Domani, sabato 1 Dicembre 2007 alle ore 12
presso la sede del Partito Radicale, Via di Torre Argentina, 76 – Roma
 
CONFERENZA STAMPA SU
 
VELTRONI-BERTONE
una coppia di fatto
Svenduta la Roma Laica?
 
Dopo l’incontro tra il Sindaco Veltroni e il Segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone e in vista del voto in Campidoglio sul registro delle Unioni Civili
 
CONFERENZA STAMPA DI
 

Marco Pannella, Leader dei Radicali;

 

 

Rita Bernardini, Segretaria di Radicali Italiani;

 

 

Massimiliano Iervolino, Segretario di RadicaliRoma.

 

www.radicaliroma.com

  Giusto una setti­mana fa era toccato a Silvio Berlusconi e ieri, a mezzogior­no, Walter Veltroni ha varca­to i confini della Città del Vati­cano per incontrare il Segreta­rio di Stato, Tarcisio Bertone. L’invito, stando ai bollettini ufficiosi del Campidoglio, è partito da Oltretevere indirizzato al sindaco di Roma e non al leader del Pd. Ma non è un mistero l’attenzione del cardinale per la scena politica e i suoi protagonisti, soprat­tutto quei leader che, come Berlusconi e Veltroni, hanno fondato nuovi partiti o ristrut­turato i vecchi. E infatti il se­natore ex cristianosociale Giorgio Tonini, un esponente della segreteria di Veltroni che vanta ottime conoscenze Oltretevere, sintetizza così l’esito dell’incontro: «È anda­to molto bene, c’è grande in­teresse per il Pd».

 

 

 

Richiesta urgente

 

Eppure è facile immagina­re che non solo del nuovo Uli­vo abbiano parlato Bertone e Veltroni nell’ora di faccia a faccia. La conversazione ha spaziato dal complesso qua­dro politico ai temi sociali ed etici e a quel punto, noti per caso, è andata a posarsi su una questione che molto sta a cuore al numero due del Va­ticano: i diritti per le coppie di fatto, anche dello stesso sesso. Uno di quei provvedi­menti che Papa Ratzinger, quando l’Italia si spaccava sui Dico, ebbe a definire «contro la natura umana».

 

 

 

Bertone dunque non si è li­mitato a girare al sindaco una preoccupazione fortemente sentita dalle gerarchie, ma ha rivolto al leader del Pd una ri­chiesta che, calendario del Campidoglio alla mano, assu­me i caratteri dell’urgenza. Il 5 dicembre il consiglio comu­nale dovrà votare una delibe­ra che istituisce nella Città Eterna un registro delle unio­ni civili già approvato in 30 comuni d’Italia e che riguar­da anche le coppie omoses­suali.

 

 

 

Il monito di Avvenire

 

Giorni fa il severo monito di Avvenire e ieri l’accorata preghiera di Bertone a Veltro­ni perché scongiuri il peggio, cioè l’approvazione di un te­sto di iniziativa popolare, pre­sentato dalla Rosa nel pugno, sul quale i Radicali hanno rac­colto e depositato 10.263 fir­me.

 

 

 

La maggioranza che sostie­ne Veltroni è spaccata, nell’au­la di Giulio Cesare sarà una conta all’ultimo voto e il parti­to di Marco Pannella sta fa­cendo pressing sul sindaco perché sposti il suo peso dal­la parte del sì. Eventualità as­sai improbabile, viste le rassi­curazioni che Veltroni ha of­ferto al porporato: «Non se ne farà nulla». Promessa im­pegnativa, eppure Veltroni confida di mantenerla se è ve­ro che i suoi stanno provan­do a stoppare la delibera ancor prima che giunga in aula.

 

 

 

L’interesse di Walter

 

Nella Chiesa il livello di al­larme è altissimo e il sindaco non ha alcun interesse a incri­nare un buon rapporto di vici­nato che fatica a diventare un’amicizia. «Il registro civile a Roma e una cosa inaccetta­bile — avverte la senatrice teodem Paola Binetti —. Bene­detto XVI si è espresso contro e se passa, qualcuno penserà che Veltroni non può gover­nare la città del Papa».

«Se ci dovessimo trovare di fronte alla bocciatura della delibera sulle unioni civili, le forze di sinistra si vedrebbero respingere un provvedimento fondamentale per la tenuta politica di questa maggioranza». Roberto Giulioli, coordinatore di Sinistra democratica in Campidoglio, taglia con l’accetta la nebbia che avvolge la delibera consiliare sul registro delle Unioni civili che dovrebbe essere discussa la prossima settimana. La minaccia è di una quasi tempesta e ha come destinatario il
Pd.  O almeno la componente ex Margherita che tra l’invito di Rutelli a frenare e i dubbi di in-
compatibilità sollevati dall’assessore Lucio D’Ubaldo, si trova in mezzo al guado. Lo si deduce
anche dalle dichiarazioni del consigliere Giulio Pelonzi che parla di «provvedimenti spot privi di conseguenze pratiche per chi vive oggi in una condizione che giustamente non lo soddisfa». Nessuno, conclude Pelonzi, «si vuole sottrarre alla discussione, ma preferiremmo sostenere misure che indichino soluzioni concrete. Lo dico avendo condiviso nel merito la delibera, ma senza
mai nasconderne i limiti». Massimiliano Iervolino, dei radicali romani, già l’altro ieri chiedeva
che si scongiurasse l’eventualità di una conta all’ultimo voto in Consiglio. Ma se non interverranno
buone nuove la conta ci sarà. E le posizioni dei dielle (salvo i pochissimi favorevoli) che possono andare dal voto contrario, all’astensione fino all’assenza, possono far segnare tempesta sul barometro della maggioranza. Un altro consigliere comunale del Partito Democratico, Paolo Masini, tenta l’operazione verità: «Credo sia utile ammettere con sincerità che la delibera sul registro delle

unioni civili non avrebbe alcuna conseguenza pratica immediata per chi vive in una coppia di fatto. Bisogna allora riconoscere che il nostro primo obiettivo è unire la politica nella più larga condivisione di un problema. E che inviare un segnale forte, che dovrà essere raccolto al più presto dal Parlamento, significa costruire maggioranze larghe, dentro e fuori il consiglio Solo in questo modo faremmo un passo avanti. Chi giustamente dice di avere a cuore le ragioni delle coppie di fatto dovrebbe evitare, oggi più che mai, diktat di parte e bandiere ideologiche». E una nota ufficiale dei capigruppo Prc, Pdci, Sd e Verdi dà l’ultimatum «Basta dikttat da Oltretevere»

Clima di attesa e preoccupazione in Campidoglio, per l’imminente voto in Aula Giulio Cesare, di una delibera che se approvata istituirà a Roma un registro delle unioni civili, con estensione di alcuni diritti alle coppie di fatto anche dello stesso sesso.


Delibera all’ordine dei lavori già da ieri, con doppio testo ma stessa sostanza: uno è di iniziativa popolare (non emendabile, va votato entro il 5 dicembre), l’altro di iniziativa del consiglio sottoscritto dai consiglieri Quadrana (Rnp) e Giulioli (Sd). Scontata la contrarietà ai provvedimenti (si partirà votando il testo consiliare, l’altro potrebbe essere ritirato in caso di approvazione) da parte del centro destra. Per Dino Gasperini dell’UDC “in Aula sarà scontro totale”.


Ma anche il centro sinistra è diviso. Hanno già annunciato il “no” i tre consiglieri dell’Udeur. Gli occhi sono però puntati sul neonato Partito democratico, il cui leader Veltroni è anche il sindaco della città. Il Pd, da cui consigliere dipende il destino della delibera voterà compatto? Massimiliano Iervolino, segretario dell’Associazione Radicali Roma, non ne è certo. E per questo che ieri si è rivolto al sindaco annunciando l’invio di 2.500 cartoline firmate dai cittadini per richiedere il suo intervento: “Riunisca i capigruppo di maggioranza per fare in modo che il testo sia approvato. Allo stato attuale c’è il rischio che in aula si arrivi alla conta e che un leggero scarto decida le sorti della riforma”.


Ciò che i promotori del testo temono (per quello di iniziativa popolare sono state depositate 10.263 firme) e proprio che si vada a votare in ordine “sciolto” e senza indicazione forte del leader. D’altro canto gli stessi fautori del registro (tra cui anche Gianluca Santilli, presidente del consiglio del Municipio VI, Pd) contano però sul fatto che il partito di Veltroni non voglia dividersi sulla prima prova importante (con riflessi anche in chiave nazionale vista la piazza, Roma). Ieri intanto il quotidiano “L’Avvenire” ha tuonato contro l’eventuale registro, già approvato in più di 30 comuni in Italia (di cui 3 del Lazio). E.Sa.

«Veltroni, se ci sei batti un colpo sul registro delle unioni civili». I radicali romani sfidano
il sindaco a convocare «i capigruppo della maggioranza e a prendere posizione, naturalmente
a favore, rispetto alla delibera che approderà in Consiglio ». Annunciando l’invio di una mini valanga di cartoline, oltre 2500, indirizzate al Campidoglio con su scritto “Dico? No faccio”. Già il fatto che la delibera “primo firmatario il rosapugnista Gianluca Quadrana, poi emendata da esponenti della maggioranza, sia stata messa all’ordine del giorno dell’Assemblea «costituisce – secondo il segretario radicale Massimiliano Iervolino – un fatto importante ». È probabile che venga
discussa entro la prima decade di dicembre, ma vista l’aria che tira sarà una conta all’ultimo voto. Per questo i radicali, pur non credendoci molto, chiedono a Veltroni di mettere il suo “carburante” nel motore. Cosa difficile in quanto il sindaco ha già fatto sapere che tutto deve inserirsi in una quadro di riferimento legislativo nazionale che va modificato. Iervolino fa anche un po’ di conti, tutti relativi e da aggiornare, e viene fuori che dai 38 voti della maggioranza sicuramente mancheranno i tre dell’Udeur e “ottimisticamente  uno del Pd”. Se il buongiorno dell’opposizione si
vede dal mattino dell’Udc che ha già annunciato con il capogruppo Dino Gasperini un no
«senza se e senza ma», la partita si giocherà dunque tutta dentro il Pd. In quanto è scontato
che il centrodestra si opporrà, salvo assenze al momento del voto. E la sinistra sarà compatta a favore del registro. I radicali sanno anche di avere un nuovo “avversario”, proprio nel Pd, nella persona di Lucio D’Ubaldo, cattolico popolare dielle, che ha sollevato questioni di incompatibilità del registro con il servizio Anagrafe. Un’incompatibilità «che non c’entra proprio niente con la
proposta contenuta nella delibera consiliare che, salvo aspetti marginali, rispecchia la delibera
d’iniziativa popolare per la quale sono state raccolte diecimila firme». «La politica ancora
una volta è indietro rispetto alla società», è convinto Gianluca Santilli, pd, presidente del Consiglio del VI municipio, riflettendo sui maldipancia che attraversano il Campidoglio C’è chi dice che sarebbe «assurdo che perfino una delibera già molto annacquata che parla genericamente
di registro delle affettività non passi». Ma c’è molto principio nella vicenda. E libertà
di coscienza. Lo stesso Rutelli avrebbe detto ai suoi di frenare, se non di opporsi. Non è
detto, però, che opporsi significhi fare maggioranza con il centrodestra  Ci si può anche astenere,
uscire dall’aula o addirittura non essere in aula. Perché se anche gli ex diellini, e non tutti, dovessero condividere l’indicazione rutelliana sarebbe il colmo trasformare pur legittime divergenze in un regalo al centrodestra. Così tra assenze o astensioni la delibera potrebbe passare. Prima, si potrebbe
arrivare a un ulteriore emendamento che, però, non soddisferebbe i radicali. Del resto Nicola
Zingaretti, quando non era ancora segretario regionale del Pd, disse: «Sono a favore del riconoscimento dei diritti per le coppie di fatto, per questo mi permetto di chiedere ai compagni
di farsi carico della fatica e della necessità di governare trovando dei compromessi, anziché
assumere posizioni di pura testimonianza che procurano solo un po’ di pubblicità».

«Chiediamo che Veltroni intervenga, riunisca i capigruppo della sua maggioranza e dica chiaramente se questa delibera deve o non deve passare». Il pressing è dell’associazione dei Radicali di Roma che ieri, per bocca del segretario Massimiliano Iervolino, ha fatto chiaramente capire che la partita sulla istituzione di un registro per le coppie di fatto in Campidoglio non finirà nel nulla. O, per meglio dire, che questa è la speranza dei Radicali. In ogni caso, se allo stato è difficile prevedere se Veltroni deciderà di entrare nella partita – fatto che però sembra assai improbabile, almeno per adesso – è difficile dar torto ai Radicali quando affermano che un primo obiettivo lo hanno già centrato. Se l’intento era di riproporre una questione che per gran parte della politica italiana sembra sempre più un tabù – e non soltanto a destra, anzi – allora i Radicali hanno ragione. È però anche innegabile che non fosse soltanto questo l’obiettivo con cui la battaglia sulle unioni civili era stata intrapresa. E allora le cose si fanno più complicate e, grazie alla mancanza di compattezza del centrosinistra su questo argomento, appare oggi difficile immaginare un esito senz’altro positivo per questa battaglia. Hanno ragione i radicali anche quando sottolineano, considerati i numeri che il centrosinistra può vantare in Campidoglio, che se non si riesce ad approvare questa delibera, non si capisce come si possa pensare di fare qualcosa del genere in Parlamento. A Roma ad essere decisivi saranno i voti dei consiglieri comunali del Pd, e degli ex Ds in particolare, essendo già scontate alcune defezioni tra gli ex margheriti.
Detto tutto ciò, si capisce come, rivendicato l’obiettivo di aver sollevato il problema, ora i Radicali ripartano all’attacco e chiedano a Veltroni di schierarsi. Soltanto l’intervento del sindaco sembra allo stato poter modificare un esito che in caso contrario non soltanto non è per nulla scontato ma anzi si giocherà voto per voto. La sensazione, però, è che se il capo di quella maggioranza rimane fermo a quanto affermato a Otto e Mezzo di Giuliano Ferrara («Sarebbe meglio cercare e trovare un punto di sintesi in Parlamento»), quella maggioranza difficilmente ci sarà. Anche perché sinora quella maggioranza è mancata anche nel paese. E le vicende dei Pacs-Dico-Cus e del testamento biologico sono lì a dimostrarlo.

  Usciti almeno per ora come Dico-Cus dai porto­ni del Parlamento, le unioni civili provano a rien­trare dalle finestre del Campidoglio. E quale quin­ta migliore, per chi punta a rimetterle in vetrina, di Ro­ma, la Città Eterna, per far parlare dei famosi registri, che sono all’ordine del giorno dei lavori odierni in consiglio comunale attraverso due delibere? Da parte di alcuni settori massimalisti della maggioranza ricomincia, dun­que, il pressing per ottenere il riconoscimento ammini­­strativo delle coppie di fatto.

Proprio ieri, intanto, da Ancona è arrivata la notizia del­l’istituzione di un simile elenco da parte della giunta gui­data dal diessino Fabio Sturani. Il registro, dopo il via li­bera del consiglio comunale marchigiano arrivato l’8 gennaio scorso, sarà tenuto dall’Ufficio di Stato civile e vi si potranno iscrivere persone conviventi perché lega­te da vincoli affettivi o per reciproca assistenza. Senza che questo interferisca con l’anagrafe o lo stato civile.

Nello stesso senso vanno i dispositivi predisposti per il Consiglio comunale romano. Si tratta di due testi pro­dotti dalla Rosa nel pugno. La prima delibera, la 273, è di iniziativa popolare, con 10mila firme raccolte dai radi­cali romani. L’altra, che dovrebbe includerla e superar­la, nasce invece nelle aule del primo Comune d’Italia e porta come firma iniziale quella del socialista Gianluca Quadrana. E se la prima non punta a prevedere un nuo­vo status anagrafico, ma un «effetto di pubblicità», co­me spiega il proponente Massimiliano Iervolino, re­sponsabile dei radicali di Roma, la seconda non coinvolge neppure l’Ufficio di stato civile, ma fissa la tenuta del re­gistro presso la Commissione consigliare ‘Immigrazio­ne, nuovi diritti e multietnicità’. I titolari come per i Di­co, sono persone maggiorenni, anche dello stesso ses­so, italiane o straniere, di cui una almeno residente nel Comune di Roma (art. 3-4). Pure in questo caso, come per i Dico, l’unione cessa i suoi effetti in caso di dichia­razione consensuale o individuale motivata (art. 6).

Ma l’iter dei provvedimenti non avrà vita facile. Perché a precederli nell’ordine del giorno odierno ci sono più di venti altre proposte. Ma soprattutto per contrarietà, per­plessità e resistenze ben radicate e ben motivate all’in­terno dello stesso centrosinistra. «Probabilmente non si entrerà neanche nel merito», spiega il consigliere della maggioranza Amedeo Piva che ha già annunciato il suo voto contrario, al quale dovrebbero aggiungersi quelli di altri popolari del Pd, dell’Udeur e forse di altri settori del­la maggioranza. «Ed è impensabile – prosegue – che su un tema del genere non si dibatta, perché non è margi­nale. Prima di qualunque decisione, poi, penso che do­vrà esserci una puntuale presa di posizione del Sinda­co ». Piva, infine, motiva la sua opposizione alle due de­libere, oltre che con un disaccordo nel merito, anche per «la loro inconcludenza, la loro insignificanza, perché lan­ciano dei proclami che non hanno nessuna efficacia, se non quella di fare una dichiarazione politica. Non vedo, infatti, gli esiti concreti. Cosa significa istituire un regi­stro, riconoscere uno stato civile diverso da quello esi­stente? Non spetta senz’altro al Comune, ma fa parte delle norme nazionali». Un ragionamento che si pone nella stessa linea di quello sviluppato nei giorni scorsi dal­l’assessore al personale Lucio D’Ubaldo, che ha parlato di «improbabile legittimità» delle delibere «per l’assen­za di una precisa legge d’inquadramento delle unioni civili».

Sui fatti anconetani e gli annunci romani interviene an­che la senatrice di Forza Italia Laura Bianconi, che ricorda come lo Stato debba tutelare e proporre come model­lo alle nuove generazioni la famiglia fondata sul matri­moni tra uomo e donna. Poi sottolinea che i registri non corrispondono neppure alle necessità delle coppie di fat­to, in grado di «ricorrere agli strumenti che il diritto già riconosce». E cita il caso di Empoli, « dove il registro e­siste dal 1993 e vi sono registrate solo 14 coppie».

Caro direttore,

 

pochi osservatori hanno notato che il combinato disposto del primo «decreto Tesoretto», della legge Finanziaria, del secondo decreto e dell’accordo sul Welfare comportano circa 37 miliardi di spesa pubblica, sostanzialmente senza nessun taglio reale di spesa, e ovviamente senza nessuna riduzione di entrate. Il partito del «tassa e spendi» ha quindi vinto ancora una volta la sua battaglia. Se poi teniamo conto del fatto che non esistono strumenti parlamentari preposti a esaminare con obiettività la quantificazione delle spese, a questo si aggiungono flussi non marginali di spese occulte, che lasciano sul campo tanti cocci che pesano sulle tasche del cittadino.

 

 

A fronte di ciò ho lanciato ripetuti segnali di allarme, come sto facendo in questi giorni in relazione alle spese aggiuntive palesi e occulte che comporta il testo del disegno di legge sul welfare così come presentato dalla Commissione Bilancio della Camera (quanto ad esempio ai lavori usuranti). Ma mi sembra giunto il momento a questo punto di un’analisi più strutturale del profondo radicamento del nostro Paese, nel centrosinistra con maggior forza (specie nelle sue frange estreme) ma anche nelle altre parti politiche, di un vero e proprio «partito unitario della spesa pubblica », annidato specie nelle Regioni e negli enti locali. La seconda Repubblica in teoria doveva basarsi sui principi del sistema maggioritario, ma mi sembra che il «proporzionalismo all’italiana» non sia mai venuto meno. E «proporzionalismo all’italiana » significa partitocrazia invadente.

 

 

 

Il suo giornale da tempo è molto attento alla questione del «costo della politica» e non si può cogliere alle radici il fenomeno del costo della politica senza tenere conto degli effetti della partitocrazia. Il meccanismo operativo della partitocrazia è infatti quello della lottizzazione, e da esso trae origine il fenomeno — solo italiano — dell’esercito fatto di decine di migliaia di persone, di consiglieri di amministrazione, consulenti e quant’altro annidati in quelle migliaia di cellule del «socialismo reale all’italiana» che sono le migliaia di enti, aziende pubbliche e municipalizzate.

 

 

 

È lì che operano quelli che si possono definire «i funzionari della partitocrazia», tutti soggetti che giustificano, motivano e consolidano la propria ragion d’essere nel chiedere e generare flussi di spesa pubblica aggiuntiva. I deficit di molte aziende sanitarie locali, enti pubblici e municipalizzate sono lì a dimostrarlo. D’altronde, come si spiegherebbe il fatto che ad esempio il disegno di legge sulla privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici locali è stato sostanzialmente snaturato in Parlamento e ancora giace al Senato? Siamo quindi in presenza di una rete capillare diffusa nel territorio che attinge il proprio sangue ai mille rivoli della spesa pubblica, sacrificando l’interesse dei cittadini ad una minore pressione fiscale all’interesse loro e dei propri partiti alla moltiplicazione della spesa.

 

 

 

Mi pare che si tratti della questione delle questioni che attraversa il nostro sistema economico e il nostro sistema politico. Eppure nessuno ne discute e nessuno, tra le classi politiche, mostra intenzioni serie di affrontarla. Né possono bastare i timidi segnali volti a ridurre la dimensione dei consigli di amministrazione di qualche tipo di enti pubblici. Qualche osservatore nei giorni scorsi ha evidenziato che in presenza di due grossi partiti a sinistra e a destra, che sembra vogliano andare nuovamente verso una legge elettorale proporzionale, si aprirebbero le porte verso una terza Repubblica. Prima di questo eventuale passaggio, non è il caso di porsi il problema di aggredire dalle fondamenta le questioni connesse e intrecciate del modello del «tassa e spendi » e del modello della partitocrazia? Personalmente, e con i miei amici liberaldemocratici, non abbiamo alcuna intenzione di prescindere da tali cruciali questioni.

NOTE

leader Liberaldemocratici

 

—«La tragica condizione in cui versa la terapia del dolore in Italia è paragonabile alla tortura per omissione». La denuncia è di Costantino Benedetti, docente di Anestesiologia e terapia del dolore della Ohio State University di Columbus. «Cervello» italiano da oltre 30 anni negli Stati Uniti dove è stato allievo del «padre» della moderna terapia del dolore, Giovanni Bonica, altro italiano (la sua famiglia si trasferì da Filicudi negli States quando lui aveva 7 anni). Bonica è morto nel 1994.

 

 

Benedetti ha proseguito la sua opera, restando attento osservatore di quanto «non si faceva » in Italia. «Umberto Veronesi — dice —, da ministro, si è impegnato a rimuovere alcune importanti barriere che sembravano impedire ai medici di prescrivere con facilità gli oppioidi, i farmaci morfino-simili più efficaci per la terapia del dolore intenso. Sono ormai passati sette anni e l’Italia resta ultima in Europa nell’uso di questi farmaci». Pur essendo terza per la prevalenza del dolore cronico (26% su 75 milioni di europei) e prima per il dolore cronico severo (un italiano su 4). Si soffre senza le giuste cure? Lo dicono i dati più recenti (fonte: Centro studi Mundipharma): in Italia la spesa media pro-capite annua dei maggiori oppioidi utilizzati nella lotta alla sofferenza (morfina, ossicodone, tilidina, fentanil, idromorfone e buprenorfina) risulta pari a 0,52 euro, contro i 7,25 e i 7,14 di Germania e Danimarca.

 

 

 

Nel resto dei Paesi europei censiti, la spesa media si aggira attorno ai 3 euro e il nostro Paese risulta ben distaccato rispetto alle realtà immediatamente precedenti: Olanda 2,47 euro, Belgio 2,38 e Francia 2,36. Una recente analisi dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sottolinea come nel 2004 l’uso di morfina annuale pro capite in Italia era di 5,32 milligrammi, mentre in Austria era di 115,71. Ancora più allarmanti sono i numeri che snocciola Benedetti: «Nel 2005 in Italia si sono consumate 22 milioni di dosi di oppioidi. Insufficienti. Le linee-guida sulla terapia del dolore sostengono che un paziente con dolori continui ed intensi, come quelli da tumore, necessita di almeno una dose di oppioidi al giorno. Totale: 365 dosi per paziente all’anno».

 

 

 

Calcolatrice alla mano, 22milioni di dosi servono per controllare il dolore di 60 mila pazienti. Ma in Italia ogni anno muoiono di cancro oltre 150 mila malati. «E più del 70% di loro soffre dolori incoercibili », dice Benedetti. I conti non tornano. «Qualcuno non riceve morfina — risponde Benedetti —. E parliamo solo dei malati oncologici terminali». Insomma, circa 90 mila pazienti nel 2005 sarebbero morti senza un’adeguata cura anti-dolore. Benedetti scuote la testa: «I conti non tornano». Se poi al dolore oncologico si aggiunge quello cronico di qualsiasi intensità e natura, il numero dei sofferenti—dicono le statistiche — oscilla tra il 15 ed il 25% della popolazione. Secondo l’università dell’Ohio, il 10% della popolazione soffre di dolori cronici intensi.

 

 

 

Calcola Benedetti: «Circa sei milioni di italiani. Di conseguenza, in base al consumo di oppioidi nel 2005, si può affermare che ad ogni paziente italiano con dolori intollerabili è stata somministrata, in media, una dose di oppioide ogni tre mesi. Altro che giornaliera ». Tutto ciò è etico? «E’ etico omettere la corretta terapia? In tutte le nazioni civili neppure il peggiore dei criminali viene sottoposto alla tortura. E un dolore intollerabile causato da una malattia, e non trattato, equivale ad una tortura continua». Benedetti conclude citando Primo Levi: «Se sappiamo che il dolore e la sofferenza possono essere alleviati e noi non facciamo nulla, noi stessi siamo dei carnefici».

 

 

 

<!– OAS AD '180×150'begin –>Note dolenti. Ma c’è n’è una anche positiva. Arriva da Pisa. Si tratta di un test del sangue che misura la soglia del dolore individuale e come ognuno risponde ai farmaci. L’hanno messo a punto Paolo Poli, direttore dell’unità di terapia del dolore, e Paolo Barale, genetista. «Semplice quanto efficace — spiega Poli —: un normale esame del sangue consente d’identificare la risposta genetica personalizzata alla terapia farmacologia. Un risultato che emerge dopo tre anni di studi e ricerche su 300 pazienti (40% oncologici, 60% non oncologici ed afflitti da patologie comuni come il mal di schiena, dolori artrosici). L’indagine riguarda in particolare l’impiego della morfina e permette di quantizzare la dose trasportata, tramite una proteina, al suo specifico recettore cellulare. Si può ottenere così la massima efficacia con il minimo di farmaco». La scoperta è pubblicata su Clinical Pharmacology and Therapeutics.

I Cus torneranno in commissio­ne, aveva annunciato la scorsa settimana Cesare Salvi. E ciò, secondo il presidente della com­missione giustizia, per la difficoltà incontrata nel trovare un accordo. Si riprenderà il confronto, dunque, con la speranza che si arrivi da qualche parte prima che, anche in questa materia come è avvenuto in altre (e il caso Welby qualcosa dovrebbe insegnare), arrivino i giudici. Già, perché, ancora una volta, due persone omosessuali si sono rivolte a un giudice per po­tersi unire in matrimonio.
 
A scanso di equivoci, va pre­messo che la discussione e il con­fronto in Parlamento sono sempre benvenuti. E anche in questo caso confrontarsi non potrà che portare a risultati positivi. Se scontata è la premessa, altrettanto scontata, però, deve essere la conclusione: dopo tanto parlare, prima o poi qualcuno dovrà assumersi la re­sponsabilità di decidere. È questo il problema che ha il Parlamento rispetto al testamento biologico del quale, dopo una primavera piena di speranze, in autunno si so­no perse le tracce. Lo stesso pro­blema sembrano averlo le unioni civili (Dico e Cus), anche se l’im­patto del dibattito sul paese – vedi il Family Day – sembrava maggio­re di quello avuto dal testamento biologico. In ogni caso, però, la conclusione attualmente è la stes­sa: dopo tanto parlare, ancora nes­sun provvedimento è divenuto legge. E così, come ormai sempre più spesso accade, alla via maestra, quella della legiferazione perché il paese veda regolato in via genera­le l’esercizio dei diritti, si sostituisce quella giudiziaria attraverso la quale i singoli cittadini cercano di ottenere in via particolare il rico­noscimento dei propri diritti.
 
L’ultimo caso del quale si ha notizia è appunto quello della coppia di persone omosessuali di Firenze che ha deciso di rivolgersi alla Corte di Appello per vedersi riconosciuta la possibilità di unirsi in matrimonio. Ora, al di là del merito della singola vicenda, la questione che sembra davvero ur­gente è quella della mancanza di regole che appare sempre più evi­dente. Mentre il Parlamento di­scute e si confronta, infatti, la so­cietà non si ferma e pone alle isti­tuzioni domande alle quali le stes­se istituzioni non riescono a ri­spondere. Ecco, dunque, che la via giudiziaria ai diritti civili appare forse l’unica praticabile. Come già questo giornale ha sostenuto, però, non sembra questa la strada migliore. Anzi, presenta numerosi aspetti negativi. Innanzitutto, i giu­dici decidono su singoli casi e non in via generale. Inoltre, la decisio­ne di un giudice potrà sempre es­sere capovolta da un giudice di­verso. Infine, la mancanza di rego­le non potrà che aumentare la sfi­ducia dei cittadini verso la politica. La conclusione – che vale per il ca­so delle unioni civili così come per il testamento biologico, solo per fare due esempi – per quanto ba­nale è che è sempre più urgente che il Parlamento si assuma le proprie responsabilità e che faccia il proprio dovere: fare le leggi.