“Le tante dichiarazioni che si susseguono in queste ore, da parte di esponenti del centro destra e di alcuni del centro sinistra, indignati verso l’amministrazione Veltroni “colpevole” di aver deciso di patrocinare la manifestazione nazionale –Diritti Ora- provano la pochezza della politica capitolina verso un gesto assolutamente simbolico. Come Radicali Roma chiediamo da tempo al Primo Cittadino di fare molto di più istituendo nella nostra città il registro delle unioni civili. Non possiamo che considerare “politica” la decisione di non discutere la proposta di iniziativa consiliare esistente sull’argomento, presentata dal Consigliere Gianluca Quadrana (RnP), che giace obliata nei cassetti del Campidoglio. Per questi motivi l’Associazione Radicali Roma si sta mobilitando, insieme ad altri gruppi ed associazioni, per avviare dalla prossima settimana una campagna di raccolta firme per promuovere una delibera di iniziativa popolare da presentare in Campidoglio per istituire il registro delle unioni civili. Questa iniziativa rappresenta solo un primo passo, ma nella ‘città eterna’ la sua valenza è senza dubbio non indifferente”

 

 

 

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 ”Si aprano le corsie preferenziali della capitale riservate ai mezzi pubblici a motociclette e ciclomotori”. E’ quanto ha chiesto il capogruppo della Rosa nel pugno al Comune di Roma Gianluca Quadrana in una mozione presentata ieri al consiglio comunale. La mozione impegna il sindaco e gli assessori competenti ad individuare “le corsie preferenziali idonee ad essere aperte al traffico dei veicoli a due ruote al fine di intensificare la fluidita’ del traffico e soprattutto di salvaguardare la sicurezza” di circa 400 mila persone (288 mila motocicli e 183 mila ciclomotori).

Quadrana rileva come gia’ in molte metropoli europee e in Italia a Milano si sia attuato tale provvedimento e che la Corte di Cassazione ha, con una sentenza, stabilito che i ciclomotori circolanti nelle corsie preferenziali non intralciano il servizio pubblico. Il capogruppo della Rosa nel pugno osserva poi come una nota casa giapponese abbia scelto le strade della Capitale per testare i veicoli a due ruote poiche’ vi si trovano tutti i fondi stradali possibili: arterie veloci o lentissime, ostacoli di ogni tipo e strade che sembrano sterrati.

Dopo aver osservato che se le persone abbandonassero le due ruote le metropolitane passerebbero da 450 mila passeggeri al giorno a oltre ottocentomila (e cio’ determinerebbe una situazione facilmente intuibile) Quadrana mette in evidenza un triste bilancio per la Capitale: quella della citta’ piu’ pericolosa d’Italia con i 10 mila incidenti annui in cui sono coinvolti motocicli e ciclomotori.

Il tentativo di metamorfosi è vistoso: anche se più nei toni che nella sostanza. Da custode di una maggioranza autosufficiente e blindata, ieri Romano Prodi ha indossato gli abiti pacati ma ambiziosi di arbitro della transizione. Ed è con questo profilo inedito che stasera punta ad ottenere la fiducia del Senato. La previsione è che ci riuscirà: seppure con i numeri risicati che sono una costante e rischiano sempre di rivelarsi inadeguati. Sulla scommessa successiva, però, le opinioni appaiono meno omogenee: se non altro perché l’idea di un Prodi che da palazzo Chigi vuole «accompagnare» il Parlamento verso una riforma elettorale concordata, riscuote il gelo dell’opposizione. Il premier ha assicurato di non voler entrare nel merito. E tuttavia ha elencato una serie di capisaldi che sono sinonimo di un bipolarismo rafforzato e indiscusso.

Il suo schema compatterebbe gli attuali schieramenti e chi li guida, cercando di chiudere la possibilità di qualunque rimescolamento; in questo senso, non dovrebbe essere sgradito a Silvio Berlusconi. Il commento agrodolce del ministro Clemente Mastella, con l’invito a Prodi a «rispettare i partiti piccoli », indica semmai attriti striscianti nell’Unione. E l’invito del segretario ds, Piero Fassino, «a sedersi intorno al tavolo senza pregiudizi», fa capire che non esiste un modello precostituito. La vera incognita, dunque, è se il presidente del Consiglio che finora ha costruito la propria identità sullo scontro con Berlusconi, possa essere accettato come garante delle «larghe intese». La questione elettorale è centrale, lo sanno tutti. L’ha detto ai partiti il capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

E ieri Prodi si è fatto proteggere abilmente dall’ombra del Quirinale per invocare «le convergenze più ampie». Ha evitato qualsiasi accenno provocatorio nei confronti del centrodestra. Insomma, è passato all’aplomb istituzionale di chi cerca consensi oltre i confini della propria coalizione. L’impressione è che l’Unione sia pronta a garantirglieli. Siamo condannati a «essere stabili in una fase di instabilità», sostiene il segretario del Prc, Franco Giordano. Il fronte berlusconiano, invece, almeno per ora finge di ignorare le novità del discorso di Prodi. I leghisti ironizzano sul suo «testamento ». An scommette su una nuova caduta prima o dopo l’estate. E il Cavaliere ironizza sul «tirare a campare » del Professore. Ma intanto apre sulla riforma elettorale. La debolezza, infatti, non è solo del premier.

Se oggi il governo rispunta dalle macerie, si deve anche alle lacerazioni del centrodestra. L’insistenza dell’Udc sulle «quattro opposizioni», trasmette la sensazione di una minoranza divisa. Si tratta magari di una versione esagerata per polemiche interne; ma è un fatto che il cartello berlusconiano si sia presentato al Quirinale in ordine sparso. Così, le «ampie convergenze » che oggi appaiono impossibili, potrebbero diventarlo meno se dietro ad un’aggressività impotente, gli avversari saranno tentati da una trattativa separata. Anche perché un nuovo equilibrio non c’è.

  I radicali chiamano, la Quercia risponde. Non cade nel vuoto l’appello lanciato ai Ds dal segretario dei radicali, Rita Bernardini e dal presidente dell’associazione “Luca Coscioni” Marco Cappato per una partecipazione alla manitestazione “Diritti ora” indetta per il 10 marzo dal movimento omosessuale. L’«assalto ai Dico», secondo un comunicato dei radicali, dovrebbe indurre i Ds a decidere «una partecipazione attiva» .Qualche ora più tardi arriva la risposta della Quercia con un comunicato dell’ufficio stampa, che annuncia che Gayleft, dirigenti e parlamentari parteciperanno e che «i Ds lavoreranno perché ii Parlamento possa approvare una legge equilibrata». La manifestazione, che si svolgerà a Piazza Farnese, secondo l’agenzia Ansa Lazio, ha ottenuto il patrocinio del Comune di Roma.

 

 

E’ brutto non sentirsi parte di una patria” “Dai…sei del mondo”. Nasce da questo velocissimo scambio di battute il bel documentario realizzato dai ragazzi dell’istituto tecnico industriale “Galileo Galilei” di Roma. L’idea è semplice: riprendere una decina di studenti “stranieri” dell’istituto, farli parlare di come sono arrivati in Italia, della vita che fanno i genitori, di come sono riusciti a integrarsi nel loro gruppo di amici. E loro, fra un’interrogazione, una risata e una session di musica, si fanno seri, iniziano a parlare, a riflettere su se stessi. E a raccontarci realtà lontane dalla nostra esperienza quotidiana. Come Billi, dal Congo, figlio di un rifugiato politico che a Padova si era sentito solo e a Roma mai, “è come se sto in famiglia”, o Nasa, nigeriano, bloccato da un poliziotto che gli ha frugato nello zaino a muso duro, mentre lui era in giro da solo, una sera. C’è Boyan, bulgaro, 19 anni, che ha visto infrangere il suo sogno per la mancanza di permesso di soggiorno: la squadra di Santa Maria delle Mole, in cui era entrato, lo ha dovuto mandare via perché dopo un anno ancora non aveva i documenti in regola (non per colpa sua). “I ragazzi italiani sono simpatici ma a volte un po’ maleducati, soprattutto con i genitori”, dicono alcuni dei ragazzi. Per il resto, alla proiezione del documentario sono tante risate e i compagni di classe applaudono scherzosamente i protagonisti del video come fossero star del cinema.
“L’espressione “gente meno fortunata di noi” non è un modo di dire logoro, è qualcosa che si tocca con i numeri – ha detto ai ragazzi Claudio Cecchini l’assessore alle politiche sociali della Provincia di Roma (che ha finanziato la produzione del documentario) – significa nascere e avere 80 piuttosto che 40 anni di vita davanti. E la politica, anche quella degli enti locali, ha il dovere di fare qualcosa qui, favorendo l’integrazione di persone che partono da situazioni di svantaggio”.

Da qualche tempo sono poco informato sulle faccende dei miei amici radicali, dunque riferirò le mie impressioni, e a loro servirà tutt’al più a farsi un’idea dei pensieri che suscitano nei poco informati. La dichiarazione, pubblica e un po’ pubblicitaria, di Daniele Capezzone, che si asterrà nel voto sulla fiducia (e solo in omaggio a Emma Bonino, la quale ha duramente declinato), lo ha messo senz’altro nella luce di uno in carriera, così rischiando di offuscare col fatto personale la questione politica. Non sottovaluto affatto l’influenza delle relazioni personali, esosa dovunque – il costituendo Partito democratico, per esempio, ne è largamente ostaggio – e fra i radicali dotata di una doppia peculiarità. Per un verso, i radicali non tendono affatto a rimuoverla, e al contrario coltivano spesso una coincidenza fra vita pubblica e affetti privati, e quando inevitabilmente la coincidenza precipita nel suo contrario sono pronti a lavare i panni sporchi alla luce del sole, cioè essenzialmente della Radio radicale e della messa in rete. Per un altro verso, il partito e la famiglia radicale sono così indissolubilmente legati alla persona di Marco Pannella, depositario di un patrimonio ideale che coincide largamente con la sua viva biografia, e con l’evocata biografia di precursori trapassati. Non a caso questo patrimonio è stato sostanzialmente orale – per la duttilità non scolastica, e perché Marco è soprattutto un fiume di parole parlate – e non a caso altri, e specialmente lo stesso Capezzone, hanno provato a trascriverlo e fissarlo, in modo da renderlo più universale e astratto dal suo pronunciatore: a farsi evangelisti di quel profeta, per così dire. Benché Capezzone sia stato fino a poco fa il più ortodosso dei trascrittori e interpreti, traspariva una sua differenza dalla consuetudine dei dirigenti radicali, tutt’altro che conformisti o gregari, ma intimamente convinti che, una volta intervenuta un’incomprensione politica e personale con Marco, bisognasse responsabilmente tirarsi indietro, oppure andarsene sbattendo la porta. Era possibile, e anzi ricorrente, il caso di aspri dissensi, non la battaglia per scalzare l’autorità di Marco, che dev’essere sempre sembrata, anche ai suoi avversari più risentiti e offesi, come voler espellere qualcuno da casa sua. Il tono di Capezzone era diverso, anche nella più fedele devozione. L’ho chiamato, per scherzo, “evangelista di quel profeta”: ma l’immagine screanzata mi serve a dire la cosa grossa di cui, a mio parere, si tratta, cioè della morte di Marco Pannella. Il quale non me ne vorrà: del resto, se dovessi indicare un argomento principale delle nostre conversazioni negli ultimi anni, non esiterei a nominare la morte, e la nostra morte. Niente di macabro e di compiaciuto, direi, ma una certa naturalezza. Del resto, ci siamo andati molto vicino. L’evangelista – e anche il verbalizzatore, come Platone per Socrate, si parva licet ancora – ha bisogno, se non della resurrezione, almeno della morte del suo profeta. Penso che da qualche tempo a questa parte Marco non abbia potuto fare a meno di interrogarsi sul destino della sua creatura, il partito radicale, quando non sarà più lui a tenerne la chiave. La ragione irresistibile delle sue cicliche e gelose epurazioni – al di là di capricci dispotici e idiosincrasie umane – stava nell’allarme per uno snaturamento sempre in agguato dell’autenticità radicale, che ha bisogno di appartenere a questo mondo e insieme di rinnegare sempre questo mondo. L’espressione è cristiana, ma anche il partito radicale, e Marco soprattutto, è intensamente cristiano. La potete trovare ridotta quasi a uno slogan, “Radio radicale è dentro, ma fuori del Palazzo”: il Palazzo, immagine pasolinian-pannelliana, è in realtà questo mondo. Le elezioni, di volta in volta da accettare e rifiutare, da correre e revocare, sono la frontiera più ovvia e arrischiata dello snaturamento, e si capisce: ancora adesso, nel fallimento della fusione nella Rosa nel pugno, le elezioni sono state, se non la ragione, la cartina di tornasole più evidente della irriducibilità reciproca. A questa differenza rimonta anche l’apparente, e plateale, contraddittorietà fra il programma del partito radicale – per esempio il bipolarismo, anzi il bipartitismo pieno – e la realtà di un partito di estrema minoranza: perché Pannella non misura la propria quota sulla borsa azionaria della rappresentanza parlamentare e delle maggioranze di governo, bensì sull’autonomia di una volontà che nasce e agisce altrove, e tiene a interpretare e illuminare un’aspirazione di larga maggioranza delle persone e della loro vita vera. A volte, si ha l’impressione che il partito radicale di Pannella oscilli fra la vocazione alla minoranza di uno e la persuasione della maggioranza di tutti: che è una megalomania prossima al delirio, ma non è male. Va da sé che questo complesso mentale, così temerariamente riassunto, non è fatto per rendere digesto il partito radicale alla generalità delle organizzazioni e delle personalità politiche, che anzi sono ben contente di tenerlo alla larga – come quel poveretto che si affaccia dietro i telecronisti a esporre le sue scemenze e i suoi preservativi. I radicali hanno esposto preservativi alle spalle delle autorità costituite quando alla Rai ci si vergognava per regolamento di dire “piede”.

Dunque Marco deve, per così dire, fare testamento. Forse non per lasciare il partito in eredità a qualcuno, ma almeno per impedire che vada a qualcun altro. Reciprocamente, i più autorevoli e responsabili fra le sue compagne e i suoi compagni – nomino Emma Bonino in primo luogo, e non ce ne sarebbe bisogno – non hanno mai ingaggiato battaglie che toccassero il limite della paternità (o maternità) di Marco: e quando una divaricazione spinta fino alla rottura si profilasse, se ne sono ritirati come da qualcosa di impietoso e quasi sacrilego, finché Marco fosse vivo. Dal partito radicale si usciva per militare altrove – ancora di recente, è stata la scelta di Benedetto Della Vedova e dei compagni che l’hanno seguito in Forza Italia. O per essere messi al bando, come il tesoriere Danilo Quinto. Si può andarsene onorevolmente, come Olivier Dupuis. Si può tornare serenamente, come Gianfranco Spadaccia. Si può restare, ridicendo tenacemente e lealmente il proprio dissenso, e rinunciando a qualunque rivalità, come Roberto Cicciomessere. Si può, com’è successo spesso, avviarsi a rilevanti e meritate carriere politiche, come Francesco Rutelli, perché il partito radicale è stato a lungo una delle scuole migliori di selezione e di formazione civile e di competenza istituzionale. E così via. Non era mai successo che qualcuno contendesse a Marco vivo la proprietà del partito radicale: Capezzone l’ha fatto. Non voglio avventurarmi troppo sul terreno minato delle illazioni psicologiche ed emotive: e se ciò che dico dispiacesse a qualcuno, ne sarei davvero dispiaciuto. Trovo che tutto quello che sta succedendo sia decisamente normale. Non penso che Capezzone, uomo di talento, avesse premeditato la detronizzazione di Marco; al contrario, penso che fosse contento di esserne il delfino, e di aspettarne, sia pure con l’impazienza degli ambiziosi, l’eredità. Penso che sia stato Marco a rompere il gioco. Non dubito che Marco creda alla motivazione che ha addotto, e che non è marginale: che Capezzone abbia sollevato un ottimo fumo e portato a casa pochissimo arrosto, che abbia inclinato al trionfalismo (come nel referendum sulla fecondazione assistita), che non abbia resistito abbastanza alla sirena della popolarità, e che il bilancio della sua segreteria alla fine sia stato magrissimo rispetto allo stato del partito: iscritti, finanziamento… Tuttavia dev’essersi trattato di altro. Spero di non essere compatito come uno che si attardi nell’attaccamento a categorie stantie come la destra e la sinistra: in realtà, me ne sono staccato e via via riattaccato. Oggi mi sembrano di nuovo importanti: se non altro, per ridurre i danni. Ebbene, non ho mai dubitato che Marco e i radicali – coi quali ho a che fare da quasi quarant’anni – appartenessero alla sinistra, e a quella sinistra libertaria dei diritti e delle persone sulla quale io stesso faccio affidamento, contro la sinistra dogmatica, statalista e autoritaria. Ho pensato che la distanza crescente presa dai radicali rispetto alla battaglia nella sinistra fosse la reazione a un’esclusione pregiudiziale imposta dalla sinistra stessa, la comunista e la postcomunista in particolare. Finché, negli ultimi anni, ho avuto l’impressione che i giochi pericolosi dei radicali, la disponibilità ad allearsi magari col diavolo pur di dare efficacia alle proprie intenzioni, e nell’illusione di rendere il diavolo stesso un po’ liberale, sfuggissero loro di mano, e li rendessero apprendisti stregoni. Cioè inducessero troppi loro simpatizzanti a un risentimento livoroso verso ogni sinistra – a un’idea di “anticomunismo” vicina a quella fantastica di Silvio Berlusconi – e i loro stessi militanti e dirigenti a vedersi meglio riusciti nel profilo destro. L’“asta” dell’ospitalità, quel mettersi sul mercato rispetto al miglior offerente, nell’illusione di conservare illesa la propria autonomia e anzi di imprimere un proprio segno a qualunque schieramento, poteva magari discendere da troppe porte chiuse loro in faccia, e da un rischio vero di sopravvivenza – il partito radicale è per definizione a rischio di sopravvivenza, e sebbene meriti un’esistenza più solida e meno assillata, proverebbe comunque una nostalgia per quella precarietà da zattera in tempesta – ma le telefonate alla radio, che sono il mio principale metro di misura, segnalavano una impetuosa mutazione nell’antropologia, direbbe Marco, del seguito radicale, esattamente come le telefonate di oggi. Mi pareva allora di avvertire in Capezzone una sintonia più forte, meno tattica e più strategica, se vi piace questo gergo, con la destra: tenuta a bada, magari, dalla rivalità interna con la candidatura alla segreteria di Della Vedova, che occupava più esplicitamente (e lealmente) il posto di destra. Quando Marco cominciò a dar segno di impazienza nei confronti del suo pupillo, credetti che si trattasse di questo: di un’intenzione di raddrizzare una barra troppo piegata a destra, di riportare i radicali dentro una sinistra comunque da rimescolare. Del resto, gli esempi di differenze politiche tutt’altro che superficiali erano già numerosi, e non so perché Marco voglia dissimularli. Ci fu una vera differenza a proposito dell’Iraq e del giudizio su Bush e sui neocon – incerto all’inizio, poi sempre più consonante quello di Capezzone, sempre più distante quello di Pannella. Marco ebbe poi un vero colpo d’ala – chi lo ritenesse un espediente da navigato sbaglierebbe di grosso – a proposito della Rosa nel pugno: un investimento, per lui, pieno e pressoché estremo. Voglio dire che avrebbe potuto essere, se fosse andato, il suo vero testamento politico – o quasi, perché la volpe era vecchia abbastanza da essersi riservata qualche clausola cautelare, come la proprietà sul marchio. Fu di nuovo evidente che al calore di Marco rispondeva una forte tepidezza di Daniele. Qui, intanto, la divergenza si era fatta ormai aperta e chiassosa, ed esacerbata dal successo mediatico di Capezzone. Successo che avrebbe fatto ombra in qualunque comunità, ma toccava il nervo più sensibile fra i radicali, da sempre persuasi di esser esiliati dai media, e ancora più persuasi che un accesso equanime ai media avrebbe dato loro il riconoscimento milionario che le loro idee e sentimenti meritano. Capezzone, che ha impiegato un po’ di tempo a imparare come si sta in televisione e sui giornali, e ha dovuto rimontare un periodo scabroso di petulanza e aggressività, è diventato un brillante beniamino dei media, rischiando così di inficiare il luogo comune dell’ostracismo antiradicale: salvo l’argomento che stava diventando sempre meno radicale, e sempre più in carriera. Argomento rafforzato dalla gestione che ha fatto della categoria dei volenterosi, e dal mancato invito ai compagni di partito a quel tavolo. Se non che, mentre prende così sicuramente il largo, Daniele proclama di voler restare dentro il partito radicale, e più esattamente avverte Marco che può mettersi l’anima in pace, che lui non se ne andrà. La differenza fra il vecchio leone e il giovane lupo, benché Daniele protesti contro il consumato cliché, pretende a questo punto la sua ingorda parte. Perché se il poco più che trentenne Daniele rimane nel partito radicale, sarà l’ultrasettantenne Marco ad andarsene, prima o poi – il più tardi possibile, speriamo io e Daniele e tutti: dunque il giovane ha avvertito il vecchio che aspetterà, per ereditare. Non è vero che la questione del vecchio e del giovane sia uno stereotipo banale. Marco è uomo franco: all’ultimo congresso – non mi ricordo niente di quello che ho sentito alla radio di quel congresso, niente salvo questo – ha detto di sentirsi come il vecchio tenore che mette su un disco per risentirsi con la propria voce dei bei tempi. Era un pensiero buonissimo per vincere un congresso, e ancora più per perderlo.

Dopo di allora, i radicali hanno condotto altre battaglie molto importanti, e hanno promosso la leadership delle tre donne nel partito – Rita Bernardini, Maria Antonietta Coscioni, Elisabetta Zamparutti – e Marco Cappato. C’è stata la decisione di Pier Giorgio Welby, e poi l’ottima puntata personale di Marco sulla pena di morte. Capezzone, che era stato al margine in queste circostanze, ha poi deciso di digiunare in proprio per un obiettivo tipicamente del partito, come la questione della legalità a proposito dell’interpretazione della legge elettorale al Senato.

Ora, la differenza – spero che si sia capito che la considero squisitamente politica – ha compiuto un ulteriore e forte passo. Daniele ha annunciato, in televisione, al popolo (cioè al pubblico, fa lo stesso) la sua voglia di votare contro il governo, e la sua decisione di astenersi, per una premura dovuta a Emma. In apparenza, ha mostrato di non avere più interesse né riguardo per la gente radicale. Può darsi però che pensi che il bando imbarazzante di Marco nei suoi confronti lo giustifichi agli occhi di molti militanti e ancor più di molti simpatizzanti radicali, quelli che telefonano alla radio e ce l’hanno con Prodi e i comunisti di merda, e che dunque la sua sortita non pregiudichi la pretesa all’eredità. Marco, a sua volta, affronta una doppia difficoltà, perché il governo confermato e le sue condizioni non sono fatti per rallegrarlo, e perché la Rosa nel pugno è definitivamente affossata. Per non dire delle altre difficoltà: una chiusura, che chiamare miope è poco, dell’eventuale Partito democratico nei confronti dei radicali, un’offensiva clericale che non potrebbe essere più oltranzista. Pannella aveva avanzato, nel vertice di governo e partiti dopo il voto sfavorevole al Senato, sue obiezioni ai Dodici punti, e tuttavia non le ha tradotte in un ultimatum e tantomeno nella minaccia di un voto contrario. Persino il passaggio, a proposito dei due schieramenti, da una formula terrificante come “corleonesi contro palermitani” all’altra, non lieve ma geniale, dei “capaci di tutto contro i buoni a niente” è un segno di sobrietà… Penso che un centrosinistra meno disattento ai diritti e alla lealtà di tutti dovrebbe riconoscere meglio la parte dei radicali: non per assicurarsi contro una eventuale dissociazione, ma perché lo meritano. Pannella non è affatto un corpo estraneo a una buona sinistra: al contrario. E non dico che non sia ingombrante, grande e grosso com’è, e con quella mania di “dare corpo” alle cose.

  Sappiamo che, a partire dai movimenti per i diritti delle persone omosessuali, il progetto dei DICO ha suscitato critiche e anche opposizione per la sua timidezza. Come radicali abbiamo sempre operato, a partire dal rifiuto di Emma Bonino di sottoscrivere il programma dell’Unione anche a causa della vaghezza del punto relativo alle coppie di fatto, e sempre opereremo per un riconoscimento legale pieno, che abbia come punto di riferimento quello dei PACS, ai quali ricorre un numero sempre maggiore di cittadini francesi.

Riteniamo che, di fronte ai veti e al sabotaggio clericale-vaticano di ogni politica e riforma volta a promuovere diritti civili e libertà individuali, sia fondamentale da parte delle forze politiche che si definiscono laiche accompagnare alle prese di posizione parlamentari una mobilitazione che coinvolga le rispettive “basi” e “organizzazioni”. Il vero e proprio “assalto ai DICO” lanciato dall’opposizione e raccolto anche da parlamentari e forze politiche della maggioranza, dovrebbe indurre in particolare i Democratici di Sinistra, il loro Segretario Piero Fassino e le diverse anime del partito, a decidere finalmente una partecipazione attiva alla manifestazione del 10 marzo, in forme tali da coinvolgere anche i tanti elettori di centrodestra su posizioni liberali e laiche. La strategia di non interpellare mai militanti, attivisti e cittadini sui temi delle libertà individuali – strategia che i DS condividono storicamente con la sinistra comunista – ha consentito in questi anni un rilancio altrimenti impensabile di politiche neo-temporaliste e da stato etico che minano le possibilità riformatrici del Governo Prodi.

Nei 12 punti del programma che oggi Romano Prodi illustrerà in Senato i Dico non ci sono. Ma mentre lima il suo discorso il premier chiama a Palazzo Chigi il ministro della Famiglia, Rosy Bindi, per parlare proprio del nodo delle coppie di fatto, che divide il centrosinistra e fa dire ai teodem, come Paola Binetti aveva spiegato al Giornale nell’intervista pubblicata ieri, che i cattolici dell’Ulivo affosseranno il ddl a Palazzo Madama. Il Professore parla al telefono anche con il ministro per le Pari opportunità, Barbara Pollastrini, che è a Milano per un convegno.
La sua parte la fa anche il vicepremier Francesco Rutelli. Il leader della Margherita zittisce senza tanti complimenti la Binetti e gli altri teodem. Non cita nessuno, ma il riferimento è chiaro quando raccomanda all’esecutivo dielle di «non tirare la giacca da una parte o dall’altra, perché la crisi è ancora in atto» e raccomanda «prudenza». Tanto che lasciando la riunione, la stessa Binetti scherza: «Volete sapere se Rutelli mi ha detto di stare zitta? Sì, tanto è vero che ora non parlo». Una bacchettata anche per il sottosegretario ulivista Luigi Bobba, che prepara la manifestazione del Family-day. «È normale – minimizza lui – l’invito alla prudenza, visto che la fiducia deve essere ancora votata».

Fa eco a Rutelli il leader verde Alfonso Pecoraro Scanio: «Sarebbe opportuno che tutti parlassero meno».

La Pollastrini assicura che il governo non intende «assolutamente giocare la carta del rinvio»: entro 15 giorni la legge sui Dico sarà discussa in commissione Giustizia al Senato. Se nel dodecalogo i Dico non figurano è solo perché il governo ha finito il suo lavoro e ora la palla passa al Parlamento. Per il ministro «è una posizione tutto sommato cinica della politica» quella dei senatori che eventualmente condizionassero il proprio voto di fiducia al governo Prodi all’assenza dei Dico. Su un tema che riguarda i diritti civili non si possono «misurare le maggioranze di governo», avverte la capogruppo dei senatori dell’Ulivo, Anna Finocchiaro. Mentre l’Udeur ribadisce il suo no ai Dico, nell’Unione molti sospettano che si giochi sull’equivoco, per far naufragare senza clamore il ddl. È preoccupato per un governo spostato al centro il Ds Gavino Angius, colpito dal fatto che un tema «rilevante» come i Dico non sia tra i 12 punti di Prodi. Nella Rosa nel pugno, il socialista Enrico Boselli ricorda al premier le sue assicurazioni da «uomo d’onore». E il segretario di Prc Franco Giordano, avverte: «I Dico sono iscritti al dibattito parlamentare e noi ci impegneremo con tutti coloro che hanno proposto diritti civili a determinare per questa via la piena laicità dello Stato».

Dal centrodestra continuano gli inviti ai senatori cattolici dell’Unione a essere coerenti con il diktat della Chiesa e si promette battaglia per non far passare il ddl. Anche se la Bindi sostiene che la crisi di governo «non è stata scatenata dalla legge sui Dico, ma dai dissensi sulla base di Vicenza e sull’Afghanistan», la questione rimane una delle più pericolose per l’esecutivo. È vero che i Dico non ci sono nei 12 punti, fa notare il vicecoordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto, ma il ministro Pollastrini e il leader Ds Fassino hanno rassicurato la sinistra che il ddl procederà a ritmo spedito. Prodi in Senato, avverte l’azzurro Renato Schifani, dovrà fare chiarezza sui Dico, oltre che su Tav e pensioni. Al suo governo si potrebbe affibbiare un motto: «Qui lo Dico e qui lo nego», scherza l’azzurro Osvaldo Napoli.

Il leader Udc Pier Ferdinando Casini è sicuro: «Il ddl sui Dico verrà bocciato al Senato, perché non hanno la maggioranza. Del resto, non potranno non provarci a farli approvare perché, come dice Pollastrini smentendo i 12 punti di Prodi, sono una priorità del governo».

Ammesso che domani o doman l’altro passi an­che al Senato, il governo Prodi bis è già spostato al centro. I dodici punti che il no­stro premier ha preteso e che gli sono stati rapidamente concessi, pena il suo ritiro e lo scioglimen­to delle Camere, questo sono. E di questo è significativo il voto annunciato di Marco Follini. Ma è un equilibrio fragile. E non so­lo per i numeri, che pur qualco­sa significano, ma perché è venu­to in luce che quel che lo ha mes­so e lo tiene insieme è l’urgenza di togliere di mezzo la Casa della libertà, non una idea condivisa del che fare per l’Italia. La stessa urgenza lo ha ricomposto ades­so, a contraddizioni irrisolte.
 
E’ un caso particolare in Euro­pa, una coalizione di centronistra che ha bisogno di tutta la sinistra, incluso il voto dei movi­menti radicali, mentre quella del centrodestra non pone limiti a destra fino alle sue forme estre­me fasciste e razziste – cosa che non avviene in nessun altro pae­se dell’occidente europeo, tanto da produrre figure atipiche co­me Berlusconi o alleanze indigeste a Bruxelles come l’asse Berlusconi-Bossi. Sta di fatto che, co­me ha detto – non so se con qual­che rincrescimento – il presiden­te Napolitano, non appare possi­bile una Grosse Koalition fra due blocchi così opposti, nessuno dei due ha voglia di andare alle elezioni (malgrado gli stramazzi, anche il Cavaliere ha i suoi pro­blemi a tener insieme una divisa Casa della Libertà), né è maturo quel centro del quale si sente pre­cursore Marco Follini.
 
E tuttavia è in fibrillazione l’ar­ruffato bipolarismo italiano. Pri­mo, è ricorrente l’incapacità di quella che chiamavamo la bor­ghesia di darsi una leadership pu­lita almeno sotto il profilo democratico, ed è permamente la sua tentazione di ricorso a populi­smi come la Lega e la parte più vecchia di An. La così anomala presenza fin nelle istituzioni di personaggi fascisti viene di qui. E dopo gli anni ‘ 80 e la fine della Democrazia cristiana, i cosiddet­ti poteri forti più moderni oc­chieggiano alle ex sinistre per­ché siano loro a fornirgli una fi­gura di sostituzione. Secondo, e derivato, quando le sinistre tutte riescono a unirsi è per la priorità di togliersi di torno destra o cen­trodestra impresentabili, rimandando il confronto sulle discrimi­nanti non da poco che esistono fra loro. E’ un rinvio possibile fin­ché si è all’opposizione o in cam­pagna elettorale, ma diventa im­praticabile appena si è al gover­no, dove le scelte stringono e si è responsabili davanti alla propria base elettorale. E’ quel che è suc­cesso anche nel corso della pri­ma esperienza Prodi, e tenderà a succedere nella seconda.
 
I ricorrenti infarti dell’Unione non hanno origini secondarie. Malgrado il mare di personali­smi, imprudenze e pochezze di cui si sono circondati per il giubi­lo della stampa, hanno cause molto serie. Due di esse comuni a tutta l’Europa occidentale – la pressione esercitata dalla globalizzazione liberista sul «modello europeo», o renano, o come lo si voglia chiamare, che ha presiedu­to dal 1945 alla strutturazione delle nostre società – e la colloca­zione da assumere nei confronti degli Stati Uniti una volta caduta l’Urss e finita la guerra fredda. D terzo è del tutto italico, ed è il pe­so che esercita dopo il 1989 la chiesa cattolica sulla nostra sce­na politica.
 
E’ su questi problemi che ogni volta affiora una rottura; ed è su di essi che Prodi ha dato un giro di vite nel patto prendere-o-la-sciare in dodici punti. La prima volta è stato con la finanziaria, dove la priorità data al risana­mento del debito pubblico impo­sto dalla Banca centrale e dalla Commissione – strumenti conti­nentali della deregulation – ha messo limiti cogenti a un riequili­brio neEa distribuzione che sa­rebbe stato necessario alla base delle sinistre e del sindacato. Di fatto, da un lato ha significato bloccare la spesa pubblica e dall’altro non ha toccato in alcun modo le imprese, puntando su un aumento del salassato potere d’acquisto attraverso i risparmi che verrebbero dalle liberalizzazioni di settori secondari (Bersani, taxi, farmacie, eccetera) inve­ce che da un aumento dei salari, e garantendo loro il rifinanzia­mento attraverso la sottrazione del Tfr ai lavoratori e l’obbligo di versarlo ai fondi pensione – operazione geniale di persuasione dei medesimi che è meglio una gallina (eventuale) domani che un uovo (sicuro) oggi. Ma lo sco­glio più difficile da eludere sarà quello delle pensioni.
 
Paradossale, e determinato più da propensioni e idiosincra­sie interne che da un ragiona­mento sulle tendenze effettive della scena internazionale, la col­locazione dell’Italia rispetto all’amministrazione americana. Diversamente da alcuni anni fa, quando l’attacco dell’11 settem­bre e la risposta di Bush con la guerra all’Afghanistan e poi al­l’Iraq parevano obbligare il pia­neta al «siamo tutti americani», l’impantanamento in Medioriente, l’aggravarsi in Iraq della guer­ra civile e il degradarsi crescente della questione israelo-palestinese, nonché la scelta iraniana di dotarsi del nucleare civile, hanno gettato la quotazione di Bush al livello più basso mai raggiunto da un presidente Usa. Minoritario nell’opinione e nelle elezioni del Senato e del Congresso, è la sua escalation che è messa radi­calmente in causa, e le conse­guenze che il Patriot Act ha avu­to nella vita interna degli States e nei suoi rapporti con il resto del mondo.
 
E’ sembrato che Massimo D’Alema, come ministro degli esteri, cercasse di disincagliarse­ne senza una plateale rottura -così si è mantenuto l’impegno dell’Unione sul ritiro dall’Iraq, sono state rinviate al mittente le pressioni dei sei ambasciatori e si sarebbe dovuta articolare una discontinuità dall’Afghanistan, meno facile a causa della coper­tura che all’impresa aveva dato a cose fatte l’Onu – ma non è chia­ro, a chi è fuori dal palazzo, per­ché Romano Prodi abbia d’improvviso avallato la concessione di Berlusconi di una seconda ba­se americana a Vicenza e messo come condizione al suo restare in scena il rifinanziamento della nostra presenza in Afghanistan. Alla prima non lo obbligava al­cun trattato, contava solo la par­tecipazione a una Nato i cui com­piti saranno sicuramente ridi­scussi alla scadenza di Bush, e la seconda non tiene in alcun mo­do dei nuovi sviluppi della situa­zione in Afghanistan. Perché ma­nifestare disprezzo, egli stesso e Giuliano Amato, ai pacifisti di Vicenza, i cui voti gli erano stati ne­cessarissimi?
 
Ma qui si sono cumulati gli er­rori: perché, se il governo si è mosso con arroganza, non risul­ta che le sinistre in parlamento abbiano avanzato alcuna iniziati­va di discussione e aggiornamen­to sulla situazione internaziona­le che forse avrebbe portato a uno scontro, ma senza la quale non era possibile neanche una mediazione su un terreno, come si diceva una volta, più avanza­to. Il governo è stato per cadere all’ombra d’un Afghanistan men­tre – ma pare che nessuno lo ab­bia notato – Rarzai era oggetto dell’attacco non dei talebani ma dei signori della guerra suoi allea­ti, e come lui assassini di Massud, nonché, come lui, profittato­ri del papavero.
 
Con chi stiamo in Afghani­stan, per quale fine concreto ci siamo, quali alleanze sostenia­mo oltre che essere contro i talebani e fino a ieri – ma non sarà così domani – in zone relativa­mente difese dalla loro guerri­glia? Ne discute mai il parlamen­to, ne discutono fra loro i gruppi dell’Unione, ne discutono i parti­ti in qualche sede? Da fuori, l’im­pressione è che tutto, in Italia, si riduca ai numeri della politica in­terna e nient’altro.
 
Ultimo, per quale ragione fra i dodici punti voluti da Prodi sta il ritiro di quei Dico, versione edul­corata dei Pacs, dopo che era sta­to raggiunto un accordo fra le parti, la cattolica Bindi e la fin troppo mitemente laica Pollastrini? Quando i Pacs sono stati vota­ti in Francia i vescovi non erano contenti né lo era Giovanni Pao­lo II, ma non sono stati minaccia­ti fulmini e saette su chi li vota­va, eppure è un paese cattolico -di tiepidi cattolici, tale e quale noi. I soli ferventi di ubbidienza stanno, si direbbe, nel ceto politi­co, che dopo il 1948 aveva rifiuta­to di inginocchiarsi di fronte al sacro seggio e dopo il 1989 ha ri­cominciato a farlo. Più oltre, che idea ha l’Unione della separazio­ne dei poteri fra stato e chiesa, «abc» delle moderne democrazia? Ratzinger può tuonare tutti i giorni contro il governo italiano perché, differentemente da quel­lo francese e da quello spagnolo, questo dà all’oltretevere libertà di pascolo.
 
E’ in atto un raddrizzamento al centro del voto del 2006, cui danno fiato i grandi giornali, in primis La Repubblica e Il  Corrie­re della Sera. Essi premono espli­citamente su Prodi perché sbar­chi Rifondazione e i Comunisti italiani, convinti che questo faci­literebbe lo scioglimento del sa­cro vincolo della Casa della liber­tà. La gazzarra che s’è levata con­tro Turigliatto e Rossi, e il rispet­toso silenzio sul voto delle vec­chie volpi Andreotti e Cossiga (ti­pico l’editoriale dell’abitualmente ragionante Ezio Mauro) ha su­perato i limiti del ridicolo, pare­vano due inaspettati pugnalatoli della Repubblica. Chi sostituireb­be i voti di Rifondazione e Pedi? I grandi editorialisti non si soffer­mano su questa piccolezza, co­me se Berlusconi fosse un ostaco­lo minore. Né su chi sostituireb­be Prodi, che non è uomo per tut­te le stagioni: forse hanno già un candidato. La brusca accelerazio­ne del Partito democratico ne è un ulteriore segnale. Quel che conta è liberarsi di ciò che resta di rappresentanza del conflitto sociale, nelle istituzioni in modo da dare en passant anche un col­po decisivo ai sindacati.
 
E qui viene al dunque un di­scorso anche fra quelli di noi, per i quali visibilità e agibilità del conflitto sociale è la sola ragione di essere faticosamente ma anco­ra in scena. La storia del Nove­cento dovrebbe averci insegnato che una sinistra classista, sia pur vagamente marxista, in Italia è sempre stata minoritaria. Siamo un paese moderato che non ha mai dato una maggioranza nep­pure a comunisti, socialisti e so­cialdemocratici tutti assieme, e che sia stato così perché i comu­nisti erano troppo forti, è un ra­gionamento che lasciamo a il Ri­formista. E’ un fatto che, finché c’è stato, il Partito comunista ha condizionato dall’opposizione molti e decisivi sviluppi del pae­se, e appena si è liquefatto in me­no d’una socialdemocrazia sia­mo precipitati in un’inedita av­ventura di destra.
 
Adesso, all’inizio del terzo mil­lennio e in piene declamazioni li-beriste, da noi le sinistre radicali arrivano sì e no al 10 per cento del voto. Sono assai più forti nel­la società, perché, diversamente dalla massa atomizzata, sono for­temente motivate, ma quella sto­ria ci ha insegnato anche che non è augurabile eludere quell’esprimersi indifferenziato che è il momento elettorale, a rischio di degradare al di qua d’una de­mocrazia formale.
 
Non se ne deve conseguire che la sinistra-sinistra deve ope­rare principalmente sulla socie­tà, conoscendola, imparandone e conquistandola e badando in pari tempo che la scena istituzionale non degeneri? Essa infatti non le rappresenterà mai nella loro interezza e potenzialità ma può precluderne ogni spazio ed espressione. Anche a non preve­dere facili ritorni al fascismo, a questa chiusura siamo andati molto vicini con Berlusconi.
 
Ne viene, mi pare, che si tratta di muoversi sui due livelli senza confonderli. Alle camere i gesti eroici del tipo «Muoia Sansone con tutti i filistei» buttano di re­gola nella morte di Sansone e i fi­listei più vispi di prima. Sia detto senza offesa per nessuno, il voto dei due ribelli di Rifondazione comunista e dei Comunisti italia­ni, questo è stato. Siamo andati felicemente indietro. Inutile stril­lare; ma la destra, ma Andreotti, ma Prodi, ma D’Alema – non sia­mo nati ieri. Ancora più sciocco agitare la propria luminosa co­scienza. Chi vuole difendere quella in uno splendido isola­mento, non si metta in politica -che è un fare collettivo, o non è. Più seccamente, in Italia una sini­stra che conti va ricostruita, e cre­do anche altrove. La fine del secolo è passata su di noi come uno tsunami. Non ci ha distrutti. Minoranze importanti crescono. Ma minoranze. Vediamo di colti­varle invece che affogarle. Anche il lievito è minoritario rispetto al­la farina. Ma se non fa crescere l’impasto che lievito è?

Oggi il presidente del Consiglio espone al Senato il suo nuovo programma, costruito sulla base dei dodici punti che egli ha definito «non negoziabili». L’altro ieri il ministro Santagata — che sarà il responsabile dell’attuazione di questo programma — ha aggiunto che rispetto a quei punti vi sarà qualche novità. La debolezza numerica del governo e la grande diversità di opinioni che esiste tra i partiti della maggioranza richiedono che Prodi eviti le affermazioni di principio e che le sue dichiarazioni siano le più specifiche possibile. Se qualcuno nella maggioranza non condivide un determinato provvedimento, meglio saperlo subito: ritornare fra tre o quattro mesi al punto in cui ci siamo trovati la scorsa settimana non aiuta, né mi pare sia questo lo spirito con il quale il presidente della Repubblica ha chiesto al governo di ripresentarsi in Parlamento.

Per essere concreti: in tema di pensioni non basta dire, come è scritto in uno di quei punti: «Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani». L’aliquota di equilibrio, cioè il contributo che ciascuno di noi dovrebbe pagare per azzerare il deficit dell’Inps, è oggi vicina al 45 per cento. (Vedi Brugiavini e Boeri lavoce.info)

Come si può chiedere a un giovane di trasferire quasi la metà del proprio salario a chi va in pensione a 57 anni, dopo 35 anni di lavoro, sapendo che lui stesso percepirà una pensione — in rapporto all’ultimo salario — del 20-30 per cento inferiore a quella di chi oggi beneficia dei suoi contributi? La riforma aggiornerà i «coefficienti di trasformazione» per tenere conto della accresciuta longevità? (Su questo intervento la Cisl, ieri, ha espresso il suo veto). Introdurrà riduzioni attuariali per chi va in pensione prima dei 65 anni? Estenderà a tutti il regime contributivo
pro rata, che al momento si applica solo per la parte di contributi versati dopo il 1996 e comunque solo per i lavoratori che in quell’anno avevano meno di 18 anni di contributi?

Il settimo dei punti elencati da Prodi prevede «Azioni concrete e immediate per la riduzione significativa della spesa pubblica». Siamo alla vigilia del rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici. Negli ultimi cinque anni le retribuzioni pubbliche sono aumentate, complessivamente, di quasi il 15 per cento più di quelle del settore privato. «Gli aumenti maggiori — ricorda su lavoce.info Carlo dell’Aringa, ex presidente dell’Aran, l’agenzia che negozia questi contratti — sono stati ottenuti attraverso la contrattazione integrativa a livello di singola amministrazione e sono stati concessi prevalentemente sotto forma di promozioni dei dipendenti. Promozioni tutte contrattate col sindacato e decise, tranne rare eccezioni, con criteri basati poco sulla valutazione dei singoli e molto sulla semplice anzianità di servizio». Pietro Ichino ha proposto la creazione di un’Autorità indipendente con il compito di misurare l’efficienza della pubblica amministrazione al fine di premiare i comportamenti virtuosi e punire i casi di negligenza. Arrivando, se necessario, al licenziamento o al trasferimento dei dirigenti e dei dipendenti per responsabilità oggettive. L’Agenzia fa parte del nuovo programma di governo?
«Impegno forte per scuola, università, ricerca, innovazione», si legge al punto 2. Che cosa significa in concreto?

 

Per rinnovare davvero l’università occorre cominciare da due cose (atteso che mi pare nessuno abbia il coraggio di affrontare il nodo del valore legale del titolo di studio). Primo, alzare in modo cospicuo le tasse di iscrizione — che oggi costituiscono un trasferimento dai poveri ai ricchi — e utilizzare i nuovi fondi per assegnare borse di studio «vere» ai meritevoli. Secondo, attribuire i fondi pubblici alle università in modo competitivo, sulla base della valutazione della loro ricerca. Queste valutazioni già esistono, ma il ministro Mussi si rifiuta di considerarle perché furono richieste dal suo predecessore. Invece il ministro ha creato una nuova Agenzia per la valutazione che, se tutto andrà bene, produrrà i suoi primi risultati fra un paio d’anni. Nel frattempo il governo utilizzerà le valutazioni che già esistono, oppure continuerà ancora per due anni ad assegnare i fondi a tutti gli atenei in modo indifferenziato?

Quinto dei dodici punti: «Prosecuzione delle liberalizzazioni nell’ambito dei servizi». Parliamo in concreto di televisione. Il progetto di legge Gentiloni cerca di superare il duopolio Rai-Mediaset ridisegnando un mondo
che grazie alla tecnologia già non c’è più. Adotta, come ha scritto Franco Debenedetti sul Sole 24Ore, «un modello interpretativo del sistema della Tv che era già vecchio quando c’era solo la Tv analogica, e che non ha più senso quando le piattaforme sono tante — analogico terrestre, digitale terrestre, satellite, cavo, telefonini, Internet — compresenti nelle case, e tutte in grado di offrire contenuti editoriali che concorrono a conquistare la vera risorsa critica: il tempo e l’attenzione delle persone». Il nuovo programma conferma quel disegno di legge?

Ancora al quinto punto: «Prosecuzione della liberalizzazione delle professioni». Parliamo in concreto di giustizia civile e di avvocati. Il governo ha presentato in Parlamento un progetto di legge per l’introduzione anche in Italia delle «azioni collettive» ( class action).
Ottima cosa ma, come scrive Alberto Cavaliere su lavoce.info, «la fortuna della class action negli Usa è legata al sistema di remunerazione degli avvocati. Se il cliente vince la causa, versa all’avvocato una percentuale del risarcimento ottenuto. Se invece perde non paga nulla. In Italia non solo questo non è possibile, ma in caso di sconfitta il cliente può essere chiamato a pagare anche le spese legali del suo avversario. Ciò rende una causa molto più rischiosa per un consumatore che per un’impresa impegnata in una molteplicità di cause». E’ evidente che senza intervenire sulle tariffe degli avvocati la class action rischia di non funzionare. La riforma delle professioni affronterà questo tema, e in che modo?
Insomma, Prodi ha di fronte a sé due possibilità. Proporre un discorso simile al Manifesto del partito democratico — grandi principi e poche indicazioni concrete — oppure avere il coraggio di essere specifico. Nel primo caso il suo governo sopravvivrà per alcuni mesi, ma cadrà quando si verrà al dunque delle pensioni o dei contratti pubblici. Molto meglio rischiare oggi.