Con la momentanea inammissibilità della candidatura di Marco Pannella a segretario del PD è accaduto quanto temevamo, ovvero il prevalere delle risposte burocratiche, di regime, volte unicamente ad assicurare agli apparati esistenti il mantenimento delle proprie postazioni di
potere.
Qualora non muti la valutazione espressa in tutta fretta e con motivazioni contraddittorie dall’Ufficio di presidenza, a farne le spese, prima ancora che la candidatura di Marco Pannella, sarebbe il futuro stesso del Partito Democratico.
Non ci arrendiamo al fatto che forze interne ai DS e alla Margherita lottino per impedire che il PD diventi un soggetto politico altro dalla fusione di due apparati, e che per realizzare il loro disegno abbiano bisogno della reiezione del mondo radicale.
Negli ultimi anni, in occasione della raccolta firme per il referendum contro la legge sulla fecondazione assistita così come per la delibera di iniziativa popolare per l’istituzione del registro delle unioni civili, le nostre istanze si sono incontrate, riconosciute, con le emozioni e le volontà del popolo del centro sinistra. Accade da cinquant’anni, si pensi solo ai referendum sul divorzio,
sull’aborto, sul finanziamento dei partiti, sulla legge elettorale.
È paradossale ed emblematico che nel momento di formazione del nuovo si ripetano i niet e le preclusioni nei confronti dell’unico partito italiano da sempre concretamente antipartitocratico. Agli eletti e ai militanti romani di Ds e Margherita chiediamo: è questa la “nuova stagione”che vi/ci aspetta?”

«Ero più che preparato». Marco Pannella lo sapeva, l’aveva capi­to da tempo e quando, a tarda sera, arri­va la notizia ufficiale della bocciatura della sua candidatura da parte dell’uffi­cio tecnico del Partito democratico, ri­sponde sicuro: «Ricorrerò. E comun­que combatteremo fino a quando nello schieramento opposto non si manife­sterà una minoranza laica e liberale, de­terminata, consapevole, intransigente e concreta». Insieme a Pannella l’altro bocciato è Antonio Di Pietro, anche lui «non riconducibile al percorso costituti­vo del soggetto unitario». Dall’entoura­ge dell’ex pm emerge una certa sorpre­sa: «Non ce l’aspettavamo. Certo, se era tutto già precostituito, allora vuoi dire che abbiamo scherzato. E che han­no fatto bene a tenerci fuori».

 

 

 

Finisce così, con due rumorose boc­ciature, la giornata della candidatura alla leadership del Pd. Pannella pro­spetta sciagure: «Ci si pone il proble­ma, come alle elezioni, di come salvar­li e salvarci tutti da una disfatta che costituirebbe un salto nel buio per il Paese, con le peggiori prospettive im­maginabili».

 

 

 

È da poco passata la mezzanotte. Piazza Santi Apostoli è ormai vuota.

 

 

 

Tre ore prima, alle 21, quando il crono­metro delle candidature sta per fermar­si, l’ultimo ad arrivare è Amerigo Rutigliano. Si precipita al terzo piano cor­rendo per le scale, affannatissimo, con mucchi di foglietti con le firme in mano. Tempo scaduto. Rimbrottato, prova a giustificarsi: «Ma come, sono solo dieci minuti, vi avevo detto che ero in ritar­do…». Bocciato senza pietà. Poco pri­ma era arrivato sgommando Furio Co­lombo, ormai dato per disperso: «Mancano nove minuti, che fretta c’è?».

 

 

 

Davanti al tavolo ovale arrivano in un­dici, per consegnare le 2.000 firme necessarie. A riceverli c’è Nicodemo Oliverio. Lo «storico» momento viene immor­talato dalle telecamere del nascente Pd, con tanto di interviste ai candidati, da oggi in rete nel sito dell’Ulivo. Unico a rifiutarsi, Leoluca Orlando, venuto ad annunciare la discesa in campo di Di Pietro: «Quando abbiamo raccolto le firme? Domenica, no? Mica siamo anda­ti al mare noi». Tempo sprecato. Anche se il tentativo di candidatura fa paura. Infatti Furio Colombo, avvisato dai cro­nisti dell’arrivo di Orlando, ci rimane male: «Certo, Di Pietro mi potrebbe to­gliere spazio sul fronte dell’antiberlusconismo e della legalità». Pannella teorizza: «Ora c’è anche Tonino, oltre a noi: possono fare fuori anche lui?». Pos­sono. In tarda serata il doppio no sarà ufficializzato dai magnifici sette dell’uf­ficio tecnico amministrativo: il presi­dente Meo Stumpo, Roberto Agostini, Margherita Miotto, Nicodemo Oliverio, Rino Piscitello, Fausto Recchia e Francesco Graziano.

 

 

 

Pannella l’aveva quasi previsto già nel pomeriggio, prima di fumare il suo toscanello all’anice al terzo piano: «Ho scoperto un regolamento segreto: c’è scritto che prendono tutti, tranne me. La verità è che c’è un fatto viscerale contro di noi, è una questione di Dna, ci devono esorcizzare». Accanto a lui ascolta attento Sergio Stanzani, radicale storico, in sedia a rotelle.

 

 

 

Passa Alain Elkann e si informa: «Ma ti candidi tu o la Bonino?». Pannella risponde calmo, poi si lascia an­dare: «Se ci bocciano faremo ricorso. Non li possiamo abbandonare alla loro scemenza. Dalla Chiesa diceva: Curcio andava, Negri mandava. Questa è cat­tiva, lo so, mi è scappata». Gliene scap­pa un’altra, per incoraggiare Colom­bo, che a un certo punto sembra non avere le firme: «Furio è una persona splendida, ma deve imparare a com­battere contro la mafia».

 

 

 

L<!– Capolettera –>a ricerca sulle cellule staminali è uno dei campi più dinamici e significativi della moderna biologia. Affronta le questioni fondamentali dello sviluppo degli organismi, consente di indagare i meccanismi responsabili delle malattie e della tossicità da farmaci, e pone le basi per sviluppare terapie cellulari rigenerative per varie malattie. L’Europa ha una posizione di leadership nella ricerca sulle cellule staminali, grazie soprattutto a quelle collaborazioni trans-nazionali che sono una caratteristica unica e distintiva della ricerca europea.
In Italia è legale lavorare su linee di cellule staminali embrionali già derivate altrove da embrioni sovrannumerari, ma è illegale derivare nuove linee di cellule staminali embrionali. I nostri scienziati sono potenzialmente al passo dei colleghi europei nella ricerca sia sulle cellule staminali adulte che su quelle embrionali. Tuttavia, la possibilità di lavorare legalmente in Italia sulle linee di cellule staminali embrionali è resa del tutto vana dalle politiche di finanziamento pubblico adottate dall’Italia: le risorse sono negate alle ricerche sulle cellule staminali embrionali e allocate unicamente alle ricerche su cellule staminali adulte. Questa discriminazione nei finanziamenti impedisce l’efficace collaborazione dei laboratori Italiani ai progetti europei ed è contraria allo spirito dei finanziamenti europei, che prevede che le risorse nazionali si affianchino a quelle europee nella promozione del progresso scientifico.
Riteniamo naturalmente molto importante la decisione del governo Italiano di ritirare il proprio appoggio dall’iniziativa di alcuni paesi che mirava a bloccare i finanziamenti  alle cellule
staminali embrionali nell’ambito dei programmi quadro europei. Ma per restare competitiva in questo campo, e per sperare di essere in prima linea nei benefici sociali ed economici di questo tipo di ricerca, il governo Italiano deve agire anche sulla regolazione delle politiche di finanziamento. 
Non vi è alcuna evidenza scientifica che permetta di distinguere la ricerca sulle staminali umane adulte da quella sulle staminali embrionali riguardo alla loro potenziale utilità nella cura di condizioni attualmente incurabili. Come è altresì emerso dagli incontri più recenti della comunità internazionale degli scienziati che si occupano di cellule staminali, da ultimo la conferenza in Australia tenutasi tra il 17 e il 20 giugno 2007 (5° conferenza della Società Internazionale per la Ricerca sulle Cellule Staminali), è importante non distinguere artificiosamente la ricerca sulle cellule staminali embrionali da quella sulle cellule staminali adulte e riconoscere che:
- allo stato attuale delle cose non è possibile predire, per una data malattia, quale sarà la fonte più utile di cellule staminali;
- con tutta probabilità in futuro troveranno applicazione in clinica sia terapie derivanti dalle cellule staminali embrionali che da quelle adulte;
- il trasferimento alla clinica richiede la comprensione della biologia di base delle cellule staminali, la quale necessariamente include lo studio delle cellule staminali embrionali e del loro differenziamento;
- la biologia delle cellule staminali è una scienza singola; gli studi sulle cellule staminali embrionali ed adulte si completano e trovano vicendevolmente sostegno; sono entrambe essenziali per la comprensione della biologia fondamentale e delle potenziali applicazioni mediche.
I limiti al finanziamento che in Italia riguardano la sola ricerca sulle cellule staminali embrionali umane vanno contro le prove scientifiche e l’opinione della comunità scientifica internazionale. Esortiamo il governo italiano a cambiare questa situazione, predisponendo un piano volto al sostegno del grande potenziale dell’Italia in questo ambito.

NOTE

Rispettivamente Professore presso il “Laboratory of Stem Cell Epigenetics” della “European School of Molecular Medicine”, all’Istituto Europeo Oncologico di Milano;
Direttrice del laboratorio sulle cellule staminali e malattie degenerative alla Statale di Milano.
Il testo è una sintesi degli autori di un documento molto più esteso redatto in occasione dell’ultima riunione congiunta di Eurostemcells e Estools (due progetti transnazionali di ricerca sulle cellule staminali che coinvolgono 36 enti di ricerca in tutta Europa), in occasione della quale particolare allarme è stato espresso per la situazione delle barriere legislative alla ricerca in Germania e in Italia.

  La meteorologia politi­co-economica offre una pre­visione largamente condivi­sa: l’autunno sarà caldo. Due sono i fronti di pressione: l’opposizione della sinistra (non riformista) del­la coalizione di governo al proto­collo d’intesa con i sindacati sulle pensioni e sul mercato del lavoro; e, ancora una volta, la legge finan­ziaria.

 

 

 

Sulla prima questione, anche i più virulenti critici di parte rifor­mista vorranno oggi riconoscere che, nelle condizioni date (ossia con l’abolizione dello “scalone” posta come obiettivo prioritario nel programma di coalizione, coni tentativi pressanti di ridurre la flessibilità del mercato del lavoro e con i numeri esistenti in Parla­mento) , si è ottenuto un esito, che, pur remoto da quello ottimale, quale sipuò disegnare sulle pagine di una rivista, è meno insoddisfa­cente di altri, temibili e possibili.

 

 

 

Ma è anche un esito che non può sopportare modifiche al ribasso, onde soddisfare richieste prive il più delle volte di una seria motivazione e anche di una base empirica (come, ad esempio, quella di non abolire l’aggravio contributivo sugli straordinari, perché un aumento di ore lavorate ridurrebbe l’occupazione). Il “prendere o lasciare” del Presidente del Consiglio merita ap­prezzamento, purché quella posizione venga mantenuta senza compromessi. La sinistra della coalizione vorrà valutare i costi politici di uno scontro interno alla maggioranza: suoi soprattutto, quei co­sti, perché la crisi politica che ne seguirebbe porrebbe termine per lungo tempo ad una sua presenza al governo.

 

 

 

Nel caso della legge finanziaria i pro­blemi sono più complicati e meno chiari. Nella sua comunicazione al pubblico il governo commette un peccato di segno opposto a quello commesso lo scorso an­no. Allora, si dipinsero come drammati­che le condizioni della finanza pubblica, sovrastimando il disavanzo, e si rese chiaro che serviva un’altra ventina di mi­liardi per finanziare impegni di spesa ineludibili. Oggi si mena vanto della coincidenza fra obiettivi e tendenze, che escluderebbe la necessità di provvedi­menti di riduzione di disavanzo. È una questione semantica un po’ futile (di cui ci si è già occupati): se alle tendenze a le­gislazione invariata si aggiunge il fabbi­sogno di finanziamento di spese incom­primibili o di impegni già assunti, ecco che saltano fuori 15-20 miliardi, che bi­sognerà pur coprire in qualche modo se si intende rispettare l’obiettivo di disa­vanzo.

 

 

 

Nel Documento di programmazione economico-finanziaria, in cui quel mag­gior fabbisogno, pur se posto sotto la li­nea, veniva onestamente indicato, il mi­nistro dell’Economia chiedeva al Parla­mento indicazioni su come procedere al­la copertura, auspicando che esse riguar­dassero le altre spese da tagliare. Le dieci pagine a spazio uno della risoluzione del­la maggioranza sul Documento, in cui vi è di tutto un po’, non rispondono a quel­la domanda. Singolarmente, inoltre, il governo ha chiesto, e ottenuto, il ritiro di una proposta dei senatori D’Amico e Dini, che rispondeva alla domanda Impe­gnando il governo a un preciso percorso di riduzione della spesa nel prossimo triennio; mentre il ministro dell’Econo­mia, per ora, si sforza di mettere in piedi una procedura rigorosa per impedire ai ministeri di spesa di avanzare richieste ulteriori, non comprese in quei 15-20 mi­liardi già preventivati. Sembrano dun­que tutti tranquilli: come mai? Forse una risposta parziale la si rinviene, ancora una volta, nell’andamento delle entrate. Il vice-ministro Visco (sinora il tesorie­re di questo governo, posto che il miglio­ramento, inatteso, dei saldi di finanza pubblica è tutto dovuto alle maggiori en­trate) ha già detto che le nuove previsioni di entrata eccedono di circa due miliardi quelle, fresche di stampa, del Documen­to di programmazione. Si può azzardare una scommessa: il governo sa già che a fi­ne settembre, con la nota di aggiorna­mento del Documento, quelle previsioni subiranno un ulteriore miglioramento, tale da finanziare in parte non piccola gli impegni che devono ancora essere tra­dotti in provvedimenti. Quasi tutto a po­sto allora? Non proprio. La spesa pubbli­ca, impervia a tutti gli espedienti di con­trollo escogitati in questi anni (efficacemente censiti da Luigi Lazzi Grazzini sul Sole-24Ore) continua placidamente il suo corso, a una velocità variabile, ma mai inferiore a quella del prodotto nazionale: laverà riforma, che ne consentirebbe il rallentamento a parità di risultati è ancora di là da venire. Il meritorio recu­pero di base imponibile viene impiegato non già, come si dovrebbe, per ridurre le aliquote di imposta, maper mantenere la pressione fiscale allivello che consenta di tener dietro all’andamento di quella vera variabile indipendente che è la spesa pubblica. È difficile che si possa conti­nuare così sino al 2011.

 

 

Se eletto Segretario Nazionale del Partito Democratico, quale e con quali obiettivi risulterà connotato dall’Assemblea Costituente, opererò nel rispetto e nell’esercizio pieno e responsabile delle competenze che risulteranno assegnate qual mio incarico.

Opererò in spontanea e rigorosa obbedienza alle regole statutarie del Partito, nello spirito e in coerenza con l’art. 49 Costituzione, che va – a mio avviso- riletto, rianimato, inverato dal PD, al pari di ogni altro, per ristabilire, in pienezza, ordine democratico e Stato di diritto nel nostro Paese. Ho (malvolentieri) sottoscritto la dichiarazione di lealtà al Partito, al suo Segretario, quale che sia l’eletto fra noi candidati di oggi. Ciò appartiene, comunque, per il liberale e nonviolento che sono, non solamente ad un imperativo di coscienza ma in primo luogo all’intera mia vita pubblica e personale e di Radicale delle quali non ho assolutamente motivo di pentirmi e di passare ad onorare ideali, obiettivi, metodi e mezzi di lotta diversi da quelli a cui ho dato corpo e anima finora.

Se eletto opererò con urgenza e rigore per dotare e connotare il Partito di E-Democracy perché ad ogni livello di responsabilità dirigente, nazionale, regionale, provinciale e comunale si possa continuamente avere la forza della conoscenza delle opinioni e delle attese sia delle e degli iscritti, sia dell’opinione pubblica, sul nostro operato e sui nostri bilanci di attività, di riforme.

Rispetterò pienamente, e lo esigerò anche da ogni altro, ogni decisione presa in modo conforme al nostro Statuto, nel rispetto delle regole.

A tal proposito è necessario chiarire a chi voglia chiarezza che ritengo di trovarmi nella condizione di massima libertà, massima, rispetto ad ogni altro, di rispettare sin d’ora ogni impegno nei confronti del processo Costituente e formativo del nostro Partito. Sono infatti, a mia conoscenza, iscritto e militante ad Associazioni e Movimenti (“Nessuno Tocchi Caino”, “Associazione Luca Coscioni”, “Radicali italiani”, tra l’altro) che escludono qualsiasi obbligo e dovere di obbedienza, di rispetto di decisioni pur legittimamente e democraticamente prese dall’iscritto. Il solo incarico di rilievo che attualmente ricopro è quello di Presidente del Senato del Partito Radicale Transnazionale, Nonviolento e Transpartitico, ONG riconosciuta e operante nell’ECOSOC, Partito cui per Statuto è fatto divieto esplicito di partecipare ad elezioni politiche di qualsiasi natura, nazionale o comunitaria in quanto tale.

Sono altresì Responsabile dell’Associazione Lista Pannella, il cui organo è “Radio Radicale”, per esigenze dovute alla giungla legislativa italiana: questa Associazione non dispone di un solo collaboratore, non ha spese che non siano di erogazione documentate dal bilancio annuale, pubblicizzato ai sensi di legge.
Inoltre, non abbiamo e non ho una nozione proprietaria delle organizzazioni politiche cui faccio parte. Nessuno, io per primo, ha il potere di “scioglierle”. Né motivo.
In tali condizioni, giungerei all’appuntamento del 14 ottobre non onerato da nessuna condizione di appartenenza partitica tradizionale, da obblighi, diritti e doveri che molti altri trasferirebbero al PD, dai loro partiti attuali di appartenenza, nessuno dei quali in quel momento ancora formalmente disciolto e chiuso.
Per finire, vorrei richiamare l’attenzione “competente” (prego di scusarmi se confesso di non sapere bene quale sia) su quanto segue:

Nel 2005, immediatamente dopo l’esito referendario sulla legge 40, la galassia Radicale, in primis l’Associazione Coscioni e Radicali Italiani, decisero essere assolutamente urgente e necessario provocare l’alternanza fra centro-destra e centro-sinistra e, assieme ai compagni dello SDI e come Rosa nel Pugno, risultammo assolutamente determinanti perché questo avvenisse.
Dal milione di voti della Rosa nel Pugno; e da quel mezzo milione di almeno di voti liberali e laici, Radicali che furono trasportati (e non solamente portati) dal voto berlusconiano o dall’astensione all’Unione, a Romano Prodi. Per pochissimo bastammo: 24.000 voti! Mi sono convinto a presentarmi come candidato alla Segreteria del PD, pochi giorni fa, quando ho temuto che i disastrosi sondaggi – pressoché senza precedenti – per il Centro-sinistra e il suo Governo potessero non più consentire un effettivo e tempestivo recupero. Se ciò accadesse, secondo il mio giudizio, avremmo nel Paese, già senza forza democratica e con uno Stato di Diritto irriconoscibile e debilitato, un vero “salto nel buio”. Occorre assolutamente ritrovare forza di attrazione e di convinzione liberale, socialista, laica, radicale, democratica, federalista, nonviolenta, sia nell’altro schieramento, sia nel popolo degli sfiduciati, dei delusi, dei non-garantiti, degli impoveriti che abbondano in Italia.
Credo di potere essere utile. Con la mia storia, i miei compagni radicali che lo vorranno e potranno, se queste “Primarie (così diverse e strane se le confrontiamo a quelle che le ispirano, amerikane se non erro) riusciranno ad essere annunciatrici, per i modi in cui si consentirà loro di svolgersi, di una politica riformata, democratica, nei mezzi e nei metodi usati, che pre-figurano e condizionano gli obbiettivi, le “ragioni”, gli esiti che si professa di perseguire.
Voci mi preannunciano per stasera stessa la “bocciatura”. Lotterò con ogni forza contro di essa, mi appellerò alla coscienza contro l’incoscienza e alla ragionevolezza delle centinaia e centinaia di migliaia di italiani che – molto spesso in contrasto con i dirigenti dei loro partiti, che furono non di rado i vostri – hanno votato, comunque, “vincendoli” o no, i nostri referendum durante vent’anni.
Ma ho un motivo, aggiunto e nuovo, ben più di quanto non crediate per essere sereno, felice di questa nuova tappa della storia radicale: da Cavallotti e Romolo Murri, passando per i Salvemini, Don Sturzo i Croce e gli Einaudi e E. Rossi e i Rosselli, e Gobetti e Spinelli e i “cattolici” De Gasperi, Adenauer, Shuman, e i tanti comunisti come Terracini, i Fausto Gullo, e quelli che percorsero per un secolo il “cammino della speranza”, nella giustizia, nella libertà, nella democrazia troppo spesso invano, tragicamente… Di questa storia Radicale, per la quale ho (e ci si offre a noi e a voi tutti) al fianco di EMMA BONINO, come io al suo.
Aggiungo a mò di allegati a questa dichiarazione di intenzioni e di motivazioni, alcuni appunti. Che ricordano, ma benissimo li conoscete, nostre attuali convinzioni e obiettivi Radicali.
Nel formarsi del Partito Democratico, se sarò eletto, non saranno altro che temi proposti come sviluppi possibili, al pari di altri (come quelli dei “ Coraggiosi” o quelli dei Riformisti di Destra), del Manifesto di Riferimento per candidati e eletti di questo processo formativo verso il 14 ottobre.
Marco Pannella

La candidatura di Marco Pannella a Segretario del Partito Democratico sarà depositata questa sera alle ore 18.30 in Piazza Santi Apostoli presso la sede dell’Ulivo/PD. Ricordiamo che Emma Bonino ha ieri accettato il ticket con Pannella per la guida del PD.

Interrogazione dei deputati radicali Sergio D’Elia, Donatella Poretti, Maurizio Turco, Bruno Mellano e Marco Beltrandi su quanto avvenuto la notte scorsa a Roma, davanti al Colosseo. Interrogazione urgente a risposta scritta:
Ai Ministri della Difesa, degli Interni, della Giustizia, della Famiglia e delle Pari Opportunità.
Per sapere – premesso che:
 
Secondo quanto dichiarato dall’Arcigay di Roma e da alcuni organi di stampa, nella notte tra il 26 e 27 luglio 2007, a Roma vicino al Colosseo, in una zona frequentata da persone lesbiche e gay, una coppia gay di due ragazzi di 27 e 28 anni che si baciava, è stata arrestata da una pattuglia di Carabinieri. La coppia è stata portata alla Caserma militare del Celio e dopo un interrogatorio sono stati rilasciati con un verbale dal quale risulta che sono stati denunciati all’Autorità Giudiziaria;
 
Per sapere:
-          quali violazioni di legge hanno commesso i due ragazzi che si baciavano davanti al Colosseo;
-          quante coppie eterosessuali che si baciano vengono fermate, arrestate, interrogate e poi denunciate al giudice perché si baciano davanti a un monumento;
-          se non ritengano i Ministri interessati che tale vicenda sia l’ennesimo atto di gravissima discriminazione cui le persone omosessuali sono sottoposte in Italia;
-          se non ritengano i Ministri interessati utile promuovere corsi di aggiornamento tra le forze dell’ordine per evitare che episodi così marcatamente discriminatori si ripetano e che aggravano la già difficile della condizione degli omosessuali in Italia.
 
I deputati radicali:
Sergio D’Elia, Donatella Poretti, Maurizio Turco, Bruno Mellano, Marco Beltrandi
 

L’Ufficio di presidenza del costituendo Partito democratico ha respinto la candidatura di Marco Pannella alle elezioni primarie per la futura leadership del partito perché «persona notoriamente appartenente a forze politiche o a ispirazioni ideali non riconducibili all’Ulivo- Partito democratico». Se si trattasse di una decisione «tecnica» che riguarda solo le procedure interne per la scelta della propria dirigenza da parte di un partito che per ora non c’è, non ci sarebbe molto da dire. Ciascuno dispone i mobili come meglio gli pare quando mette su casa. E decide, poi, come più gli piace, chi invitare e chi non. Ma si tratta di una decisione «politicamente motivata » che già definisce la collocazione ideale e politica di un partito che ci sarà, i cui costituenti si dicono intenzionati ad «aprirsi alla società civile» e si prefiggono l’obiettivo di incidere profondamente sul quadro politico nazionale. Qui, la questione non riguarda più «chi decide di invitare chi», bensì chi — gli elettori — decide di accettare o non l’invito a votare il partito.

La decisione del Pd a me pare, dunque, culturalmente criticabile e politicamente persino autolesionista. Per due ragioni. Una di merito; l’altra di metodo. La ragione di merito. Marco Pannella è liberale. Respingendone la candidatura alle primarie perché «persona appartenente a ispirazioni ideali non riconducibili all’Ulivo-Partito democratico», l’Ufficio di presidenza del Pd fa sapere che, non solo i due partiti che daranno vita al nuovo partito, i Democratici di sinistra e la Margherita, non sono mai stati liberali. Ma che anche il Partito democratico non intende esserlo. Insomma, ammesso, e non concesso, che il Pd non finisca con essere la «fusione fredda» fra gli apparati dei due partiti, un fatto è certo: sarà la «fusione caldissima» dalla quale nascerà una forza politica che tutto sarà tranne che liberale. Mi chiedo, a questo punto, quanti — fra coloro i quali vorrebbero che a destra e a sinistra gli «ideali» liberali fossero più presenti e attivi — pensino valga ancora la pena di votarlo. Se non fosse una cosa seria, ci sarebbe da concludere che la sinistra riformista italiana assomiglia tragicamente a quel Tafazzi televisivo che godeva nel picchiarsi sulle proprie parti basse.

La ragione di metodo. Le elezioni primarie sono lo strumento attraverso il quale, negli Stati Uniti, il Partito democratico e quello repubblicano scelgono i propri candidati alla Casa Bianca. Nessuno dei due — come ricorda una fonte non sospetta, Furio Colombo, a sua volta candidato alle primarie del Pd — si sognerebbe di inibire a qualcuno di candidarsi. Chi decide quale sarà il candidato alla presidenza Usa non sono i partiti, ma gli elettori. La stessa funzione si presumeva avessero nella elezione della leadership del Partito democratico. Ma, evidentemente, non è così. Aver respinto la candidatura di Pannella — che oltre tutto non avrebbe alcuna probabilità di essere eletto — equivale a aver detto che l’Ufficio di presidenza del Pd non crede nella sovranità degli elettori, ma solo in quella di chi voterà i candidati che piacciono ai futuri maggiorenti del partito. Che sembra si voglia far nascere proprio con questi metodi. Qui, ci sono due incongruenze. La prima è l’affermazione che i costituenti vogliono «aprirsi alla società». La seconda è l’attributo «democratico», dopo il sostantivo partito. Che i partiti, tutti i partiti, siano organizzazioni oligarchiche, rette da procedure più prossime al centralismo democratico leninista che alla democrazia rappresentativa, già lo si sapeva. La novità è che, ora, lo teorizzi formalmente l’Ufficio di presidenza di un partito «nuovo». A costo di ripetermi: Tafazzi for president?

I<!– Capolettera –>l commento di Maurizio Mori alla decisione del Gup di chiudere definitivamente il procedimento nei confronti di Riccio, accusato, se non sbaglio, di omicidio del consenziente, è stato intitolato dall’ Unità “Lode a un giudice che non ha avuto paura”. Non ho capito subito quanto questo titolo mi dispiacesse, non so se accade anche a voi di arrivare alle conclusioni con ritardo, quando si tratta di cose sgradevoli, ho bisogno di rimuginarci un po’. Dunque, abbiamo bisogno di uomini coraggiosi, magari di eroi, persone delle quali un paese civile non deve, almeno in linea di principio, sentire la mancanza.

Siamo dunque un paese a civiltà limitata, un paese che vive sotto la dittatura dell’embrione, della sacralità della vita, delle verità rivelate, e che non riesce a far valere i fondamentali diritti dei suoi cittadini, quello all’autodeterminazione, ad esempio, o quello alla libertà di coscienza, o persino quello di poter godere dei privilegi considerati come assolutamente elementari in un qualsiasi stato laico. E tutto ciò per una ragione francamente assurda: le ipotesi, le speranze, i convincimenti di alcuni, pur essendo le mille miglia lontane da qualsiasi possibilità di essere dimostrati veri (non credo francamente che la fede sia una testimonianza attendibile in un qualsiasi tribunale civile minimamente “coraggioso”) sono stati trasformati in leggi dello stato e costringono persone convinte di essere portatrici di differenti verità – o di nessuna verità – a ubbidire e a comportarsi in modi che queste stesse persone considerano indecorosi e sbagliati. Così si impone a cittadini che non credono nell’esistenza di dio di considerare la vita come un dono, uno strano dono invero visto che non possiamo disporne e dobbiamo risponderne a qualcuno.

 

 

 

N<!– Capolettera –>ello stesso modo viene imposto a persone che non credono in dio il principio secondo il quale la vita è sacra e inviolabile e deve essere accettata comunque, qualsiasi cosa ci faccia, qualsiasi sofferenza comporti, e che comunque il dolore è salvifico, e ci sono remunerazioni che ci aspettano, purchè…

 

Quali siano le conclusioni di questa anomalia – un convincimento personale che diviene norma di comportamento per tutti (e insisto nel dichiarami del tutto disinteressato al valore rivelatore della fede, pur essendo consapevole della sua utilità sociale) – è sotto gli occhi di tutti: non possiamo disporre della nostra esistenza; è praticamente inutile che predisponiamo un testamento biologico perché un qualsiasi medico potrebbe decidere di ignorarlo con la scusa dell’”obiezione di conoscenza” (cioè la convinzione che non conoscevamo abbastanza bene le conseguenze delle nostre scelte, secondo l’opinione del Comitato di Bioetica); che se accettiamo, in un momento di smarrimento, un qualsiasi tipo di supporto vitale, dopo non ce ne libereremo più, e così via. Pensate al ridicolo e squallido scempio che si riesce a fare dei corpi dei trapassati, gusci vuoti di persone che non li abitano più, ma che non hanno capito che il trasloco deve essere definitivo, guai a lasciare un cuore che batte ancora, qualche cretino che te lo infila in un macchinario complicato si trova sempre, così, tanto per nascondere per un po’ il malato alla morte, far finta che la malattia non sappia più vincere.

 

Non v’è dubbio che credere in dio, in un qualsiasi dio, e persino aspirare a credere in dio, crea stranieri morali ed è origine di conflitti che possono rivelarsi disastrosi. Questi conflitti possono essere esacerbati da politiche religiose avventurose o da analisi sbagliate delle aspirazioni e dei comportamenti. E’ avventuroso scegliere la strada dell’etica della verità, abbandonare la compassione in favore della pietà, ignorare le ragioni degli altri e cercare di umiliarli (ecco le chiese che diventano sette), come sta facendo da un paio di papi la chiesa cattolica. E’ sbagliato immaginare che i milioni di musulmani che vivono in Europa accetteranno per sempre di vivere la loro fede nell’intimità delle famiglie e non cercheranno piuttosto di viverla pubblicamente. Tutto ciò genera conflitti e sappiamo bene quale può essere il risultato dei contrasti che possono sorgere tra le religioni. E’ per questo che abbiamo molto più bisogno di uomini saggi che di uomini coraggiosi. La convivenza degli stranieri morali è possibile solo se tutte le posizioni sono ugualmente rispettate e se lo stato si limita a questo rispetto e non interviene nei conflitti se non come mediatore. L’etica della verità dell’attuale pontefice entra in conflitto con le verità degli altri, anche perché ha bisogno che i suoi dogmi siano confermati dalle leggi (ecco la ragione per cui i cattolici si sono tanto battuti per la legge sulla procreazione assistita, a costo di doverne accettare le incongruenze) così come ha bisogno che lo stato non approvi norme che li contraddicano (ed ecco perché non verrà mai approvata una legge accettabile sulle famiglie di fatto). Sembra che nessuno ricordi più che Abbagnano affermava che uno Stato che legifera tenendo presenti gli interessi di una specifica ideologia a danno delle altre si macchia di immoralità.

 

Rispetto è una parola molto più complicata di quanto possa sembrare a prima vista: esige anzitutto laicità da parte di tutti, il che significa che, quali che siano le nostre convinzioni, dobbiamo accettare il fatto che esse non ci danno il diritto a considerarci gli unici a conoscere la verità, una forma di presunzione stupida, prima ancora che intollerabile. D’altra parte, di cose illuminate dalla verità ne esistono ben poche, e il nostro rapporto quotidiano è con realtà che vivacchiano nella penombra dell’incertezza o del momentaneo consenso. Stupisce tutti la violenza che è presente, senza alcun infingimento, nel pensiero dei fondamentalismi religiosi, che considera gli altri, i diversi, come infedeli che vivono nell’errore e che rappresentano una minaccia per il trionfo della verità. Questi sentimenti, e persino la decisione di considerare questi infedeli come fratelli che sbagliano e far scendere su di loro il peso intollerabile della pietà – il sentimento che scende dall’alto e prelude al perdono, non la disinteressata condivisione della sofferenza che chiamiamo compassione – sono la dimostrazione dell’assenza totale di rispetto.

 

Del resto, tutto ciò rappresenta la base del proselitismo, una violenza morale che non tiene in alcun conto la cultura, le opinioni e le scelte degli altri e che diventa addirittura violenza quando si verifica attraverso rapporti impropri e sbilanciati per ragioni economiche o psicologiche.

 

Dunque, non è civile una convivenza come quella attuale, che vede alcuni di noi costretti a vivere secondo ideologie che fondamentalmente disprezziamo. Mi sembra quindi necessario non frammentare la discussione, evitare di combattere battaglie parziali e di retroguardia che riguardano oggi la vita, domani la morte e dopo ancora chissà: il problema è complessivo e riguarda la laicità dello stato, i rapporti con le religioni, il confronto tra le differenti culture, e deve essere trattato come un unico soggetto. Penso che abbia ragione Mori: c’è bisogno, oggi, di uomini coraggiosi se vogliamo, domani, poter fare a meno di loro.

Un centro per l’accoglienza, la formazione e l’integrazione di quattrocento rifugiati sarà inaugurato a Roma il prossimo primo ottobre.

L’ACCORDO – L’accordo, tra il ministero dell’Interno e il Comune, che ne prevede la realizzazione, è stato sottoscritto oggi al Viminale dal ministro Amato e dal sindaco Veltroni. La struttura sorgerà nella periferia ovest della Capitale, in una palazzina di quattro piani destinata agli alloggi ma anche ad aule per la formazione

LE OPINIONI - “Si tratta – ha detto Amato – di una questione di civiltà. Chi arriva dall’Eritrea o dal Corno d’Africa, in fuga dalla guerra, ha diritto di trovare in Italia ciò che i padri della mia generazione hanno trovato in Francia o in Inghilterra quando sono stati costretti ad abbandonare la loro patria e trasferirsi altrove senza sapere come mantenersi”.
Il sindaco Veltroni a proposito delle preoccupazione degli abitanti del quartiere dove sorgerà il centro ha invitato “a non alimentare paure” e poi ha aggiunto: “Così come dobbiamo avere capacità di repressione per chi viene a delinquere, dobbiamo mettere in campo l’accoglienza e l’integrazione per chi chiede asilo”.
Secondo il sottosegretario all’Interno Marcella Lucidi “l’Italia deve diventare, per rifugiati, richiedenti asilo e titolari di protezione umanitaria, una terra madre, una terra di inclusione e non di emarginazione”.