“L’associazione Radicali Roma ha sempre chiesto al Sindaco Veltroni massima trasparenza sulla vita istituzionale del Campidoglio. Un piccolo ma significativo passo in avanti è stato compiuto in questi giorni. Il Comune ha inserito sul proprio sito i nomi e i compensi dei C.d.A delle sue aziende partecipate, rendendo operativo parte del nostro ordine del giorno approvato durante l’ultima sessione di bilancio. In materia di trasparenza chiediamo al Sindaco e alla Giunta di fare di più, nei prossimi mesi raccoglieremo le firme per una delibera di iniziativa popolare sull’anagrafe pubblica, intanto, mi aspetto che il Comune voglia rendere ben visibile e facilmente rintracciabile dagli utenti la pagina con gli emolumenti dei consiglieri di amministrazione ed inoltre voglia rendere pubblici e ben visibili i dati essenziali di bilancio delle società in house e l’albo dei professionisti e consulenti. Vigileremo sull’attuazione dei nostri ordini del giorno, nella consapevolezza che la trasparenza delle istituzioni possa essere una delle soluzioni alla partitocrazia e alla demagogia.”

 

 

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Il Campidoglio rende noti nomi e compensi lordi annuali di tutti i presidenti e componenti dei consigli di amministrazione delle proprie società partecipate. Lo prevede espressamente la Finanziaria 2007, che tra l’altro disciplina – per le società non quotate in borsa – gli stessi compensi. Il Comune di Roma ha attuato queste norme della Legge Finanziaria con la delibera di Giunta n. 215 del 23 maggio 2007.

Ecco dunque, in allegato, nomi e compensi lordi annui dei presidenti, degli amministratori delegati e dei consiglieri dei c.d.a. delle società romane a capitale parzialmente o totalmente comunale, quotate e non quotate in borsa.

0In una lettera inviata oggi al presidente del Consiglio Romano Prodi, al ministro del­l’Economia Padoa Schioppa e a tutti i segretari dei partiti della maggioranza, in vista del vertice di stasera sulla finanziaria, i Radi­cali tornano a ribadire di avere ac­cettato il protocollo sul welfare «come compromesso che limita i danni che sarebbero stati provo­cati alla spesa pubblica dall’abolizione integrale dello “scalone”, pur essendo favorevoli al suo mantenimento, all’innalzamento dell’età pensionabile e alla sua equiparazione fra donne e uomi­ni al fine di ridurre la spesa pubblica e di liberare risorse per un’effettiva riforma del welfare e per la realizzazione di un sistema universale di ammortizzatori so­ciali». «Se, invece – sottolineano i radicali – il disegno di legge sul welfare vedrà spostarsi in altra di­rezione i precisi paletti stabiliti dal  protocollo,  comunichiamo sin d’ora che ci riserviamo di pre­sentare emendamenti di ripristino integrale della riforma Maroni sulle pensioni e di votare emen­damenti presentati in questa dire­zione anche da parte di parla­mentari che non fanno parte del­la maggioranza». La lettera prose­gue sottolineando i punti che più stanno a cuore ai radicali: la ridu­zione del debito pubblico e la riqualificazione della spesa pubbli­ca. «Le famiglie povere – segnala­no – si concentrano in quella par­te della popolazione che non pos­siede un’abitazione e paga una fetta importante del suo stipen­dio, anche più del 50%, per l’affit­to di una casa, non per l’Ici». Il dossier, già argomentato a più ri­prese, si è arricchito oggi di un nuovo capitolo sulle prospettive per i «lavoratori» oggi trentenni: lo riferisce Marco Pannella in un’altra nota allegata e sempre indirizzata a Prodi e agli altri prota­gonisti del vertice di questa sera.

Se si è in stato di necessità, occupare una casa non è reato. Lo ha deciso la Cassazione, che inserisce il ”diritto all’abitazione” tra i ”beni primari collegati alla personalita’ ” che meritano di essere annoverati tra i diritti fondamentali della persona (tutelati dall’articolo 2 della Costituzione). Dunque i giudici supremi ritengono che l’occupazione abusiva di un alloggio, da parte di una persona indigente e in stato di necessita’, possa ritenersi ”giustificata” e non portare alla condanna penale.

CONDANNA ANNULLATA – E’ così che è stata annullata con rinvio la condanna per occupazione abusiva di una casa dello Iacp inflitta a una donna dal tribunale e dalla Corte d’Appello di Roma. Giuseppa D.A., 39 anni, sola e con un figlio a carico aveva fatto ricorso alla Cassazione contestando la legittimita’ dei 600 euro di multa che le erano stati comminati in primo grado con sentenza del 4 febbraio 2005, e in secondo grado con decisione del 1 dicembre 2006. La Cassazione le ha dato ragione e ha ritenuto ”fondato” il suo reclamo. Spiega la Seconda sezione penale di piazza Cavour, (sentenza 35580) che ”rientrano nel concetto di ‘danno grave alla persona’ non solo la lesione della vita o dell’integrita’ fisica, ma anche quelle situazioni che attentano alla sfera dei diritti fondamentali della persona.

LA REAZIONE – Subito coglie la palla al balzo Sandro Medici, presidente del X Municipio, che in passato si era reso protagonista di confische di alloggi vuoti e inutilizzati in favore dei più indigenti. Ora può cantare vittoria: “Le amministrazioni hanno piena legittimità di requisire case sfitte per assegnarle a famiglie sfrattate. Non c’è nessun abuso d’ufficio”.

Un viale nella splendida Villa Pamphili sarà dedicato, per decisione del sindaco e in accordo con l’assessorato alla cultura, alla giornalista Anna Politvoskaja.

La targa toponomastica sarà apposta il 4 ottobre alle 15 nel grande parco pubblico (entrata dall’ingresso di via Aurelia Antica 327).

Politvoskaja (vero nome Anna Mazepa) era nata a New York da due diplomatici russi, e nella sua lunga carriera di giornalista godeva di notevole considerazione negli ambienti ceceni: il suo nome è spesso apparso fra i “negoziatori privilegiati” dalla guerriglia, così come appare fra le personalità impegnate a condurre le trattative durante la crisi del Teatro Dubrovka. “Sono una reietta – diceva prima di morire – a Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me”. Nell’ottobre 2006 viene ritrovata morta nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. L’avevano uccisa con un colpo di proiettile alla testa.

“Sensibile al dolore degli oppressi, incorruttibile, glaciale di fronte alle nostre compromissioni, Anna è stata, ed è ancora, un modello di riferimento. Ben oltre i riconoscimenti, i quattrini, la carriera: la sua era sete di verità, e fuoco indomabile “, ha detto Andrè Glucksmann.

Dopo lo scoglio, superato non senza polemiche, della delibera che prevede l’adesione del Comune alla fondazione Cinema per Roma, l’Aula Giulio Cesare si prepara ad affrontare nuove discussioni. Nel dettaglio l’Ici per gli enti religiosi e le Unioni civili. Oggi inizierà  in consiglio la discussione sul Dpef. La maggioranza prevedere un un emendamento, collegato alla manovra, che prevede una vera e propria raccomandazione al governo in materia di pagamento dell’ ICI per gli istituti religiosi. L’Ici è disciplinata da una normativa nazionale e i consiglieri di centro sinistra chiederanno di cambiare la normativa vigente, che prevede che a pagare l’imposta siano solamente gli enti che svolgono in via esclusiva un’attività commerciale.

“E’ auspicabile, si legge nell’emendamento, un intervento normativo che, al fine di dare certezze interpretative alle norme vigenti e di evitare inutili e costosi contenziosi, sostituisca al comma 1 dell’art. 39 del decreto legge 30 settembre 2005 la parola “esclusivamente” con “prevalentemente”. In altre parole oggi i bed and breakfast del Vaticano che ha anche una piccola cappella annessa non paga l’Ici, dal momento che non svolge in maniera esclusiva attività commerciale. Se il governo dovesse dare retta al consiglio comunale romano, la situazione cambierebbe e quello stesso bed and breakfast dovrebbe pagare l’imposta sugli immobili. Una vera e propria rivoluzione per tutti gli istituti religiosi Vaticano compreso. Anche se al testo dell’emendamento è stato tolto il riferimento alla religione. Si parla genericamente di istituti, termine che comprende ogni tipo di ente. Ma questo piccolo escamotage era necessario per avere la firma dell’Udeur. Gianfranco Zampilli, capogruppo capitolino dell’Udeur dice che così infatti si sente garantito. La sinistra, invece, avrebbe sperato in un intervento più deciso. Nello stesso emendamento si sottolinea pure la necessità di una riforma dell’Ici sulla prima casa, che tenga conto delle condizioni socio-economiche delle famiglie. Anche le unioni civili potrebbero creare non pochi problemi. Prc, Verdi, PdCi, RnP e Sd insistono per portare in fretta in aula la delibera di iniziativa popolare, ormai bloccata da mesi, che prevede l’istituzione del Registro delle Unioni civili. Ma c’è un’altra parte di maggioranza, che, invece, quella stessa fretta non ce l’ha  proprio. L’Udeur, ad esempio, sostiene che “ci sono cose più importanti da affronatare”. Insomma è un percorso tutto in salita quello delle unioni civili. E non è affatto scontato che alla fine si trovi un accordo.

                                                           

Cara Aung San Suu Kyi, sto seguendo con molta emozione gli sviluppi della situazione nel Suo paese. Anche stamattina, come accade ormai da otto giorni consecutivi, un migliaio di giovani monaci buddisti si sono radunati davanti alla millenaria pagoda di Shwedagon, a Rangoon, per dare vita ad un nuovo corteo contro il regime militare che da ormai 45 anni tiene saldamente il potere in Birmania. Nei giorni scorsi, il corteo è diventato sempre più grande, grazie all’adesione di migliaia di cittadine e cittadini. Oggi si parla di centomila persone, e lamia speranza è che questa volta il corteo possa raggiungere pacificamente 54 University Street, dove Lei si trova agli arresti domiciliari.

 

 

 

Per noi radicali transnazionali, che in nome della nonviolenza gandhiana ci siamo sempre battuti per la promozione dei diritti umani e la democrazia in tutto il mondo, questa lotta nonviolenta è una prova straordinaria di un paese, di un popolo intero che chiede libertà, giustizia, e che combatte senza armi per la propria rinascita. E’ una grande lezione che, su iniziativa dei testimoni più autentici del buddismo nel Suo paese, il popolo birmano sta dando non solo al regime militare, ma al mondo intero. So che la giunta ha minacciato ieri di «prendere misure» contro i manifestanti, oppure di ricorrere, come nel 1988, all’impiego di infiltrati e di agenti provocatori per far scoppiare i disordini e così giustificare una violenta repressione.

 

 

 

Sono convinta che si tratterebbe di un tragico errore di calcolo. Gli occhi del mondo sono puntati su quello che sta accadendo in Birmania. Sia l’Unione europea sia l’Asean hanno chiesto al regime di non ricorrere alla violenza. Ieri, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Presidente Bush ha annunciato un inasprimento delle sanzioni contro i membri della giunta. Sappia che anche il governo italiano ha chiesto alla giunta di aprire un dialogo con i monaci, con i membri della National League of Democracy e con tutta l’opposizione birmana, così come chiede che Le venga immediatamente restituita la libertà.

 

 

 

Cara Aung San Suu Kyi, ho ancora impressi nella memoria, dal nostro incontro di undici anni fa, quando Lei già si trovava agli arresti domiciliari, la Sua forza e il Suo coraggio. Questa forza e questo coraggio sono esattamente ciò di cui ha più bisogno il popolo birmano. Ho fiducia che una buona combinazione prodotta dall’azione nonviolenta interna e dalla pressione esterna delle organizzazioni regionali e multilaterali nonché dei paesi democratici, possa portare presto, finalmente, al ristabilimento della libertà. Lei non è sola. I monaci birmani non sono soli.

 

 

 

Il Suo popolo non è solo. Ha – avete – tutta la vicinanza, il sostegno e la determinazione non solo di noi radicali transnazionali ma di tutta quella comunità internazionale impegnata ogni giorno nella costruzione di un mondo fondato sulla difesa della dignità umana.

  L’intervista al segretario dei Ds Piero Fassino, pubblicata l’altro ieri dal Corriere, è un modo concreto per rispondere alla sfiducia crescente che i cittadini dimostrano verso la classe politica. Le parole di Fassino sono coraggiose: «L’Italia è frenata da un asse trasversale e conservatore. Quella destra che ha ingenerato la paura dell’Europa, dell’euro, di un mercato aperto. Ma anche a sinistra si fa fatica a capire che se è giusto essere contro la precarietà, è invece sbagliato rifiutare una flessibilità connaturata a un mercato non più racchiuso nei confini nazionali ».

 

 

 

«La sola parola “merito” in Italia è ancora tabù. La sinistra ha sempre pensato che il merito fosse un trucco dei ricchi per fregare i poveri, non capendo che è esattamente il contrario. È grazie al merito, al talento che il povero può annullare le differenze sociali e avere le stesse opportunità ». «La sinistra ha sempre difeso i deboli: chi è più debole se perde quel poco che ha è privo di tutto. Comprensibile una reazione istintiva di difesa che però rischia di essere velleitaria e perdente. Non è arroccandosi che si ottengono maggiori certezze». Perfetto. Ma sono disposti Piero Fassino e il Pd a tradurre queste affermazioni coraggiose in decisioni coerenti, a cominciare dalla prossima Legge finanziaria? Ecco alcuni problemi concreti. È sempre più evidente che la spesa pubblica concertata fra governo e sindacati non è il modo per difendere i deboli. L’aumento delle pensioni minime deciso a luglio (che pure Fassino nella sua intervista difende) ha favorito solo in piccola parte i veri poveri, cioè le famiglie degli otto milioni di pensionati che non arrivano a 750 euro al mese, l’80% dei quali non raggiunge neppure i 500 euro.

 

 

 

La quota principale dei soldi stanziati andrà alle famiglie dei lavoratori tipicamente iscritti ai sindacati, gli stessi che hanno beneficiato più di altri dell’abbassamento, da 60 a 58 anni, dell’età minima per andare in pensione con 35 anni di contributi. Famiglie certo non ricche, ma neppure tra le più povere del Paese. Anche l’abbassamento dell’età minima per andare in pensione è stato pagato dai meno fortunati. Nel prossimo decennio costerà circa 10 miliardi di euro. Di questi, quasi la metà verranno da un aumento dei contributi (fino a 3 punti di aliquota in più) dei parasubordinati, cioè tassando i «precari », che sono i lavoratori meno protetti. Come deve essere costruita secondo il Pd la prossima Legge finanziaria? Usando l’extra gettito fiscale per far fronte a nuove spese sociali— che ancora una volta non aiuterebbero i veri poveri —o per finanziare una negative income tax che restituisca denaro alle famiglie più bisognose? Il maggior ostacolo che priva i precari di un futuro è la rigidità dei contratti a tempo indeterminato.

 

 

 

L’assunzione a tempo indeterminato è oggi troppo rischiosa per il datore di lavoro e così i precari rimangono tali per sempre. A Milano due settimane fa Walter Veltroni si è detto favorevole alla proposta di un contratto unico (tutti precari all’inizio e tutele crescenti con l’anzianità), un’idea di Tito Boeri e Tiziano Treu che Nicolas Sarkozy sta cercando di realizzare in Francia. Cesare Damiano non è d’accordo: «Non sarò io il ministro che tocca l’articolo 18», ha detto in quell’incontro. Con chi sta Piero Fassino? Il sindacato non ha mai caldeggiato l’introduzione di sussidi di disoccupazione generalizzati (siamo l’unico Paese avanzato a non averli). Preferisce la cassa integrazione negoziata caso per caso, che dà al sindacato — e alle Unioni industriali — un motivo per esistere. È disposto il Pd a farne una priorità della prossima Finanziaria?

 

 

 

Le imprese, pubbliche e private, ricevono dallo Stato aiuti pari a circa il 2 per cento del Pil. La maggior parte va alle aziende del Mezzogiorno, ma non c’è evidenza che questa messe di fondi pubblici abbia mai aiutato quelle regioni a crescere. Il ministro Bersani propone di cancellarli tutti e trasferire quei fondi in investimenti in infrastrutture, a cominciare dall’ infrastruttura più importante oggi nel Mezzogiorno, la certezza della legge e l’ordine pubblico. È disposta la sinistra di governo a imporre questa scelta in Finanziaria? Una conseguenza dell’assenza di meritocrazia è l’invecchiamento della nostra classe dirigente. Il Comitato dei 45 nominato per costituire il nuovo Partito democratico non include una sola persona sotto i 40 anni! Epensare che più di un terzo degli elettori ne ha di meno. L’età media del comitato—come hanno notato Vincenzo Galasso e Francesco Billari su la voce.info—si aggira intorno ai 57 anni: tutto il potere è concentrato nelle mani di cinquantenni e sessantenni, la generazione cui appartiene la maggioranza dei leader politici del nuovo partito.

 

 

 

Costoro hanno accettato di farsi aiutare da qualche «padre nobile» (due componenti del comitato hanno più di 75 anni), ma non hanno ritenuto necessario coinvolgere i ventenni o i trentenni, cioè coloro che in futuro dovranno votare per il nuovo partito. E quando si è trattato di nominare un nuovo membro del cda della Rai per «dare nuovo impulso all’ azienda» come ha detto il ministro dell’Economia, la scelta è caduta su un manager di 77 anni. È questo il merito, onorevole Fassino?

  Dopo il «sì» alla diagno­si preimpianto da parte di un giudice del Tribunale di Cagliari, un nuovo affondo sulla bioetica arriva dalla Conferenza episcopale italiana attra­verso le parole del segretario genera­le, monsignor Giuseppe Beton. «Tro­vo molto strano che un giudice pos­sa giudicare a prescindere da una leg­ge e da una sentenza della Corte Costituzionale ed emettere un giudizio che smentisce la legge e la sentenza» ha dichiarato Beton. «Vorrei capire qual è la logica che sta dietro a una sentenza dì un tribunale che non fa riferimento alle fonti normative», ha aggiunto. E ancora: «Pensavo che i tribunali applicassero le leggi, in par­ticolare quando la loro interpretazione sia supportata dall’organo supre­mo dell’interpretazione delle leggi». Ma la stoccata si è limitata al caso sardo. Infatti monsignor Betori ha anche chiarito che quanto alle legge che in Italia regola la fecondazione assistita, provvedimento sostenuto con la vittoria dell’astensione al refe­rendum del 2005, non ci saranno no­vità. «Noi l’abbiamo difesa, sia pure nella sua imperfezione, e non c’è nes­suna intenzione di ritornare su di es­sa». Sulla bioetica è intervenuto da Lourdes anche il presidente della Cei Angelo Bagnasco: «Senza morali­tà — ha detto — la vita umana diven­ta una giungla. Pare che ogni deside­rio soggettivo debba essere ricono­sciuto come diritto collettivo. Ma il potere di decidere fra bene e male appartiene solo a Dio».

 

 

 

La levata di scudi dei vescovi ha rinfocolato le polemiche con il fronte laico e riacceso il dibattito non solo politico ma anche giuridico. Sulla stessa lunghezza d’onda della Cei si sono espressi alcuni esponenti di Forza Italia. Per la segatrice Maria Burani Procaccini: «È gravissimo che un tribunale, come quello di Ca­gliari, bypassi una legge dello Stato e una pronuncia della Corte Costitu­zionale decidendo di disapplicare la legge 40». La Procaccini si spinge an­che più in là sollecitando il ministro Mastella «a inviare subito un’ispezio­ne».

 

 

 

Rocco Buttiglione, presidente dell’Udc, è convinto che «non è la legge 40 a dover essere riformata bensì la sentenza del Tribunale di Cagliari». Una voce fuori dal coro azzurro è sta­ta quella di Chiara Moroni che lancia un appello: «La politica non può esse­re miope e deve modificare una legge che ogni giorno dimostra di essere inapplicabile e che è stata fatta partendo da un forte pregiudizio ideolo­gico contro le donne». Invece per Lu­ca Volonté dell’Udc «siamo di fronte a una sentenza apertamente influen­zata dall’ideologia radicale e sini­stroide, in aperta violazione della leg­ge e della Costituzione». C’è poi un al­tro aspetto su cui si dovrà confronta­re direttamente il governo e il Mini­stero della Salute. Il giudice sardo in­fatti nelle trentatré pagine di motiva­zione della sua decisione, dopo aver affermato che nella legge non c’è nes­sun divieto esplicito alla diagnosi preimpianto, ha stabilito l’illegittimi­tà delle linee giuda ministeriali del 22 luglio del 2004, che quel divieto hanno espressamente sancito.

 

 

 

«La Corte Costituzionale non ha bocciato nulla». Così ha replicato al­la presa di posizione della Cei, l’avvo­cato Luigi Concas, difensore della donna il cui ricorso è stato accolto dal giudice. «Si è limitata — ha spie­gato — a dichiarare l’inammissibilità della questione e pertanto non è entrata nel merito della questione».

 

 

 

Anche il fronte laico ha reagito contro la Cei. I radicali Cappato e Berardo dell’Associazione Coscioni hanno accusato «il Vaticano di istiga­re all’aborto terapeutico».

Il Campidoglio metterà a disposizione della Festa del Cinema, mediante una variazione di bilancio, 1,5 milioni di euro. Il via libera è arrivato dal Consiglio comunale che ha approvato con 32 voti favorevoli e 15 contrari, la delibera che autorizza l’Auditorium a mettere a disposizione le proprie strutture per la manifestazione.

IL NO – L’aula ha, invece, respinto la richiesta di immediata eseguibilità della delibera che necessita del sì di 31 consiglieri, quorum non raggiunto dopo che il membro de la Destra Fabio Sabbatani Schiuma ha richiesto l’azzeramento delle postazioni per verificare il numero legale.
Per l’eseguibilità della delibera, secondo la procedura, bisognerà attendere una decina di giorni. ”Veltroni – ha commentato il capo gruppoo di An in Campidoglio Marco Marsilio – mette in riga come scolaretti i consiglieri della sinistra radicale e gli fa votare una delibera illegittima. Ma la maggioranza continua a perdere colpi e non riesce ad approvare l’immediata eseguibilità: solo in 28 votano a favore. Vuol dire che tra procedure burocratiche e tempi di pubblicazione sarà una corsa contro il tempo per garantire il contributo comunale e per formalizzare l’adesione”.

LA REPLICA – ”Il voto contrario del centrodestra – ha replicato il capogruppo dell’Ulivo Pino Battaglia – mostra una volta di più tutta la distanza fra questa opposizione e i sentimenti della città, una totale incapacità di andare oltre gli schematismi politici e guardare quali siano le scelte migliori da fare per i cittadini. I grandi eventi culturali come la Festa del Cinema non sono solo un occasione di crescita economica, ma un servizio pubblico reso a tutti i cittadini”.