“Il via libera della giunta capitolina al ‘codice delle assunzioni’ segna un importante avanzamento verso la trasparenza democratica: verrà creata una banca dati pubblica e on line nella quale i giovani in cerca di impiego potranno inserire i propri curriculum e le aziende controllate al 100% dal Campidoglio saranno vincolate a questa stessa banca dati per selezionare le nuove assunzioni. Ritengo di fondamentale importanza che un processo altrettanto trasparente venga previsto anche per le nomine dei Cda delle ‘società in house’. Solo per iniziare è quanto più urgente inserire on line i nomi, i curriculum e i relativi compensi di tutti i membri dei consigli d’amministrazione e dei consulenti esterni delle società partecipate”.

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  Nell’ultimo esecutivo Sdi di set­tembre la proposta di Boselli di un percorso federativo della Rosa nel pugno passò  alla unanimità nella prospettiva (poi irreversibilmente bloccata da Pannella) di far determi­nare linea politica e programma dal milione di elettori via internet, refe­rendum e primarie. Questo con una aggiunta richiesta da parte di alcuni di noi, e fatta propria da Boselli nel­la replica, di aprire contestualmente con Ds e Margherita un confronto alla luce del sole per il Partito demo­cratico. Nulla di questo è avvenuto e il quadro si è complicato per un rischio di ulteriore scissione Ds in un nuovo contenitore che si richia­ma al Pse e che si aggiun­ge al Pd, alla Rosa e alla miriade di sigle, associa­zioni e partitini che grava­no intorno al liberal-socialismo, del quale però nessuno  ad oggi ha definito una piattaforma organica. Sarebbe quin­di opportuna una moratoria sul con­tenitore di questa vastissima area largamente maggioritaria nel Paese per concentrarsi sui contenuti, sul che fare concretamente partendo dal maxiemendamento sulla Finan­ziaria 2007 oramai approvato da un ramo del Parlamento. Solo dalla sin­tesi di istanze liberal-democratiche e istanze socialiste può emergere una organica piattaforma liberalsociali­sta, su cui lo Sdi per primo deve rompere l’indugio e aprirsi ai con­fronti più ampi: da Turci a Bobo Craxi, da Spini a Carta, da Salvi a Sbarbati, da Manca a Rippa e Illy, e più tardi su questo collante con Fassino, Rutelli, Mussi, Parisi e quindi Prodi, che solo da una forte, meritocratica  riorganizzazione  del centrosinistra potrà trarre benefici e forza. In questo contesto tutti, movimenti, associazioni, partiti e componenti   nei   partiti dovrebbero rimettersi cri­ticamente in discussione e, ove op­portuno, sciogliersi spontaneamente (a cominciare dalla piccola compo­nente dello Sdi denominata Sociali­sti liberal per il Partito democratico da me guidata) per favorire un ri­mescolamento ottimale finalizzato alla riorganizzazione ideologica (e non per clan ed interessi) di tutta la sinistra di governo in tutte le sue parti. Boselli e Pannella, pur rappresen­tando nella realtà partitica italiana la leadership più stabile, non ammettono pubblicamente l’incapacità di far decol­lare la Rosa nel pugno per il timore di negative conseguenze (gruppo parla­mentare e presenza nel governo) e si comportano da separati in casa (con periodiche generiche dichiarazioni di disponibilità al rilancio ad ogni segrete­ria, l’ultima inclusa), ma non sono ad oggi riusciti ad evitare di farci fare la fi­ne dell’asino di Buridano non avendo raggiunto una ipotesi di chiusura o di accordo percorribile su statuto, simbo­lo, organizzazione e regole. Se da un la­to ogni segreteria preannuncia generici rilanci dall’altro i notabili di Radicali e Sdi nelle varie regioni parlano oramai apertamente della fine del progetto. Penso quindi sia utile ricordare che la ragione ultima dell’operare politico do­vrebbe tendere al bene del Paese, spe­cie in questo momento di gravi diffi­coltà nell’economia, nello sviluppo in­dustriale, nei rapporti internazionali fra Stati e fra religioni (che ci riportano al­le crociate), nel livello di occupazione e sottoccupazione e nell’esaurimento delle risorse energetiche e morali. La ri­sposta possibile è una combinazione di liberalismo e di socialismo, di cui il liberal-socialismo è la sintesi, ma potrem­mo anche chiamarla socialismo liberale o Pierino se qualcuno preferisce: una al­ternativa che rappresenta un contribu­to nazionale, non più elitario ma oramai di massa, e potrebbe essere il collante di una riorganizzazione della sinistra di governo anche se in molti non ne han­no ancora completa coscienza o, forse, non vogliono o non possono perché do­vrebbero abbandonare le discussioni su contenitori e distinguo e concentrarsi invece alla risoluzione dei gravi proble­mi sopra indicati per togliere il Paese dal baratro e dalla palude in cui ci ha portato la Cdl nell’ultimo quinquennio e da cui stiamo con gravi difficoltà cer­cando di uscirne con l’Unione. Nei gio­chi politici a somma zero di destra ver­so sinistra (vedi Nash) un comporta­mento razionale è infatti perseguire il meglio evitando il peggio, ossia tentare la trasformazione del liberal-socialismo in una formulazione di massa come possibile base ideologica di questa futu­ra riorganizzazione. Ora la sua iniziale formulazione polemica dei Rosselli e dei Bobbio di molti anni fa, un “né socialismo né liberalismo”, va trasforma­ta in una nuova sintesi positiva, un et et al di là dell’uno e dell’altro ma dentro a entrambi alla ricerca di una sintesi che la storia non ha sino ad ora conosciuto e a cui deve tendere subito lo Sdi anche cambiando nome per riaggregarsi con chi è disponibile in gran fretta per raggiungere una adeguata massa critica (in assenza della quale vi è solo velleitarismo).
 
Per far questo bisogna, però, voltar pagina in fretta per far fronte ad una crisi drammatica dello sviluppo economico in progressiva caduta verticale rispetto agli alti livel­li del 1983. La malattia del sistema Ita­lia appare cronica e palese. Tali indica­tori economici appaiono accompa­gnati da demotivazione e assenteismo particolarmente palesi nel mondo del­la ricerca e dell’università, misurabili da chiunque in esse abbia operato ne­gli ultimi venti anni (come il sotto­scritto). Bisogna recuperare in tempi brevi, e la Finanziaria 2007 è solo un primo passo debole proprio per l’as­senza di una riorganizzazione della sinistra di governo. Ricerca e svilup­po sono il grimaldello da cui dipen­dono lo sviluppo economico, la con­vivenza internazionale e la sopravvi­venza del nostro standard di vita a termine senza nuove risorse energe­tiche. La gente sarà riconoscente a chi opererà per ottenere la risoluzio­ne dei drammatici problemi in essere e tuttora irrisolti. Il socialismo libera­le può diventare il collante di questo processo offrendo idee e soluzioni che coniugano giustizia e libertà con effi­cienza e progresso. Sem­pre che vi sia trasparenza nel processo decisionale e che qualcuno cominci ma­gari   abdicando   ai   suoi egoismi. Lo Sdi per la sua storia e per la sua attuale posizione deve provarci, per cui chie­do a Boselli di aprire subito il con­fronto con la vasta area che si ricono­sce nel liberal-socialismo e di convo­care l’esecutivo nazionale Sdi prima della prossima direzione nazionale della Rosa nel pugno. 

Guai per il decreto che ha raddoppiato le quantità di cannabis ad uso personale innalzando la soglia tra detenzione e spaccio. Il provvedimento del ministro della Salute, Livia Turco, ha ricevuto un nuovo colpo in Commissione sanità del Senato. Ieri è passato un ordine del giorno che impegna «il governo a riesaminarlo». Un voto sorprendente, condiviso da Cdl, Margherita e Ds, compresa Anna Serafini, senatrice ds e moglie di Piero Fassino. Ventuno favorevoli, tre i contrari (Verdi e Rifondazione), un astenuto (Ignazio Marino, presidente della Commissione).

DS DIVISI — Un nuovo caso, che spacca la sinistra e riapre le ferite. Anna Finocchiaro, capogruppo dell’Ulivo a Palazzo Madama, insorge: «È un’iniziativa fuori luogo, non rispecchia la decisione dell’Ulivo che mai si era riunita su questo tema. La presidenza non era stata informata». La Serafini precisa: «Un voto in piena sintonia con ciò che Livia Turco ha sostenuto nelle ultime settimane».

L’OFFENSIVA TEODEM — La sorpresa arriva a pochi giorni dall’iniziativa sostenuta dai Dl. Cinquantuno parlamentari, in testa i teodem capeggiati da Paola Binetti, hanno preso le distanze dal decreto creando un nuovo caso all’interno dell’Ulivo. La polemica è sembrata smorzarsi quando il ministro ha raccolto la richiesta dei «contestatori» di aprire un dialogo sul tema delle tossicodipendenze in modo da affrontare l’argomento in modo più generale. E in effetti lo scorso lunedì c’era stato il primo incontro. Ieri il nuovo colpo di scena. Un ordine del giorno di iniziativa Margherita presentato da Binetti, Emanuela Baio, Giuseppe Caforio (Idv) e Daniele Bosone (gruppo per le Autonomie).

LE MOSSE DEL POLO — Racconta Cesare Cursi, senatore An in commissione: «Il giorno precedente la Cdl aveva proposto un odg che impegnava il governo a cambiare rotta sulla cannabis. Il relatore ds, Bassoli, aveva dato parere contrario. A quel punto abbiamo deciso di unirci all’iniziativa Binetti che raccoglieva le nostre istanze. Un grande successo». Il provvedimento contestato riguarda l’innalzamento delle quantità che si possono detenere senza rischiare il carcere: da 500 mg (dose stabilita dal governo Berlusconi) a 1.000 mg di principio attivo. La Turco ha spiegato la filosofia delle nuove norme: «Non vuol dire liberalizzare la droga ma evitare a migliaia di giovani di finire in prigione per qualche spinello». Il Polo chiede ora che il decreto venga ritirato, il ministro ha detto più volte di no. Ieri si trovava nel suo ufficio quando le è arrivata a metà pomeriggio la notizia dell’odg. «Sono serenissima, non voglio aggiungere altro su questa storia. Ho lavorato tutto il giorno come una bestia, come sempre. Ricordo solo l’incontro di lunedì scorso…». Non una parola sul comportamento dei suoi colleghi di partito, in primo luogo la Serafini.

Da oggi gli operatori ecologici della Regione Lazio potranno comminare direttamente multe per violazioni dei regolamenti comunali in materia rifiuti. E’ quanto ha stabilito il consiglio regionale del Lazio approvando una modifica alla normativa sulla gestione dei rifiuti. Il testo spiega che i comuni, con un provvedimento del sindaco, ”potranno conferire ai propri dipendenti o ai
dipendenti dei soggetti ai quali e’ affidato il servizio di raccolta dei rifiuti, funzioni di accertamento e di contestazione immediata delle violazioni delle disposizioni dei regolamenti comunali relative alle modalita’ del conferimento dei rifiuti ai servizi di raccolta”. La modifica della legge regionale prevede inoltre la delega ai comuni da parte della Regione ”delle funzioni amministrative concernenti la convocazione di servizi e l’autorizzazione del piano di caratterizzazione dei siti, l’approvazione del piano di monitoraggio e del progetto operativo degli interventi di bonifica e messa in sicurezza, nonche’ l’approvazione del progetto di bonifica”. Rimangono riservate alla Regione le funzioni relative alla bonifica dei siti compresi nel territorio di piu’ comuni. Infine la modifica approvata stabilisce che alle conferenze dei servizi partecipano la struttura regionale competente in materia e l’Arpa, l’Agenzia regionale di protezione ambientale.
Ansa

“Caro sindaco, le volevo segnalare…”. Cominciavano più o meno così le tante e-mail sui problemi degli atenei romani che gli universitari della Capitale hanno inviato, nel pomeriggio di ieri, al primo cittadino Walter Veltroni ed alla sua giunta. Lettere a cui il sindaco e alcuni assessori (Touadi, Morassut, Calamante, D’Alessandro e Minelli) hanno risposto in diretta grazie al collegamento in streaming tra la Sala dell’Arazzo in Campidoglio e le quattro università romane: “La Sapienza”, “Tor Vergata”, “Roma Tre” e “Iusm”.
Insomma una mega video- conferenza, tra le 16 e le 18 di ieri, lanciata dal Campidoglio con lo slogan “Iniziano le lezioni: tutti in piazza telematica”, e che ha consentito, agli studenti che erano collegati da uno dei centri allestiti nelle università, chiamati appunto piazze telematiche, di inviare e-mail su problemi della condizione universitaria e di vedere in diretta sui maxi-schermi o sui computer la risposta del sindaco e degli assessori.

RomaOne ha seguito l’evento dalla piazza telematica di Roma Tre che, come ci spiega il responsabile della struttura, il professore Roberto Maragliano (che ha dato il “nome” all’iniziativa) “è nata da poco più di un anno, conta 200 postazioni multimediali, divise in due sale, che gli studenti possono utilizzare gratuitamente per le loro attività”. Non un semplice centro informatico, quindi ma ” un luogo d’incontro per gli studenti e d’apertura verso il territorio visto che vi stiamo già organizzando corsi per “esterni” all’università – spiega Maragliano – come il progetto ‘E- citizen’, in collaborazione con la Regione Lazio, che sta partendo in questi giorni”. “Il Comune ha lanciato quest’iniziativa di mettere in contatto giunta e studenti, noi abbiamo accettato anche se comunque è un esperimento, positivo, tutto da costruire” sottolinea il Rettore di Roma Tre, Prof. Guido Fabiani.

Ma cosa hanno chiesto i ragazzi di questo ateneo a Veltroni? I problemi sono tanti e di tutti i tipi come sottolinea Esther, studentessa di teatro, musica e danza che ha chiesto al primo cittadino “perché non siamo stati consultati quando è cambiata la sede del nostro corso di laurea? E’possibile che in una capitale europea, per colpa del traffico, una persona precisa rischia comunque di arrivare sempre in ritardo?”. Traffico che tormenta anche Christian, studente di Scienze Politiche che si chiede come mai non si possano fare circolare, almeno al sabato, i treni del metro fino alle tre del mattino come in altre città europee. Quesiti a cui rispondo il sindaco e l’assessore alla Mobilità Mauro Calamante che spiega: “Stiamo lavorando sul sistema dei trasporti e per il 2007 puntiamo ad un rafforzamento di quello che è il trasporto notturno”. C’è anche chi come Chiara, neo- laureata in Matematica, chiede al primo cittadino di fare pressioni su chi di dovere per aumentare la borsa di studio per chi studia all’estero: “Uno studente Erasmus non po’ campare con 150 euro al mese”.

E alla Sapienza? Nel più grande ateneo di Roma e d’Italia gli studenti hanno risposto presente all’iniziativa, sottolineando anch’essi il problema dei trasporti: “Ho chiesto al sindaco se sono allo studio misure di facilitazione, sui trasporti pubblici, per gli studenti fuorisede” ci di ce Vitaliano, rappresentante degli studenti nel Consiglio di Facoltà di Scienze della Comunicazione. La risposta non si è fatta attendere, anche se non di certo positiva: “I fuori sede hanno facilitazioni sull’abbonamento per i trasporti pubblici solo se residenti, per il resto non possiamo fare nulla perché la legge ce lo impedisce”, afferma Calamante.

Non solo i trasporti, ma anche il problema degli alloggi, delle strutture didattiche sono pane quotidiano degli studenti della “Sapienza”.
Problemi che sono comunque all’attenzione dei vertici dell’Ateneo come ci spiega il Pro Rettore alle Infrastrutture prof. Renato Mariani: ” Stiamo lavorando per migliorare sempre di più l’offerta della Sapienza sia dal punto di vista delle infrastrutture tecnologiche, con il servizio di connessione wireless all’interno della Città Universitaria , sia per quanto riguarda i centri di aggregazione per gli studenti, anche se comunque permangono ancora delle situazioni disomogenee tra le diverse facoltà che stiamo cercando di sanare”.
Di certo giornate come quella di ieri aiutano a migliorare il confronto tra studenti e istituzioni come sottolinea il rappresentante degli studenti nel Consiglio d’ Amministrazione della Sapienza, Gianluca Senatore: “Il rapporto diretto con gli amministratori è molto sentito da noi studenti della Sapienza visto che siamo al ‘centro’ della città e percepiamo quindi benefici e problemi di questa situazione”

L’ibndulto non è stato altro che un pannicello caldo sulle disastraate condizioni nella quali versa la maggior parte degli istituti di pena italiani. Stanotte infatti, nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso a Roma, Giampiero M., un detenuto di 56 anni, si è impiccato con la cinta di un accappatoio legata alle sbarre di una finestra del bagno del braccio G14, l’infermeria. Il cadavere dell’uomo e’ stato trovato alle 4.29,subito e’ stato allertato il 113 e sono intervenuti gli agenti del commissariato San Basilio ma per la vittima non c’è stato nulla da fare. La salma e’ stata messa a disposizione dell’autorita’ giudiziaria. Sulla vicenda è intervenuto con toni decisi, quasi accusatori, il garaante regionale dei diritti dei detenuti, Angiolo Marroni.

”Da tempo Giampiero dove essere da tutt’altra parte. Avrebbe potuto godere di misure alternative alla detenzione, ma non aveva un posto dove andare. Abbiamo segnalato piu’ volte il suo caso, ricevendo solo risposte
burocratiche, silenzio e indifferenza”, ha denunciato Marroni, che specifica: “Ha atteso il cuore della notte, quando tutti dormivano per impiccarsi all’interno di un bagno. Sulla sua cartella clinica venivano dichiarate diverse patologie tra cui cardiopatia dilatativa, gastrectomia, parkinsinismo, il tutto dovuto alla sua storia di alcolista e tossicodipendente”. Una morte che poteva e doveva essere evitata, ha affermato in sostanza il garante. “Tutto questo determinava il fatto che la sua eta’ biologica era di gran lunga superiore a quella anagrafica – ha sottolineato – Sono indignato per il modo prevedibile ma assolutamente evitabile in cui si e’ chiusa questa tristissima vicenda. Occorre agire affinche’ non si ripetano piu’ casi di questo genere considerando che esistono, e sono stati da me segnalati, altri detenuti che si trovano insimili condizioni” .

A quanto risulta all’Ufficio del Garante l’uomo era recluso dal 2000, con fine pena 2010, per reati connessi alla droga e per lungo tempo ricoverato nei centri clinici delle carceri dove era stato ristretto. L’uomo non aveva famiglia ed era nullatenente. Avrebbe potuto godere di misure alternative alla detenzione ma non avendo un posto dove andare era rimasto sempre in carcere. Il suo caso era da tempo seguito dallo staff di Marroni, che aveva avviato le pratiche per fargli avere la carta di identita’, necessaria per ottenere una pensione sociale e si
era impegnato, cercando di coinvolgere le istituzioni preposte, nell’individuare una soluzione per consentire al detenuto di scontare il residuo della sua pena in case di accoglienza o in strutture adeguate a questo tipo di problematiche. ”Sono triste e indignato per il modo, assolutamente evitabile, in cui si e’ conclusa questa vicenda – ha insistito ancora Marroni – Abbiamo piu’ volte segnalato la drammaticita’ di questo caso ma in cambio abbiamo ricevuto solo risposte burocratiche, o, peggio ancora, indifferenza. Non posso fare a meno di notare che per un detenuto comune come Giampiero non c’e’ stato nessun eco mediatica, nonostante le nostre sollecitazioni ai mezzi di informazione. Purtroppo, Giampiero, ha pagato il fatto di non essere un detenuto eccellente e di non godere di una notorieta’ che forse gli avrebbe salvato la vita”.

Gli italiani – e anche i cattolici praticanti – sono in maggioranza favorevoli all’eutanasia per Piergiorgio Welby, il malato terminale che ha chiesto ai medici di staccare la spina, ma che ha ricevuto in cambio un diniego. Il problema, ha spiegato il dottore che lo ha in cura, è che facendolo violerebbe la legge. Oggi, a conforto della richiesta di Welby, co-presidente dell’associazione radicale Luca Coscioni, da mesi al centro di una battaglia personale e politica in favore della “morte dolce”, arrivano i clamorosi risultati del sondaggio Ipr Marketing per Repubblica.it, da cui emergono in sostanza due cose: gli italiani hanno una visione diversa dalla legislazione in vigore; chi si definisce cattolico praticante, sull’argomento, non sembra seguire i dettami della Chiesa.

Alla domanda se i medici dovrebbero accogliere la richiesta di Welby, il 64% degli intervistati (un campione di mille cittadini residenti in Italia) non ha dubbi nel rispondere un secco sì, contro il 20% dei contrari e un 16% che preferisce non esprimere la propria opinione in assenza di un’idea chiara in materia.

Ma ben più significativo è il dato se si tiene conto della fede religiosa degli intervistati: in particolare tra coloro che vedono l’eutanasia come una soluzione praticabile per Welby, il 50% si dichiara cattolico praticante, mentre il 71% abbraccia la fede cattolica, ma non pratica.

Anche tra coloro che dichiarano di professare un’altra religione la percentuale dei favorevoli all’eutanasia è elevatissima: si parla del 68%. Mentre la percentuale diventa quasi bulgara quando la richiesta viene fatta agli atei che, per il 95%, si dicono favorevoli a staccare la spina. I contrari. Tra gli intervistati che invece si dicono contrari ad accogliere la richiesta di Welby si conta un 28% di cattolici praticanti; un 15% di cattolici non praticanti e il 18% di cittadini che appartengono ad altri credo religiosi. Gli atei che non ritengono sia giusto praticare l’eutanasia sono solo il 3%. Infine il 51%, quindi una percentuale elevata, spiega che preferisce non rispondere alla domanda se i medici “non” dovrebbero staccare la spina.

Intanto proprio oggi Welby ha dato mandato ai suoi legali affinchè ricorrano alla magistratura per ottenere il via libera alla sua richiesta: “il distacco del ventilatore polmonare sotto sedazione terminale”.

E sui risultati del sondaggio di Repubblica interviene Marco Cappato, segretario dell’associazione Luca Coscioni secondo il quale “anche i cattolici non seguono il Vaticano e resistono alla propaganda di strumentalizzazione”.

Cappato spiega che “il presidente dell’associazione francese per il diritto all’eutanasia è stato per molti anni Jacques Pohier, uomo di chiesa ed ex-direttore della rivista post-Concilio Vaticano II, ‘concilium’. Fu lui a coniare l’espressione ‘morte opportuna’, ripresa da Welby come alternativa a ‘morte dignitosa’, proprio per riservare alla vita l’obiettivo della dignità”.

Questa, per Piergiorgio Welby, è “la migliore testimonianza di un cattolicesimo possibile, rispettoso del dramma della sofferenza e della libertà – conclude Cappato – contro i dogmi di quei fondamentalisti clericali che, nell’assolutizzare la ‘vita’, impongono una concezione materialistica di esistenza biologica privata di volontà, trasformando il diritto alla vita dignitosa in condanna alla tortura infame”. Secondo l’esponente radicale i dati pubblicati da Repubblica “sono in linea con la storia democratica e referendaria del nostro paese”.

E Micromega, la rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais in edicola da venerdì, lancerà la proposta di un referendum che decida “finalmente, una volta per tutte”, di abrogare l’articolo del codice penale che stabilisce una condanna fino a 15 anni di carcere per chi ‘assiste’ al suicidio.

<!– do nothing –>”Oggi chi aiuta un malato terminale che rifiuti di continuare ad essere torturato – si legge nell’editoriale non firmato, e dunque attribuibile al direttore – rischia una condanna fino a 15 anni di carcere. Questo commina l’articolo del codice penale che sanziona l’assistenza al suicidio. Articolo abnorme. Articolo che un paese civile dovrebbe avere da tempo abrogato. Nasca quindi un movimento referendario che, abrogandolo, renda il nostro Paese meno lontano dagli standard europei di civiltà”.

  La vicenda di Welby, così come ogni vicenda umana e dolorosa, chiama in causa la politica nel suo complesso, e la sua saggezza nell’affrontare, co­sì come ci richiede lo spirito di questo tempo, quei terre­ni complessi e nuovi che l’avanzamento della tecnica ci pone davanti con forza. Credo però che su questo terreno valga la pena di fare un po’ di chiarezza. L’euta­nasia è un tema molto diffi­cile, ma certamente non è un tema nuovo. La storia della  nostra  letteratura  ci ha mostrato da sempre casi di estrema sofferenza e dolore di donne e uomi­ni, rispetto   ai  quali  la pietà ha preso il soprav­vento sulla fede. È stato così da sempre, nell’etica cristiana, così come in quel­la più laica. La pietà come ultima sfera del sacro, di quel  luogo  da  cui  tutto viene e tutto torna, che sfugge alla nostra umana comprensione e alla nostra tendenza occidentale a vo­ler dare di ogni cosa una spiegazione con cui illumi­nare il mistero.
 
Oggi certamente i tempi sono cambiati: e questo è dovuto all’avanzare delle scienze, che ci pongono di fronte nuovi interrogativi, ovvero l’andare oltre la pietà per sancire un mo­mento in cui la vita diviene realmente tale oppure smette di esserlo. Non solo, è cambiata anche la perce­zione della vita stessa, sempre più associata all’idea di essere sani, forti, e magari anche belli e giovani: una percezione che deve neces­sariamente fare i conti con la malattia e con il dolore, non   più   arginandolo   ma rendendolo parte del per­corso della vita.
 
Uno scenario che ci im­pone, oggi, riflessioni nuo­ve. Welby ci fa paura, per­ché a farci paura non è solo l’inconoscibile mistero della morte. A farci paura è la ca­pacità di poter mettere fine e inizio alla vita, in un terre­no in cui l’arbitrio cozza contro  la  speranza, non solo cristiana, contro la certezza che il re­spiro sia di per sé un atto di­vino, a prescindere dalle condizioni fisiche e materia­li. Allora, io credo che siano proprio questi i terreni in cui la politica debba entrare in gioco. Non tanto e non solo perché di fronte alla tecnica sia necessario un si­stema legislativo capace di porre limiti e possibilità. Quanto perché spetta alla politica divenire quel luogo di elaborazione culturale, e perché no filosofica, sullo spirito del nostro tempo, a partire dalla spiritualità lai­ca di donne e uomini che di fronte all’avanzare della tecnica rivendicano il biso­gno di interlocuzione con una sfera più alta di sé, in rapporto diretto con l’inco­noscibile mistero della vita. Su questo   terreno, io credo che nessuno possa er­gersi a difesa di valori pre­costituiti.  Certamente, l’a­vanzamento della bioetica, la possibilità di manipolare il proprio valore più intimo, il  patrimonio  genetico,  il procedere incessante  delle tecniche di fecondazione as­sistita necessitano di un luo­go pubblico delle decisioni che non può essere lasciato alla scienza in quanto tale. Spetta  bensì  alla  politica farsene carico con umanità e con saggezza. Qui entra in gioco la   laicità. Non  come  estro­missione di valori fondanti e appar­tenenti  alla  sfera del  religioso  -  la vita come dono di Dio – quanto piut­tosto come indivi­duazione di un nuovo patrimonio collettivo fatto di regole condivise, l’e­tica, capace di tenere insie­me le più alte aspirazioni delle donne e degli uomini. Uno spazio pubblico, dun­que, come alto luogo di approdo delle istanze di tutti, laici e credenti, di ogni pro­venienza,  appartenenza   e orientamento.
 
Questa è la grande esi­genza del nostro tempo: per questo di fronte a vicende come quella di Welby urta­no insopportabilmente i re­ferendum, gli «evviva» e gli «abbasso».  Urtano  perché la società di oggi necessita una grande riflessione su sé stessa, capace di affrontare il tema della morte non solo come uno spazio dove si in­contrano paure e mistero, ma anche capace di riposi­zionarla dove essa sta, entro la luce della vita, a cui dare pertanto    dignità,    valore quanto alla vita stessa. Per questo io credo Welby meri­ti ciò che chiede. E lo meri­ta la nostra società, pronta come è, io credo, a una nuo­va  riflessione,  moderna  e laica, per costruirsi una ra­gione   pubblica  in   cui   le donne e gli uomini si rico­noscano. Mi auguro che una sana discussione sul testa­mento biologico possa an­dare  in  questa  direzione, così  come  mi  piacerebbe che  si  parlasse  di  analisi pre-impianto. Con serenità, senza steccati, con l’ambi­zione di costruire quell’orizzonte condiviso, così ne­cessario anche al­le generazioni più giovani.
 

Questo vorrei fosse lo scenario con cui si con­frontasse il dibat­tito del Partito democrati­co. L’articolo impegnato e appassionato di Piero Fassino, in fondo, richiama a un’idea di Pd che di questo si occupi, è questa la media­zione alta di cui si parla e che farebbe del Pd un parti­to nuovo, capace di dire alle cittadine e ai cittadini: «qui stanno futuro, etica e mo­dernità, state con noi

”Credo che sia importante cominciare a ragionare seriamente sulle coppie di fatto soprattutto alla luce della possibilita’ che i fondi stanziati vadano perduti”. A dirlo, Alessandra Mandarelli, assessore alle Politiche sociali della Regione Lazio in merito alle dichiarazioni e alle perplessita’ sollevate dai consiglieri Enzo Foschi e Donato Robilotta.

”C’e’ effettivamente il pericolo – ha spiegato l’assessore Mandarelli – che un milione di euro e mezzo, stanziato nella scorsa finanziaria, vada perduto. Si tratta di contributi che l’assessorato alle Politiche sociali, quale assessorato competente, puo’ erogare solo attraverso l’approvazione di una legge. Ed ora ci sono addirittura 5 diverse proposte di legge in materia. Vorrei richiamare la maggioranza al senso di responsabilita’ per arrivare ad un testo condiviso che riesca a fare sintesi tra le diverse istanze in campo”.

”Il mio invito – ha concluso Mandarelli – e’ rivolto a tutti affinche’ fermino i sani protagonismi e si arrivi a una maggiore condivisione delle scelte e a una proficua collaborazione tra le diverse aree della maggioranza”.

Un finanziamento di 2,5 milioni di euro mediante il Fondo sociale europeo per corsi che dovranno finire entro il 31 ottobre del 2008 e un bando aperto a tutti che scadrà dopo 60 giorni dalla sua pubblicazione sul bollettino ufficiale regionale. L’obiettivo è quello di attuare la sperimentazione di un sistema di istruzione, formazione e accompagnamento al lavoro dei detenuti delle 14 carceri del Lazio con un progetto strutturato e non episodico; alle carceri, infatti, rimarranno delle dotazioni permanenti e aule attrezzate.

“Abbiamo avviato un Tavolo con tutti gli interlocutori interessati – ha dichiarato Silvia Costa, l’assessoreregionale alla scuola –  e, attraverso la rilevazione effettuata nelle strutture carcerarie della nostra Regione, abbiamo potuto conoscere con esattezza le reali necessità della popolazione carceraria. In primo luogo la formazione professionale, inoltre l’alfabetizzazione informatica, il recupero degli studi, i corsi universitari in modalità e-learning. Per quanto riguarda gli immigrati, sono emerse necessità di apprendere la lingua italiana e di effettuare percorsi che valorizzino la cultura di provenienza” – ha concluso l’assessore.