“L’Associazione Radicali Roma sarà presente al concerto del 1° Maggio in Piazza San Giovanni in Laterano, dove allestirà dei tavoli per dare la possibilità a tutti i cittadini della capitale di poter firmare la delibera d’iniziativa popolare sul Registro delle Unioni Civili a Roma. L’appuntamento è alle 15.30 vicino l’obelisco di Piazza San Giovanni, la raccolta firme andrà avanti fino alla fine del concerto”

 

 

 

 

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Non potrei giurare che Marco Pannella colga del tutto nel segno, quando dice che il Family Day si farà proprio il 12 di maggio perché i suoi promotori vogliono prendersi, a 33 anni di distanza, una clamorosa rivincita su un altro 12 maggio, quello della vittoria del No nel referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio: chissà, potrebbe pure darsi che in un Paese come il nostro persino la Chiesa, ogni tanto, abbia dei vuoti di memoria, e che insomma questa data sia venuta fuori un po’ per caso, e gli organizzatori della manifestazione romana di piazza San Giovanni per la famiglia e contro i Dico vi si siano affezionati, cogliendone l’evidente valore simbolico, strada facendo. E, almeno in partenza, non ero neanche sicurissimo che fosse una buona idea, quella avanzata dalla Rosa nel Pugno, o come si chiama adesso, di darci appuntamento lo stesso giorno, in piazza Navona, la stessa dove nel ’74 ci ritrovammo a festeggiare la vittoria, per una contromanifestazione indetta in nome dell’«orgoglio laico»: va bene, benissimo, difendere puntigliosamente (e orgogliosamente, perché no) le libertà, i diritti, la laicità della politica e dello Stato, va un po’ meno bene accettare la logica dello scontro frontale.
Ma con il trascorrere dei giorni, e il crescere delle polemiche, il giudizio di Marco si è fatto, almeno ai miei occhi, più convincente, e l’idea di ritrovarci in piazza Navona (spero in tanti, credenti e non credenti, etero ed omosessuali, sposati single e conviventi, e chi più ne ha più ne metta), pure. Quel 12 di maggio del ’74 rappresentò uno spartiacque nella storia politica, civile e culturale italiana. Politicamente, civilmente, culturalmente entrammo in Europa, o almeno sperammo di esserci entrati. Molti lo hanno dimenticato, noi no: non vogliamo tornare indietro, e siamo certi di non essere soli. Dunque, il Riformista il 12 di maggio del 2007 ci sarà, perché quella piazza è, oggi come allora, la nostra piazza, quella gente, poca o molta, speriamo moltissima, che sarà, è la nostra gente, quell’orgoglio laico è il nostro orgoglio: senza arroganza, senza volontà di rivalsa, aperti, tolleranti, pronti al dialogo pure nei confronti di chi l’apertura, la tolleranza, la disponibilità al dialogo non sa nemmeno dove stiano di casa, e però per nulla inclini a ritirarci in buon ordine, e in silenzio.
A far maturare in noi questa convinzione tranquilla sono state, per curiosa che possa apparire la cosa, anche le reazioni all’iniziativa di alcuni tra i principali organizzatori del Family Day, come le accuse del portavoce, il nostro amico Savino Pezzotta, secondo il quale chi va in piazza Navona «vuole solo dividere il Paese», quasi che chi va in piazza San Giovanni volesse invece unirlo rispettando e garantendo la pluralità delle opinioni, o le proteste di Paola Binetti, che assicura che in piazza Navona, manifestando perché quella pur modesta riforma che sono i Dico non finisca definitivamente dispersa in Parlamento, si manifesterà in realtà «contro la famiglia». A questa logica, a questa indimostrata e presuntuosa certezza di rappresentare la stragrande maggioranza del Paese (anzi, l’unità vera e profonda degli italiani) che viene ostentata, a questa crescente inclinazione a costruire rappresentazioni di comodo del punto di vista altrui, non ci stiamo. Siamo sicuri, dicevo, di non essere soli. Ma il 12 maggio vorremmo che ci confortassero in questa convinzione (venendo in piazza Navona, e guardando in tv la manifestazione, con ogni probabilità ben più massiccia, di piazza San Giovanni) tutte le forze del centrosinistra che la legge sulle unioni di fatto la hanno voluta. E che quotidianamente ci assicurano di non considerare esaurito il loro compito.

I cattolici ritrovano l’unità in politica. E la Rosa nel pugno finisce sotto’accusa. Si potrebbero riassumere così le reazioni all’escalation di minacce e intimidazioni rivolte al presidente della Cei, mondignor Angelo Bagnasco. Reazioni più dure rispetto al solito visto anche che la busta contenente una foto del presidente della Cei con sopra una svastica e una pallottola viene recapitata in curia a Genova il giorno dopo le polemiche sul «contro-Family Day» della Rosa nel Pugno il 12 maggio a Piazza Navona.

 

 

 

La solidarietà a Bagnasco è unanime soprattutto per il fronte cattolico. A partire dal premier Romano Prodi che ha telefonato (ma invano, non ci ha parlato perché Bagnasco stava celebrando una messa) al presidente della Cei per manifestargli la sua vicinanza. «Sono atti di stupidità – dice il Professore – e di intimidazione che non devono essere tollerati». Mentre Pier Ferdinando Casini è certo che la «Chiesa italiana non si lascerà intimidire» e il portavoce di Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti, parla di una minaccia «ignobile».

 

 

 

Cattolici del centrodestra e del centrosinistra dunque si ritrovano in una grande alleanza che sembrava impossibile. Attacca Alleanza nazionale: «Da circa un mese monsignor Bagnasco è oggetto di continue e gravi minacce, dagli insulti ai proiettili recapitati a mezzo posta – dichiara il portavoce Andrea Ronchi -. Denunciamo al ministro dell’Interno Amato con grande preoccupazione questo clima di intimidazione che, ne siamo sicuri, non impedirà a Sua Eccellenza di continuare con determinazione la sua opera pastorale, ma che comunque rappresenta un rischio reale per l’agibilità democratica del Paese». «Ci auguriamo – aggiunge Ronchi – che le forze dell’ordine dipanino al più presto la vicenda al fine di dare un volto e un nome agli autori di queste ignobili intimidazioni ed esprimiamo piena solidarietà a monsignor Bagnasco per le sgradite attenzioni di cui è oggetto».

 

 

 

E se il centrodestra non è morbido, anche nel centrosinistra, si chiede fermezza: «Guai a dare spazio a certi gesti, guai a sottovalutarli», dice il vicepremier Francesco Rutelli. E c’è chi va all’attacco del clima di scontro laici-cattolici che si sta creando anche in vista del 12 maggio. A partire dal ministro guardasigilli, Clemente Mastella. «Siamo di fronte – attacca il leader dell’Udeur – a un elemento di ideologismo e a un laicismo fortemente esasperato. Si tratta di gesti che non sono comprensibili e vanno consegnati alla più bieca idea anticlericale che esiste da anni nel nostro Paese». E anche i senatori teodem Luigi Bobba e Paola Binetti vanno giù duri. «L’aggressione alla Chiesa italiana – puntualizzano – nella persona del suo presidente non è assolutamente giustificabile. Eppure alcuni leader politici lo hanno fatto, ignorando la molteplicità di iniziative di servizio al Paese che scaturiscono dalla sua generosità e dalla sua costante solidarietà nei confronti dei più deboli».

 

 

 

Ma non manca chi, tra i cattolici a destra come a sinistra, se la prende con il clima di «esasperato laicismo» che fa da contorno a questi episodi e chiede una condanna «senza se e senza ma» dell’accaduto. Un po’ tutto il centrodestra è su queste posizioni con Forza Italia che accusa l’Unione di piangere «lacrime di coccodrillo» e chiede (con Maria Burani Procaccini) che «il governo cacci i collusi con i violenti». Anche per il senatore del Carroccio Roberto Calderoli ritiene che «deve fare mea culpa chi minimizza» e considera i colpevoli «compagni che sbagliano».

 

 

 

Socialisti e radicali, però, non ci stanno. «Si arriva addirittura – attacca con il capogruppo alla Camera, Roberto Villetti – a mettere sotto accusa la Rosa nel Pugno e la decisione di ricordare l’anniversario della vittoria del referendum sul divorzio con una manifestazione a Piazza Navona il 12 maggio, perché così si creerebbe il clima favorevole a simili allucinanti gesta. Questo approccio è riprovevole ed assurdo». L’ex segretario dei Radicali, Daniele Capezzone, è più netto e spiega che l’«episodio e da condannare» e anche il clima in cui è avvvenuto «è un clima brutto.

 

 

 

Tacciono Rifondazione comunista e Comunisti italiani. Ma nella sinistra radicale, c’è chi a restare zitto non ci sta: «Esprimo tutta la mia solidarietà a monsignor Angelo Bagnasco per il vile gesto di cui è stato vittima», dice Alfonso Pecoraro Scanio, leader dei Verdi.

 

Le Comunità montane sono 356 e costano allo Stato 800 milioni di euro all’anno ma, dicono, ne vale la pena perché la difesa della montagna è imposta dalla Costituzione. Allora non si capisce perché la Comunità del Mugello debba occuparsi di centri commerciali, quella della Lunigiana di corsi di ginnastica dolce, quella del Casentino di concerti per la pace e altri «spettacoli di interesse per dar voce a chi non ce l’ha». E la montagna?
La Comunità dell’Appennino reggiano è orgogliosa di «animare la primavera» con una lunga serie di iniziative e lo dimostra raccogliendole in «un libretto con una grafica accattivamente» e descrivendole con lirismo degno di miglior causa: «Prelibatezze non solo gastronomiche (torte di patate, uova colorate, tortelli, salami…) ma anche culturali, musicali, d’arte e di sport, di una natura che sboccia di nuovo nei suoi colori e nei suoi profumi e che va vista e “camminata”». Avete letto bene: natura camminata.
La Comunità della bassa valle di Susa e val Cenischia spende quest’anno 5mila euro per «sostenere le bande musicali», 2mila per i progetti del Coordinamento Comuni per la pace, 2mila per istituire «un marchio per gli eccellenti dolci della valle» e 16mila per la quinta edizione della rassegna «Arte e artigiani della valle di Susa».
A distribuire questi finanziamenti sono le assemblee delle Comunità montane. Sono formate dai consiglieri designati dai Comuni del territorio. Tra loro vengono scelti il presidente e gli assessori dell’ente. Per esempio la Comunità di Valle Camonica ha la bellezza di 125 consiglieri, che si aggiungono a un presidente, 9 assessori e 11 commissioni. Indennità e gettoni di presenza sono parametrati su quelli dei Comuni.
Con generosità e cura i consiglieri provvedono al proprio comfort. La Comunità montana Triangolo lariano ha stanziato 30mila euro per «adeguare gli impianti di diffusione audio-video nella sala dell’assemblea e sistemare l’ingresso con una parete in cartongesso».
La Comunità Montana Riviera di Gallura (11 Comuni di cui tre montani e otto costieri: non sarebbe meglio chiamarla comunità costiera?) ha destinato circa 50mila euro per arredare la sala riunioni. Nel bando per la fornitura di mobili e attrezzature, i consiglieri dimostrano di avere le idee molto chiare. Pretendono «scrivanie in legno massello a lavorazione artigianale e inserto da scrivano in pelle verde Senato inserito nel piano» e «poltroncine in tessuto renna, colore verde Senato (è proprio un’ossessione, ndr ), braccioli in poliuretano con inserti in legno verniciato, alzo gas movimento decentrato, scocca unica in multistrato di pioppo o faggio curvato, regolazione in altezza tramite pistone idraulico anti-choc» per il mal di schiena.
Naturalmente poltroncine con schienale basso per i consiglieri, alto per il presidente. Una ventina con scrittoio. E nella parte frontale delle scrivanie intagli raffigurante lo stemma degli undici Comuni membri dell’ente.
La Comunità gallurese è molto attiva sullo scenario internazionale. Per promuovere il turismo in Sardegna, organizza workshop a Stoccolma, a Londra, in Germania e in Svizzera, allaccia contatti con i circoli sardi sparsi nel mondo e prepara una missione in Cina.
La Comunità dell’Appennino faentino coltiva un gemellaggio con Limoges e i Comuni della Comunità L’Aurance et Glane. Nel dicembre scorso, una delegazione romagnola ha trascorso cinque giorni oltralpe. Tema della visita: «Le lotte sociali nel Limousin all’inizio del XX secolo». Quattro anni fa, un altro viaggio in Francia aveva avuto motivazioni socialmente meno impegnate: partecipare al 14° Torneo internazionale di calcio Jeunes de Pentecoste di Nieul a Couzeix.
L’apertura al resto del mondo è patrimonio anche di altre comunità montane. Quelle toscane della Mediavalle e della Garfagnana hanno promosso, con altri enti e associazioni, una serata di solidarietà per raccogliere fondi per l’acquisto di apparecchiature mediche da destinare all’ospedale Sagrado Corazon de Jesus di Basavilbaso, provincia di Entre Rios, Argentina. La Comunità Terminio Cervialto è appena volata a New York per organizzare un concerto musicale dedicato agli irpini d’America.
Non meno rilevanti gli interessi in campo economico. La comunità del Casentino dichiara partecipazioni in dieci società per azioni, da Arezzo Innovazione (sviluppo settore manifatturiero) a Fidi Toscana (agevolazioni nell’accesso al credito). Ciascuna, naturalmente, dotata di sedi, strutture, e Consigli di amministrazione.
La Comunità Molise centrale era azionista di una società, la Sea, che si occupava tra l’altro della raccolta differenziata dei rifiuti. Con risultati fallimentari e deficit di 150mila euro al mese. Una sanguisuga. Marco Petti e Antimo Aiello, consiglieri comunali di Campobasso, hanno denunciato «assunzioni ingiustificate e un terzo di spese futili».
Che c’entra tutto questo con la montagna? Dopo i radicali Maurizio Turco e Sergio D’Elia, anche Osvaldo Napoli (Forza Italia) vuole aprire la questione in Parlamento. Ma Ds e Margherita l’hanno già chiusa: nei recenti congressi, hanno approvato due mozioni-fotocopia per rafforzare poteri e competenze delle Comunità montane.

Raccolta firme registro unioni civili, i prossimi appuntamenti e l’andamento della campagna.

 

 

 

Il 12 e 13 Maggio orgoglio laico a Piazza Navona.

 

 

 

Legge elettorale organizzazione di una serata di discussione con ospiti.

 

 

 

Web-zine e registrazioni audio video delle riunioni dell’associazione.

 

 

 

Varie ed eventuali.

  Sembra un replay, ma dato che  appello analogo era già sta­to approvato il primo febbraio scorso ma non gli è stato dato an­cora seguito, l’europarlamento ci riprova incalzando la presidenza tedesca a presentare «immedia­tamente», in questa sessione Onu, una risoluzione per una moratoria universale sulla pena di morte. «È espressione dei si­gnificativi passi in avanti che si stanno compiendo» dice il pre­mier Romano Prodi che ha in­contrato ieri il segretario genera­le di Amnesty Intemational, Irene Khansi, esprimendosi «a fa­vore di un più intenso impegno congiunto per arrivare rapida­mente e positivamente alla con­clusione di questa battaglia di ci­viltà che vede Italia, Ue ed Am­nesty sulla medesima lunghezza d’onda».
 
Per quanto annunciato, il vo­to di ieri a Strasburgo è un suc­cesso non solo perché il testo è passato a larghissima maggio­ranza ma anche perché è un esplicito incoraggiamento alla presidenza Ue, e dunque al Con­siglio, ad andare avanti superan­do le non poche titubanze dimostrate fino adesso. Insomma, non potrà passare sotto gamba. Il parlamento Ue  infatti, rivolge agli stati membri un appello «af­finchè ottengano il sostegno di paesi terzi a favore della dichia­razione» allargando con ciò l’obiettivo già individuato dal mini­stro tedesco Gloser di ottenere co­munque il consenso di tutti i paesi Ue alla proposta di mora­toria avanzata dall’talia. D’Alema si muove in questa prospettiva. Il 2 maggio a Roma ne parlerà in­fatti, con il ministro degli esteri neozelandese, Winston Peters, ed ora dice: «È stato giusto ed è giusto insistere per una iniziati­va europea ma anche naturalmente chiedere all’Europa di fa­re presto». L’auspicio è comun­que che si possa «presentare tut­ti insieme» la risoluzione all’as­semblea generale dell’Onu.
 
Piuttosto, quel che non con­vince per niente i radicali che conducono in prima persona la battaglia (presentando con Pannella e Cappato la risoluzione votata ieri e facendo lo sciopero del­la fame ad oltranza) è il questio­nario inviato dalla presidenza te­desca per verificare la disponibi­lità dei vari paesi su abolizione e moratoria della pena di morte (già 90 sono a favore), e che sa­rebbe, secondo Sergio D’Elia di “Nessuno tocchi Caino”, «dis­suasivo e assolutamente coeren­te con il rinvio, se non addirittu­ra con la volontà politica di non procedere». Il punto è che il con­siglio europeo si riunirà il 14 maggio per decidere il da farsi sul­la base di questa verifica.
 
Resta il fatto che la risoluzio­ne dell’europarlamento votata ieri «incoraggia l’Ue a cogliere le opportunità attuali ad andare avan­ti» ricorda un soddisfattissimo Pittella, capo della delegazione ita­liana del Pse, e invita tutte le isti­tuzioni europee « a sostenere, in ogni modo, la campagna mon­diale contro la pena capitale, an­che tramite le sue delegazioni interparlamentari e a proclama­re, a partire dal 2007, il 10 ottobre quale Giornata europea contro la pena di morte». È una vera chia­mata alla mobilitazione in nome di questa battaglia di civiltà a lun­go rinviata, la cui vittoria potreb­be essere ora a portata di mano. «Bisogna procedere a passo spe­dito e affrontare con maggiore convinzione e serenità la sfida che attende il nostro paese e co­loro che sostengono la moratoria al Palazzo di vetro» dice il sotto­segretario alla giustizia Daniela Melchiorre della Margherita che al recente congresso ha approvato all’unanimità, su sua iniziativa, un odg in questo senso.

È una guerra tra fantasmi culturali contrapposti. Da una parte l’oscurantismo della Chiesa cattolica malata di «omofobia», a sentire la maggioranza di sinistra del Parlamento europeo. Dall’altra, le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo «laiciste», «secolarizzate» e poco rispettose dei valori religiosi, secondo il Vaticano. Può sembrare un residuo della ruggine lasciata dal braccio di ferro sulla Costituzione orfana delle «radici cristiane». Ma nello scontro che ieri ha diviso S. Sede ed europarlamento si intuisce qualcosa di più profondo. La delibera contro le «discriminazioni sofferte da coppie dello stesso sesso» è vissuta dalle gerarchie come una provocazione.

La decisione di Strasburgo è nata con un occhio a quanto sta accadendo in Polonia. Ad invitare «tutti gli Stati membri a proporre leggi» che arginino il pregiudizio sono stati socialisti, liberali, verdi e sinistra: 325 «sì», 124 contrari e 150 astenuti. Ma durante la votazione, tre europarlamentari dei Verdi e del Prc hanno cercato di far approvare una mozione contro Angelo Bagnasco. Nelle scorse settimane, sembrava che l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei avesse accostato in modo maldestro coppie di fatto e pedofilia. Le sue parole erano state forzate; anzi, secondo il cardinale Angelo Scola, «falsificate». L’episodio di ieri ha dunque alimentato nuove tensioni.

«Il rischio è che la falsità generi odio e provochi conseguenze imprevedibili», ha scritto l’agenzia dei vescovi, il Sir. «Sono in azione ideologie sconfitte dalla storia, laiciste o comuniste». Poteva apparire una precisazione risentita, certo, ma limitata ad un episodio. L’incidente ha assunto contorni più vistosi dopo un intervento dei cardinali Camillo Ruini, vicario del Papa, e dello stesso Scola. La Chiesa cattolica, ha detto Ruini da Roma, in Italia è rispettata «perché buona parte delle forze politiche e dell’opinione pubblica sono consapevoli dei valori degli italiani. Ma se ci spostiamo a Bruxelles o a Strasburgo, la situazione è molto più chiusa».
Parlare di conflitto fra Parlamento europeo e Vaticano probabilmente è eccessivo. Ma l’incomprensione e l’insofferenza fra le istituzioni dell’Ue e le gerarchie cattoliche si ripropongono senza diaframmi e mediazioni; e su un tema di frontiera come quello delle unioni fra persone dello stesso sesso, sul quale l’Italia si sta lacerando da mesi. Il modo in cui i tre parlamentari dell’ultrasinistra hanno tentato il colpo di mano contro i vertici della Cei è destinato a lasciare un altro livido nei rapporti tra vescovi italiani e «antagonismo» al governo. Già si intravedono i primi contraccolpi di politica interna. Il silenzio dei leader di Prc e Verdi dopo il tentativo fallito di una pronuncia di Strasburgo contro Bagnasco, viene percepito come un avallo dell’iniziativa.

L’assenza di reazioni della Margherita e dei Ds può creare ulteriori malintesi. Ruini ha parlato dell’Italia come un Paese nel quale i cattolici possono «essere ottimisti». Ma rispunta implicitamente il tema della collocazione internazionale del Pd che sta nascendo dalla fusione fra centro e sinistra dell’Unione. E ritorna in modo traumatico, con un muro contro muro fra sinistre e Vaticano, via Strasburgo. Permette al centrodestra di presentarsi come difensore esclusivo della Chiesa. E l’Unione, che non può rompere con l’antagonismo estremista, rischia di favorire questa lettura: anche perché la polemica plana su un’Italia dove Bagnasco è sotto scorta da settimane, dopo le scritte minacciose apparse sui muri di alcune città.

«Il Pd nasce prigioniero dell’ala confessionale della Mar­gherita e non riuscirà a prendere nessuna decisione sui diritti ci­vili com’è avvenuto in tutti i paesi europei, anche quelli governati dalla destra». Dice di essere in una «fase di riflessione», Franco Grillini, ma poi ammette che è ormai con le valigie già fatte e pronto a traslo­care a sinistra con Gavino Angius e Fabio Mussi.

 

 

 

Mentre Fausto Bertinotti invoca una «grande operazione» di rinnova­mento della sinistra e avverte che non ci sarà una «rendita di posizione» per chi si defila del Pd, prosegue l’esodo dall’Ulivo dei parlamentari ds dissidenti di Fabio Mussi e Gavino Angius: stanno per nascere i due gruppi di Camera e Se­nato, che potranno contare su una trentina di parlamentari tra deputati e se­natori. Ed è probabile che la lista si allunghi, in vista dell’assemblea del 5 mag­gio a Roma, quando decollerà il nuovo movimento politico.

 

 

 

Presidente onorario dell’Arcigay, Grillini è schierato in Parlamento da 17 anni a difesa dei diritti degli omosessuali prima col Pds e poi con i Ds: ora anche lui è a un passo dallo strappo e la vicenda dei Dico, finiti in un nulla di fatto, ha pesato non poco sulla sua decisione di uscire. «Al congresso di Firenze ho chiesto a Piero Fassino una prova di laicità, che non c’è stata», è lo sfogo di Gril­lini, che proprio non riesce a vedersi nello stesso partito di teodem come Laura Bi-netti e Luigi Bobba.

 

 

 

Onorevole Grillini, non è che per caso stavolta è lei ad avere qualche pregiudi­zio? In fondo, in Parlamento i numeri non aiutano il governo al di là delle belle intenzioni.

 

«Guardi che io non ero fra quelli pregiu­dizialmente contrari a un partito democra­tico all’americana: ho sostenuto, infatti, la mozione di Angius e siamo andati la con­gresso senza strappi anticipati. Il problema però è che il futuro Pd non sarà in grado di decidere sui diritti civili nulla di quello che è normale per i democratici americani».

 

 

 

Ribadisco: i numeri in Parlamento sono quelli che sono.

 

«Potrei rispondere che quando sei al go­verno la politica la fai con gli atti di governo. Quanto ai numeri in Parlamento, le rac­conto una cosa: il governo non è stato ca­pace di rendere operativa la direttiva euro­pea sul permesso di soggiorno ai conviventi extracomunitari e non c’era bisogno di pas­sare in Parlamento. Lo sa perché? C’è stato un veto di Rutelli».

 

 

 

Davvero i teodem hanno tutto questo peso e lo avranno anche nel Pd?

 

«Il Pd nasce prigioniero dell’ala confes­sionale della Margherita, quello che io chiamo il partito del cilicio. Mi chiedo che cosa hanno a che fare queste persone con un partito che si dice progressista: in tutti gli altri paesi, fanno parte della destra».

 

 

 

Cosa si aspettava? Il governo deve fare i conti con questa situazione come dimostra la vicenda dei Dico: non mi dica che si aspettava il via libera dei teodem al disegno di legge del governo?

 

«La verità è che da parte loro c’è il veto totale su qualunque cosa abbia a che

 

fare con i diritti civili. Pensi che in commissione Affari sociali si sono opposti anche all’audizione in Parlamento dei rappresentati delle famiglie di fatti. Par­liamo di un’audizione».

 

 

 

Insomma, non c’è posto per lei nel Pd?

 

«Per me l’aria è diventata irrespirabile».

 

 

 

Eppure il Pd vuole essere la continuazione dell’Ulivo del quale lei ha fatto parte a pieno titolo.

 

«L’idea giusta era quella di fare un Ulivo allargato. Invece, si punta a un Ulivo bonsai creato dagli apparati di partito che, si è visto, sono pronti a ogni com­promesso al ribasso sui temi che interessano la società civile. E non mi riferi­sco solo ai diritti dei gay».

 

 

 

E’ inevitabile la separazione dopo 17 anni di convivenza con il Pds di Occhetto e poi con i Ds?

 

«Per l’intera legislatura, il Pd sarà condizionato dall’integralismo religioso della Margherita. 160 parlamentari DI che hanno firmato a favore dei Dico in realtà contano come il due di picche. Non passerà nulla che abbia a che fare con i diritti civile. Che senso ha restare in un partito così? Mi sembra più interes­sante il grande cantiere che si apre sinistra, come quello socialista di Boselli».

 

Per la prima volta nella storia dell’Ater e dell’ex Iacp, l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica del Comune di Roma mette a reddito il suo patrimonio non residenziale. I locali ad uso non residenziale, non soggetti ai vincoli e alle normative che regolano l’Edilizia Residenziale Pubblica (Erp), sono un polmone di ossigeno per la cassa dell’Azienda.

Sono 21 i locali che vengono messi in vendita con la modalità dell’asta pubblica, che si terrà il 19 luglio alle ore 10, per un valore iniziale di base d’asta di complessivi 3 milioni e 638.150 euro. I locali sono di varie dimensioni e disseminati in tutta la città, dalla Garbatella a via San Biagio Platani, da via Principe Eugenio a via delle Milizie.

“I locali commerciali e l’intero patrimonio non residenziale dell’Ater del Comune di Roma – spiega il presidente Luca Petrucci – deve essere messo a reddito, ovvero utilizzato per fare cassa, risanare l’Azienda e consentirci di poter svolgere al meglio la nostra missione aziendale, che è quella di rispondere all’emergenza abitativa della Capitale occupandoci degli alloggi popolari. Come ogni Azienda che si rispetti, tanto più se pubblica, i locali commerciali devono rappresentare una fonte consistente di entrate finanziarie, sia che vengano affittati, sia che si mettano in vendita. Considerare i locali al pari degli alloggi, riservati a chi ha bisogno di casa e ha i requisiti per accedere all’apposita graduatoria comunale, è stato sicuramente un errore del passato che la nuova amministrazione dell’Ater intende, con queste prime azioni, correggere in maniera strutturale”.

COME PARTECIPARE ALL’ASTA
Tutte le modalità per partecipare all’asta e la descrizione dei locali è reperibile sul sito www.aterroma.it, al link “locali”. Il disciplinare e tutte le informazioni sono altresì reperibili, previo appuntamento telefonico ai numeri telefonici 06/68842680, 06/68842681 e 06/68842515, dalle ore 10 alle 12, dal lunedì al venerdì, oppure inviando richiesta email all’indirizzo apokos@aterroma.it.

Venerdì 27 Aprile

Largo di Torre Argentina davanti Feltrinelli16.00-19.30

Circolo degli Artisti via Casilina Vecchia 42, 23.00-02.00

Qube via di Portonaccio 212 (Mukkassassina) 23.00-02.00

 
Sabato 28 Aprile 

Largo di Torre Argentina davanti Feltrinelli16.00-20.00

Viale Marconi traversa via Grimaldi.16.00-20.00

Viale Europa davanti alla farmacia 16.00-20.00

Alpheus via del Commercio 36, 23.00-02.00

Domenica 29 Aprile  

Piazza Santa Maria in Trastevere 21.00-24.00
 
Tutti i giorni dalle 17.00 alle 20.30 sarà possibile firmare presso la sede della sezione Ds a via Zabaglia 22.
Dal lunedì al venerdì presso la sezione DS “Aurelia” sita in via Graziano n. 15.

Per maggiori informazioni contattare Alessandra Pinna 3391582226

 

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