Il Tesoriere ha illustrato i motivi che lo hanno indotto a rassegnare le
dimissioni, che si riassumono nei seguenti punti: 1) deficit di
comunicazione all’interno della segreteria; 2) eccessiva la proposta di
una collaborazione, seppure di breve periodo, rispetto alle risorse
dell’associazione; 3) inopportuna la candidatura del  Presidente per il
ruolo di collaboratrice.

 E’ intervenuto il Segretario che ha spiegato il suo punto di vista sui
fatti, che si riassume in: a) una presa d’atto della inadeguata
comunicazione tra i membri della segreteria che deve essere superata e in
tal senso dichiara la sua piena disponibilità; b) è essenziale che RR si
qualifichi, acquisti visibilità e si rilanci con iniaziative politiche
rilevanti, che sono la condizione indispensabile per una crescita
qualitativa e quantitativa nell’ambito della politica romana; c)
l’iniziativa proposta già in precedenza è quella di una raccolta di firme
per un articolato da sottoporre al Consiglio Comunale che riguardi le
Unioni Civili. Questa iniziativa, se ben condotta e se aperta alla
collaborazione di altre forze esterne a RR, potrà sicuramente catalizzare
l’attenzione e l’impegno di molte persone interessate all’argomento; d)
questo tipo di iniziativa richiede la capacità di sapere rischiare e di
investire in termini di impegno finanziario e di risorse umane, pertanto è
necessario creare una base organizzativa e una raccolta di fondi
dedicata; e) per la raccolta di fondi si dovrà attivare una iniziativa
speciale, mentre per le risorse umane la scelta del collaboratore rimane
un punto focale in quanto si richiede una persona affidabile e di
qualificata esperienza.

 E’ intervenuta la Presidente per ribadire che lo spirito della sua
candidatura era quello di chi intende contribuire fattivamente alla
crescita dell’associazione e che in questo periodo le era possibile
dedicarsi a tempo pieno a un impegno nell’ambito associativo. Preso atto
di alcune osservazioni contrarie ha ritenuto opportuno ritirare la
candidatura.

 La giunta, dopo ampia e articolata discussione che ha visto numerosi e
approfonditi interventi, è giunta a dare le seguenti indicazioni al
Segretario e ai membri della Segreteria:
 1) invita il Segretario a definire una efficiente prassi di
comunicazione tra i membri della Segreteria;
 2) ritiene la campagna di raccolta firme riguardo le unioni civili un
valido strumento di affermazione e di visibilità per RR. Detta iniziativa
dovrà essere approfondita nella sua organizzazione e nel processo di
attuazione;
 3) l’iniziativa della raccolta firme, insieme alle altre già avviate e a
quelle delineate, richiede un impegno straordinario nella raccolta delle
risorse necessarie e presuppone l’inserimento di una risorsa seppure per
un breve periodo,
 4) la candidatura del Presidente per assolvere ai molteplici impegni
derivanti dalle iniziative programmmate, viene riteunuta da tutti i
membri della giunta la più adatta e la più affidabile.

 Per quanto sopra la giunta all’unanimità, unitamente al Segretario e al
Presidente, invita il Tesoriere a ritirare le proprie dimissioni. Inoltre
la giunta invita il Segretario ad attivarsi per realizzare le iniziative
prospettate ed invita il Presidente a dare la sua disponibilità per
un’incarico di collaborazione di breve durata legata alla realizzazione
delle iniziative in campo.

 Il Tesoriere preso atto della coesione dei membri della giunta e
dell’invito unanime, ritenuto che ci siano le condizioni per un proficuo
lavoro unitario, ritira le proprie dimissioni.

 Il Presidente preso atto delle considerazioni di apprezzamento ricevute
ed espresse da tutti i presenti, alla luce dell’importanza delle
inizative da intraprendere, qualora richiesta, offre la propria
disponibilità a collaborare a tempo pieno a favore di RR per un tempo
breve legato alla realizzazione delle iniziative in campo.

 Il Segretario nel dare appuntamento alla giunta entro i primi 10 giorni
del prossimo anno, ribadisce il proprio impegno a sviluppare le
iniziative prospettate e quelle già attivate.

 Alle ore 24 la riunione viene sciolta.

Marco Pannella racconta di aver telefonato a Romano Prodi e di averlo avvertito, spronato, coinvolto. «Gli ho detto: senti Romano, questa condanna a morte di Saddam Hussein è intollerabile e io, per evitarla, per chiedere che venga tramutata in trent’anni di reclusione, sto per cominciare uno sciopero della fame e della sete. Vedi se puoi fare qualcosa anche tu… tu che sei il premier, puoi fare molto…».
Sono trascorse meno di ventiquattro ore e nella confusione organizzata degli uffici di via di Torre Argentina, al leader radicale dai capelli bianchi—la voce scossa dai colpi di tosse, la sigaretta tenuta tra le labbra, che così restano umide, «e non si seccano, non mi si spaccano» — hanno da poco letto la dichiarazione del Presidente del Consiglio. Che dice: «Pur senza voler sminuire i crimini di cui si è macchiato Saddam Hussein e la ferocia con cui ha gestito il potere durante il regime e pur nel rispetto dell’autonomia e della legittimità delle istituzioni irachene, non posso non esprimere la ferma contrarietà del governo italiano, e quella mia personale, alla condanna a morte dell’ex raìs. Come ho infatti ribadito anche in Consiglio dei ministri, l’Italia è contraria alla pena capitale, sempre e comunque ».
Le parole di Prodi rafforzano quelle del ministro degli Esteri Massimo D’Alema e pongono l’Italia in linea avanzata rispetto alle dichiarazioni dell’Unione Europea e di altri Paesi, come la Germania e la Francia, che si sono limitati a condannare l’uso della pena di morte. «Sì, certo: Prodi affronta ufficialmente la questione di Saddam Hussein», riflette soddisfatto Pannella, che per primo, e inascoltato, propose per il raìs la soluzione dell’esilio, e che adesso naturalmente sente non solo di aver trovato, su questa vicenda della pena capitale, uno schieramento del tutto trasversale, ma anche e soprattutto di aver serrato le file dell’intero centrosinistra.
Ci sono le dichiarazioni di sostegno dei sottosegretari Manconi, Forcieri, Cento e Vernetti, i Comunisti italiani dettano dichiarazioni praticamente identiche a quelle di Rifondazione: «L’ impiccagione del raìs sarebbe un errore tremendo». Ci sono i Verdi, con il ministro Alfonso Pecoraro Scanio, compatti insieme all’Italia dei Valori, con il ministro Clemente Mastella. I diesse, con Esterino Montino, annunciano un sit-in di protesta sotto l’ambasciata dell’Iraq. Ai microfoni di Radio Radicale leggono poi l’elenco di coloro che hanno accettato di firmare l’appello dell’associazione «Nessuno tocchi Caino»: vi si trovano Francesco Cossiga e Cesare Salvi, Pierluigi Castagnetti e Rossana Rossanda.E poi FurioColombo e il ministro Giovanna Melandri, e poi ancora Lamberto Dini e Antonio Maccanico.
A Radio Radicale parla anche Alfredo Biondi (Fi). E parla da avvocato: «La vendetta non è la misura della giustizia ». Frase condivisa dal segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, e dal presidente dei senatori di An, Altero Matteoli. Poi le agenzie battono qualche dichiarazione di tono opposto. Riccardo Pedrizzi (An): «Pannella non ha già voluto la morte di Welby?». Roberto Calderoli (Lega): «Se avesse prevalso il buonismo avremmo ancora Hitler…». Luca Volontè (Udc): «Quello di Pannella è solo uno sciopero dietetico, dopo i bagordi natalizi».
Fabrizio Roncone

Finalmente inizia il valzer di poltrone. E’ ufficiale: Gianni Borgna diventa presidente della Fondazione ‘Musica per Roma’ e va a guidare l’istituzione Auditorium in sostituzione di Goffredo Bettini che, sottolineano dal Campidoglio, al termine di anni di eccezionali risultati ha preferito dedicarsi a tempo pieno alla Festa del Cinema e alla nuova Fondazione nata ad hoc. Borgna lascia così l’assessorato alla Cultura in cui ha lavorato per 13 anni. Gli succede Silvio Di Francia, presidente di Zetema e già capogruppo e coordinatore della maggioranza capitolina nella scorsa consiliatura.

A sigillare il passaggio di consegne è stato il sindaco Veltroni, che ha ringraziato pubblicamente il fidato Borgna per il suo operato. L’ormai ex assessore ha una lunga esperienza nella vita culturale della città e una competenza in tutti i campi che fanno riferimento alle funzioni dell’Auditorium, ormai uno dei primi dieci poli al mondo nel suo genere. A Borgna è subito arrivato il benvenuto dell’amministratore delegato di “Musica per Roma”, Carlo Fuortes, e gli auguri di buon lavoro dal governatore del Lazio Piero Marrazzo e dal presidente della Provincia Enrico Gasbarra.

Anche l’opposizione in Campidoglio rende l’onore delle armi allo storico della canzone. “La lunga stagione di Borgna alla guida delle politiche culturali di Roma ha certamente lasciato un segno nella storia recente della citta’. Dobbiamo dare atto a Borgna di aver saputo condurre l’assessorato libero da paraocchi ideologici”, dice il capogrupp di An Marco Marsilio. E cita in tal senso la grande mostra del Palaexpo dedicata al Futurismo, esempio che sta a “testimoniare un’attitudine al confronto e al pluralismo – aggiunge Marsilio – che in Gianni Borgna non sono mai stati vuoti slogan retorici ma vera pratica vissuta.

Dal canto suo Di Francia, sottolinea una nota del Campidoglio, ”sapra’ assicurare all’assessorato la continuita’ di un’ispirazione che ha dato grandi risultati in questi anni e al tempo stesso saprà introdurre quegli elementi di innovazione che nascono dalla sua sensibilita’ ed attenzione al nuovo. In questi anni Roma e’ divenuta la capitale della vita culturale europea con l’apertura di una grande quantita’ di spazi culturali ed espositivi, nel centro e nella periferia con il moltiplicarsi di eventi prestigiosi che hanno non solo migliorato la qualita’ della vita dei cittadini della capitale, ma hanno anche contribuito a incrementare in modo significativo il numero dei turisti e la ricchezza di Roma. Nelle nuove responsabilita’ Bettini, Borgna e Di Francia sapranno continuare su questa strada”. Si tratta ora di capire chi sostituirà Di Francia sulla poltrona di presidente di Zetema

Una grossa boccata d’ossigeno per la Regione che rischia di affogare nel mare di debiti della sanità. Dalla Finanziaria nazionale potrebbero infatti arrivare 2,2miliardi alla Pisana per alleggerire il deficit. Si tratta di una porzione dei fondi previsti dal governo a sostegno delle regioni con disavanzi strutturali.

Un decreto legge ad hoc destinerà le risorse al governatore Marrazzo dopo che questi avrà promesso di tagliare ancora le spese nella “lettera di intenti” che sarà siglata oggi pomeriggio con il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa e quello della Salute Turco. Intanto, è ancora sotto la lente di Palazzo Chigi il Piano regionale di rientro dal debito, presentato poco prima di Natale.

Nel frattempo, però, sono stati trasferiti nelle casse regionali i primi 900milioni che servono a coprire i mancati trasferimenti dal Fondo sanitario nazionale del biennio 2004-5. Riguardo agli altri 5,7miliardi di debito, la Pisana verserà ogni anno 250mln, almeno per i prossimi 30 anni, in modo da coprire il buco.

Il Consiglio di amministrazione dell’Ater Provincia di Roma ha approvato il piano industriale 2007-2009 che, nonostante l’enorme indebitamento ereditato dall’ex Iacp, consentira’ all’ azienda, nell’arco di un triennio, di ottenere un sostanziale pareggio di bilancio, attraverso una manovra complessiva di circa 60mln euro. A sottolinearlo e’ il presidente dell’Ater Romolo Rea.

Un risultato importante, fanno notare all’Ater, raggiungibile mediante la cessione di circa il 20% del patrimonio immobiliare e attraverso una rigorosa gestione aziendale. L’azienda, ricordano, ha intrapreso una decisa campagna di recupero della morosita’ pregressa, ereditata dall’ex Iacp di Roma, per ristabilire una situazione di legalita’ che ha portato a una crescita costante del recupero della stessa.

Rea, anche a nome del Cda, ha espresso soddisfazione per l’obiettivo raggiunto. ”I proventi – prosegue Rea – verranno finalizzati alla costruzione di nuovi alloggi che, con i piani di recupero regionali, consentiranno di riqualificare buona parte del patrimonio aziendale. L’approvazione del piano industriale ci consente di affrontare concretamente l’emergenza casa, particolarmente sentita dalle fasce sociali piu’ deboli. Voglio ringraziare il presidente della Regione Marrazzo, l’assessore ai Lavori Pubblici Astorre e l’assessore al Bilancio Nieri per il loro impegno nei riguardi degli inquilini e di quanti attendono da anni risposte positive per il rilancio dell’Edilizia Residenziale Pubblica”

Presentata dal consigliere comunale
capitolino della Rosa nel Pugno Gianluca Quadrana e dall’Associazione
Radicali Roma, un’interrogazione al sindaco e agli assessori competenti
affinche’ vengano resi noti gli investimenti che si intendono impiegare
nei prossimi anni per la ristrutturazione e la messa in sicurezza
edilizia ed ambientale di tutti gli edifici scolastici esistenti sul
territorio di Roma.

”Per l’Associazione Radicali Roma conoscere questo dato sara’ di
fondamentale importanza per organizzare azioni future attraverso cui
perseverare la nostra battaglia di legalita”’, spiegano Massimiliano
Iervolino e Demetrio Bacaro, rispettivamente segretario e membro di
giunta dell’Associazione Radicali di Roma.

”Perche’ studenti ed operatori possano finalmente godere a pieno titolo
del diritto di vivere ed operare in edifici e strutture consone agli
standard di sicurezza previsti da norme vigenti troppo spesso disattese –
spiegano ancora – Nel nostro agire continueremo a collaborare con
Cittadinanza Attiva e con qualsiasi altra associazione condivida le
nostre priorita”’.

La decisione è stata assunta con un colpo di mano antidemocratico, non trasparente, in periodo di silenzio-stampa, nonostante fosse stata già precedentemente contestata da migliaia di cittadini e da centinaia di associazioni italiane ed estere. Il sindaco Veltroni ha così negato il carattere laico delle istituzioni e il profondo pluralismo culturale, politico e religioso della società in cui viviamo. Ha perduto il rispetto per ogni convinzione che non sia quella cattolica. Riteniamo che, quanto meno, decisioni destinate a segnare a tempo indeterminato il volto di Roma dovrebbero essere prese senza demagogia e senza opportunismo. Il 23 dicembre sarà ricordata a Roma come una data infausta per la laicità e la democrazia delle istituzioni.

L’Assemblea delle associazioni laiche romane tenuta a Roma il 27-12-2006 in via delle Carrozze, 19
- invita tutti i cittadini a far sentire la propria protesta sui giornali, sul sito del Comune di Roma http://www.comune.roma.it/was/wps/portal/!ut/p/_s.7_0_A/7_0_6MP?menuPage=/&flagSub
(scegliere il sindaco come destinatario fra quelli previsti, compilare il form e spedirlo)
o chiamando il Call Center 06.0606.
- richiede la convocazione di una riunione straordinaria del Consiglio comunale per dibattere pubblicamente questa improvvida decisione.
- invita i comuni italiani a protestare contro lo stravolgimento del nome storico della Stazione della capitale italiana e contro la prassi inedita del Comune di Roma con cui si è appropriato di un simbolo della comunità nazionale.
- invita tutti i cittadini a sottoscrivere questa protesta con copia e incolla di “protesto contro il cambio di nome della Stazione Termini” con nome e cognome da inviare a nogod@email.it , in vista di una prossima assemblea cittadina.
Giulio C.Vallocchia

In che condizioni versano dal punto di vista della sicurezza le scuole della Capitale? E quanti soldi l’amministrazione capitolina intende investire nei prossimi anni per la loro ristrutturazione e messa in sicurezza? Questi gli interrogativi messi nero su bianco nel documento che Gianluca Quadrana, capogruppo capitolino della Rosa nel Pugno, ha portato il 18 Dicembre in consiglio comunale. Un documento che sembra alquanto attuale, soprattutto in considerazione del rischio chiusura al Viscontino, dove gli ispettori poco prima di Natale hanno riscontrato dei problemi al solaio dell’istituto. “Ho presentato quell’interrogazione per aprire un dibattito e sensibilizzare la maggioranza sul tema della sicurezza degli edifici scolastici- dichiara Quadrana-. E’ il primo atto di una serie di verifiche di quello che si è fatto e di programmazione su quello che si intende fare nel futuro”. Per l’associazione dei Radicali di Roma, conoscere questo dato sarà di fondamentale importanza per organizzare azioni future attraverso cui perseverare la loro battaglia di legalità perché dichiarano “studenti ed operatori di educazione possano finalmente godere a pieno titolo del proprio diritto di vivere ed operare in edifici e strutture consone agli standard di sicurezza previsti da norme vigenti troppo spesso disattese”. Ma il fatto che un consigliere della maggioranza abbia presentato una interrogazione al Sindaco ha provocato reazioni anche nel centro destra. Fabio Sabbatani Schiuma, consigliere capitolino di An, parla a tal riguardo di “bella notizia”. E il consigliere provinciale dello stesso partito, Piergiorgio Benvenuti, aggiunge che il gruppo è “convinto che le scuole debbano essere delle strutture sicure per chi lavora e vi studia e che ci debbano essere le relative certificazioni” 

C’è un Robinson disperso su un’isoletta universitaria di Forlì che non ha neanche un Venerdì con cui parlare: è l’unico iscritto al corso di Scienze della mediazione linguistica. Ma con chi può mediare, se non c’è un selvaggio con cui aprir bocca? Una solitudine da incubo.
La stessa che deve provare l’unico iscritto a Scienze storiche a
Bologna e l’unico a Ingegneria industriale a Rende e l’unico a Scienze e tecnologie farmaceutiche a Camerino e insomma tutti i solitari frequentatori di 37 corsi universitari sparsi per la penisola. Avete letto bene: ci sono trentasette mini-facoltà con un solo studente. Poi ce ne sono dieci con 2 frequentatori, altre dieci con 3, altre quindici con 4, altre otto con cinque e altre ventitré con 6 giù giù fino a un totale di 323 «universitine» che non arrivano a 15 iscritti. Con alcune situazioni piuttosto curiose. Come quella di Termoli, che come patrono ha San Basso ma accademicamente vola alto: dal sito del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario si può apprendere infatti che i ragazzi della cittadina molisana che non si sentono predisposti ai viaggi, hanno a disposizione non una ma addirittura due possibilità di diventar dottori sotto casa. La prima viene loro offerta dalla facoltà di medicina e chirurgia dell’Ateneo del Molise (29 iscritti), la seconda dalla Cattolica del Sacro Cuore di Milano. La quale, invogliata dalle nuove normative, è salita ormai a 21 sedi diverse, posizionandosi anche in metropoli quali Guidonia Montecelio (32 iscritti a medicina), Pescopagano (33), Larino (37) e Moncrivello, ridente paesino in provincia di Vercelli con 1.477 abitanti, dei quali 14 decisi a diventare chirurghi, urologi o anestesisti. Un record da dedicare al santuario del Trompone, il cui nome ha una tale assonanza con certi professoroni universitari che il destino, diciamolo, era già prefigurato. Ma un record battuto, appunto, da Termoli. Dove gli iscritti a medicina, versante Cattolica, sono sei.
Meno male: tre maschi e tre femmine. Direte: quanto costeranno, certi atenei in miniatura? Valeva la pena di incoraggiare questa moltiplicazione di pani, pesci e cattedre finendo fatalmente per abbassare il livello medio degli insegnanti, visto che come nel calcio e nella lirica non ci sono abbastanza Totti e abbastanza Pavarotti per tutti gli stadi e tutti i teatri e occorre dunque ricorrere sempre più spesso a brocchi e ronzini? E’ quanto cercheremo di spiegare. Partendo da alcuni numeri. Primo fra tutti quello delle università “storiche”, italiane. Erano 27, figlie di una tradizione spesso secolare, e sono rimaste tali per un sacco di tempo. Salendo poi lentissimamente, dalla metà degli anni Cinquanta in avanti, fino ad arrivare alla fine del millennio a 41. Bene, da allora (c’è chi dice a causa delle scelte del ministro «rosso» Luigi Berlinguer e a causa di quelle del ministro «azzurro » Letizia Moratti) sono dilagate. Arrivando in una manciata di anni a 78. Più «ospiti» quali l’Università di Malta, più le «private» (sulle quali avremo modo di sorridere), più undici «telematiche» sulle quali esistono dettagli piuttosto curiosi da raccontare. Totale? Quelle col «bollino» sono 94. Ma il caos è ormai tale che la somma totale degli «atenei» veri o presunti (e meno male che qualcuno è stato burocraticamente raso al suolo da Fabio Mussi come quello fondato in una palazzina di Villa San Giovanni da un certo Francesco Ranieri che la dedicò al suo omonimo nonno) è ormai difficile da calcolare. «Evviva!», esulteranno certi liberisti nostrani: tante università, tanta concorrenza. Tanta concorrenza, tanta selezione. Tanta selezione, tante eccellenze. E’ vero o no che lo stesso Salvatore Settis, acerrimo nemico della proliferazione, ha scritto che in America le cose chiamate «università» sono circa quattromila e dunque noi abbiamo ancora spazio per altre sei o settecento «atenei»? Verissimo, sulla carta. Non fosse per due dettagli sottolineati dal direttore della Normale di Pisa.
Il primo è che negli Stati Uniti chi non è all’altezza si arrangia: se trova studenti che pagano la retta per andarci bene, sennò chiude. Il secondo è che il titolo di studio, lì, non ha alcun valore legale: hai preso la laurea ad Harvard? Ti assumono tutti. L’hai presa in una pseudo- università allestita da un mestierante senza la biblioteca e senza laboratori e senza docenti di un certo livello? Non ti fila nessuno. Affari tuoi, se ti sei fatto imbrogliare. E non c’è concorso dove possa giocarti una laurea ridicola per accumulare punti in graduatoria e prenderti un posto immeritato. Qui è la prima contraddizione, denunciata da Francesco Giavazzi e Piero Ichino e Roberto Perotti e altri ancora: il via libera alla moltiplicazione degli atenei senza aver prima abolito il valore legale del titolo di studio è un errore fatale. Che toglie risorse, chiedendo una distribuzione a pioggia di stampo clientelare, alle università vere. Quelle serie. Sobrie. Spesso straordinarie. Che ci fanno onore in Italia e all’estero. Che hanno già levato alta la loro protesta. E oggi sono spesso costrette a mettersi in concorrenza coi furboni. E a cedere alla tentazione di aprire in città e paesi e borghi e contrade più o meno vicine nuove facoltà e nuovi corsi di laurea. Meglio: nuovi punti vendita. Basti pensare che questi corsi (per i quali non occorre l’autorizzazione ministeriale) erano 2.444 nel 2000/2001 e alla fine del 2005 erano già schizzati a 5.400. Numero destinato a un successivo incremento (più 861) nonostante, scrive l’ultimo rapporto del Miur, «le raccomandazioni a livello centrale di procedere a una semplificazione dell’offerta». E così, se le Università sono diventate 94, le facoltà sono cresciute fino a 610 e i dipartimenti fino a 1.864 e gli istituti a 319 e i «centri universitari» a vario titolo fino a 1.269. Fino a casi abnormi come quello della «Sapienza». Che da Roma ha alluvionato di sedi e «sedine» tutta l’Italia centrale fino ad avere oltre duecento (chissà se almeno il rettore conosce il numero esatto) indirizzi postali differenti. Dove sono stati coriandolizzati la bellezza di 341 corsi diversi: dall’infermieristica a Bracciano a logopedia ad Ariccia, dalle tecniche di laboratorio biomedico a Pozzilli all’architettura degli interni a Pomezia. Per un totale (professori ordinari e assistenti e ricercatori) di 4.766 docenti. Tutti bravi come Totti? Difficile da credere. Ma certo anche tra di loro c’è chi ama giocare. Come i docenti che hanno organizzato, tempo fa, un «corso di composizione floreale per imparare a realizzare decorazioni di Natale con rametti di pino, candele e bacche colorate». E poi dicono che l’Università italiana non punta sulle specializzazioni…
Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella

La Procura della Repubblica di Roma aspetterà ufficialmente l’esito dell’autopsia, eseguita lo scorso 22 dicembre sul corpo di Piergiorgio Welby, prima di chiedere l’eventuale archiviazione oppure l’iscrizione nel registro degli indagati di eventuali resaponsabili, fra i quali il dottor Mario Riccio, l’anestesista dell’Ospedale Maggiore di Cremona che ha effettuato la sedazione e il distacco del respiratore automatico. Riccio – che rischia l’incriminazione per omicidio e provvedimenti della sua associazione professionale – sarà ascoltato oggi, alle 18.30, dall’Ordine dei medici. Il fascicolo aperto sul caso Welby in Procura a Roma è ancora intestato “Atti relativi a”, ossia senza indagati. Intanto il ricorso dei pm Salvatore Vitello e Francesca Loy contro il provvedimento del giudice del Tribunale civile di Roma, Angela Salvio, che decise l’inammissibilità dell’istanza dei legali di Welby di “staccare la spina”, è venuto meno per la morte dello stesso Welby.

I consulenti nominati dal pm Gustavo De Marinis per l’esame autoptico dovranno verificare in particolare se i livelli di sedazione abbiano influito sul decesso, avvenuto per crisi respiratoria e consumatosi, come ha riferito lo stesso Riccio, in circa 40 minuti. In sostanza, si attendono gli esiti dell’esame tossicologico. Gli esiti dell’esame autoptico, affidati a Stefano Moriani, Paolo Pietropaoli e Federica Umani Ronchi, medici legali dell’universita La Sapienza di Roma, saranno depositati ufficialmente tra 60 giorni. I magistrati, nell’auspicio di acquisire in tempi rapidi almeno l’esito preliminare degli esami, intendono capire se Welby sia deceduto in seguito a una sedazione eccessiva, che gli ha bloccato il respiro e provocato il collasso cardiaco, o se la morte sia giunta dopo che il paziente è stato sottoposto a una normale sedazione e poi privato del respiratore artificiale. Se la seconda ipotesi dovesse trovare conferma – anche alla luce delle dichiarazioni rilasciate alla Digos nei giorni scorsi da Ricci – sarebbe inevitabile l’archiviazione del procedimento penale, in coerenza con quanto sostenuto dalla Procura della capitale in questi giorni.

Non si spegne intanto la polemica sui funerali religiosi negati a Welby. Dino Boffo, direttore di Avvenire, interviene sul quotidiano della Cei e scrive che “pretendere di disporre della propria morte, è un atto contro l’amore di Dio”, che “il funerale cristiano non è un atto di convenienza tra benpensanti ma un’azione liturgica che annuncia la verità di Dio. Dio è provvidenza d’amore per ciascuno, e quando si dice che Lui non fa preferenze di persone, si intende dire che è ineffabilmente caritatevole con ciascuno dentro alla propria condizione concreta. Anche con Welby è stato così. Anche Welby doveva aspettare il suo momento”.

Nella terza pagina del quotidiano sono ospitate le opinioni di quattro teologi che motivano il “no” del Vicariato di Roma. Un esperto in bioetica, don Michele Arnuini dell’Università Cattolica di Milano, commenta: “Non dimentichiamo che mentre sulla piazza si celebrava il rito (i funerali laici di Welby, ndr) che ci hanno mostrato, nella chiesa di San Giovanni Bosco si pregava per Welby”. Una scelta, questa, che ha innescato un’infinità di dispute e riflessioni dentro e fuori la Chiesa cattolica e che è servita a rinfocolare un’annosa polemica politica intorno alle iniziative radicali sui diritti civili. <!– do nothing –>E ieri, durante l’omelia, don Mario Piantelli, parroco di San Michele di Ripalta Cremasca (Cremona) ha definito la morte di Welby “atto accettabile anche dalla coscienza cristiana”: “Diceva di credere in Dio, insieme con la sua famiglia, perciò doveva avere funerali religiosi, come i suicidi, i dittatori, i fabbricanti d’armi e i mafiosi”.