pd, può aiutare a sciogliere questi nodi?
Discutere fa sempre bene. Ma bisogna chiarirsi”su questioni di fondo ed evitare di usare la categoria “temi eticamente sensi­bili” secondo una logica di convenienza. Bisogna mettersi d’accordo su cosa rientra in questa sfera etica e cosa invece rientra nel campo dei diritti civili. La regolamenta­zione delle coppie di fatto non è tema eti­camente sensibile, ma un diritto di cittadi­nanza. I temi eticamente sensibili riguar­dano lo scorrere della vita: eutanasia, testamento biologico, fecondazione assisti­ta… Faccio l’esempio della norma antio­mofobia del ddl espulsioni (contestata dalla Binetti, ndr.): cosa c’è di eticamente sensibile nella tutela dei diritti fondamen­tali della persona? E’ su questo che il Pd de­ve dire una parola chiara. Io non penso che la religione sia un fatto privato che debba stare ai margini della vita pubblica, della politica. La Chiesa ha il diritto di entrare nel dibattito pubblico. Ma se è legittimo che monsignor Sgreccia si compiaccia dello stop del Campidoglio alle unioni di fatto, penso allo stesso tempo che una cultura politica progressista abbia il dovere di dir­gli che è sbagliato affermare che gli omo­sessuali vanno aiutati con un supporto psicologico.
 
Veltroni sta garantendo bene una distinzione tra diritti civili e temi etici?
Non mi interessa polemizzare con Veltroni, ma ragionare nel merito. Veltroni ha interesse a tenere insieme un’operazione, il Pd, nata con molta accelerazione. Se ci sono nodi da sciogliere la responsabilità non è sua, ma di tutti noi che abbiamo sospeso la di­scussione su questi argomenti, anche du­rante la campagna per le primarie. Ora vanno affrontati, non con l’obiettivo di espellere chi nel Pd la pensa in un certo modo. Avere i teodem, la Binetti, è un dato fisiologico del Pd e anche una ricchezza, ma io vorrei appartenere ad un partito che dica con chiarezza quello che pensa.
 
Ha ragione Scalfari, quando scrive che in Italia è difficile esercitare la laicità per via della presenza del Vaticano?
Siamo un Paese che è riuscito a riconosce­re il diritto al divorzio e all’aborto negli anni ’70, ma non c’è dubbio chela Chiesa di Ratzinger abbia scelto di svolgere un ruolo molto presente nella dimensione pubblica e politica: bisognerebbe riflettere sul per­ché la Chiesa, dall’I 1 settembre in poi, si senta più assediata E’ chiaro che per que­sta Chiesa l’Italia sia un palcoscenico privi­legiato, non è così in Francia o Spagna Ma il problema non è chiamare i laici contro un nuovo clericalismo. Il problema è riu­scire a favorire il dialogo, la mescolanza. Un partito come il Pd deve investire nella responsabilità delle persone, n divorzio non ha distrutto le famiglie, l’aborto non ha prodotto un aumento delle interruzioni di gravidanza. Non bisogna avere paura di una società con più diritti perché può solo produrre più responsabilità. Ultimo punto: non “accontentare” la Bi­netti significa rischiare l’esodo dei teodem verso nuove aree centriste — La discussione aperta sulla legge elettorale può avere ripercussioni. Ma se il Pd si ga­rantisce compattezza, eviterà le fughe ver­so un centro che ora non esiste. Mi auguro si rafforzi il bipolarismo, con una competi­zione tra due schieramenti.
 

Ha ragione Roberto Cotroneo: la votazione del Consiglio comunale di Roma sul registro delle unioni civili «non è stata una gaffe», ma una scelta politica che parla a tutto il Paese. Perché Roma è la capitale d’Italia e perché Veltroni non è più «solo» il sindaco di Roma, ma anche il segretario del Partito democratico. «Sarebbe il caso», scrive Cotroneo, «di chiedersi in che direzione voglia andare il Pd, soprattutto per capire che tipo di paese ha in mente. Se ha in mente un paese dove i diritti delle coppie di fatto sono diritti fondamentali, o se invece dobbiamo rassegnarci a mediare di continuo con le gerarchie ecclesiastiche sempre più aggressive e determinate». Che «i diritti delle persone che vivono nelle unioni di fatto» (come, per la precisione, recita il programma dell’Unione) siano diritti fondamentali, non solo è indubbio, ma è tema sul quale Roma può vantare una delle esperienze più avanzate del paese. Non c’è diritto, che una amministrazione comunale, in assenza di una organica legge dello Stato, possa riconoscere alle persone conviventi, che il Comune di Roma non abbia in questi anni riconosciuto e garantito.

Per tutto quanto compete al Comune, il soggetto di diritto, interlocutore dell’amministrazione, è la «famiglia anagrafica». In un contesto come questo, l’istituzione del registro delle unioni civili non avrebbe garantito né un diritto, né un servizio in più, rispetto a quelli che il Comune già riconosce e garantisce. Ad essi avrebbe aggiunto, è vero, un’enfasi simbolica: ed è su questo punto che la maggioranza di centrosinistra si è divisa. Il Pd romano, unito, non ha condiviso l’enfatizzazione simbolica. Che avrebbe inutilmente e dannosamente diviso una città che invece, unita, ha già riconosciuto e quotidianamente riconosce ai conviventi tutti i diritti e le opportunità che un Comune può riconoscere.

No, non è stata una gaffe. Ma una decisione politica, figlia della consapevolezza che non solo la città di Roma, ma tutto il paese è stanco di una politica cattiva e inconcludente, che privilegia la chiusura identitaria, sul dialogo e la ricerca di soluzioni condivise ai problemi del paese. Mentre ha una gran voglia, il paese, di una politica più sobria, più propositiva, più costruttiva.

Dinanzi ai diritti delle persone conviventi, una politica che voglia essere costruttiva e propositiva è una politica che prende atto, questa almeno è la mia opinione, che la stagione dei registri delle unioni civili si è conclusa. Ha avuto i suoi meriti, quella stagione, perché ha saputo portare all’attenzione del paese una questione – penso in particolare a quella dei diritti degli omosessuali – troppo a lungo ignorata, rimossa, repressa. Ma ora non è più il tempo della provocazione. È il tempo di costruire risposte concrete. Sul piano amministrativo, come Roma ha saputo fare. Ma anche e ormai soprattutto sul piano legislativo, sul quale il Parlamento invece stenta e tarda. Lì è l’ostacolo da superare, l’intoppo da rimuovere. Come giustamente metteva in evidenza l’ordine del giorno del Pd romano.

C’è chi pensa che quell’ostacolo e quell’intoppo possano essere eliminati con una prova di forza. Sono tra quanti non la pensano così. Cotroneo scrive che «forse metà del paese è contrario a coppie di fatto o a registri civici. Ma l’altra metà è figlia di una tradizione laica, liberale e progressista, che ritiene certi diritti fondamentali per il rispetto e la convivenza civile». Non condivido questa semplificazione. Anche perché, se dovessimo farla nostra, ci condurrebbe alla conclusione che, nell’attuale parlamento – il parlamento che pure ci consente, con Prodi, di governare – una maggioranza per una legge sulle coppie di fatto, semplicemente non c’è. E non per responsabilità del Partito democratico. Per fortuna la semplificazione di Cotroneo non è una descrizione fedele e convincente della realtà. In parlamento, come nel paese, ci sono molte più sfumature e perfino contraddizioni di quelle che siamo disposti a riconoscere. C’è dunque un grande spazio per una politica che punti ad unire e non a dividere il paese sulle grandi questioni etiche che riguardano la vita e la morte, la sessualità e la famiglia. Come avvenne nel 1975, un anno dopo il referendum sul divorzio, quando un vastissimo arco di forze politiche seppe produrre quella grande svolta legislativa e culturale che è stato il nuovo diritto di famiglia.

C’è un tempo per dividere e c’è un tempo per unire. Ce lo ha ricordato in questi giorni Zapatero. Col suo no a chi voleva impegnare il Psoe in una battaglia per la revisione in senso permissivo della legge sull’aborto. Non è saggio, ha detto, dividere il paese su un punto così delicato in questo momento. Non penso si possa imputare al presidente del governo spagnolo un deficit di laicità. Semmai, si deve riconoscergli la saggezza della leadership: non solo di una parte politica, ma di un intero, grande Paese.

da Avvenire del 20 dicembre 2007, pag. 7.

Il fronte socialista e radicale non ha intenzione di arrendersi (dopo la sconfitta in Consiglio comunale a Roma) e anzi sfida WalterVeltroni a indire il referendum cittadino sul registro delle cosiddette “unioni civili” nella capitale. Intanto, proprio lui, il sindaco, ribatte a Miriam Mafai (nella vicenda delle Unioni Civili, aveva sostenuto, il Pd era uscito sconfitto per aver rinunciato alla laicità): «Ad essere sconfitto non è stato il Pd, che in un passaggio così delicato ha dimostrato intelligente compattezza, senso di responsabilità e autentica laicità», scrive Veltroni in una lettera a “Repubblica”. E ribadisce che «sul tema delle unioni civili è il Parlamento il luogo naturale dove confrontare i diversi convincimenti, e dare una risposta il più possibile condivisa». In proposito, Savino Pezzotta precisa e sottolinea: «Non facciamo equiparazioni, ma distinzioni: non è uguale un matrimonio tra maschio e femmina e una convivenza tra omosessuali».

da Secolo d’Italia del 20 dicembre 2007, pag. 6. di Annalisa Terranova.

Unioni civili bocciate a Roma. E l’Unità mestamen­te registra le reazioni del “day after”, dando conto della furia di Franco Grillini, della rabbia di Enrico Boselli, del sarcasmo di tutta quell’area della sinistra che ha scel­to la bandiera arcobaleno dei gay di San Francisco per rifondarsi in alternativa al Partito democratico. Lo stesso Pd che ha votato nell’aula Giulio Cesare del Campidoglio con il centrodestra contro il registro del­le unioni civili per il quale l’Arcigay raccoglie firme dal lontano 2003. Tutto da rifare, adesso, magari con un bel referendum comunale, come propongono radicali e sociali­sti. Alla prima prova simbolica sui temi etici la vetrina veltroniana presenta qualche  crepa  di troppo e non sarà facile, stavolta, fare finta di nulla.

 
Da giorni i siti del­le associazioni gay martellavano su quella bizzarra con­vocazione del segretario di Stato vatica­no Tarcisio Bertone, che aveva invitato a colloquio il sindaco di Roma. Un incon­tro che, secondo i fan dei Pacs in salsa capitolina, sarebbe stato il crocevia della madre di tutti tradi­menti.
 
Su Veltroni ha agito la vendetta del tempo. Nell’estate 2000, infatti, fu tra i più convinti e partecipi sostenitori di quel World Gay Pride che Giovanni Paolo II salutò come una “grave ferita” inferta alla città santa nell’anno del Giubileo. All’e­poca l’attuale sindaco e leader del Pd seppe ritagliarsi molto bene un ruolo nella grande rissa mediatica che accompagnò l’organizzazione del Gay Pride. Volle essere alterna­tivo all’allora premier Giuliano Amato, che dichiarò in aula quanto fosse inopportuna la sfilata omosessuale che però era garantita dal diritto di manifestare sancito dalla Costituzione. Volle essere alternati­vo rispetto a Francesco Rutelli, che all’epoca era il primo cittadino della Capitale, e che ritirò il patrocinio alla kermesse suscitando proteste, dibattiti e mugugni a sinistra. Volle presentarsi come leader illuminato dinanzi ai presidenti di Provincia e Regione (Moffa e Storace di An) che premevano perché il Gay Pride fosse rinviato. Volle recarsi al corteo a braccetto con Katia Bellillo, che nel 2000 era ministro delle Pari oppor­tunità e che promet­teva garanzie e bene­fici per le coppie omosessuali    che dopo sette anni anco­ra non sono arrivati da un governo di centrosinistra. Volle scavalcare Pecoraro Scanio (che proprio nel 2000 fece regi­strare il suo outing, dichiarandosi contrario alla sessua­lità “rigida” e favorevole a una con­dotta “bisessuale”).
 
Dunque Veltroni andò alla mar­cia, ma come registrarono i giorna­listi fu una toccata e fuga, si fece vedere alla partenza per poi filarsela dopo qualche secondo. La sua pre­senza fu però notata dai gay, che certamente lo hanno anche votato come sindaco proprio perché non disertasse sulla frontiera dei Pacs-Dico-Cus, lui che dopo la marcia ammoniva quelli del centrodestra: «Non siete venuti al Gay Pride per­ché in voi c’è il germe di una cultu­ra intollerante». Sette anni dopo, quelle battaglie per i “diritti civili” sono dimenticate, archiviate, rele­gate in un passato remoto.
 
Non è del resto la prima volta che Veltroni si spinge oltre il limite con­sentito per poi battere in ritirata come un diligente soldatino, richia­mato questa volta da papa Ratzinger e in gioventù da Enrico Berlinguer.
 
Nel libro di Marco Damilano Vel­troni, il piccolo principe (ed. Sperling&Kupfer) si racconta infatti che quando l’attuale leader del Pd era un dirigente romano della Fgci, l’or­ganizzazione giovanile del Pci, ela­borò un manifesto sul divorzio nel auale erano ritratti due ragazzi che si baciavano in un parco. Lo slogan era un inno all’amore libero e con­sapevole contro le costrizioni del contratto matrimoniale. Un modello di propaganda che fu sonoramente bocciato da Berlinguer, il quale impose un manifesto più rispettoso della tradizione italiana, fondata su un radicato familismo.
 
Oggi Veltroni non è più solo sin­daco, è il leader, come notava ieri la senatrice del Pd Magda Negri, di un partito multiculturale. Dove ci sono le Binetti e le Finocchiaro. E dove c’è un ministro come Vannino Chiti che dichiara a Radio Vaticana: «No ai matrimoni gay e all’adozione dì figli: un figlio è abituato ad avere un padre e una madre e non credo funzionerebbe con due madri o due padri». «So che su questo punto – ha insistito il ministro per le Riforme -si solleveranno polemiche a non finire, ma questa è la mia convin­zione».
 
Meglio allora cercare una scappa­toia, difendersi sostenendo, come faceva ieri un altro parlamentare del Pd, Franco Monaco, che la palla deve passare al Parlamento e che i Comuni non possono tappare ì buchi su cui le Camere si rifiutano di legiferare. Veltroni sul punto non commenta, ormai parla solo di leg­ge elettorale e si premura di confe­rirsi un’aureola di leader decisioni­sta, attaccando il vizio italiano del rinvio: «In Italia c’è il demone del non fare, si preferisce stare tran­quilli e non fare guardando con sospetto chi, invece, fa».
 
Ma se la battaglia per il registro delle unioni civili è fallita in Cam­pidoglio c’è chi subito intende riproporla alla Provincia, magari stavolta per mettere alla prova la laicità del presidente Enrico Gasbarra, anche lui confluito nel calderone multiculturale del Pd. Si tratta di Nando Simeone consigliere di Sinistra Critica alla Provincia di Roma. «La lotta per lo Stato laico continua – afferma Simeone – e per­sonalmente presenterò in consiglio provinciale un odg, della stessa spe­cie discussa in Campidoglio, affin­chè la Provincia si impegni per pro­muovere nei comuni del territorio la costituzione del registro per le unioni civili».

Oggi le associazioni, i coordinamenti e i comitati che attendono ancora il rispetto della legalità da parte del Consiglio comunale di Roma si incontrano per decidere le fasi di una comune mobilitazione.

 

Al di là dell’esito del voto, la messa all’ordine dei lavori del Consiglio comunale di Roma della delibera sulle unioni civili, è stata una parentesi di legalità in una prassi nettamente irregolare. Parentesi indotta e costretta da una mobilitazione di diverse settimane.

 

Nonostante il tanto sbandierato “modello Roma”, infatti, le iniziative popolari rimangono lettera morta, senza essere messe in discussione da parte del consiglio comunale entro i sei mesi dalla presentazione delle firme, come lo statuto prevederebbe.

 

Solo due iniziative su undici sono riuscite a essere messe in votazione: la richiesta di creazione di un registro delle unioni civili e l’iniziativa sulla creazione della tratta della tramvia Saxarubra-Cinecittà approvata all’unanimità dal consiglio stesso nel febbraio del 2006 ma ancora inattuata.

 

La volontà di migliaia di cittadini, che con le loro firme hanno mostrato la volontà di dar vita ad una nuova primavera democratica, è tutt’ora inascoltata.

 

Le associazioni, i coordinamenti e i comitati che attendono ancora il rispetto della legalità da parte del consiglio, danno seguito alla prima riunione dell’11 Dicembre e si incontreranno oggi alle ore 18, ospiti nella sede radicale di Torre Argentina, per decidere quali iniziative comuni intraprendere nei confronti delle inadempienze dell’amministrazione comunale.

 

 

 

Massimiliano Iervolino, segretario di Radicali Roma

 

Mario Staderini, consigliere al I Municipio

 

Simone Sapienza, del sito RadioRadicale.it

 

 

 

 

  “È uno spettacolo patetico. La libertà in questo paese è diventata una questione “eticamente sensibile”, allora siamo messi male…”. Nota amara quella sui diritti e le unioni civili, per Emma Bonino. Il ministro festeggia nella sede dei Radicali la “vittoria storica” per la moratoria sulla pena di morte. Questo dei diritti civili, dice, è “un boccone amaro”.

Ministro Bonino, ci sono sensibilità diverse da rispettare, non crede?

“I diritti civili sono cose semplici che con ipocrisia si chiamano ora temi “eticamente sensibili”. È diventato sensibile tutto ciò che attiene a una libertà di scelta e che dovrebbe valere per credenti, non credenti e per gli altrimenti credenti (tra i quali ci sto io, che credo in valori profondi)”.

In Campidoglio i veti reciproci bloccano il registro delle unioni civili. Il Partito democratico, di cui il sindaco Veltroni è il leader, cerca di barcamenarsi?

“Come inizio del Pd non c’è male. Se questi sono i primi passi di Veltroni segretario del partito non riesco a immaginare i successivi giorni e i successivi atti. Se il buon giorno si vede dal mattino lo spettacolo non è stato all’insegna della laicità. Insisto: è patetico. Vai in giro per l’Europa, in Francia o in Romania, in Inghilterra e poi torni in Italia e ti senti amareggiata e arrabbiata. Io rispetto tutte le convinzioni religiose ma le nostre scelte valgono quanto le loro”".

Il vicariato di Roma ovvero il cardinale Ruini ha dato l’alt?

“Il rito della visita Oltretevere parla già da solo, troppi “viaggi” in Vaticano. E l’intromissione giornaliera, petulante delle gerarchie non ha argine ed è una difficoltà tutta italiana rispetto agli altri paesi. Il Vaticano è la prima notizia in tutti i tg sia di Rai che di Mediaset. E l’altra difficoltà è che non c’è una classe politica alla Jospin che quando Giovanni Paolo II arrivò in Francia, lo accolse con un “benvenuto Santità, siamo una Repubblica laica”. Qui è una saga di bigottismo, di baciapile, ce ne fosse uno che ha una famiglia normale, sono pluridivorziati e va benissimo, però poi non vadano a predicare il contrario”.

Il manifesto dei valori dei Pd, le prime bozze, come le giudica?

“Diciamo, stridenti per un partito moderno e laico”.

Avrebbe voluto i Radicali nel Pd, come avevate proposto?

“Magari avrebbero potuto esserci compromessi un po’ più alti e il Pd non avrebbe sbracato così. I Dico, il disegno di legge del governo sui diritti dei conviventi, sono stati tanto criticati ed ecco dove siamo arrivati: neppure il registro delle unioni civili in Campidoglio. Ormai possiamo dire: la laicità questa sconosciuta”.

I laici come pensano di reagire?

“Organizzando una protesta della gente, facendo salire la voce laica”.

Con un referendum a Roma, ad esempio?

“La gente, le donne e gli uomini si diano una mossa, battano un colpo, non ci si può limitare a brontolii, questi diritti o ce li prendiamo o non ce li dà nessuno”.

Sul fronte dei diritti civili, questo governo non ha fatto granché?

“In questa prima fase aveva altre priorità e poi c’è una componente clericale nel centrosinistra e una risicata maggioranza al Senato. Adesso deve arrivare rapidamente il tempo delle riforme economiche che giacciono in Parlamento e di quelle civili”.

E sulla norma anti omofobia, dopo l’errore materiale nel decreto sicurezza e lo scontro tra laici e cattolici, cosa bisognerebbe fare?

“Non è ammissibile avere raggiunto un tale livello di sciatteria normativa né invocare lo Spirito Santo sul Senato come ha fatto la Binetti. Perché i senatori non hanno letto quel che votavano? Non ci sono uffici legislativi? Un problema ideologico finisce in un pasticcio… ma non entro nelle decisioni del Quirinale sul decreto”.

  Toni sempre più aspri nella maggioranza dopo la bocciatura del regi­stro sulle Unioni civili da parte del Consi­glio comunale di Roma. E’ la sinistra radicale quella più critica nei confronti del Pd, del suo segretario e sindaco della capitale Walter Veltroni che viene accusa­to di aver fatto un accordo con il Vaticano per far affossare il provvedimento. Anche l’assenza di Veltroni e del suo vice Maria Pia Garavaglia in occasione del voto di lunedì non è passata inosservata. Anzi. Ma tant’è. Questo mentre il ministro della Famiglia, Rosy Bindi, autrice del disegno di legge sui Dico insieme alla collega Barbara Pollastrini, fa notare che i Cus, i contratti di unione solidale (il provvedi­mento in merito è stato presentato dal presidente della commissione Giustizia del Senato, Cesare Salvi), non troveranno la maggioranza in Parlamento anche a causa di «alcuni profili incostituzionali». Quindi conferma la sua contrarietà alla possibilità per una coppia gay di adottare figli. Stesso pensiero del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti: «Non sono convinto dei matrimoni gay e non penso neppure che ci possa essere l’adozione di figli: un figlio è abitua­to ad avere un padre e una madre».

 

 

 

Riconosce Anna Finocchiaro, capo­gruppo dell’Ulivo al Senato, che sulle coppie di fatto «ci sia un nodo» nel Pd. Ma secondo Finocchiaro il voto nel Consiglio comunale di Roma «non cambia nulla. Da quando Rutelli era sindaco, Roma ha una serie di misure a favore delle coppie conviventi. Il registro era quindi un di più».

 

 

 

Mentre parte la raccolta di firme per il referendum per l’istituzione dell’albo del­le unioni civili nel comune di Roma, raccolta avviata da parte di Radicali e Socialisti, contro Veltroni si scaglia il segretario socialista Enrico Boselli: «Veltroni e il Pd hanno sporcato l’immagine laica della capitale per ossequio alle gerarchie ecclesiastiche». Tuona il socialista Gavino Angius: «E’ una sconfitta cultura­le e politica» favorita «dall’ambiguità del Pd» con i romani «cittadini in libertà vigiliata».

 

 

 

Critica la capogruppo dei senatori del Pdci, Manuela Palermi: «E’ una vergo­gna. Il Vaticano è pesantemente interve­nuto e il Pd si è piegato». Accusa il capogruppo dei deputati Verdi, Angelo Bonelli: il Consiglio comunale di Roma «sembrava quello di vent’anni fa control­lato da una potentissima Dc». Per Aurelio Mancuso, presidente dell’Arcigay, i diri­genti del Pd «hanno problemi di laicità».

  Il giorno dopo l’Osservatore romano, house organ di ol­treTevere, fa il “vago”, come si dice al di qua del Tevere: sei righe nella rubrica delle noti­zie dal modo per dire della bocciatura in Campidoglio del registro delle Unioni civi­li. Nella Roma reale, quella dei movimenti, della società civile, «laverà sconfitta», dice la capogruppo Prc Adriana Spera, dalla tenzone dell’Au­la Giulio Cesare, si riflette, al contrario, sulla «brusca bat­tuta d’arresto nel dialogo sui diritti». Il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli de­nuncia la convergenza del Pd e delle destre nella bocciatu­ra di una delibera di iniziativa popolare che, in meno della metà del tempo, aveva rac­colto oltre il doppio, diecimi­la e passa, delle firme necessarie: Pd tutto appiattito sulle posizioni vaticane, il pres­sing era iniziato alla vigilia del summit Veltroni-Bertone, capo del governo del pa­pa ed è riuscito a sabotare l’i­ter delle delibere sul registro delle unioni civili, «Una pessima prova che lascia ben poche speranze anche sul di­battito nazionale», dichiara Rossana Praitano, presiden­te dello storico circolo roma­no. Stesso cruccio per Aurelio Mancuso, presidente di Arcigay, allarmato dalle esterna­zioni di Chiti e D’Alema con­tro matrimoni gay e adozio­ni, dalla diserzione di Veltroni, dalla trasformazione politica-genetica dei democrat: «Se negli anni ’70 ci fosse sta­to il Pd, conquiste come di­vorzio, diritto di famiglia, in­terruzione volontaria di gra­vidanza non sarebbero dive­nute realtà».

 

 

 

Tra i gay che orbitano nel Pd spicca Paola Concia, ex por­tavoce di Gayleft, vicina ai ds, che accusa gli ideologismi della sinistra per il naufragio dei diritti avvenuto in Cam­pidoglio. Si tratta di «inaccet­tabili equilibrismi verbali co­struiti sulla nostra pelle a solo onore e vantaggio di equilibri di partito», lamenta Praitano. E Pino Battaglia, capogruppo capitolino del Pd, sembra un equilibrista appena sceso dal filo: lui dice di aver combat­tuto tra opposti integralismi -laici della sinistra e cattolici della destra – e rivendica l’or­dine del giorno che spediva la questione al Parlamento senza neppure il coraggio di nominare la questione. Al posto della dicitura «comu­nioni di vita» era stata infila­ta, dagli estremisti di centro, quella ancora più vaga di «realtà di vita comune». Ma Battaglia insiste a considera­re quel pezzo di carta come base di una discussione sui diritti civili che giura di voler proseguire. Le critiche da si­nistra? Robaccia di chi pensa solo a indebolire Veltroni e il Pd. Da Palazzo Madama, la capogruppo Finocchiaro giura che resta un nodo ma non si sbilancia. Solo Rifon­dazione pare offrire un ponte alla discussione pur notando che l’arroganza del Pd e l’as­senza vistosa di sindaco e vice, Garavaglia, hanno deter­minato anche la prima scon­fitta politica di Veltroni in Campidoglio. Oltre alle deli­bere, a essere bocciato è toc­cato anche all’odg debolissimo con cui il Pd romano voleva lavarsi mani e coscienza. Massimiliano Smeriglio, de­putato e segretario cittadino del Prc, non nasconde la sua delusione per il naufragio di una delibera che ricalcava esperienze già in corso in al­meno una settantina di città. Socialisti e radicali tornano alla carica e faranno partire il 15 gennaio la raccolta di fir­me per un referendum citta­dino (senza quorum) sul te­ma. 50mila firme da racco­gliere in tre mesi. Boselli chiama a Montecitorio lo stato maggiore del Partito socialista e dà l’annuncio che si potrebbe votare in contempo­ranea con le provinciali, in primavera. «A dire che a Ro­ma il registro è inutile e che il Parlamento sta per arrivare a una legge sono gli stessi che voteranno contro anche D», avverte il leader socialista. «Non prendiamoci in giro – dice anche Franco Grillini, deputato Ps ed ex leader di Arcigay – il Pd è nato sacrifi­cando la laicità». Bisogna va­lutare le forze, dicono all’Arcigay e a sinistra, ma le reti hanno iniziato a pensarci. Si­curamente ci sarà una mani­festazione intomo al 15 mar­zo, una manifestazione na­zionale all’insegna di Libero amore in libero Stato. Per le associazione Glbtq si prean­nunciano vacanze di intenso lavoro.

 

 

 

«Il Pd sceglie l’integralismo vaticano», dice anche Nando Simeone, consigliere provin­ciale appena uscito dal Prc, annunciando un ordine del giorno a Palazzo Valentini per impegnare la Provincia a promuovere nei comuni del territorio l’istituzione di regi­stri delle unioni civili. «Nean­che durante le giunte della Dc – dicono i verdi – s’era visto un atteggiamento così ideo­logico, bigotto, indegno e mortificante». L’Udc lo chia­ma «buon senso» e Volonté si compiace che abbia prevalso sulle pressioni delle lobby omosessuali. Gongola la ca­sa delle libertà che canta (la voce quella dell’ex soubrette Mara Carfagna), coi mode­rati dell’Unione, il de profun-dis dei Cus, i contratti di unione solidale in discussio­ne in Parlamento, e affonda il dito sulla piaga di una coali­zione incapace di autosuffi­cienza nemmeno a livello lo­cale. L’omofobica An se la prende con l’Ater che si ap­presta ad affittare un locale all’Arcigay. Gli acuti statisti finiani sono persuasi che si tratti di un risarcimento per la mancata approvazione della delibera.

 

 

 

E Veltroni? Da sindaco inau­gura asili, consegna diplomi, festeggia il basket. Da leader Pd dialoga sulle riforme, esterna su sicurezza, pena di morte, va alle fiaccolate sulle morti bianche. Ma sull’as­senza del giorno prima e sul­la dignità delle persone glbtq neanche una parola.

L’accusa è pesantissi­ma: inaffidabilità e subalternità alle gerarchie ecclesiastiche. Principale imputato: Walter Veltroni nella doppia veste di sindaco di Roma e leader del Pd. A sostenere l’offensiva: associa­zioni gay e partiti della Sinistra, che rilanciano — dopo lo stop alle unioni civili in Campidoglio — con un referendum popolare istitutivo del registro “affonda­to” lunedì sera. Registro che però «sarebbe stato un di più, la capitale già prevede una serie di misure a favore dei conviventi», protesta in difesa Anna Finocchiaro. Supportata dal ministro Rosy Bindi: «Non è compito del Comune stabilire diritti e doveri che spettano a una legge na­zionale». Per poi aggiungere co­me pure la proposta sui Cus (il nuovo nome dei Dico) «potreb­be non trovare la maggioranza in Parlamento a causa di alcuni profili di incostituzionalità». È un day after da tutti contro tutto quello consegnato dalla bocciatura romana delle coppie di fatto. C’è chi, come il segreta­rio di Rifondazione Franco Giordano, dice che «sul tema della laicità il Pd si è rivelato as­solutamente inaffidabile», e chi decreta che «il Vaticano è inter­venuto e Veltroni si è piegato» (Manuela Palermi, Pdci). Chi ci legge «un segnale importante per il Paese, che ha definitivamente affossato il disegno di legge sui Cus» traducono le az­zurre Carfagna e Bettolini, e chi interpreta la saldatura fra Pd e centrodestra in Campidoglio come «la riedizione — parole del verde Bonelli—della potentissima Dc di vent’anni fa». E se l’ex ds Gavino Angius parla di «una sconfitta culturale e politi­ca», c’è chi lancia una nuova sfi­da: «Raccoglieremo le firme per un referendum comunale», tuonano radicali e socialisti in­sieme, tra cui il segretario Boselli (che di Veltroni dice: «Ha spor­cato l’immagine laica di Roma») e i deputati Grillini, Spini, Villetti e Turci. Una consultazione propositiva, che quindi non ne­cessita di quorum: basterà che un terzo degli aventi diritto si pronunci per avere il registro negato dal consiglio capitolino. Un dibattito che ha presto tra­valicato i confini romani. Ad ac­cendere la miccia, l’intervista alla Radio Vaticana in cui il mi­nistro Chiti ha manifestato tutta la sua contrarietà a matrimoni e adozioni omosessuali: «Un fi­glio è abituato ad avere un padre e una madre, non credo che funzionerebbe con due madri o due padri». Dichiarazioni stigmatizzate dall’Arcigay, «preoccupata per ciò che sta accadendo o potrà accadere in Parlamento con lo spostamento oltre Teve­re della linea del Pd», segno di «una trasformazione politico-genetica di cui bisogna tenere conto».