In poche ore, al banchetto fuori dal Congresso abbiamo raccolto 120 firme di delegati sulla nostra proposta di istituzione del registro unioni civili a Roma.

Queste firme si aggiungono alla mobilitazione che vede impegnate numerose sezioni romane dei Ds, prime tra tutte quelle di Testaccio, dell’Esquilino, dell’Aurelia.

Non avevamo dubbi che il popolo dei Ds vivesse in pieno l’urgenza politica del riconoscimento di questi diritti civili, e siamo convinti che la loro partecipazione nella raccolta firme sarà molto importante. per sbloccare lo stallo

Quando la politica diventa incapace di superare lo stallo delle logiche partitiche, infatti, solo il vissuto delle persone può sbloccare la situazione.

Ringraziamo, pertanto, i militanti e i dirigenti diessini che lo hanno compreso.

La stampa romana prima o poi ne darà conto?

Oppure proseguirà a mantenere nel silenzio la raccolta firme sulle unioni civili e il dibattito politico, anche interno ai partiti, che si è di conseguenza aperto?

 

 

 

 

 

 

La tutela dell’italianità dei prodotti a Emma Bonino, ministro del commercio estero, non procura emozione. L’ex commissario europea spiega perché.

Ministro ha l’aria di infastidirsi quando le si parla del progetto di legge noto come «100% prodotto italiano». Troppo sciovinista per lei?
Su tutta la questione «Made in”, «100% Italia”, «marchio”, eccetera, ho avuto molto spesso occasione di dire ai colleghi parlamentari che francamente non è una strada da percorrere.

L’alternativa?
Una strada non meno in salita che è quella del Made in Europe. La direttiva europea incontra altrettante difficoltà e non riusciamo a raggiungere la maggioranza in consiglio europeo.

Lei dunque sta dalla parte della commissione.
Vede, l’idea di introdurre un’etichettatura obbligatoria e standard con l’indicazione della provenienza sui prodotti sensibili non è un’originalità eurocratica. Ce l’hanno i principali paesi attivi nel commercio internazionale, come Usa e Giappone.

…tuttavia la pratica non si sblocca.
Sono contro alcuni importanti paesi partner della Ue, i quali, rispetto a noi sono meno manifatturieri e più distributori.  

Dal programma dell’Ice, emerge una strategia volta piuttosto al presidio dei mercati con missioni e postazioni di promozione sul campo. Ma non avverte un certo sovraffollamento di viaggi governativi?  
 L’importante è che si faccia sistema. Prendiamo la Cina. C’è stata la grande missione governativa. Si è poi concretizzato un importante contratto tra Tianjin e Napoli per la produzione in Campania degli schermi piatti. Che sia il governatore Bassolino a firmare, a me va benissimo. Lo stesso vale per la missione di cooperazione cinematografica in India. Sebbene l’abbia organizzata io, mi fa comunque piacere che sia il ministro Gentiloni a concludere l’accordo. L’importante è che si faccia.

«È l’ora della speranza. Il tempo del partito di Dio, dell’era ruiniana è finito. Ci vorrà del tempo, ma la linea di monsignor Bagnasco è quella di una Chiesa più pastorale e collegiale». Parla don Gino Gallo, prete da 48 anni. L’uomo di Chiesa che non ha timore di dire la sua. Di esprimere il suo dissenso. Lo ha fatto nei tempi del divorzio. Ora vive il disagio della Nota Cei sui Dico. Ma è fiducioso.

Perché la preoccupa quel pronunciamento?
«Parlo come uno che ama la sua Chiesa. Negare la pluralità dei valori presenti anche in una società secolarizzata o non cristiana, significa contraddire l’insegnamento evangelico. Già il Concilio Vaticano II aveva sottolineato la distinzione tra le competenze della religione e della società politica, ribadita da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Papa Ratzinger lo dice chiaramente: la Chiesa non deve imporre ai non credenti una prospettiva di fede o modi di comportamento che appartengono ad essa. La Chiesa non si può porre come gruppo di pressione, che si presenta con intransigenza arrogante, in contrapposizione a una società giudicata malsana e priva di valori. Non è con questo giudizio di disprezzo dell’altro, ritenuto incapace di etica, o misconoscendo la pluralità dei valori presenti anche nella società non cristiana, che si può stare nella storia. La Chiesa ha assolutamente il diritto di intervenire e ribadire i suoi principi. Il problema è quello del modo, dello stile che sembrano alimentare lo scontro tra clericali e anticlericali. Deve difendere la famiglia, ma non fomentare inimicizie, né tanto meno farsi percepire lontana nella misericordia a quanti percorrono sentieri difficili nella ricerca dell’amore. E mostrare attenzione alla sofferenza degli uomini e far risultare l’amore e il bene presenti anche in situazioni giudicate moralmente non conformi all’etica cattolica e dare testimonianza a tutti della “Buona notizia”».

Come giudica il richiamo della Cei ai politici cattolici?
«I vescovi devono mostrare fiducia nei deputati cattolici. Non umiliarli o tenerli sotto tutela. Si parla di libertà di coscienza e si dice che in nome di questa libertà non bisogna votare questo o quello. Ma questa è dittatura di coscienza. È la dittatura del principio di soggettività. Così il deputato non si fa carico di alcuna responsabilità collettiva. La politica è mediazione. Una coscienza che non assuma nessuna responsabilità sociale è un po’ troppo ristretta per essere retta a principio della decisione. Se poi alle sue spalle vi è l’obbedienza a principi posti come vincolanti dalle autorità religiose, allora si giunge a quella autolimitazione della responsabilità conosciuta da quelli della mia età in epoca dittatoriale».

Quei vincoli vengono posti…
«Ma è Benedetto XVI a dirlo: la Chiesa si deve fermare al pre-politico e al pre-economico. Solo così la profezia si fa ispiratrice di soluzioni tecniche che spettano ai cittadini, cristiani e non cristiani, tutti chiamati a pari titolo con gli stessi diritti e doveri a concorrere alla costruzione della Polis. Il 12 maggio si celebra la festa della famiglia che è il culmine dell’amore, negando i diritti di tanti altri, di un pluralismo etico. È possibile?».

Lo chiedono i vescovi…
«La Nota sui Dico annunciata da Ruini era cosa già fatta. La si è potuta solo moderare nei toni. Ma per la Chiesa sono felice. Con monsignor Bagnasco vi sono segnali nuovi. Nella lettera che gli ha inviato il segretario di Stato cardinale Bertone, vi era la richiesta di maggiore collegialità,pastoralità e meno politica. Sono punti chiave che esplicitano tutto il mal contento che si respirava sotto la cappa di quel riuniano “partito di Dio”, del cattolico intransigente e arrogante, crociato di valori”. Alla Cei si chiede di essere un organismo vivo, meno burocratico, collegiale. Sono sollecitazioni che Bagnasco è pronto a recepire. È una svolta attesa da tanti cattolici costretti al silenzio, all’anonimato. Sono teologi, preti, religiosi. Siamo davanti ad un impoverimento del cattolicesimo italiano che non può non preoccupare i vescovi. Bagnasco lo ho conosciuto da giovane prete. Ha preparazione, profondità e spiritualità che mi ricordano quella di Papa Luciani. Mi dà fiducia. Non è certo per una Chiesa lobby, potente nelle finanze, schierata con il centrodestra, sempre pronta agli irriducibili scontri frontali. È la fine dell’era Ruini».

  «L’urgenza della que­stione pone il legislatore di fronte all’esigenza di trovare in breve tempo delle soluzioni che siano incisive, che nascano da un am­pio confronto di tutte le forze po­litiche e che siano in grado di su­perare i conflitti ideologici esi­stenti». Il presidente del Senato, Franco Marini, invita il mondo politico a stringere sul testamen­to biologico e lo precisa nel suo messaggio al convegno interna­zionale promosso dalla Commis­sione Sanità di palazzo Madama. Un incontro che si è aperto ieri e si concluderà stamattina alla pre­senza del Presidente della Re­pubblica Giorgio Napolitano.

 

 

 

«Potrebbe arrivare a giugno nell’aula del Senato il disegno di legge sul testamento biologico e spero che sia un testo largamente condiviso — si augura il presi­dente della Commissione Ignazio Marino — questa legge non si occupa né di eutanasia né di sui­cidio assistito, probabilmente verrà indicato con chiarezza che queste due pratiche rimangono per il Parlamento italiano un reato e nello stesso verrà indicato che tutti i pazienti devono avere la ga­ranzia dell’assistenza in qualsiasi fase della malattia. Poi all’interno di questa cornice ognuno do­vrebbe essere libero, come dice la Costituzione, di scegliere quali terapie accettare e quali rifiuta­re».

 

 

 

Riuscirà, il nostro Parlamento, a recuperare il ritardo che accu­mulato rispetto a quasi tutti i Paesi europei? Riuscirà ad approvare una legge che permetta al paziente, prima di non essere più in con­dizione di esprimere la sua vo­lontà, di decidere se vuol essere curato o no, o come essere ac­compagnato senza dolore alla fi­ne della sua esistenza?

 

 

 

L’ex presidente della Repub­blica Oscar Luigi Scalfaro, pre­sente al convegno, non è ottimi­sta: «Il Parlamento farà una certa fatica a fare una legge sul testa­mento biologico. Ci sono tesi, sia in un senso che nell’altro, che so­no molto marcate».

 

 

 

Che il cammino del disegno di legge, ce ne sono otto depositati al Senato, sarà complesso ed irto di ostacoli. Lo conferma la senatrice Paola Binetti, parlamentare della Margherita, esponente di punta dello schieramento teodem. «Io sono contro l’obbligatorietà del testamento biologico, favorevole all’obiezione di coscienza dei medici, e ovviamente non credo che la nutrizione artificiale sia un bene disponibile». Nonostante tutto il ministro della Salute, Livia Turco, non perde le speranze: «Mi auguro che il Parlamento trovi una larga intesa. Il valore delle scelte del malato, il diritto all’au­todeterminazione, il divieto di accanimento terapeutico, sono ormai parte della nostra cultura, ma disciplinati in maniera indeguata — dichiara il ministro — le proposte all’attenzione del Parla­mento sono un’opportunità per colmare una lacuna e dare piena attuazione sia alla Costituzione e che alla convenzione di Oviedo». Dopo mesi di silenzio leva la sua voce Mina Welby, vedova di Piergiorgio. «La legge sul testa­mento biologico dovrà prevedere la possibilità per il paziente di ri­fiutare le cure, quando non migliorano la situazione o non aiu­tano — è il suo commento — nel caso Piergiorgio l’eventuale esi­stenza di una legge sul testamen­to biologico non avrebbe cam­biato nulla. Lui era cosciente e nella piena volontà fino alla fine, voleva essere aiutato a morire senza dolore».

“Proprio mentre in aula si sta discutendo della proposta di legge tesa ad istituire, a livello nazionale, la figura del Garante per i diritti dei detenuti, si viene a conoscenza della grave condizione in cui versa un detenuto di cittadinanza brasiliana all’interno del carcere di Regina Coeli a Roma”. Il vice capogruppo di Italia dei Valori alla Camera, Fabio Evangelisti, interviene sul caso del trentenne brasiliano detenuto nel carcere romano.
A rendere pubblico il drammatico caso di Luciano M., è stato il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, Angiolo Marroni.
Dichiara Evangelisti: “è inammissibile che il detenuto, per altro alla sua prima esperienza in carcere, sconti, oltre alla sanzione detentiva, una pena ben più pesante a causa della sua omosessualità: l’isolamento in termini fisici e sociali”.
“Il caso del giovane detenuto omosessuale – sottolinea Evangelisti – segnalato dal Garante Marroni, figura istituita dalla legge regionale del Lazio nel 2003, ci offre una duplice osservazione. Da un lato, essa rappresenta l’ulteriore dimostrazione della fallacità di chi ha ritenuto l’indulto una panacea di tutti i mali del sistema penitenziario nazionale.
Dall’altro, una grande opportunità di considerare in maniera concreta l’utilità e la necessità di istituire una figura istituzionale che garantisca quei diritti inalienabili anche per i detenuti”.
Sulla vicenda è intervenuto anche il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, denunciando “l’ennesima discriminazione ai danni di un gay”. “Il ragazzo omosessuale detenuto nel carcere di Regina Coeli – afferma in una nota – a causa del suo orientamento sessuale è costretto a vivere da solo in cella, e non può nemmeno usufruire dell’ora d’aria e soprattutto della socializzazione con gli altri detenuti”.
Il Circolo Mieli ha reso noto che di concerto con il presidente della Consulta Cittadina per i problemi penitenziari del comune di Roma, Lillo Di Mauro, si sta attivando per poter andare a trovare in carcere il ragazzo “per dimostragli che non è solo, abbandonato e discriminato”.
Inoltre il Circolo Mieli è intenzionato “a fare pressioni sull’amministrazione penitenziaria per far si che entro brevissimo tempo, egli possa essere trasferito nel carcere di Rebibbia, nella sezione riservata alle persone transessuali, dove le condizioni ambientali gli permetterebbero di avere una vita più dignitosa e di scontare la sua pena senza il peso dell’esclusione e della discriminazione”.

Da oggi le riunioni dell’Associazione Radicali Roma sono disponibili in audio video, questo servizio che vi forniamo si appoggia a Gigamail per la grandezza del file, quindi sarà disponibile per una settimana. E’ possibile scaricare lo zip della riunione fino al 4/04/2007. Stiamo lavorando per archiviare gli audio video di tutte le nostre riunioni e per renderli facilmente accessibili.

Le riprese ed il montaggio sono a cura di Demetrio Bacaro.

Il link dove scaricare l’ultima riunione :

Prima parte

http://gmail.rossoalice.alice.it/messages/readMessageFrameset.aspx?DeliveryID=d48a96c9-61a9-4aea-8bdf-15f37b3b4fdd

Seconda parte

http://gmail.rossoalice.alice.it/messages/readMessageFrameset.aspx?DeliveryID=17a96fc9-5459-428a-a282-a64c2635f55d

“I democratici di sinistra della sezione Aurelia hanno deciso di partecipare alla raccolta firme sulla delibera di iniziativa popolare sul Registro delle Unioni Civili nel Comune di Roma, seguendo la posizione assunta dalle sezioni DS dell’Esquilino e di Testaccio che fin da subito hanno condiviso la nostra iniziativa. L’Associazione Radicali Roma e l’intero Comitato Promotore si impegnerà affinché anche altre realtà diessine della capitale aderiscano a questa mobilitazione. In tal senso annunciamo che sabato 31 marzo saremo presenti, con un nostro banchetto, in via Arcadia davanti alla Fiera di Roma dove si terrà il 4° Congresso dei Democratici di Sinistra di Roma per garantire a tutti i delegati la possibilità di porre la propria firma alla nostra proposta di delibera. Nell’attuale contesto italiano caratterizzato da perpetuanti ingerenze vaticane (non ultima la nota della Cei di ieri) e da variabili equilibri politici in continua evoluzione ed involuzione, a mio avviso è necessario ed urgente che proprio il mondo politico romano si dimostri capace di dare sostegno laico e liberale alle istanze dei cittadini, specie quando richiedono riconoscimento pubblico di situazioni che effettivamente nella vita quotidiana già esistono, quali le unioni more uxorio.”

 

 

 

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Mercoledì 28 Marzo

 

Largo di Torre Argentina davanti Feltrinelli 16.00-20.00

 

Giovedì 29 Marzo

 

Largo di Torre Argentina davanti Feltrinelli 16.00-20.00

 

Venerdì 30 Marzo

 

Circolo degli Artisti via Casilina Vecchia 42, 23.00-02.00

Qube via di Portonaccio 212 (Mukkassassina) 23.00-02.00

 

Sabato:31 Marzo

 
Via Arcadia davanti alla Fiera di Roma in occasione del congresso dei DS

Largo di Torre Argentina davanti Feltrinelli16.00-20.00

Via Cola di Rienzo davanti Castroni 16.00-20.00

Viale Marconi traversa via Grimaldi.16.00-20.00

Piazza Testaccio, di fronte al mercato 10.00-13.00

Sezione Ds Esquilino, tavolo a Piazza Vittorio
Piazza Santa Maria in Trastevere 16.00-24.00
 

Domenica 1 Aprile

 

Mercato di Porta Portese, via Ippolito Nievo 10.00-14.00

Largo di Torre Argentina davanti Feltrinelli 16.00-20.00

Piazza Santa Maria in Trastevere 16.00-24.00
 
Tutti i giorni dalle 17.00 alle 20.30 sarà possibile firmare presso la sede della sezione Ds a via Zabaglia 22.
Dal lunedì al venerdì presso la sezione DS “Aurelia” sita in via Graziano n. 15.

Per maggiori informazioni contattare Alessandra Pinna 3391582226

 

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In queste ultime settimane due vicende hanno messo sotto stress il fisco locale: da un lato, le decisioni assunte da alcuni comuni di variare le proprie addizionali sull’Irpef e, dall’altro, gli annunci di un prossimo intervento, questa volta da parte del governo centrale, di sgravio dell’Ici sulla prima casa modulato in relazione ai carichi familiari.

 

Le addizionali della discordia

 

Sul primo punto, quello delle addizionali Irpef, si sono in realtà accavallate questioni differenti. Innanzitutto, la Legge finanziaria ha consentito ai comuni di riattivare, dopo tre anni di congelamento, l’autonomia di aliquota sull’addizionale all’Irpef ora portata fino ad un massimo dell’8 per mille. Altra novità è la possibilità per i comuni di stabilire una soglia di esenzione per i contribuenti in possesso di “specifici requisiti reddituali”.
Sugli oltre ottomila comuni italiani solo 1.100 hanno fino ad oggi deliberato sull’addizionale. Di questi, circa il 60 per cento ha scelto di aumentare l’aliquota, il restante 40 per cento di mantenerla invariata, mentre soltanto tre hanno optato per una riduzione. Alcuni comuni hanno deciso di modulare l’addizionale su più scaglioni con aliquote marginali crescenti. Infine, altri, per la verità pochi finora, hanno previsto esenzioni diversificate per tipologie di reddito o per carichi familiari.
Parallelamente al rafforzamento dell’addizionale, la Finanziaria ha previsto una limitata riforma dell’Irpef erariale sostanzialmente a parità di gettito. Sono state ridefinite le aliquote, ripristinato il sistema delle detrazioni per carichi di famiglia e tipologie di reddito (al posto delle deduzioni volute da Tremonti e Siniscalco) e prevista una loro revisione. L’obiettivo è la redistribuzione del carico fiscale dai contribuenti più ricchi a quelli con imponibili inferiori a 40mila euro, e il sostegno, di pari passo alla revisione degli assegni, delle famiglie con figli.
La combinazione dei due interventi di riforma ha sollevato almeno tre ordini di questioni. La prima riguarda la concorrenza “verticale” tra diversi livelli di governo che insistono sulla medesima base imponibile: da un lato, lo Stato riduce la tassazione Irpef (almeno su alcune tipologie di contribuenti), dall’altro dà la possibilità ai comuni di accrescere il carico fiscale sul reddito, con un risultato complessivo che in alcuni casi potrebbe essere di aggravio netto. Il secondo profilo richiama questioni di iniquità in senso “orizzontale”: con la trasformazione delle deduzioni in detrazioni l’addizionale, che si calcola applicando l’aliquota comunale al reddito al netto delle deduzioni, ora non riflette più le caratteristiche dei contribuenti rilevanti per gli sconti fiscali Irpef, e in particolare non differenzia la tassazione locale tra diverse tipologie di famiglie. Il risultato, da varie parti stigmatizzato, sarebbe allora quello di attenuare il grado di personalizzazione dell’imposta nel complesso dell’Irpef (erariale più locale) proprio nel momento in cui sottolinea la necessità di promuovere una politica più attiva di sostegno alla famiglia.
Da ultimo, si lamentano le crescenti difficoltà di gestione del nuovo sistema della tassazione locale sul reddito: con addizionali così diversificate i datori di lavoro che hanno dipendenti residenti in comuni differenti dovranno caricarsi di rilevanti costi di adempimento per svolgere le proprie funzioni di sostituto d’imposta.
Le questioni sollevate sono tutte effettivamente fondate? O forse, nel dibattito attorno alle addizionali locali sull’Irpef, si è dimenticato qualche elemento fondamentale, necessario per dare una valutazione più serena ed equilibrata? C’è da dire innanzitutto che sull’intera questione delle addizionali si è montato un allarme eccessivo: finora, soltanto una quota relativamente piccola di comuni si è espressa sull’addizionale e non è detto che quelli silenti adottino comportamenti analoghi.

 

Federalismo fiscale e aliquote

 

Si dovrebbe poi tenere conto che il federalismo fiscale, e qui in particolare il riconoscimento di maggiore autonomia tributaria ai governi sub-nazionali, inevitabilmente comporta complicazioni per i contribuenti. Si tratta allora di disegnare la fiscalità locale in modo da minimizzare questi costi di adempimento e, al contempo, di valutarli nella prospettiva più generale dei vantaggi che la riforma in senso federale potrebbe portare. Ciò dovrebbe consigliare di limitare l’autonomia dei comuni alla sola scelta dell’aliquota unica di imposta, anche in un intervallo relativamente più ampio di quello attuale, ma senza possibilità di differenziazioni per fasce o scaglioni e neppure di intervenire sulla determinazione della base imponibile con specifiche deduzioni locali. Dalla focalizzazione dell’autonomia locale sulla sola manovra dell’aliquota, trarrebbe vantaggio non solo la semplificazione del sistema tributario, ma anche la possibilità di costruire in modo ordinato il sistema dei trasferimenti perequativi a favore dei comuni, una riforma questa da tempo auspicata che richiede però come prerequisito la possibilità di valutare in maniera semplice e non controversa la dotazione fiscale standard di ciascun comune.
Si tratta poi di tener conto di alcuni requisiti tecnici minimali che devono essere soddisfati affinché un’addizionale sia una “buona” addizionale. Bisogna mantenere il più possibile separate le sfere decisionali dei due livelli di governo, quello centrale e quello comunale, che insistono sulla stessa base dell’Irpef. Perciò è opportuno, come previsto dalla Finanziaria, che l’addizionale sia riferita a una definizione di reddito al lordo delle deduzioni decise dal governo sull’Irpef erariale. La non-interferenza tra livelli di governo tutela i comuni dalla discrezionalità del governo centrale di intervenire sulla “sua” Irpef rendendo più chiari, anche agli occhi dei propri cittadini, gli spazi di manovra che sono riconosciuti.
È evidente che i requisiti di semplificazione, trasparenza, separazione dei ruoli comportano dei costi. Tanto la limitazione degli spazi di decisione comunale alla sola scelta dell’aliquota unica di addizionale, quanto il riferimento dell’addizionale a una base di imposta non personalizzata da deduzioni decise a livello centrale può portare a un parziale indebolimento della capacità redistributiva dell’Irpef: una parte dell’imposta (quella che corrisponde all’addizionale) si configurerebbe infatti come una flat rate tax indifferenziata per tutti i contribuenti.
Si tratta di un problema rilevante soprattutto in prospettiva se, in caso di devoluzione di nuove funzioni pubbliche, si decidesse di attribuire almeno una parte delle risorse necessarie a finanziarie Regioni e comuni mediante, appunto, l’addizionale Irpef. È questo un argomento che contribuisce a rafforzare la crescente consapevolezza dell’insufficienza dell’Irpef come strumento principe della redistribuzione, accanto all’incidenza dell’evasione e alla non-omnicomprensività della sua base imponibile che esclude i redditi finanziari. Ed è in questo senso che a livello locale le finalità redistributive andrebbero perseguite mediante strumenti diversi, come la selettività nell’accesso ai servizi locali e l’utilizzo di forme di tariffazione differenziata.

 

L’Ici della famiglia

 

Anche l’altro pilastro della finanza comunale, l’Ici, ha contribuito in questi giorni al gran rumore attorno alla finanza locale. Da alcuni esponenti del governo, forse memori delle mirabolanti promesse berlusconiane in campagna elettorale, è venuta la proposta di convogliare parte dell’extra-gettito a finanziare più robuste detrazione Ici sulla prima casa differenziate a favore delle famiglie numerose (LINK articolo Muraro).
Quale sia il senso di questa misura risulta difficile comprendere. Il sostegno alla famiglia è certamente nel programma dell’Ulivo, ma perché debba passare attraverso l’Ici, e non piuttosto interventi diretti di spesa monetaria o di rafforzamento dei servizi per la cura dell’infanzia o degli anziani, non è chiaro. L’Ici è stata attribuita ai comuni quale strumento centrale della loro autonomia tributaria, e lo sarà ancor di più con l’affidamento del catasto a livello locale. Pertanto il governo non dovrebbe utilizzarla per perseguire una politica nazionale, quale è appunto quella della famiglia. Per di più ci sono controindicazioni che rendono poco adatto il mezzo prescelto rispetto ai fini. Come si fa a sostenere i carichi familiari se questo intervento è collegato alla proprietà immobiliare? Finiremo per discriminare le famiglie numerose che vivono in affitto?

“Entro il 2015, Roma potrà contare su quattro linee metro, in grado di servire la quasi totalità della città. Un risultato impensabile fino a qualche anno fa che pone Roma all’avanguardia in Europa per capacità realizzativa di grandi opere”. L’annuncio è del sindaco Veltroni.

Insomma la metro si farà in quattro per servire i romani, portando da 40 a 85 i chilometri complessivi di metro e da 52 a 103 le stazioni con un incremento stimato di utenti trasportati giornalmente dafgli attuali 860 mila a 1,7 milioni.

Questa la tempistica annunciata:
1) la B1 (in costruzione dal 2005). Per il 2011 si pensa sarà finita la biforcazione della Linea B, la B1, che dalla fermata Bologna sale a nord fino alla zona Bufalotta-Jonio.
2) Slitteranno al 2008 le gare d’appalto per i progetti che prevedono, con tre anni e mezzo di lavori, di prolungare la Linea A da Battistini a Torrevecchia con 350 milioni di euro e la Linea B da Rebibbia a Casal Monastero con 450 milioni di euro. Resta in cantiere l’idea di far giungere la A da Anagnina alla Romanina e la B dalla Laurentina a Castel di Leva.
3) la D: il 26 marzo in Campidoglio Calamante e l’assessore al Bilancio Marco Causi hanno presentato il progetto della Linea D, che da piazza Agricoltura, zona Eur Magliana, arriverà a via Ojetti, quartiere Talenti; un percorso parallelo a quello della Linea B che intersecherà le altre due linee.). Hanno affermato che tra il 2010 e il 2015 sarà realizzato almeno il troncone principale di 11 km, le 12 stazioni da Fermi e Prati Fiscali. La nuova linea sarà completamente automatizzata, anche nella guida, e avrà un costo di 1 miliardo e 950 milioni, coperto al 55% dal Comune e per il restante 45% dalla gestione privata, che si accollerà anche i rischi nella costruzione dell’opera e una manutenzione ventennale, fino al 2036, anno in cui il Comune smetterà di pagare un canone annuo di 123 milioni di euro al concessionario, che verrà individuato nel 2008. Così prevede il project financing, un nuovo modo di finanziare pensato da Causi per la prima volta in così grande stile.
4) la C (i cantieri partiranno a giorni); il prolungamento della C (il 24 marzo è stato annunciato un allungamento della linea di 8,9 km, ed altre 9 fermate da piazzale Clodio fino a Grottarossa. Pertanto le stazioni della linea C diventeranno 30, per una lunghezza della linea di 25,5 km ed un treno ogni 180 secondi ).

L’inizio dei lavori per la realizzazione della metro C è previsto per il 2 aprile 2007, parola di Mauro Calamante, assessore alla mobilità. Il primo cantiere sarà in piazza Malatesta (dove si inizierà con lo spostamento dei sottoservizi), poi in via La Spezia. A metà maggio i lavori approderanno in viale delle Gardenie e in piazza dei Mirti; queste saranno le prime stazioni della Linea C ad essere costruite.

“Nel tratto tra San Giovanni e Alessandrino non sono stati trovati reperti archeologici,” – ha dichiarato il Construction Manager, Mauro D’Angelo a Il Messaggero – la vera preoccupazione è costituita dai romani, ai quali cercheremo di causare il minor disagio possibile”.

”Sono iniziate le sistemazioni delle strade per la deviazione dei mezzi pubblici, – ha spiegato Filippo Stinellis, amministratore delegato di Metro C – nelle aree interessate dai lavori sono stati spostati e ricollocati chioschi bar, edicole, banchi di mercato, distributori di benzina” e reti di sottoservizi (acqua, luce,gas, telefono).

Una sorpresa per gli abitanti di San Giovanni: “a metà Aprile e per 36 mesi, chiuderemo via La Spezia da Largo Brindisi a via Nola”, ha annunciato Calamante, che farà recapitare volantini, locandine e “un milione di lettere” ai residenti per avvisarli delle modifiche alla viabilità. “I veicoli provenienti dalla Tangenziale potranno proseguire lungo le mura, in viale Castrense, fino a Piazzale Appio; – ha continuato l’assessore – poi verranno aperti cantieri in via Teano, viale delle Gardenie, piazza dei Mirti e via Walter Tobagi.”

Sono già state acquistate da una società tedesca le prime due talpe, le Tunnel Boring Machine (TBM), frese enormi dotate di uno scudo frontale che consente di scavare rapidamente i due tunnel del percorso metropolitano e di un braccio meccanico che montano automaticamente il rivestimento della galleria. Le troveremo sotto l’albero, ma saranno effettivamente attive, una volta calate nelle profondità della zona di via Teano, a metà marzo 2008.

I treni della Linea C saranno bidirezionali, senza conducente a bordo, ossia “driverless”, un’automazione integrale diretta dal Posto Centrale di Controllo, situato presso il Deposito Officina di Graniti, una vera e propria cabina di regia da cui si dirameranno tutti i comandi. Addetti specializzati, tramite sistemi di videosorveglianza e di comunicazione interfonica posti nelle stazioni e a bordo dei treni, controlleranno il movimento dei treni e la sicurezza dei passeggeri.

Secondo il cronoprogramma il termine dei lavori è previsto per il 2011, anno in cui la metro entrerà in funzione da San Giovanni ad Alessandrino, tratta approvata a marzo, e a sud fino a Pantano, sempre che a giugno, come ha riferito Federico Bortoli, amministratore di Roma Metropolitane, il progetto delle fermate venga approvato dal Cipe.