Al direttore – Il buon Daniele Capezzone è stato accusato di essere un “obiettivo scissionista” dal partito radicale. Che il libertario Pannella abbia sognato la Terza internazionale? 

 

Massimo Teodori, Roma

 Risponde Giuliano Ferrara: Io sto con Pannella, perinde ac cadaver. Perché Capezzone è troppo laicista per i miei gusti. Perché tra cinque anni vorrebbe mandarmi in pensione e prendere il mio posto. Perché Pannella mi è maestro nell’amministrazione di un culto. Perché è Marco.  

Il presidente del Senato Franco Marini non aveva ancora pronunciato il suo discorso di insediamento quando un drappello di senatori di Forza Italia, guidato da Pasquale Giuliano, depositava un progetto di legge per istituire una nuova provincia: Aversa. Era il 28 aprile dell’anno passato, le urne erano ancora «calde», partiva l’ennesimo assalto alla diligenza. A distanza di poco più di un anno, depositate in Parlamento ci sono ben 43 proposte di legge che propongono 24 nuove province. In pratica in ogni regione d’Italia, dal Nord al Sud, isole comprese. Per pagarle tutte ci giocheremmo metà del tesoretto che Padoa-Schioppa ha reso disponibile per la spesa sociale: 1,2 miliardi. Una follia. Non a caso in questi giorni il ministro Amato sta pensando di rispolverare la norma stralciata dall’ultima Finanziaria che congelava tutti i fondi destinati ad istituire nuovi uffici periferici (prefetture, questure, ecc.) nelle nuove province non ancora decollate, come Monza, Fermo e Barletta-Andria-Trani.

Proposte bipartisan
L’ultimo «pdl» messo agli atti è datato 16 aprile, quando già da settimane infuriava la polemica sui costi della politica e le province campeggiavano in cima alla lista degli enti inutili: istituzione della provincia dell’Arcipelago toscano, capoluogo Porto Ferraio. La proposta è del Dc-Ps Lucio Barani che fa salire a 17 i progetti firmati da deputati e senatori di Nuova Dc e alleati, 12 arrivano da Forza Italia, 4 dall’Udc, 3 dai Verdi, 2 a testa da Ulivo e Lega Nord, mentre An, Rosa nel pugno e gruppo Misto ne siglano uno ciascuno. I recordman assoluti sono i dc Catone e Rotondi, con 8 nuove province, seguiti da Mario Pepe (deputato di Forza Italia eletto a Velletri) che ne propone 3. Tutte nella sua area di influenza: Castelli romani, Civitavecchia e Guidonia. Le province più sponsorizzate (con 4 pdl ciascuno) sono quelle di Melfi e della Venezia orientale. Consensi bipartisan e doppio capoluogo, a Portogruaro e San Donà di Piave. Aversa, Avezzano, Bassano del Grappa, Sibaritide Pollino e Sulmoma hanno tre nomination a testa, due Nola e la provincia «dei Marsi». Come Lanciano Vasto Ortona e Frentana, che è l’unica proposta dai Verdi. Che come altre forze di maggioranza gridano da tempo contro i costi della politica e poi coi senatori Marco Pecoraro Scanio (fratello del leader Alfonso) e Tommaso Pellegrino, a loro volta giocano a scassare la cassa. Luca Volontè dell’Udc appoggia la richiesta di Busto Arsizio, il leghista Roberto Cota vuole staccare Canavese e Valli del Lanzo da Torino, il senatore Malan (Fi) punta invece le sue carte su Pinerolo. Per il leghista Davide Caparini anche la Valcamonica merita il titolo di provincia. Il suo collega Paolo Grimoldi propone invece di allargare quella di Monza ai comuni di Busnago, Caponago, Cornate d’Adda e Roncello. Valter Zanetta di Forza Italia chiede l’assegnazione dello statuto speciale a Verbania Cusio Ossola e pure l’istituzione di una zona franca, il leghista Montani la vorrebbe invece trasformare in provincia autonoma. Progetto che altri deputati della Lega coltivano invece per Treviso, Bergamo e Belluno.

Governo contro
Tutte proposte destinate ad infrangersi. «Non va avanti nulla» protesta Rotondi. Il governo, infatti è contrario ad istituire nuove province, e contrari lo sono innanzitutto il ministro dell’Interno e quello degli Affari regionali. Anche l’Unione delle province si è messa da tempo di traverso. «La loro proliferazione non fa che indebolirci» spiega il presidente dell’Upi Fabio Melilli. Linda Lanzillotta ha già avviato il monitoraggio per verificare le dimensioni ottimali e a breve dovrebbe indicare «gli standard minimi» per la «buona provincia», preludio di un severo piano di aggregazioni. Nell’attesa il ministro della Margherita ha messo a punto un pacchetto di misure che sottoporrà oggi a Comuni, Province e Regioni. La prima mossa prevede un taglio «minimo» del 25% del numero dei consiglieri, per tutte e tre le tipologie degli enti. Con un risparmio che per i comuni potrebbe arrivare a 120 milioni di euro l’anno, mentre quello delle Province sarebbe di 27-28. Per le Regioni, che comunque dovranno recepire le nuove norme all’interno dei loro statuti, si pensa anche di riparametrare il numero dei consiglieri in base alla popolazione. Per fare un esempio: la Lombardia, una delle regioni più «virtuose», ne ha 81 su un totale di oltre 9 milioni (in pratica uno ogni 117 mila abitanti), il Friuli Venezia Giulia 1 ogni 20 mila, il Molise addirittura 1 ogni 10 mila.

Circoscrizioni addio
Per i consigli di circoscrizione si pensa di elevare in maniera considerevole i requisiti che rendono obbligatoria la loro costituzione, che oggi scatta quando una città ha più di 100 mila abitanti, mentre resta facoltativa tra i 30 mila ed i 100 mila. La proposta è quella di renderli obbligatori solo sopra i 500 mila abitanti, facoltativi (e quindi senza corresponsione dei gettoni di presenza) tra 100 mila e 500 mila abitanti e abolirle sotto quota 100 mila. In maniera tale da «ristabilire un principio importante: che la politica è impegno civile, non una professione retribuita». Infine i benefit: anche per auto blu, cellulari, collaboratori e consulenti si punta ad introdurre criteri uguali per tutti. Nel caso oggi arrivasse l’ok tutte queste misure potrebbero confluire nel disegno di legge sui costi della politica che il governo presenterà tra 15 giorni. Comuni e Regioni sono d’accordo a dalogare sui costi della politica, «ma in maniera razionale e non demagogica» chiede il presidente dell’Anci Leonardo Domenici che propone un «patto tra le istituzioni» che coinvolga anche governo e Parlamento.

  Lo ha firmato anche Marta Vincenzi, diessina, sindaco di Genova da due giorni, alla vigilia del suo insediamento. È un atto di denuncia durissimo contro uno dei principali ospedali della città, governato dagli uomini scelti dalla influente Curia genovese. “Da due mesi l’ospedale Galliera, presieduto dall’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, ha sospeso il servizio di interruzione di gravidanza; o le cose cambiano o ci rivolgiamo alla Procura della Repubblica”: l’attacco che parte da Genova è lanciato da Mercedes Bo, nipote del grande intellettuale del Novecento Carlo e vicepresidente nazionale dell’Aied. Firmano anche il coordinamento donne della Cgil, l’Udi e un fitto elenco di associazioni di donne. “È interruzione di servizio pubblico, in un ospedale finanziato dallo Stato – protesta Bo – Qui è in gioco la laicità dello Stato”.

È proprio il presidente della Cei, infatti, a presiedere il consiglio d’amministrazione dell’ospedale Galliera. La volontà della fondatrice, la nobildonna genovese Maria Brignole Sale Duchessa di Galliera – già vedova del marchese De Ferrari che cofinanziò la realizzazione del canale di Suez – venne sancita nello statuto: l’arcivescovo pro tempore di Genova avrebbe presieduto per sempre la sua “opera pia”. Con poteri tutti temporali: dalla nomina del direttore generale alla gestione del bilancio fino alla supervisione sul lavoro del comitato etico. E l’arcivescovo di Genova, dallo scorso 29 agosto, è Angelo Bagnasco, succeduto a Tarcisio Bertone (ora segretario di Stato) e approdato, da due mesi e mezzo, al vertice della Conferenza dei vescovi. Lo stesso Bagnasco è presidente della Fondazione Gaslini, che guida l’omonimo ospedale pediatrico genovese, sempre per statuto.

<!–/inserto–>”Chi si rivolge al Galliera e chiede di interrompere la gravidanza viene dirottato in un altro ospedale della città, l’Evangelico”, dice Bo. E attacca: “Ma all’Evangelico le liste d’attesa si sono allungate e le donne non riescono ad abortire prima della nona-decima settimana, con disagi fisici e psicologici”. Fino a due mesi fa erano proprio i medici dell’Evangelico a trasferirsi nell’ospedale presieduto da Bagnasco per praticare gli interventi di Ivg o gli aborti terapeutici (al Galliera tutti i ginecologi sono obiettori di coscienza). Circa quattrocento all’anno. Mentre all’Evangelico la media annuale è di ottocento.

“Molto rumore per nulla – dice Adriano Lagostena, direttore generale del Galliera – da dicembre il nostro ospedale e l’Evangelico hanno realizzato, nella sede di quest’ultimo, un Dipartimento chirurgico interaziendale: ecco perché gli aborti vengono praticati in quella struttura. Così come al Galliera, non eseguiamo più – perché li abbiamo dislocati in altre strutture – interventi di cataratta o di chirurgia della mano”. “I dati dell’Evangelico parlano chiaro – rilancia Bo – in questi due mesi il numero degli aborti, nonostante il bacino di utenza assorba allora quello di due ospedali, è rimasto invariato”. E poi sottolinea: la legge “194″ prevede che gli aborti avvengano nei reparti di Ostetricia e Ginecologia, non in quelli di Chirurgia. Notazione che condivide anche l’assessore regionale alla Sanità Claudio Montaldo, diessino, che ha convocato i direttori generali dei due nosocomi per la prossima settimana: “Il servizio pubblico non deve mai essere interrotto – dice – il Galliera deve garantire la presa in carico delle pazienti e non spedirle direttamente all’altro ospedale”.

Le vittime sono ancora loro, i bambini, il “lupo” pure è sempre lui, nascosto tra le mura di casa. Accade ieri a Roma: due vicende ugualmente raccapriccianti si concludono nello stesso giorno con due sentenze di condanna da parte dei magistrati.

La prima riguarda cinque rom (attualmente di 11, 12, 14, 16 e 19 anni) minacciati, e violentati per anni dal patrigno M.G. con la complicità della madre F.C. Sono stati condannati rispettivamente a 14 anni e due mesi ed otto anni e cinque mesi di carcere. I ragazzi sono ora affidati ad una casa famiglia. I fatti contestati risalgono ad un periodo precedente al novembre 2004: i cinque figli della donna sarebbero stati picchiati con bastoni e tubi del gas, costretti a dormire in terra e, tramite minacce, obbligati a chiedere le elemosine. La coppia, non esitava a farsi vedere dai minori quando faceva uso di droga, ma gli episodi più gravi riguardano gli abusi sessuali riservati loro dal patrigno con la passiva resistenza della madre. I bambini venivano poi costretti a prostituirsi, le due ragazzine sono state anche ripetutamente violentate dal patrigno in presenza della moglie.

La seconda storia si consuma invece in una famiglia ”normale”: padre, madre e quattro figli. Ma non era normale il trattamento che ambedue i genitori riservavano ai figli: violenza sessuale, percosse e maltrattamenti, fin da piccolissimi. Percosse che hanno causato a uno dei figli un danno neurologo permanente. I ragazzini sono ora affidati ad una casa famiglia.

Respirare a Roma è come sniffare un po’ di cocaina, nel senso letterale del termine. Incredibile ma vero, dati Cnr alla mano. La ricerca si inquadra in una valutazione più ampia dei composti tossici presenti nell’aria e riscontra, tra le altre, anche la presenza benzopirene, cannabinolo (il principale componente attivo di marijuana) e hascisc e altre droghe, anche se meno dannose, come nicotina e caffeina.

Le concentrazioni più elevate di cocaina sono state riscontrate al centro di Roma, in particolare nell’area dell’Università’ La Sapienza.
L’analisi dell’evoluzione stagionale della cocaina in aria indica che le concentrazioni massime (a Roma, circa 0,1 nanogrammi per metro cubo) si raggiungono nei mesi invernali.

Tracce di varie sostanze stupefacenti, cocaina e cannabinolo, sono state osservate anche in aree extraurbane e nei parchi cittadini, dove sembrano più alte che nelle strade di traffico.

  Sono queste ormai le ore e i giorni decisivi per presentare e portare al voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in corso la Risoluzione per la moratoria.
Occorre dire chiaramente che, malgrado il successo del Consiglio Affari Generali dell’Unione Europea a Bruxelles del 14 maggio, nessun atto concreto e conseguente a quanto deciso in quella sede è stato ancora compiuto. Ad oggi, non risulta che il Governo italiano abbia ottenuto la necessaria approvazione della Presidenza tedesca dell’UE su un qualsiasi testo di Risoluzione e tantomeno si è avviata la raccolta dei co-sponsor né sono stati presi contatti con la Presidenza dell’Assemblea Generale dell’ONU per individuare la procedura di apertura del dibattito sulla moratoria. In tal modo viene beffato persino il parere unanime dei ventisette Ministri europei e, in particolare, l’impegno del Parlamento e del Governo italiani.
A questo punto chiediamo a tutti di SOSTENERE l’iniziativa nonviolenta in corso di Marco Pannella con la partecipazione alla sciopero della fame , ove possibile, alle manifestazioni che si stanno organizzando nei prossimi giorni.
Occorre la massima mobilitazione per riparare ai ritardi enormi accumulati e per riuscire finalmente ad ottenere quello che è ancora possibile raggiungere. L’appello è rivolto a tutte, diciamo proprio tutte le forze, istituzionali, politiche, morali, individuali o collettive che siano, per sostenere in queste ore l’obiettivo che potrebbe regalare al mondo una conquista storica, umana e civile.
Ce la possiamo ancora fare. Contiamo su di te.

Rita Bernardini
(Segretaria di Radicali Italiani)
Elisabetta Zamparutti
(Tesoriera di Radicali Italiani)

Per partecipare allo sciopero della fame vai al link http://www.radicali.it/scioperomoratoria/form.php

MANIFESTAZIONI PER LA MORATORIA
Giovedì 31 maggio, ore 16, sit in davanti all’Ambasciata tedesca a Roma in Via San Martino della Battaglia, 4 – (10 minuti a piedi dalla stazione Termini)
Venerdì 1° Giugno, ore 12.30, sit in davanti alla RAI-TV in Viale Mazzini, 14 a Roma

Al Presidente del Consiglio Prodi, al Ministro degli Esteri D’Alema ribadiamo la nostra fiducia e coerentemente cerchiamo di conferire loro anche la nostra fame e sete di nonviolenza, di giustizia e di pace.Ma se tutti insieme fallissimo, ancora una volta non avremmo più, certo, nessun motivo di restare, in qualsiasi modo, insieme. L’unità di buoni a niente è men, peggio che niente. Forza e auguri, dunque!  Da domani, dunque, dal gruppo di esponenti e militanti radicali impegnati nell’iniziativa di “sciopero della fame ad oltranza” s’aggiunge anche un passaggio alla forma estrema di sciopero totale della fame e della sete.

 

Occorre dire chiaramente che, malgrado il successo del CAGRE a Bruxelles del 14 maggio, si sta riprecipitando nelle sabbie mobili che tendono a ingoiare, a seppellire per la tredicesima volta in tredici anni il diritto-dovere dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di proclamare la Moratoria Universale sulla pena di morte, e di votare una apposita Risoluzione.

 

Ancora oggi, infatti, dieci mesi dopo esser stata per l’ennesima volta richiesta dal Parlamento italiano, dopo cinque mesi da quando è stato richiesto per la prima volta, deliberato dal Parlamento Europeo, questa Risoluzione proclamata, il 2 gennaio e solennemente proclamata dal Governo Italiano come suo obiettivo e suo impegno non solo non è stata ancora votata, o discussa, o anche solo ricevuta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite attualmente ancora in corso per qualche settimana, ma semplicemente non esiste.

 

Il Governo italiano pur sostenuto in questa da uno straordinario sostegno dell’intero Parlamento europeo da dichiarazioni a gogò della Presidenza in esercizio del Consiglio, dalla Commissione Barroso, dal Segretario Generale dell’ONU, ha dovuto fare i conti (ormai è necessario denunciarlo ad alta voce) con il proseguirsi, il confermarsi di un inspiegabile tanto quanto feroce ed efficace ostracismo volto sin dal 1994 a impedire la proclamazione della Moratoria Universale della pena di morte con il voto di una sua solenne Risoluzione al riguardo.

 

In extremis, sostenuto dal Parlamento italiano, dal Movimento radicale di Nessuno tocchi Caino e del Partito Radicale Transnazionale, il Governo italiano era riuscito, con l’esibito sostegno della Presidenza tedesca, ad ottenere finalmente il mandato di organizzare la presentazione all’Assemblea Generale dell’ONU, ATTUALMENTE ANCORA IN CORSO, della Risoluzione sulla Moratoria Universale.

 

Questo, sulla base della cosponsorship dei più autorevoli rappresentanti degli Stati Membri delle varie Regioni costituite dell’ONU.

 

Ad oggi, non risulta che il Governo italiano abbia ottenuto la necessaria approvazione della presidenza del Consiglio in Europeo in esercizio, su una qualsiasi testo di Risoluzione.

 

In tal modo viene beffato persino il parere unanime dei ventisette Ministri europei costituenti il CAGRE.

 

Siamo ormai certi che ci si avvia a “constatare con rammarico” che i tempi sono ormai scaduti perché si compia l’obiettivo del voto della Moratoria da Parte della PRESENTE ASSEMBLEA GENERALE DELLE N. U..

 

Resta, infatti, un complesso ed enorme lavoro da compiere, quindi, in circa dieci giorni, quello stesso per il quale si sono letteralmente persi cinque mesi, aggiuntisi ai precedenti tredici anni di efficace ostruzionismo.

 

PER QUESTO NOI RITENIAMO DOVEROSO AGGRAVARE ANCORA LO SFORZO ESTREMO NEL QUALE SIAMO IMPEGNATI; SFORZO DI SOSTEGNO ALL’OPERA ED ALL’OBIETTIVO DEL GOVERNO ITALIANO. E’ quanto esige la forza e la moralità della nonviolenza radicale.

 

         RIPETIAMOLO: IL NOSTRO SFORZO È VOLTO A SOSTENERE IL GOVERNO ITALIANO.

 

Il 2 gennaio la partita ingaggiata, anche su mandato del nostro Parlamento e con l’immediato sostegno successivo dalla unanimità di tutti i gruppi del Parlamento europeo, venne assunta in una condizione oggettiva favorevolissima, politicamente e tecnicamente anche facilissima.

 

Non è possibile rassegnarsi, subirne la dissipazione senza assumere una responsabilità forse senza precedenti.

 

In queste stesse ore, a Berlino, in primo luogo a Bruxelles, a New York e a Roma occorre finirla con questo menare il can per l’aia. Subirlo, anziché riuscire ad imporne la definitiva, positiva conclusione vorrebbe semplicemente significare che siamo, come Europa, come Italia, un’Europa e un’Italia istituzionali proprio buone a niente. La responsabilità, il prestigio la serietà dell’Italia istituzionale si traducono con responsabilità formale e sostanziale del Governo, nel bene e nel peggio. Per questo rivolgiamo anche un appello a tutte, diciamo proprio tutte le altre forze, istituzionali, politiche, morali, individuali o collettive che siano per sostenere in queste ore, diciamo proprio: ore, di uscire dal torpore, dall’estraneità, dalla distanza nella quale ci e si immergono.

 

Al Presidente del Consiglio Prodi, al Ministro degli Esteri D’Alema ribadiamo la nostra fiducia e coerentemente cerchiamo di conferire loro anche la nostra fame e sete di nonviolenza, di giustizia e di pace.

 

MA SE TUTTI INSIEME FALLISSIMO, ANCORA UNA VOLTA NON AVREMMO PIU’, CERTO, NESSUN MOTIVO DI RESTARE, IN QUALSIASI MODO INSIEME. L’UNITA’ DI BUONI A NIENTE E’ MEN, PEGGIO CHE NIENTE. FORZA E AUGURI!

Che cosa ha in mente Daniele Capezzone? Ventiquattro ore dopo il durissimo atto d’accusa di Marco Pannella all’ex segretario dei radicali, alla sua politica non più radicale, alle sue evidenti forme di scissionismo e alle sue possibili trame volenterose, il presidente della commissione Attività produttive della Camera risponde a Pannella e lo fa, Capezzone, con un intervento che potrebbe segnare una svolta nel rapporto a puntate tra Capezzone e Pannella e, più in generale, nel rapporto tra il deputato della Rosa nel pugno e i radicali. Perché Capezzone ringrazia Marco Pannella, “a cui debbo tantissimo”, dice di aver passato “sette mesi a far finta di nulla”, facendo “sforzi di moderazione”, imponendosi di “non vedere”, “di non sentire”, e dimenticandosi di essere stato paragonato “al Mussolini degli anni Venti”; ma Capezzone dice, e non l’aveva mai detto in maniera così chiara, di aver “bisogno di progettare il futuro”; e, a questo proposito, sono due le frasi chiave della lettera di ieri: “Tante e tanti radicali (e non radicali) avranno senz’altro modo di farsi una opinione e una valutazione propria”, questa “è una sfida appassionante, io cercherò di fare la mia piccola parte per animarla, per consentire a tante e tanti altri di compiere, insieme, la stessa buona fatica” e – aggiunge Capezzone – “credo proprio che non soffrirò di solitudine”.

 Che cosa ha in mente Daniele Capezzone? E soprattutto per quale motivo Marco Pannella ha scelto di lanciare l’atto di accusa all’ex segretario radicale in un momento in cui, nel paese, tutti i partiti e tutti i giornali d’Italia, più che occuparsi di scontri a puntate, hanno tempo e spazio solo per occuparsi di amministrative, di elezioni e di politica sul campo? Marco Pannella potrebbe aver capito che Capezzone sta per muovere le sue pedine e ha preferito attaccare, mettere subito le cose in chiaro. E questo nonostante il momento non sia esattamente dei migliori, anche dal punto di vista mediatico. Ora o mai più. E qualche progetto in testa, Capezzone, sembra avercelo davvero. Lui ieri, nella sua lettera, ha scritto che, seppur “sollecitato da moltissimi compagni”, a novembre non si ricandiderà al congresso dei Radicali, ma c’è chi è pronto a scommette che, a novembre, il deputato della Rosa nel pugno potrebbe davvero aver già fondato da un pezzo la sua “cosa”; quella che lui non vorrebbe chiamare partito, ma più semplicemente network, una rete in continuo work in progress con le idee “liberali, liberiste, libertarie, radicali” di cui era Capezzone stesso a parlare nella sua lettera. Un network, questo, sul quale Capezzone sembra stia ragionando da tempo e che potrebbe mettere insieme movimenti, think tank, riformisti, industriali e ovviamente anche un po’ dello spirito dei volenterosi (come nome Volenterosi piacerebbe molto a Capezzone, ma il movimento con la “V”, Capezzone – e non solo lui – vorrebbe che rimanesse un’iniziativa a sé, trasversale e bipartisan). Chissà che questa non sia la volta buona e che Capezzone non ci pensi davvero a mettersi in proprio: e chissà che “i tante e tanti radicali (e non radicali)” che “avranno senz’altro modo di farsi una opinione e una valutazione propria” non siano gli stessi compagni ai quali ieri Daniele Capezzone potrebbe aver lanciato un messaggio preciso prima della chiamata alle armi e prima della creazione di quel network che potrebbe nascere già nei prossimi giorni, sicuramente prima dell’estate e con il quale Daniele Capezzone potrebbe davvero dire addio anche a Marco Pannella.

Nuovo scossone per il pia­neta delle 17.524 farmacie. Dopo aver conquistato un anno fa la possibilità di vendere i farmaci da banco senza obbligo di ricet­ta, supermercati e parafarmacie acquistano adesso anche l’ac­cesso a un’altra fetta di mercato da 3 miliardi l’anno: potranno vendere anche i farmaci etici con obbligo di ricetta, quelli di classe «C» non rimborsati dal servizio pubblico. Basta che nel reparto ci sia un farmacista. Le farmacie avranno l’esclusiva so­lo dei farmaci pagati dal Ssn.

 

 

 

Quasi un anno fa, a luglio, a scombussolare i giochi era stata la prima lenzuolata di liberalizzazioni del “decreto Bersani”. Ieri è stata la volta di un’altra “lenzuolata Bersani”, il Ddl sui diritti dei consumatori. La novi­tà è arrivata con l’approvazione in assemblea alla Camera di un emendamento di Sergio D’Elia (Rosa nel pugno), su cui il relato­re Andrea Lulli (Ulivo) s’è detto favorevole mentre il Governo s’è rimesso al voto dell’aula. Che ha approvato. Con 247 voti a favore, 201 contro e 5 astenuti. Contrario il centrodestra, «com­prese le forze liberali e liberiste», chiosa D’Elia. Che peraltro aveva proposto un emendamen­to ancora più hard, poi frenato dai capigruppo: «E stato un compromesso — aggiunge — tra contraddizioni interne al Go­verno». “Contraddizioni” tra ministri, fa capire D’Elia: «È un passo avanti dopo la timida liberalizzazione dell’anno scorso. E si rompe un tabù: il farmaco è “legato” a una persona, il farma­cista, non al negozio». Il Ddl, do­po il sì della Camera, passerà al Senato. E si annuncia una nuova estate caldissima, come un an­no fa, perché il Governo vuole accelerare il varo del provvedi­mento entro l’estate.

 

 

 

Come già per i farmaci da ban­co, i corner dei supermercati, gli esercizi commerciali autoriz­zati e le parafarmacie, dovranno avere un reparto specifico e «delimitato» dalla vendita di al­tri prodotti. Condizione essen­ziale è che ci sia un farmacista. Perché comunque la dispensa­zione dei farmaci è riservata «in via esclusiva» ai farmacisti. Il mercato totale dei farmaci da banco senza obbligo di ricetta è stato nel 2006 di 2,09 miliardi, quello dei prodotti di classe «C» di 3,080 miliardi. Potenzial­mente, dunque, il mercato extra farmacia andrebbe a superare a questo punto i 5 miliardi di euro. Con nuovi prodotti gettonatissimi: tutte le varianti del nimesulide, a partire dall’Aulin, fino al Viagra o al Ranidil.

 

 

 

Dura la reazione dei farmaci­sti titolari: «Siamo stupefatti, c’era l’impegno del Governo — afferma il segretario nazionale di Federfarma, Franco Caprino —. Stanno distruggendo le farmacie, un servizio apprezzato dalla collettività. Così ci voglio­no far chiudere. Confidiamo nel Senato». Di parere opposto i far­macisti dipendenti non proprie-tari di esercizio: «Un giusto intervento. Ma per noi è solo una delle tappe intermedie per ga­rantire un vero e libero eserci­zio professionale», ribatte Vin­cenzo Devito, presidente dei “Liberi farmacisti”.

 

 

 

Per un’associazione di Feder­farma, quella di Teramo, è intan­to arrivata sempre ieri l’apertu­ra di un’istruttoria dell’Antitrust. L’accusa è di intesa restrit­tiva della concorrenza per aver indicato agli associati gli sconti massimi da praticare sul prezzo di vendita al pubblico di una se­rie di farmaci da banco senza ob­bligo di ricetta.

 

Non contenti delle botte, degli insulti e degli arresti di domenica scorsa, gli organizzatori del fallito Gay Pride a Mosca vogliono riprovarci, e al più presto: il prossimo appuntamento con i manganelli è previsto per il 31 maggio. Nikolay Alexeev, il militante radicale russo che è stato l’ideatore della parata non autorizzata domenica scorsa, vuole approfittare dell’attenzione del mondo verso gli omosessuali russi, dopo che i deputati tedeschi e italiani – tra cui l’eurodeputato radicale Marco Cappato e Vladimir Luxuria – sono stati maltrattati prima dai manifestanti ultranazionalisti e poi dalla polizia russa. «Lo facciamo giovedì prossimo, visto che c’è un enorme copertura mediatica in Russia e all’estero», ha spiegato Alexeev, che il 9 giugno prossimo deve presentarsi davanti a un giudice per rispondere della partecipazione a una manifestazione non autorizzata. Ma stavolta, promette Alexeev, che sta pensando anche di candidarsi alle elezioni alla Duma nel prossimo dicembre, «il quadro per la prossima parata può cambiare radicalmente».

In effetti, le botte al Gay Pride – nonostante fosse già andata a finire così l’anno scorso, con il sindaco di Mosca Luzhkov fermamente convinto che una sfilata di omosessuali sia «un evento satanico» – si sono aggiunte alla già lunga lista dei problemi che la Russia ha con le cancellerie e l’opinione pubblica occidentale, dopo gli omicidi dei giornalisti, il caso Litvinenko, l’assedio dell’ambasciata estone a Mosca, l’embargo al manzo polacco e lo scudo antimissile. E per quanto stavolta si sia trattato probabilmente non tanto di una linea dura del Cremlino, quanto dell’iniziativa di un sindaco noto per le sue amicizie nel Patriarcato, il clima è tale che per il Gay Pride si sono mobilitati in tanti in Europa.

I Verdi europei hanno già chiesto una «risposta unitaria» delle istituzioni Ue, e i due capogruppo a Strasburgo, Monica Frassoni e Daniel Cohn-Bendit, hanno scritto una lettera di fuoco al Presidente del Parlamento europeo Pöttering: «Gli scontri di Mosca di domenica scorsa hanno dimostrato una volta di più che la democrazia è pura finzione in Russia», afferma Monica Frassoni nella nota. «La polizia di Mosca – sottolinea – è rimasta a guardare mentre dimostranti pacifici venivano attaccati da estremisti e poi ha arrestato gli stessi dimostranti pacifici». I Verdi chiedono anche al rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue Solana, di sollevare la questione al prossimo G8. Certamente Putin ha già abbastanza problemi per dover rispondere anche del zelo poliziesco del sindaco di Mosca. Ma i politici russi sono ormai abituati a toni agguerriti della polemica con l’Occidente, e ieri il presidente del comitato della Duma per gli Affari esteri, Konstantin Kosaciov, ha prontamente replicato che l’Europa deve pensare meno ai gay russi e più alle violazioni dei diritti delle minoranze slave in Kosovo e nei Paesi Baltici.

Nel perfetto stile delle polemiche sovietiche, quando alle accuse sui gulag si ribatteva che «negli Usa linciano i neri», Kosaciov ha invitato la Ue a badare ai diritti dei gay in «Polonia, Lettonia e Lituania»: «Sembra che la questione dei gay sia più importante dei diritti delle minoranze di lingua russa in Estonia e Lettonia, o dei diritti dei serbi del Kosovo», ha osservato Kosaciov. La posizione della Russia sull’indipendenza del Kosovo è, notoriamente, un «niet». Resta da vedere se cambierà invece in caso della replica del Gay Pride a Mosca.