Non sappiamo quale delle tante versioni della Finanziaria che girano in questi giorni su Internet si avvicina di più al documento che verrà alla fine approvato oggi dal Consiglio dei ministri e che  da lunedì comincerà un iter parlamentare pieno di insidie. Probabilmente non lo sanno neanche il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia, dato che gli aggiustamenti e gli assalti alla diligenza continuano fino all’ultimo minuto, come narrano gli uscieri di Palazzo Chigi. E’ anche possibile che venga in queste ore rimessa in discussione la composizione stessa della manovra. Purtroppo continua la tradizione, ormai consolidata da anni, di fissare nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria solo i saldi, senza stabilire quanto dovrà provenire da inasprimenti fiscali e quanto da risparmi nelle spese delle amministrazioni pubbliche. E anche i saldi sono stati questa volta rimessi in discussione fin dall’inizio di settembre. E’ stata una trattativa condotta tutta senza paletti. Il rischio che generi mostri, come il fondo per l’erogazione del Tfr presso l’Inps che spinge lo Stato ad ostacolare in tutti i modi il decollo della previdenza integrativa, è perciò molto forte.   

 

 

 

Bene allora ricordare quali sono i paletti che ci impone il mercato e augurarci che la politica nelle prossime ore ne tenga conto. Quattro paletti sono particolarmente importanti.   

 

 

 

Primo, la dimensione del nostro debito, in assoluto e non solo in rapporto al Pil, ci rende molto vulnerabili al rischio di turbolenze sui mercati finanziari internazionali. Siamo nelle loro mani, nel senso che i nostri titoli di Stato sono detenuti per più di metà da investitori esteri, molti dei quali istituzionali, che sono costretti per norme prudenziali a ridurre la loro esposizione in Italia, nel caso di un downgrading del nostro debito al di sotto della A. Chi oggi propone di limitarsi a stabilizzare il debito ama probabilmente giocare alla roulette russa.   

 

 

 

Secondo, riduzioni del deficit attraverso incrementi delle tasse sono molto meno rassicuranti per i mercati che manovre rette su contenimenti della crescita della spesa. Questo perché è la spesa la variabile che oggi i governi in Italia non sembrano più in grado di controllare (è cresciuta del 2 per cento all’anno, al netto dell’inflazione, nell’ultimo decennio) e c’è un limite alla capacità di un’economia che ha già vaste aree di evasione fiscale di incrementare le entrate in rapporto a quanto il paese riesce a produrre. Gli investitori internazionali, sulla base di un’ampia casistica internazionale, sanno che solo i tagli alla spesa improduttiva possono permettere di coniugare risanamento e crescita, innescando un processo virtuoso di riduzione del debito. Sanno anche che una manovra tutta incentrata sulle tasse finisce per bloccare la crescita e generare instabilità politica. Sorprende che i politici che fanno a gara in questi giorni nel proporre incrementi di tasse e contributi non si ricordino che hanno rischiato di perdere le elezioni proprio per essere stati presentati dall’avversario come il partito delle tasse.

 

 

 

 Terzo, abbiamo una cattiva reputazione di maestri nella finanza creativa che abbiamo fatto di tutto per meritarci nella passata legislatura. Per questo non possiamo permetterci tagli fatti solo sulla carta, magari con una matita rossa, ma del tutto irrealistici. E’ bene che il Ragioniere dello Stato ne tenga conto prima di apporre il suo bollino. Meglio riduzioni dì spesa più contenute, ma sostenibili e crescenti nel tempo, che spostamenti di  fatto di poste da un bilancio di un anno a quello dell’anno successivo. Non serve costringere le amministrazioni centrali dello stato a ritardare il pagamento delle bollette dell’ elettricità o a ritardare consumi di beni intermedi indispensabili per il proprio funzionamento. Serve invece imporre che il decentramento di funzioni si accompagni a un decentramento del personale dello stato evitando le duplicazioni fra diversi livelli di governo, rafforzando gli ammortizzatori  sociali nel pubblico impiego.

 

 

 

  Quarto, perché i tagli siano davvero credibili, devono essere anche politicamente sosteni bili. Bene perciò che mirino a raggiungere una qualità della spesa pubblica che sia comprensibile e accettabile per i cittadini. Molti provvedimenti che, singolarmente, riducono di poco la spesa pubblica hanno una rilevanza simbolica molto importante nel rendere accettabili provvedimenti che hanno effetti molto più rilevanti. Oggi il Tesoro è rappresentato da propri dirigenti in 1623 Consigli di amministrazione. Perché non imporre che i gettoni di presenza conferiti a questi funzionari vengano in parte riversati nelle casse dello Stato? Non stanno, questi dirigenti pubblici, svolgendo le loro funzioni mentre partecipano a un consiglio di amministrazione di una società partecipata? E perché la previdenza pubblica, che a differenza di quella privata serve anche a ridurre le disuguaglianze, continua ad elargire 784 quiescenze di più di 15.000 euro al mese? Sono solo due esempi. Ma i simboli contano. Eccome.

  Diceva Luigi Einaudi che «i nuovi ceti, i quali giungono al potere, trasformano, insieme con gli altri, anche gli istituti tributari in conformità dei nuovi miti e dei nuovi ideali a cui essi hanno dovuto la loro ascesa». Ed è proprio a questa prova che si trovano chiamati Governo e maggioranza in queste ore: dimostrare quali siano i “miti” nei quali si riconoscono, precisare a quali ”ideali” si ispirano nella propria azione.
 
 Se terranno fede all’indicazione di voler aumentare le tasse sul ceto medio, la risposta sarà stata chiara: il mito è quello del ceto medio perfido perché tendenzialmente votato all’evasione fiscale, l’ideale quello dello Stato impiccione, le cui dimensioni si riflettono nelle grandezze della spesa pubblica, quella sì impossibile da riportare sotto controllo. Magari perché, spiegherebbero Einaudi e gli scienziati sociali, riportarla sotto controllo significherebbe minacciare privilegi, colpire corporazioni e intaccare parole d’ordine consolidate.
 
 Sull’aumento dell’aliquota fiscale per i redditi superiori ai 70mila euro infuria in queste ore la battaglia, che sapremo presto da chi sarà stata vinta. Molto è stato già scritto, anche su queste colonne, per dimostrare o per ribadire quanto quella misura possa risultare controproducente, sia dal punto di vista dell’equità fiscale che da quello della lotta all’evasione.
 
 
Mi posso limitare perciò a sottolineare due aspetti. Anche a sinistra, politici, economisti e giornali accorti — come, rispettivamente, Filippo Penati, Michele Salvati e «Il Riformista» — hanno notato quanto contraddittoria risulti questa linea rispetto a quell’offensiva della simpatia che il centro-sinistra aveva avviato, subito dopo le elezioni, nei confronti dei ceti produttivi del Nord. Dico “aveva”, perché negli ultimi mesi l’entusiasmo iniziale pare molto annacquato: le visite al Nord si sono diradate; e il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha dovuto richiamare il Governo perché rispetti gli impegni presi con la sua città.
 
 E facile immaginare, per esempio, come i percettori di redditi solo di poco superiori alla fatidica soglia dei 70mila euro abbiano gradito la pubblicità di Rifondazione comunista nella quale li si addita quali proprietari di panfili leggendari: loro, probabilmente reduci dai salti mortali che hanno dovuto fare per assicurare, col favoloso reddito di circa 3mila euro al mese, due settimane di vacanza alla propria famiglia.
 
 La seconda osservazione riguarda l’obiettivo, indicato ieri da Romano Prodi alla Camera, di riformare il capitalismo italiano: «Vaste programme», avrebbe commentato il generale de Gaulle. Romano Prodi conosce benissimo le virtù creatrici del capitalismo che, certo, va governato ma sa fare benissimo da solo nello spazzare via quanto c’è di inutile e di vecchio e nell’alimentare mobilità e innovazione. Un capitalismo che funziona è per definizione un capitalismo che si rinnova continuamente. Ma ha bisogno di qualche presupposto: della minore collusione possibile fra imprese e politica, tanto per cominciare.
 
 Poi, di uno Stato leggero, snello ed efficiente, che assicuri quei servizi (in primo luogo, istruzione e giustizia) nei quali si realizzano i diritti di cittadinanza; e perciò pronto a rinunciare a presenze e incombenze che lo distraggono da quegli obiettivi: uno Stato alla Blair, insomma; uno Stato che piaccia agli elettori svedesi, che non rinnegano il welfare ma chiedono più margini di libertà.
 
 lnfine,diunsistemafiscale che incentivi al lavoro e all’iniziativa, e quindi promuova, senza bisogno di circolari ministeriali, il rinnovo continuo del tessuto produttivo e delle iniziative imprenditoriali. Rinunciando a miti e ideali volti a perpetuare un sistema statico che per definizione si fa, allora sì, implacabilmente classista.  

  La Rosa nel pugno potrà, oppure no, diventare “partito”? La disputa, appassionante oppure no, sull’argomento ci ha fatto dimenticare un piccolo particolare: che siamo, già oggi, un soggetto politico. O meglio, che lo siamo stati, almeno sino alle elezioni: dopo, l’assenza di iniziative esterne condivise e le divisioni interne, hanno appannato la nostra immagine: sino a portare molti, anche tra di noi, a ritenere che il progetto avesse, diciamo così, “esaurito la sua spinta propulsiva”. Per inciso, la stessa introduzione del tema della titolarità del simbolo è testimonianza implicita di questo modo di pensare. E’ un litigio sulla futura eredità. Tra l’altro del tutto inutile. Perché delle due l’una: o la Rosa avrà successo e allora si continuerà a usarla insieme; o si risolverà in un fallimento e allora il simbolo non varrà, politicamente, nulla.
 
 Come superare l’impasse? Davanti a noi, due possibili strade. Nella prima, prioritatia è la costruzione delle regole per trasformare il soggetto politico in partito: diciamo, la federazione con i suoi meccanismi di decisione, di partecipazione e di garanzia. Nella seconda, prioritario è il recupero dell’iniziativa politica e culturale in tutte le sedi e utilizzando tutti gli strumenti esistenti; qui e oggi. Nella prima, il sistema esistente, con tutte le sue diversità, è un’anomalia da superare. Nella seconda, è una grande ricchezza potenziale che deve trasformarsi pienamente in risorsa politica.
 
 Abbiamo sperimentato il primo percorso nell’ultima direzione. Dove, però, due giornate di appassionata discussione si sono tradotti in un nulla di fatto. In un contesto in cui l’osservatore spassionato ha avuto l’impressione che ciascuno dei due modelli proposti tendesse a ignorare l’altro: lo schema di Pannella è quello di un “partito radicale più grande”; quello di Boselli (anche se più aperto e innovatore) è  quello di un partito socialista con più garanzie per il “socio di minoranza”. La sensazione è, allora, che con le scorciatoie organizzative e solo con quelle non si vada da nessuna parte. Meglio, allora, partire dalla situazione esistente; assumendola sino in fondo. Da un soggetto che si esprime, e dovrebbe continuare ad esprimersi, come “rete” di diversi modi di fare politica: prese di posizione individuali e collettive; club e sezioni; iniziative per la libertà di ricerca e contro la pena di morte e partecipazione alle elezioni amministrative; esercizi di democrazia diretta e inserimento pieno nelle istituzioni e nelle regole della democrazia indiretta; momenti di antagonismo e momenti di mediazione.
 
 In questo sistema, il ruolo del gruppo dirigente nazionale è assolutamente essenziale. In un’ottica in cui la sua preoccupazione prima non dovrebbe essere quella di censurare!mediare!autorizzare; ma piuttosto quella di promuovere ogni possibile iniziativa e ogni possibile sinergia. Così la reazione corretta rispetto al protagonismo radicale non è quella di imbrigliarlo (?) o di assistervi passivamente con soddisfazione o con irritazione ma di assumerlo come elemento di una iniziativa collettiva diversa, più ricca e più utile in termini di costruzione di una identità comune. Così la reazione corretta di fronte al protagonismo socialista a livello locale non è quella di considerarlo con pregiudiziale sospetto autorizzandone l’esercizio solo in casi particolari e “sotto sorveglianza”, ma di farlo proprio a pieno titolo.
 
 ”Rosapugnista” a pieno titolo è lo scienziato ricercatore che dà il suo contributo all’interno della “Luca Coscioni”; ma anche il dirigente Sdi che intende operare, sotto lo stesso simbolo, a livello locale. Tutte e due hanno diritto alla stessa considerazione: la causa della ”democrazia civica” deve avere per noi lo stesso valore di quello della libertà di pensiero e di ricerca. Pensare altrimenti significherebbe, per inciso, sminuire l’importanza del ruolo dei socialisti, contribuendo a favorire quel “disimpegno Sdi” dalla Rosa che rimane il principale elemento di debolezza del nuovo soggetto politico. Mentre, al contrario, la nostra specifica presenza va in ogni modo rafforzata ed estesa ad altre figure e gruppi dell’universo socialista. Siamo una comunità di diversi. Che deve, per prima cosa imparare a conoscersi e rispettarsi; proprio per lavorare meglio insieme. Abbiamo un gruppo dirigente che, al di là degli scoramenti privati, afferma concordemente di credere nel progetto e di volere “andare avanti”. E, allora che vada avanti nella legittimazione piena di tutte le presenze e nella rivendicazione del proprio ruolo: riflessioni e proposte politiche collettive; promozione di iniziative sui grandi temi della vita civile e sociale del paese; creazione, a ogni livello, di ogni possibile sinergia. Così facendo, il passaggio da soggetto politico a partito sarà molto più facile. In caso contrario moriremo lentamente. E la nostra prolungata agonia non sarà affatto commovente; anzi vagamente comica.  

  La Chiesa unisce ciò che Cristo aveva diviso, con il suo gesto, rivoluzionario, esemplare. Quasi un’eutanasia teologica, la morte del figlio del Dio per la risurrezione dell’uomo, segnata a ferro e sangue sulla croce. E’ l’impressione che si ricava dalla telefonata con Corrado Augias, al ritorno da Parigi, parlando del tema dell’eutanasia e del suo ultimo libro, Inchiesta su Gesù. Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo (Mondadori), scritta con Mauro Pesce. Gli argomenti sono l’eutanasia, la politica, la chiesa. Della “ben-morire”, Augias ne aveva parlato in tempi non sospetti, quando Giorgio Napolitano al Quirinale, autore di un vibrante intervento sul l’eutanasia, era un miraggio. Era l’inizio del 2006 e durante la sua trasmissione di Raitre, Storie, Augias annunciò di aver comprato in Olanda, per cento euro, il kit per l’eutanasia. In seguito alle polemiche, scrisse poi una lettera a Repubblica, dove tiene una rubrica con i lettori, che finiva così: «C’è nel suicidio consapevole responsabilmente esercitato (perché anche il suicidio può diventare una futilità) una traccia della virtò romana antica. Il desiderio di restare padroni di sé, di congedarsi dalla vita senza doversi vergognare». Ieri il giornale della Cei, Avvenire, lo attaccava, per l’acquisto della «indegna macchina».
 
 «E’ stato molto positivo l’intervento del presidente – dice Augias – quasi a rompere un tabù, perchè l’eutanasia è ancora un tabù. L’assurdo è che è tangibile un favore popolare sull’argomento: se ci fosse un referendum propositivo, come in Svizzera, passerebbe a larga maggioranza». Augias parla dal punto di vista del suo campionario. «Il pubblico di Repubblica forse non è indicativo della totalità degli italiani, ma ricevo moltissime lettere, anche personali, tutte favorevoli. Nessuna macchina in ernale, è cocktail di medicine che prima provocano un sonno profondo e poi la morte».
 
 Ma nessun “predicozzo” alla classe politica. «La sua cautela è giusta, in questo momento c’è il progetto del testamento biologico. Non dovrebbero esserci dubbi, su questo, e per fortuna Ignazio Marino, da cattolico ma anche da uomo di scienza, ha trovato un compromesso su cui intendersi. E’  un buon primo passo. Non si può andare al diretto scontro con le gerarchie cattoliche e chi le rappresenta, sennò finisce come per il referendum sulla procreazione assistita».
 
 Sul piano dei diritti civili, secondo Augias, lo scontro è asimmetrico: «Siamo di fronte a qualcosa di simile al divorzio e l’aborto: sono progressivi passi in avanti verso la libertà della propria vita. Ma lo scontro è asimmetrico: chi è in favore parla per sé, chi è contrario, invece, parla per tutti. Arroga una delega generale in base di pretesi principi morali superiori. Questa è la differenza morale e concettuale».
 
 Tutte le conquiste fatte in favore dei diritti e degli individui - sostiene Augias – sono stati fatti «contro la Chiesa cattolica. E’ una verità storica. La Chiesa cattolica, ed è un’aggravante, ha tradito il messaggio originale di Gesù, che era di tenere divise le sfere della politica e della spiritualità. Gesù ha rotto quella unità che era presente nel mondo antico, che vedeva unita divinità e politica: dai greci ai romani, agli egiziani. E Gesù, dividendo Cesare e Dio, ha scisso questa unità originaria. Da allora le due sfere si sono divise ulteriormente, fino all’apoteosi della dichiarazione del 1789. Tutte queste cose sono state fatte contro la Chiesa. Chiesa cattolica che ha tradito il messaggio di Cristo. Anche nel caso dell’eutanasia».
 
 Un messaggio che alcuni non hanno mai avuto. «Da questo punto di vista, l’Islam è un residuo del mondo antico. Come se questa religione nata nel deserto si fosse fermata a quel punto perché non ha mai maturato questa decisione che nella rivoluzione, di divisione delle due sfere».

  Due fantasmi si aggirano per le stanze dei ministeri economici di mezza Europa: il fantasma della proprietà pubblica e quello della proprietà nazionale. Si aggirano soprattutto da noi: erano già presenti con il governo di centrodestra e sono puntualmente tornati con quello di centrosinistra. In un Paese con un’industria privata debole, pressato dal bisogno di uno scatto di competitività, essi spesso si presentano in coppia e i loro argomenti sono suadenti: le «teste» delle industrie strategiche devono rimanere in Italia. E se il privato non ce la fa, allora intervenga il pubblico. Pubblica o privata, dobbiamo però avere una grande industria nazionale in settori avanzati per tornare a crescere. Gli argomenti per resistere al fantasma «nazionale» è tornato ad esporli Pippo Ranci in un articolo su Il Sole-24ore del 22 settembre, sul contenuto del quale concordo pienamente. Come è possibile rispondere al fantasma «pubblico», suo gemello? Un fantasma la cui ultima apparizione — il famoso documento Rovati — è recentissima ma che aleggia alla lontana anche quando non si progetta di ampliare la proprietà pubblica nell’economia e ci si limita a parlare di politica industriale e di collaborazione tra pubblico e privato per identificare iniziative di sviluppo promettenti. Gli argomenti che mi sembrano più persuasivi non discendono da un liberismo dottrinario, dalla vera e propria fede che anima non pochi miei colleghi. Fu una fortuna che le pressioni americane non riuscirono a indurre i politici democristiani del dopoguerra a smantellare l’Iri e a bloccare lo sviluppo dell’Eni: con l’industria privata che allora ci ritrovavamo, probabilmente non saremmo riusciti a sostenere lo straordinario sviluppo degli anni Sessanta e Settanta. E se fossi vissuto in Francia, negli anni Novanta, probabilmente non avrei appoggiato un disegno di privatizzazioni e liberalizzazioni con la stessa convinzione con cui lo difesi in Italia: nel suo insieme, l’industria pubblica francese era tecnologicamente all’avanguardia e gestita secondo impeccabili logiche aziendali.

 

 

 

In Italia non era così: nonostante la presenza in essa di numerose aree di eccellenza tecnica e gestionale, l’inquinamento politico aveva corrotto così a fondo le sue strutture che essa non era salvabile come proprietà pubblica. Al di là dell’onere che Iri, Efim e Gepi avevano già addossato allo Stato — un calcolo Mediobanca dell’ottobre 2000 lo stimava in circa 95.000 miliardi di lire — era proprio la formula che non funzionava: a partire dalla metà degli anni Sessanta, progressivamente, la proprietà pubblica aveva permesso ai partiti di governo di travolgere ogni logica aziendale. Un effetto che la Francia, per la diversità del suo sistema politico e per la qualità della sua pubblica amministrazione, era riuscita a scongiurare. Il nostro sistema politico è mutato e la qualità della dirigenza pubblica è forse migliorata. Ma anche se fenomeni di inquinamento politico come quelli della Prima Repubblica fossero oggi evitabili, tornare indietro sarebbe privo di ogni giustificazione economica. Un conto è costruire un’indispensabile industria di base in un Paese semi-agricolo; un altro promuovere un insieme di nuove iniziative in un contesto così sofisticato, mobile, imprevedibile com’è quello in cui deve competere un Paese avanzato oggi. Spero che il piano «Industria 2015» lanciato dal ministro Bersani abbia successo. Lo spero realisticamente perché sono sicuro che egli è consapevole dei rischi che corre una politica industriale pubblica che pretende di indovinare i settori in cui l’industria italiana può avere maggior successo.

È bastata una riunione della direzione per spegnere il bel sogno della Rosa nel Pugno, presentata un anno fa come la grande novità destinata a rinnovare la sinistra. La riunione, dopo un periodo di pressoché assoluta incomunicabilità fra le due componenti della Rosa nel Pugno, la radicale e la socialista, si è conclusa con un discorso di Pannella, e uno di Boselli, che nella sostanza hanno concluso di non avere più nulla da dirsi. Da domani, si vedrà.

Il matrimonio fra radicali e socialisti ha suscitato da sempre più di un dubbio negli osservatori più attenti. Se è vero che vi sono state nel passato battaglie comuni (divorzio e aborto) non è meno vero che differenze serie esistono nella storia e nel comune sentire dei due protagonisti politici: da una parte i socialisti, figli di una sinistra che si richiama da sempre a un mitico movimento operaio, e da sempre di casa in un sindacalismo tradizionale nella sua staticità; dall’altra i radicali, prodotto maturo a loro volta di una concezione liberista dell’economia, e di un libertarismo più disinibito di quello socialista su temi come i matrimoni gay, la droga, nella esibizione di un anti-clericalismo che vive in una delle tante sigle del mondo radicale.

Ma, ed è questa una mezza sorpresa, la rottura è avvenuta sulla natura costitutiva, sui modi di vivere la politica, e perfino su temi organizzativi che sembrano a prima vista i più facili. È qui che i due soggetti politici che sono andati allontanando sempre più. I socialisti hanno continuato a coltivare il loro carattere di partito minore, ma tradizionale, che vive sul territorio, che ha nelle sezioni di paese e di quartiere i suoi punti forza, nei quali ci si raccoglie, si discute e si vota, in definitiva ci si immerge nella politica. I radicali non hanno mai rinunciato al carattere di formazioni d’élite, di una struttura da club o da lobby che si mobilita su singoli temi e di preferenza sul piano nazionale. Per il resto provvede la leadership indiscussa di Pannella, che fissa di volta in volta i temi, i tempi e i modi della mobilitazione. Come è stato di recente col Satyagraha mondiale per la pace, e per l’ammissione di Israele nell’Unione europea, intenti tutti nobilissini e condivisibili, lanciati alla vigilia del Ferragosto.

Il punto di crisi più dibattuto nei giorni scorsi riguarda una questione proprietaria. Sembra assodato, dalle carte, che il simbolo della Rosa nel Pugno sia nella disponibilità dei radicali, o di Pannella. E i radicali, gelosi della purezza del simbolo, non sono disposti a utilizzarlo nelle confuse e non sempre decifrabili contese municipali. Insomma, niente Rosa nel Pugno nelle elezioni amministrative. Un rifiuto, e una umiliazione, insopportabili per i socialisti.

La direzione della Rosa nel Pugno si è conclusa senza accordi, e senza un appuntamento per il futuro. Radicali e socialisti cercheranno almeno per il momento di convivere nel timore di rivelare le rispettive debolezze. I radicali continueranno a recitare attorno a Pannella la parte dei figli della Ragione, ai socialisti resterà forse, se mai vedrà la luce, un posticino nel Partito Democratico: D’Alema ha già fatto sapere che potrà esserci un posto per loro, ma solo dopo la separazione da Pannella.

L’eutanasia finisce in Tv e da tutte le parti suona l’allarme. A Giovanni Minoli, che lunedì a “La storia siamo noi” vuole mandare in onda un filmato “integrale” che racconterà la “dolce morte” di un malato terminale, il presidente della commissione di Vigilanza Landolfi intima l’altolà: «La Rai rispetti la sensibilità dei telespettatori». E tre parlamentari dell’Ulivo annunciano un interrogazione urgente a Gentiloni: risponde al vero, chiedono Lusetti (Margherita), De Petris (Verdi) e Marino (Ds) che il documentario appartiene a una casa di produzione olandese di proprietà di un gruppo confessionale, non cattolico, radicale? E mentre il ministro delle Comunicazioni lascia al vertice Rai «la valutazione sull’opportunità di trasmettere o meno il programma», in difesa di Minoli scendono in campo Capezzone e Sbarbati. Con il direttore generale di viale Mazzini Cappon che lascia perora tutte le porte aperte: «Penso che la Rai debba fare una proposta varia e complessa, senza nessuna esclusione a priori. Le scelte vengono fatte dalle direzioni e sono di loro responsabilità. Confidiamo ovviamente che chi fa le scelte le sappia fare».

 

 

 

E l’altra sera i parlamentari cattolici di entrambi gli schieramenti, dalla Margherita ad An, si sono incontrati nella sede di Scienza e Vita proprio per discutere di eutanasia. «Seguiranno altri incontri – annuncia Paola Binetti – e anche a breve. C’è un’urgenza». Intanto, ieri sera si è riunito anche l’intergruppo parlamentare “Persona e bene comune”. A dividere “teodem” e ”teocon” c’è solo un punto: se ci sia bisogno di una legge sul testamento biologico o se bastino le norme esistenti. 

 

 

Il Vaticano continua a chiedere ai parlamentari cattolici di adoperarsi «in difesa della vita fino alla sua conclusione naturale». Ieri, lo ha fatto il cardinal Martino, che paventando che l’Italia segua il modello olandese, ha equiparato l’eutanasia a «un aborto procurato». Appello ai credenti «impegnati in politica» anche da “Famiglia Cristiana”, mentre “l’Avvenire” giudica poco credibili i sondaggi secondo i quali la maggioranza dei cattolici sarebbe favorevole all’eutanasia. 

 

 

 

Intanto, sta per aprirsi un altro fronte: l’ufficio di presidenza della commissione Giustizia della Camera ha messo in calendario da novembre, su proposta della Rosa nel pugno, le proposte di legge sul riconoscimento delle coppie di fatto. soddisfatta la sinistra, meno l’Udeur. E l’opposizione annuncia barricate.

I poteri speciali sul traffico permetteranno alla Capitale di accelerare di due anni i tempi per un cospicuo pacchetto di interventi per agevolare la viabilita’: dalle telecamere sulle corsie preferenziali, alla realizzazione di parcheggi, dagli interventi di ammodernamento e potenziamento della rete della metropolitana agli ampliamenti e raddoppi di assi viari importanti.

Il pacchetto di interventi e’ stato illustrato oggi dal sindaco di Roma Walter Veltroni, che ha fatto un primo punto sulle opere che potranno usufruire delle procedure abbreviate conseguenza dei poteri speciali. ”I poteri – ha sottolineato Veltroni – agevolano le procedure, ma non prevedono finanziamenti aggiuntivi rispetto a quelli gia’ previsti nel bilancio comunale”.

Veltroni ha sottolineato la volonta’ di estendere progressivamente a tutte le corsie preferenziali i cordoli, che danno risultati importanti, ha sottolineato, contro la sosta selvaggia. Naturalmente, non saranno installati dove ci sono controindicazioni. C’e’ anche la volonta’ di ”installare su alcuni tratti di preferenziale le telecamere”.

Nel giro di dieci giorni, inoltre, sara’ presentato un nuovo piano parcheggi che ha l’obiettivo di creare dei parcheggi a rotazione interrati, nei grandi quartieri, sul modello delle grandi capitali europee. ”Nelle aree che saranno dotate di questi parcheggi, anche da 600-800 posti auto, sara’ istituito il divieto di sosta fisso per combattere la doppia fila”, ha detto.

Grazie ai poteri speciali, inoltre, sara’ possibile assumere mille vigili urbani in piu’, 500 entro la fine dell’anno dalla graduatoria esistente, e altri 500 attraverso un nuovo concorso. A questi si aggiungono poi i 300 che entreranno con il turn-over. I nuovi assunti andranno nel git, il gruppo che si occupa del traffico e nei gruppi territoriali.

Oltre 380mila metri cubi di manufatti abusivi abbattuti. È questo il bilancio della lotta all’abusivismo edilizio del Campidoglio che dal 2001, anno di inizio dell’amministrazione Veltroni, ha riguardato ogni zona della città, dal centro alla periferia. All’attivo ci sono battaglie vinte come la demolizione di 20mila metri cubi di parti abusive dell’Hotel Summit, sulla via Aurelia, o quella dei tralicci di 42 emittenti private che minacciavano con l’elettrosmog la scuola elementare Leopardi a Monte Mario.
Spesso, poi, dopo le ruspe, c’è stato spazio per numerose riqualificazioni. È il caso del parco che oggi sorge in via Claudia, davanti all’ospedale militare del Celio, un’area per anni in stato di degrado e abbandono.
Dal 2003, inoltre, il Campidoglio si serve di Gemma spa, la società compartecipata al Comune che fornisce rilevazioni aeree per smascherare i manufatti abusivi. Ecco i principali interventi di demolizione realizzati in questi ultimi anni.
Per quanto riguarda i parchi, tra gli interventi più importanti, quello di due giorni fa all’interno del parco di Veio, dove è stato abbattuto un villino abusivo di 8mila metri cubi, ma anche quello in via della Giustiniana con oltre 30mila metri cubi abbattuti. Nel Parco dell’Appia Antica, in via del Pago Triopio, è stata demolita una villa abusiva di 600 metri cubi costruita proprio di fronte al Mausoleo di Cecilia Metella. Sopra le catacombe dell’antico cimitero di Domitilla, in una zona vincolata in via delle Sette Chiese è stato demolito un fabbricato abusivo di 1500 metri cubi, situati proprio sopra le Catacombe e, sempre nella stessa via, una piscina abusiva costruita sulle Catacombe di San Callisto, in pieno Parco dell’Appia Antica. Nel Parco di Decima Malafede è stato abbattuto, in via di Trigoria, il Paradise club srl, una costruzione di 300 metri cubi sorta in una zona protetta.
Nel centro storico, in via delle Terme di Caracalla, sono stati abbattuti alcuni capannoni abusivi per oltre mille metri cubi in zona sottoposta al regine di inedificabilità. L’azione contro l’abusivismo ha interessato anche ampliamenti come quello, in via dei Cappellari, a Campo de’ Fiori, dove è stata demolita una costruzione di 150 metri cubi realizzata sul terrazzo di copertura. In via Margutta viale Trinità dei Monti, è stata colpita una villetta di 300 metri cubi in costruzione di fronte alla Casina Valadier e a Campo Boario alcune baracche abusive per oltre duemila metri cubi nell’area dell’ex mattatoio.
Aree vincolate: in via Augusto Persichetti, zona Massimina, sono stati demolite quattro ville abusive, per complessivi 12mila metri cubi, in corso di realizzazione. Demoliti, in zone vincolate, anche un capannone abusivo di 800 metri cubi in via di Fioranello e un capannone abusivo di 3500 metri cubi in via dell’Almone.
Molte demolizioni effettuate anche in periferia: in via Noasca, in zona vincolata, è stato abbattuto un fabbricato di circa 20mila metri cubi per la realizzazione di 10 appartamenti, con intenti speculatori; in via Lombriasco, in zona vincolata, un fabbricato di circa seimila metri cubi; in via Monte Chiaro d’Asti, in zona vincolata un fabbricato di circa ottomila metri cubi per la realizzazione di otto appartamenti; a Largo Preneste ex Snia, baracche abusive di oltre 20mila metri cubi.
All’Idroscalo di Ostia, infine, in un’area vincolata ad alto rischio di esondazione, il Campidoglio ha proceduto a demolizioni ripetute più volte per l’abbattimento di numerose costruzioni abusive realizzate in materiali vari per un totale di tremila metri cubi.

“Rivoluzione culturale”, per il centrosinistra e per il paese. Con queste parole il ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Locali Linda Lanzillotta apre il confronto con le realtà regionali del Lazio sulla liberalizzazione dei servizi pubblici. All’orizzonte, un mercato concorrenziale dove imprese pubbliche e private competeranno tra loro e dove sarà l’ente locale a definire le caratteristiche del soggetto erogatore. “In altri paesi del mondo il settore pubblico è un settore terziario avanzato, noi vogliamo renderlo moderno – commenta il ministro – Vogliamo un’industria dei servizi a costi più bassi, che metta il cittadino al centro”.

Al convegno intitolato “La nuova regolazione dei servizi pubblici locali”, il ministro presenta quella che ormai per tutti è la ‘legge Lanzillotta’. Il disegno di legge n.772, che in tre anni potrebbe modificare gli assetti locali del settore pubblico, non minerà però campi critici come quello dell’istruzione e quello ancor più complesso della gestione dell’acqua. “Siamo sensibili alle richieste di alcune anime della coalizione – ha aggiunto il ministro – che vedono l’acqua come un bene primario. Ma al parlamento la scelta finale”.
Anche per Giuseppe Labarile, presidente della Confservizi Lazio, la gestione esclusiva pubblica non è la soluzione. “Bisogna superare vecchi e nuovi pregiudizi – commenta Labarile – si tratta di favorire la crescita dei territori e dei settori cruciali dei servizi di pubblica utilità”.

Regione e Comune sono i diretti interessati. Per la Capitale sono tre le priorità: regolazione moderna ed efficiente, concorrenzialità per le aziende, difesa e valorizzazione del patrimonio industriale esistente. “Non possiamo più permetterci il lusso di ignorare l’esigenza di rivalutazione delle reti e delle infrastrutture, come acquedotti, fognature e trasporto pubblico locale – sostiene Marco Causi, assessore alle politiche economiche e finanziarie di Roma – il settore pubblico è arretrato e inefficiente, va rinnovato”.
Si definisce ‘perplesso’ invece Luigi Nieri, assessore delle politiche economiche e finanziarie della regione Lazio, che auspica un maggiore coinvolgimento delle entità locali e un minimo di riflessione sugli interventi di privatizzazione messi in atto nel paese.