L’imprenditoria romana mantiene il proprio dinamismo. Nel terzo trimestre dell’anno, infatti, le aziende della Regione sono cresciute del doppio rispetto alla media nazionale. E Andrea Mondello, presidente di Unioncamere Lazio e della Camera Commercio di Roma, non nasconde la soddisfazione.

I DATI - Secondo Movimprese, la rilevazione trimestrale sull’andamento demografico delle imprese condotta da Infocamere, “il saldo tra le iscrizioni e le cessazioni” è stato “pari a 2.977 unità, con un tasso di crescita dello 0,52% (contro 0,25% della media nazionale). La consistenza numerica delle imprese iscritte negli appositi registri delle Camere di Commercio del Lazio ha raggiunto quota 575.737 unità (9,4% del corrispettivo totale nazionale). La provincia di Roma gioca un ruolo trainante nell’ottima performance del Lazio: il saldo tra le iscrizioni e le cessazioni di impresa è stato di 2.336 unità, pari al 78% dell’intero saldo regionale”. Il dato nazionale segna un trend positivo di minore portata, ma è alto il livello di mortalità delle aziende.

MONDELLO SODDISFATTO - Mondello se ne accorge e spiega: “Nel trimestre abbiamo registrato un intenso turnover nella nostra regione: le iscrizioni sono state 9.032, contro 6.055 cessazioni. Ciò conferma i profondi processi di ristrutturazione e riposizionamento in atto nel nostro sistema imprenditoriale in quest’ultimo periodo. In particolare – prosegue – chi ha superato la selezione oggi è più forte e tende a crescere. Chi entra adesso sul mercato sceglie modelli societari più robusti, come conferma il dato sulle società di capitali, che rappresentano la forma giuridica a più alto tasso di crescita: +0,85%”. Poi l’assist all’amico Veltroni. “Questi risultati vanno di pari passo con gli ottimi risultati economici ottenuti in questi ultimi anni dal Lazio e, in particolare, da Roma. Risultati – chiude Mondello -che potranno consolidarsi nel futuro se le nostre imprese sapranno esprimere una crescente capacità di fare rete”.

LE REAZIONI – E se il sindaco di Roma mette in evidenza le ottime performance (“cresciamo il doppio dell’Italia”) e il governatore Marrazzo lo segue a ruota (“il Lazio si conferma trainante”), il presidente della Provincia Gasbarra precisa: “Siamo la Ferrari d’Italia, ma pesa troppo la burocrazia”. Non a caso Federlazio lancia l’allarme: “Ci sono gravi difficoltà per centinaia di piccole e medie imprese nel Lazio a causa dei finanziamenti regionali già deliberati e non ancora erogati”. E l’opposizione capitolina usa il sarcasmo: “Il Lazio e Roma crescono nonostante Veltroni e Gasbarra – dice il coordinatore di Forza Italia a Roma Francesco Giro – E a Roma e nel Lazio crescono solo i soliti noti, le aziende grandi o grandissime”.

  In primo piano il bilancio della presenza dei radicali al Governo con il ministro Bonino, l’attualità politica della Rosa nel Pugno e gli scenari futuri, che saranno presi in esame – come spiega la Segretaria Nazionale di Radicali Italiani, Rita Bernardini – “anche in considerazione dell’attacco che non conosce precedenti alla nostra identità minacciata non solo dall’uso truffaldino del termine sinistra radicale, ma anche dalla cancellazione di ogni nostra presenza ormai divenuta sistematica da parte dei mass media”.
Centrale sarà anche la provocazione/proposta lanciata dal leader Marco Pannella a tutti i congressisti, cioè quella di – in prospettiva di un dopo Prodi e dunque della formazione di nuove maggioranze – “salvare la legislatura e dare priorità assoluta alle riforme economico-sociali, liberali, liberiste piuttosto che alle questioni laiche che da sempre ci vedono in prima fila”.

Il ricco dibattito congressuale si snoderà lungo percorsi tematici, che saranno affrontati da ben nove commissioni specifiche.
Alla luce della proposta di Marco Pannella assume un significato particolare il tema che sarà discusso dalla commissione PER LA RIFORMA RADICALE DELL’ECONOMIA, presieduta da Massimo Carraro. Infatti, a partire dal pacchetto di 50 proposte di riforma su economia e welfare, si parlerà del pareggio di bilancio come condizione di libertà e di come rientrare dal debito pubblico per non uscire dall’Europa; dell’innalzamento e dell’equiparazione dell’età pensionabile tra uomo e donna; di privatizzazioni e liberalizzazioni. Tra i relatori esterni, Pietro Marino – Presidente della Federazione Esercizi Farmaceutici.

La commissione LEGALIZZARE L’ITALIA, presieduta da Valter Vecellio, si occuperà invece di come combattere i furti di democrazia puntualmente perpetrati ai danni dei cittadini – come il mancato riconoscimento degli 8 senatori, di cui 4 della Rosa nel Pugno, regolarmente eletti – che sviliscono i principi di rappresentanza e sovranità popolare, oltre ad impedire un corretto e sereno governo del Paese, come dimostra l’attuale stato in cui versa l’esecutivo. Ma anche di come ovviare ai ripetuti furti di conoscenza e di denaro nell’anti-democrazia italiana, al fine di ripristinare le condizioni minime di legalità. Al centro del dibattito, inoltre, la proposta di una riforma anglosassone delle istituzioni.

Per un rientro dolce dell’umanità è l’obiettivo con cui la commissione QUANTI SIAMO E QUANTO CONSUMIAMO?, presieduta da Aldo Ravazzi, affronterà le tematiche legate ad energia, ambiente, territorio e demografia.
L’attuale dibattito politico sulla regolamentazione della comunicazione attraverso Internet rende particolarmente urgente il tema affidato alla commissione LIBERTA’ IN RETE, di cui sarà presidente l’europarlamentare Marco Cappato. Si discuterà infatti di creatività, dei diritti per la circolazione delle idee e delle nuove libertà digitali in genere, allo scopo di superare l’approccio proibizionista e repressivo che caratterizza le politiche nazionali in tema di diritto d’autore, basate su malintese letture punitive del concetto giuridico e della funzione economica del copyright.

Diritti umani, non violenza e gli altri argomenti transnazionali da sempre in primo piano nella politica radicale, saranno affrontati nella commissione PACE SUBITO? CON QUALI PACIFISTI DI OGGI?, che avrà per relatore l’onorevole Sergio D’Elia, deputato della Rosa nel Pugno.

Il professor Giuseppe Di Federico presiederà, invece, la commissione LEGALIZZARE LA GIUSTIZIA, che discuterà la riforma urgente di un sistema che produce arbitrio, impunità e condanne internazionali.

Il radicale storico Sergio Stanzani avrà il compito di presiedere la commissione IL PARTITO CHE NON C’E’ (ANCORA), in cui si parlerà del progetto di una nuova frontiera dell’organizzazione politica: il partito galassia dei 200.000/400.000 iscritti. A fare da relatore in assemblea plenaria un’altra figura storica del Partito Radicale, Gianfranco Spadaccia.

La commissione LAICITA’ E LIBERTA’ DI RICERCA: SCIENTIFICA E RELIGIOSA si avvarrà, tra gli altri, del contributo del filosofo cattolico Evandro Agazzi, ma anche di quello prezioso di Mina Welby, che porterà la testimonianza della sua personale esperienza. A presiedere Maria Antonietta Farina Coscioni, Presidente di Radicali Italiani.

La riforma del diritto di famiglia si conferma una delle principali battaglie radicali. Il percorso intrapreso nel 1975, con la storica legge n.151 del 19 maggio, si presenta infatti ancora lungo e pieno di ostacoli. Motivo per cui anche questo tema sarà affrontato da una commissione specifica, dal titolo IL MITO DELLA FAMIGLIA NATURALE, LA RIVOLUZIONE DELL’AMORE CIVILE. Tra i relatori anche Alessandro Zan, presidente veneto dell’Arcigay.

Inoltre, tra i temi previsti dall’ampio dibattito congressuale, non mancherà la lotta antiproibizionista ingaggiata contro i continui e sempre nuovi tentativi di limitare le libertà individuali. Mentre un posto d’onore sarà riservato alla proposta della moratoria universale delle esecuzioni capitali, fronte permanente della politica radicale nazionale e transnazionale. L’appuntamento di Padova, infatti, cade alla vigilia di un voto fondamentale sulla moratoria – atteso da 15 anni – che, insieme al dibattito su Iraq Libero e alla proposta di Israele e Turchia nella UE, indica la strada della politica estera verso il rilancio di un nuovo grande Satyagraha mondiale per la pace in Medio Oriente.

Giovedì 1° novembre il Congresso si aprirà alle h.16.30 con le relazioni della Segretaria Nazionale Rita Bernardini e della Tesoriera Elisabetta Zamparutti.
Molto attesi anche gli interventi del ministro per le Politiche Europee e del Commercio Internazionale Emma Bonino – da cui sarà possibile ascoltare il bilancio dei 18 mesi che hanno visto i radicali al governo per la prima volta nella loro storia – e del leader Marco Pannella.
Oltre alle già citate personalità, radicali e non, è prevista la partecipazione dei deputati radicali della Rosa nel Pugno Marco Beltrandi, Bruno Mellano, Donatella Poretti, Maurizio Turco e di tutti i dirigenti di Radicali Italiani appartenenti al Comitato Nazionale, alla Direzione e alla giunta esecutiva.

Il VI Congresso di Radicali Italiani è aperto a tutti. Intende essere uno spazio libero ed inclusivo di discussione, quindi non solo il diritto di voto è esteso a tutti gli iscritti – come da statuto – ma inoltre i lavori saranno accessibili a chiunque voglia prendere parte a un così importante momento di confronto su temi e problemi fondamentali della politica italiana e internazionale, ma anche della vita di ogni cittadino e individuo.

Ordine dei lavori:

giovedì 1 novembre 2007
dalle 14.30 alle 16.00 registrazione dei congressisti
16.00 apertura dei lavori
insediamento della presidenza
approvazione del regolamento del Congresso
approvazione dell’ordine dei lavori
saluti di apertura
relazione della Segretaria Rita Bernardini
relazione della Tesoriera, Elisabetta Zamparutti
insediamento delle Commissioni (v. nota)
19.45 – 21.30 pausa dei lavori (cena)
21.30 – 23.30 – lavori delle Commissioni

venerdì 2 novembre 2007
9.00 – 11.30 lavori delle Commissioni
11.30 inizio raccolta iscrizioni a parlare per il Dibattito generale
relazioni delle Commissioni
interventi e saluti di ospiti
13.30 – 15.00 pausa dei lavori (pranzo)
15.00 inizio Dibattito generale
a seguire, relazione Revisori dei conti e dibattito e voto sul bilancio –
19.45 – 21.30 pausa dei lavori (cena)
21.30 – 23.30 seguito Dibattito generale

sabato 3 novembre 2007
9.00 – 13.30 seguito Dibattito generale
13.30 – 15.00 pausa dei lavori (pranzo)
15.00 – ripresa Dibattito generale
19.45 – 21.30 pausa dei lavori (cena)
21.30 – 23.30 seguito Dibattito generale

domenica 4 novembre 2007
9.00 segue Dibattito generale, repliche segretaria e tesoriera, dibattito e votazioni su mozioni, elezione degli organi.

Le cronache riferiscono di vivaci po­lemiche al vertice dell’Aci, Auto­mobile Club d’Italia: un presiden­te, che si ritiene ingiustamente estromes­so, dà battaglia in giudizio. Senza lasciar­si avviluppare in tali contese, è questa un’occasione per chiedersi piuttosto co­sa sia oggi l’Aci e se esso abbia ancora un senso. Certo, la permanenza in vita dell’Aci rassicura; come le care cose di pessi­mo gusto di Gozzano, qualche baluardo continua, rassicurante Cynar, a difen­derci dal logorio della vita moderna. Pas­sano due guerre mondiali, il fascismo e sessant’anni di democrazia, ma l’Aci è sempre lì, come ai tempi di Bava Beccaris, per «rappresentare gli interessi dell’ automobilismo italiano» e promuovere «provvedimenti idonei allo sviluppo dell’ automobilismo».

 

 

 

L’Aci è un ente pubblico senza scopo di lucro, ma a quale interesse pubblico esso serva oggi, non è chiaro: chi guardi alle nostre belle città, strangolate dalle auto, converrà che lo «sviluppo dell’au­tomobilismo» è obiettivo, più che superato, da evitare come la peste. Il suo sito web fa notare che l’Aci vanta oltre un milione di soci, effettua seicentomila in­terventi di soccorso e tiene il Pubblico Registro Automobilistico (Pra); peccato che il governo stia cercando giustamente di abolire il Pra, e che il soccorso, sola ragione della falange di soci, possa essere svolto anche dai privati.

 

 

 

L’Aci, è vero, è solo uno dei luoghi (un altro è quel capolavoro che risponde al nome di Unire, Unione Incremento Razze Equine, e non solo), su cui occor­re accendere il faro dell’attenzione, ma è pur sempre l’esempio perfetto di un piccolo tesoro che l’opinione pubblica, cer­to per colpa sua, ignora; esso costituisce quindi un buon inizio del lavoro volto a smantellare i piccoli feudi che bloccano la nostra società.

 

 

 

Dato che sono i soldi che fanno la guerra, guardiamo allora l’aspetto eco­nomico, sul quale il sito mantiene un di­gnitoso riserbo: sarà colpa della solita legge sulla privacy. L’Aci è senza dubbio in regola con la legge, ma è singolare che il sito non dia alcuna informazione finan­ziaria, tanto meno il bilancio consolida­to. Tale ottocentesco approccio potreb­be causare imprecisioni nella sommaria ricostruzione qui possibile: speriamo co­munque che all’Aci abbiano scoperto i computer e non intingano ancora la pen­na d’oca nel calamaio alla luce delle can­dele, per vergare sul mastro le scritture. Nel 2005 l’ente pubblico ha consegui­to ricavi per 330 milioni, quasi pareggia­ti dai costi, dato che l’Aci era allora in perdita per 800 mila euro (ma il paga­mento di 21 milioni di tasse fa pensare che i margini siano più grassi). Il bello viene dopo, dato che esiste anche un «gruppo Aci», forte — oltre che di una fondazione — di ben tredici società, ognuna doverosamente provvista di or­gani sociali. Fra queste, due compagnie assicurative che incassano premi superiori al miliardo di euro, con buoni mar­gini, mentre otto delle altre undici socie­tà fatturano altri 220 milioni con margi­ni operativi lordi di circa 20 milioni.

 

 

 

Ipotizziamo pure (ipotetica del terzo tipo), che il Pra sia indispensabile e che questa e altre funzioni pubbliche richiedano davvero 10 mila dipendenti; anche ammesso, con sforzo erculeo, che tutto ciò sia vero, a cosa serve l’esistenza di un «gruppo Aci» che opera in concorrenza coi privati? Se si vuol rendere servizi al milione di soci, perché limitarsi a due compagnie assicurative? Perché non fa­re anche un paio di banche per loro? O un grande studio legale per difendere i loro interessi in sede giudiziaria?

 

 

 

La conclusione è semplice: senza at­tendere la complessa trafila necessaria a smantellare un ente pubblico superfluo (come diceva un vecchio sketch televisi­vo «qui stannno ancora a liquidà i danni dell’elefanti d’Annibbale»), si può, meglio, si deve, cedere ai privati, con trasparente procedura d’asta, tutto il «gruppo Aci». Lo si può fare, e in fretta, senza dover passare per la cruna dell’ago del voto in un Senato divenuto ormai ricet­tacolo di minimi ricattatori pseudopoli­tici, delle cui epiche gesta il popolo italia­no saprà pur ricordarsi, a tempo debito.

 

 

 

Che i magistrati debbano parlare solo attraverso gli atti processuali è una buona regola di civiltà del diritto e di carattere generale che dovrebbe valere per tutti e in ogni circostanza. Da noi, è diventato un luogo comune al quale una parte della classe politica e dei media ha apportato una eccezione per farlo diventare ancora più comune. «Comune », inteso nell’interesse di tutti gli appartenenti a una parte politica, rispetto a «generale» (nell’interesse di tutti). L’eccezione è questa. Ora che a essere indagati sono esponenti del centrosinistra, è bene che i magistrati rispettino la regola generale, evitando di andare in televisione a esporre le proprie convinzioni, perché «nessuno mette in discussione l’indipendenza della magistratura».

 

 

 

Prima, quando indagati erano esponenti del centrodestra, era giusto che i magistrati esponessero alla tv le loro convinzioni, «perché c’era chi metteva in discussione l’indipendenza della magistratura». Naturalmente, che, col centrodestra, l’indipendenza della magistratura fosse in pericolo e ora, col centrosinistra, non lo sia, lo dicono sempre gli stessi. Quelli del luogo comune con eccezioni incorporate. Così, quando, il 14 luglio 1994, il pool di Mani pulite era andato in televisione a opporsi pubblicamente al decreto Biondi che tendeva a ridurre i termini della carcerazione preventiva, nessuno, nel centrosinistra e dai media ad esso contigui — nonché, ad essere precisi, anche in alcuni settori della stessa destra — aveva avuto alcunché da eccepire.

 

 

 

Anzi, tutti si erano schierati a fianco del pool. Che chiedeva di fatto e in diritto di poter continuare a utilizzare la carcerazione preventiva come la ruota medievale. Per strappare agli inquisiti una confessione. Su queste stesse colonne avevo scritto che gli uomini del pool avrebbero dovuto dimettersi, invece di contestare pubblicamente il Parlamento, se ritenevano di non poterne applicare un provvedimento che, oltre tutto, (re)introduceva nel nostro ordinamento un principio dell’Habeas corpus. Oggi, il dottor Luigi de Magistris — il magistrato di Catanzaro che indaga su un supposto comitato d’affari che avrebbe gestito illecitamente i fondi dell’Unione europea e, fra gli altri, ha iscritto nel registro degli indagati addirittura il ministro della Giustizia—e la dottoressa Clementina Forleo, il magistrato di Milano che si occupa della scalata di Unipol alla Banca nazionale del lavoro, vanno in televisione, come allora il pool di Milano, a esporre le loro convinzioni e a denunciare supposte pressioni politiche sull’indipendenza della magistratura.

 

 

 

Ma gli interventi di uomini politici del centrosinistra e dei media ad esso contigui si sprecano nel raccomandare il rispetto della regola della riservatezza da parte dei due magistrati. Luciano Violante, punto di riferimento da anni del «partito dei giudici», ha dichiarato a Lucia Annunziata che «La Forleo e De Magistris hanno sbagliato ad andare ad Anno zero per cercare consenso», sostenendo che è la prima volta che si pone un caso del genere e che lui comunque aveva sempre criticato questi comportamenti. Affermazione che ha provocato stupore nell’intervistatrice e credo in tutti coloro che hanno assistito alla trasmissione.

 

 

 

Meglio tardi che mai, si potrebbe dire. Peccato che il ritardo sia peloso, proprio come, allora, la prontezza nel sostenere il contrario. Detto questo, aggiungo che, così come non avevo condiviso quello del pool di Milano, non condivido il comportamento di De Magistris e della Forleo. Apprezzabile mi pare —anche se discutibile per i contenuti — la coerenza di un altro magistrato, Antonio Ingroia, di Palermo, sull’esistenza di non meglio identificati «poteri occulti », indipendentemente dal colore del governo, espressa anche durante le trasmissioni di Santoro. Difendere l’indipendenza della magistratura e, al tempo stesso, raccomandarne misura e riservatezza non è né di destra né di sinistra. Essere liberali è essere «altrove».

Meglio tardi che mai, si potrebbe dire. Peccato che il ritardo sia peloso, proprio come, allora, la prontezza nel sostenere il contrario. Detto questo, aggiungo che, così come non avevo condiviso quello del pool di Milano, non condivido il comportamento di De Magistris e della Forleo. Apprezzabile mi pare —anche se discutibile per i contenuti — la coerenza di un altro magistrato, Antonio Ingroia, di Palermo, sull’esistenza di non meglio identificati «poteri occulti », indipendentemente dal colore del governo, espressa anche durante le trasmissioni di Santoro. Difendere l’indipendenza della magistratura e, al tempo stesso, raccomandarne misura e riservatezza non è né di destra né di sinistra. Essere liberali è essere «altrove».

 

 

I radicali con un’interrogazio­ne urgente segnalano i rischi di una circolare del ministro Amato: «Il Ministero degli Interni ha diffu­so la Circolare n. 55 che elenca una serie di iniziative per contra­stare il riconoscimento delle cop­pie gay sposate all’estero e dove si invita il Ministero degli Esteri a modificare i contenuti della Con­venzione di Vienna perché sui moduli del riconoscimento delle coppie sposate all’estero non è pre­cisata la variazione del sesso». Proteste da Arcigay: «È omofobia».

 Ancora bufera sulle case popolari di Roma. Secondo il consigliere regionale socialista, Donato Robilotta, l’Ater capitolina avrebbe infatti “il record delle svendite del suo patrimonio” e avrebbe fatto “acquistare alloggi di pregio, nelle zone tra Prati, via del Corso e piazzale Flaminio, a un prezzo di 1.000-1.500 euro a metro quadro a fronte di un valore di mercato tra i 10mila-13mila euro a metro quadro”. Ma Robilotta, non contento, snocciola: nel 2006 “l’Ater in totale ha venduto a prezzi stracciati 896 alloggi” e dal 2000 al 2007 ”ha venduto 4.355 alloggi per un importo di 252 milioni 610.040 ad un valore medio di 58 mila euro ad alloggio”.

“SVENDOPOLI” – Cifre da paese dei balocchi. Robilotta mena fendenti e presenta una proposta di legge per ”impedire che la svendita prosegua”. Il consigliere racconta che la ”svendopoli” riguarda “case un tempo popolari ed oggi di grande valore, tanto che per essere vendute alcune hanno bisogno del nulla osta del ministero dei Beni culturali”. Inoltre, per Robilotta, “ben vengano le cartolarizzazioni purché servano per ridurre il peso dell’emergenza abitativa e non per fare quella cassa che in realta’ poi non viene neanche fatta perche’ i beni vengono svenduti”. Secondo quanto risulta dagli elenchi ”chiesti all’Ater di Roma e mai ottenuti a differenze di quelli delle cartolarizzazioni del comune di Roma ottenuti senza problemi – vuole sottolineare l’esponente socialista – per sanare il buco dell’Azienda (circa 800 milioni di euro), sarebbe stato sufficiente vendere a prezzo medio di mercato 600-700 alloggi di pregio”.

IL CATASTO – Nel corso di una conferenza stampa con Robilotta c’erano gli altri firmatari della pdl (Alfredo Pallone (Fi), Francesco Saponaro (Misto), Fabio Desideri (Dc) Raffaele D’Ambrosio (Mpa), Antonietta Brancati (della maggioranza). Un patrimonio immenso ”svenduto e non sempre a chi ne aveva i requisiti, almeno il 40%” secondo Robilotta, ”in un citta’ come Roma dove 10 mila cittadini sono in graduatoria per ottenere un alloggio popolare e 30mila persone sono in attesa di essere sfrattate”. Desideri rincara la dose: “Sarebbe stato sufficiente chiede al ministero delle Finanze l’aggiornamento catastale degli immobili messi in vendita. Cosi’ invece vale meno una casa nel quartiere Prati a Roma che non una nella piazza san Rocco di Olevano Romano”. Di qui il giudizio di ”inadempienza da parte dell’Ater di Roma che prima di mettere in vendita doveva verificare che le rendite catastali fossero aggiornate”.

LA SOSPENSIVA E IL DUBBIO – Per la Brancati, unica tra i consiglieri firmatari a far parte della maggioranza che governa la Regione ”e’ necessario avviare una battaglia di legalita’ e trasparenza sul patrimonio pubblico, dando regole certe senza toccare diritti dei cittadini”. Per questo ha deciso di sottoscrive la proposta di legge Robilotta ritenendola ”socialmente equa”. La proposta di legge presentata oggi prevede tra l’altro l’abrogazione di un comma della legge approvata a luglio che riguarda sia la sanatoria che il tetto di reddito degli aventi diritto all’acquisto. ”Mi sono reso conto – spiega Robilotta – che la legge va modificata, tra l’altro la giunta regionale, che ha sospeso la vendita del patrimonio dell’Ater di Roma per 60 giorni (che scadono nella prima decade di dicembre), ha anche annunciato una proposta di legge per modificare la precedente sanatoria che a tutt’oggi non e’ stata ancora presentata”. Robilotta, che avanza infine il dubbio che ”la vendita sia continuata nonostante la sospensiva disposta da Marrazzo”.

Via libera definitivo da parte della giunta regionale del Lazio al provvedimento che stanzia 100 milioni di euro per 1.042 nuovi alloggi popolari nel Lazio.

IN CIFRE – Di questi 469 sono presenti nella capitale, 219 in provincia di Roma, 122 a Latina, 98 a Frosinone, 70 a Viterbo, 52 a Rieti, 13 a Civitavecchia. La delibera definisce un programma di completamento e costruzione di edifici di edilizia convenzionata da parte delle sette Ater (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale) del territorio.

L’ITER – Il provvedimento è tornato in Giunta dopo l’ok della commissione dei Lavori Pubblici che ha modificato il testo: dal momento in cui il provvedimento sarà pubblicato sul Bollettino ufficiale Regione Lazio (Burl), infatti, le Ater avranno 30 giorni di tempo per presentare i piani per la chiusura dei cantieri di oltre 700 case popolari di Roma e provincia.

SVENDOPOLI – La decisione arriva all’indomani dell’ennesima bufera sulle case popolari di Roma. Secondo il consigliere regionale socialista, Donato Robilotta, l’Ater capitolina avrebbe infatti “il record delle svendite del suo patrimonio” e avrebbe fatto “acquistare alloggi di pregio, nelle zone tra Prati, via del Corso e piazzale Flaminio, a un prezzo di 1.000-1.500 euro a metro quadro a fronte di un valore di mercato tra i 10mila-13mila euro a metro quadro”. Ma Robilotta, non contento, snocciola: nel 2006 “l’Ater in totale ha venduto a prezzi stracciati 896 alloggi” e dal 2000 al 2007 ”ha venduto 4.355 alloggi per un importo di 252 milioni 610.040 ad un valore medio di 58 mila euro ad alloggio”.

L’obiezione di coscienza è ”un diritto che deve essere riconosciuto alla vostra professione, permettendovi di non collaborare direttamente o indirettamente alla fornitura di prodotti che hanno per scopo scelte chiaramente immorali come per esempio l’aborto e l’eutanasia”. Le parole dette da Benedetto XVI ai farmacisti cattolici non lasciano indifferente le farmacie comunali di Roma che rispondono secche: “Per noi, nessun condizionamento”.

LE RICHESTE DEL PAPA – Il Santo Padre chiede ai farmacisti di essere consapevoli degli effetti che hanno alcune molecole, create con lo scopo di evitare ”l’annidamento di un embrione” o ”abbreviare la vita di una persona”. La vita, sottolinea, ”deve essere protetta dal suo concepimento alla sua morte naturale”. ”Il farmacista – secondo Benedetto XVI – deve invitare ciascuno a un sussulto di umanità, affinché ogni essere sia protetto dal suo concepimento alla morte naturale e affinché i medicinali ricoprano veramente il loro ruolo terapeutico”.

FEDERFARMA – Franco Caprino, segretario di Federfarma, commenta: ”E’ anacronistico pensare alla possibilità per i farmacisti di esercitare l’obiezione di coscienza quando si tratta di vendere ai cittadini farmaci eticamente sensibili”. Federfarma ricorda che “se si vuole dare al farmacista la possibilità di rifiutare la consegna di un farmaco per motivi di coscienza è necessario che sia modificata la legge attuale che obbliga il farmacista, dietro presentazione di ricetta medica, a consegnare il farmaco o a procurarlo, se non disponibile, nel più breve tempo possibile”.

FARMACIE ROMANE – ”L’azienda pubblica che dirigo è tenuta al rispetto delle leggi dello Stato italiano e quindi le nostre farmacie continueranno a vendere tutti i farmaci consentiti dalla legge nel nostro Paese”. Parla chiaro il presidente delle farmacie comunali di Roma (Farmacap) Arturo Salerni, che ricorda: “Svolgiamo il nostro lavoro soprattutto nelle zone più disagiate della città di Roma nel pieno rispetto della legge e cercando di garantire il massimo servizio ai cittadini. L’azienda nelle sue 40 farmacie – aggiunge – comunali continuerà a svolgere il suo servizio senza alcun condizionamento”.
Le parole del Pontefice vengono invece accolte da alcuni farmacisti, come Piero Uroda, presidente dell’Unione dei farmacisti cattolici che, dalla sua farmacia a Fiumicino, dice: “Mai venduta la pillola del giorno dopo, Norlevo o Levonelle”. Ed in proposito il farmacista intende proseguire con la linea dura: ”Aspetto solo che mi portino davanti al giudice – dice in tono di sfida – Non ho mai venduto questi due prodotti e anche se mi è capitato qualche volta di ricevere una richiesta mi sono sempre rifiutato di venderli nel mio esercizio, senza alcun problema”.

Prevenire un nuo­vo caso Di Bella. E’ l’obietti­vo del parere con cui il Consi­glio Superiore di Sanità ha bocciato una terapia per la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), la malattia di Luca Coscioni e Giovanni Nuvoli. Il massimo organismo tecnico del ministero della Salute è intervenuto dopo che diversi tribunali italiani in base al principio della libertà di cura hanno condannato le Asl a da­re gratuitamente un farmaco senza prove di efficacia: «Sul­la base dei risultati oggi disponibili non è giustificato il trattamento per la Sla con Igf e Igf-2/Igf-Bp3», scrivono gli esperti nel parere rilasciato il 23 ottobre su richiesta del mi­nistro Livia Turco.

 

 

 

In un anno, circa 95 (su un centinaio di ricorsi) le senten­ze di tribunali che hanno di­sposto l’immediata erogazio­ne gratuita della cura. Un feno­meno «allarmante» che, è il timore del ministero, rischia di trasformarsi in un nuovo caso Di Bella, dal nome dell’inven­tore del metodo anticancro ri­chiesto anni fa a gran voce dal­la piazza. Molti malati oncolo­gici riuscirono ad ottenerlo gratuitamente dal servizio sa­nitario su ordine dei pretori.

 

 

 

Siamo di fronte ad un feno­meno simile, anche se numeri­camente più ristretto. Con una differenza. Oltre ad illu­dere e a rivelarsi «inutile», la presunta terapia sta creando seri problemi di cassa. E’ mol­to costosa. Un ciclo di un an­no costa 130.000 euro. E si comprendono le preoccupa­zioni di Asl e Regioni, costret­te a sostenere una spesa im­prevista nell’ambito di un bi­lancio risicato.

 

 

 

Il farmaco è un fattore di crescita ricombinante, con in­dicazioni per una malattia ra­ra, la sindrome di Laronne. Il Consiglio Superiore di Sanità ritiene che non debba essere dato «neppure a chi non ri­sponde al tradizionale Riluzolo. Le risorse impegnate per rimborsarlo possono essere più utilmente finalizzate ad assicurare interventi di efficacia comprovata da adeguate evidenze scientifiche. Non sussistono le condizioni per trattare la Sla con questo trat­tamento». Il Consiglio si riser­va «di riesaminare la proble­matica alla luce dei risultati definitivi dello studio clinico in corso negli Stati Uniti». Maria Antonietta Coscioni, moglie di Luca, attiva nel Co­mitato che porta il nome del marito sta seguendo la vicen­da. «La lotta ad una malattia senza speranza — dice — deve avvenire sul piano fisico, psico­logico e della qualità della vi­ta. C’è molto disagio, i pazien­ti vogliono sperimentare farmaci, come succede negli Usa. Non possono aspettare. Serve informazione. Il ministero de­ve affrontare questa realtà con chiarezza, c’è un profon­do senso di disagio nelle fami­glie. Di fronte a mancanza di ri­sposte c’è chi vuole tentare». Diverse Asl hanno negato l’Igf-1 e il suo analogo, sulla ba­se di pareri negativi dei comitati etici in­terni.

 

 

 

Il neurologo Cesare Iani, direttore del­l’unità di neurologia al Sant’Eugenio di Ro­ma in una lettera in­viata alla Asl ha scrit­to: «Oltre che inutile il farmaco è pericolo­so perché alti livelli di Ige possono determi­nare forti aritmie. E’ già stato segnalato un episo­dio di morte improvvisa. Le sperimentazioni finora con­dotte hanno dimostrato che l’efficacia del trattamento è uguale a quella del placebo. Sono convinto su basi scienti­fiche ed etiche che l’Igf1 non va somministrato».

 

 

 

  La vicenda del 5 per mille assomiglia sempre più a un impasto entrato nel forno del legislatore come torta, ma che rischia di uscirne come cro­sta bruciacchiata. Una (brutta) sorpresa tira l’altra: con la pre­sentazione dell’emendamento governativo al disegno di legge finanziaria per il 2008 che rein­troduce l’opzione da parte dei contribuenti, “dimenticata” nel­la prima stesura, è subito emersa l’anomalia del tetto di copertu­ra, limitato a 100 milioni di euro (si veda «Il Sole-24 Ore» del 19 ottobre e seguenti).
 
Un importo ben lontano dai 328 milioni elargiti grazie alle fir­me apposte nel 2006, anno di de­butto del provvedimento, e pre­sumibilmente ancor più distan­te dal risultato maturato con le dichiarazioni  dei redditi  di quest’anno. Tanto che, proprio con la stessa manovra, si era già provveduto ad elevare lo stan­ziamento per il 2007 dagli origi­nali 250 milioni a 400.
 
Ma se l’attenzione si concen­tra sul limite di spesa (che, se confermato, renderebbe falso anche il nome del 5 per mille, ri­ducendolo a un risibile 1,5 o 2 per mille), altre incongruenze ri­schiano di penalizzare ulterior­mente lo strumento. In particola­re, anche nella nuova formula­zione resterebbero escluse dal beneficio le fondazioni che non abbiano contemporaneamente la veste di Onlus. Una “svista” già verificatasi l’anno scorso (si veda «Il Sole-24 Ore» dell’8 gennaio 2007) quando, con l’origina­rio intento di escludere le fonda­zioni bancarie, sono stati in real­tà penalizzati molti piccoli enti e alcune grandi organizzazioni.
 
Non solo: la nuova formula sopprime anche il contributo che la passata edizione della nor­ma riservava all’Agenzia per le Onlus e agli enti di rappresentan­za del non profit. Una quota di scarso rilievo finanziario (in pra­tica, il 5 per mille sull’ammonta­re del 5 per mille) ma di elevato valore simbolico, perché pro­prio l’Agenzia per le Onlus, a fronte dei controlli esercitati dall’Agenzia delle Entrate sul terreno fiscale, dovrebbe mette­re a regime lo strumento e consentire pari opportunità di acces­so a tutte le realtà candidate.
 
La mobilitazione lanciata con l’appello del Sole-24 Ore, dunque, vale anche per scongiu­rare ulteriori amnesie del legislatore, per il quale l’alibi della distrazione risulta ormai ampia­mente abusato.