NEW YORK (Stati Uniti) - Gli occhi pieni di paura fissano la telecamera. Sopracciglia rasate, capelli tagliati cortissimi e dipinti di verde, sulla fronte una croce anch’essa verde simbolo di vergogna per una donna musulmana. È questa una delle spaventose immagini di un video (■ Guarda) diffuso dal sito internet del quotidiano statunitense New York Times sul caso di una giovane donna cecena incinta, sospettata di adulterio e torturata per questo dalla polizia.
Un documento di tre pagine: è questo il risultato dell’acceso confronto tra i tassisti della Capitale, protrattosi per oltre dieci ore.
Da settembre saranno 2.500 i taxi in piu’ a Roma. Saranno cosi’ distribuiti: 1.000 la mattina, 1.000 il pomeriggio e 500 la sera. A settembre sara’ presentata una delibera comunale che prevede un pacchetto di iniziative da concertare con i tassisti: tra queste, la tariffa unica dal centro di Roma a Fiumicino a circa 40 euro e la questione dei sostituti alla guida per coprire piu’ turni.
Un capitolo a parte, da concordare anche con le Fs, sara’ dedicato alla stazione Termini dove e’ prevista la riorganizzazione del servizio con piu’ auto ma anche piu’ posteggi per ospitarle. E’ stato chiesto inoltre ai tassisti di far salire sulle auto anche i clienti che non abbiano prenotato il taxi con una telefonata. In piu’ i tassisti si impegneranno a sciogliere i turni in presenza di eventi speciali, come ad esempio La Notte bianca. Il Comune, invece, da parte sua, si impegnera’ ulteriormente nella lotta all’abusivismo, installera’ cordoli nelle corsie preferenziali e mettera’ in campo azioni per aumentare la velocita’ commerciale. Sempre in linea con l’obiettivo di sconfiggere il fenomeno degli abusivi, è previsto un albo regionale degli Ncc, ovvero i noleggio con conducente: il Comune di Roma ha fatto propria la richiesta dei tassisti e condivide l’idea che potrebbe rappresentare uno strumento di riordino. Le province sarebbero così obbligate a stilare una nuova riprogrammazione che stabilisce, in base al numero dei residenti, la quota degli Ncc.
Tra i punti che i tassisti hanno richiesto ed hanno ottenuto anche il fatto che negli alberghi saranno affisse delle locandine con tutte le informazioni in merito al funzionamento del servizio taxi a Roma.
Tra le novita’ anche il fatto che i turni integrativi potranno essere effettuati attraverso l’applicazione della legge
Bersani (che prevede l’utilizzo di collaboratori familiari, sostituti alla guida e dipendenti) ma anche tramite l’estensione dei turni da parte dei titolari di licenza. I turni ordinari passeranno dalle 7 ore e 30 alle 8 ore. Tutto questo per una durata di sei mesi, alla scadenza dei quali le parti si incontreranno nuovamente per fare il punto della situazione.
Nel verbale della riunione si legge anche che “per la tariffa predeterminata si stabilisce che in via sperimentale, all’interno delle mura Aureliane, il prezzo da e per l’aeroporto di Fiumicino sia di 40 euro mentre per Ciampino di 30″.
Il comune di Roma, sempre stando alle richieste avanzate, dovrebbe rendere noti, attraverso una campagna pubblicitaria rivolta ai cittadini, i punti dell’accordo e disporre l’obbligo da parte degli alberghi di esporre all’interno le tariffe pattuite.
Licenziare almeno una parte dei dipendenti pubblici che non lavorano? La proposta, avanzata qualche giorno fa sul Corriere della Sera da Pietro Ichino, ha suscitato grandi polemiche. Alcuni esponenti del mondo dell’economia e della politica (compreso lo stesso presidente del Consiglio, Romano Prodi) hanno detto di condividerla. Mentre altri, specie nel sindacato, l’hanno definita una «sciocchezza » o, tutt’al più, una «provocazione ».
Tra gli italiani nel loro insieme l’idea suscita una larga approvazione. E, ciò che è più significativo, il consenso è presente tra tutte le categorie, con una accentuazione tra i più giovani e tra chi possiede un titolo di studio più elevato. Ancoramaggiore è l’adesione tra i residenti nel Nord-Est. Com’è ovvio, l’idea di licenziare trova minor plauso nell’elettorato di centrosinistra. Ma anche qui resta maggioritaria: persino tra chi si definisce di sinistra tout-court, il 62% condivide la proposta di Ichino. Unorientamento così diffuso trae origine dalla visione che, a torto o a ragione, gli italiani si sono fatti del settore pubblico. Giudicato dalla maggioranza (quasi il 60%) meno efficiente di quello privato (anche se il 14% – che diventa il 24% tra chi si dichiara di sinistra tout-court – lo ritiene viceversa più efficiente).
Al sostanziale accordo con l’idea di licenziare i «lavativi», si accompagna però la convinzione che il giudizio sull’efficienza dei singoli debba essere espresso da criteri oggettivi: la proposta, sempre avanzata da Ichino, concernente l’indicazione degli inefficienti da parte di altri lavoratori accusati di scarso rendimento, trova consenso solo in una minoranza (17%). Quasi tre italiani su quattro (anche in questo caso, specialmente i giovani), viceversa, suggeriscono una più estesa e puntuale applicazione dei sistemi di misurazione della produttività anche ai lavoratori pubblici.
Alcuni, pur condividendo il suggerimento di Ichino, ne hanno sottolineato la difficoltà – secondo qualcuno l’impossibilità – di implementazione, sia per le resistenze interne alla stessa P.A., sia per gli intrecci tra quest’ultima e il mondo della politica. Forse anche per questi motivi, gran parte degli italiani, benché persuasa dalla proposta in sé, non ritiene che la sua attuazione possa rendere davvero più efficiente il settore pubblico. Per questo, la maggioranza auspica, da subito, una più ampia riorganizzazione dell’intero comparto. Si tratta, certo, di una richiesta fondata.
E’ del tutto evidente, infatti, che, oltre a sollevare conflitti sociali rilevantissimi, specie in certe zone del Paese (una larghissima parte della popolazione meridionale vive, come si sa, del «pubblico »), il licenziamento degli inefficienti non garantirebbe di per sé il ritorno al buon funzionamento del settore. Che necessita di interventi organizzativi e normativi di più vasta portata. Resta il fatto, però, che la reale introduzione, anche nel settore pubblico, della possibilità di licenziare, costituirebbe, secondo la maggioranza degli italiani – anche di quelli residenti al sud – un segnale forte di svolta e di rinnovamento.
“IL socialismo riformista ha creduto in un’economia mista”, scrive Anthony Giddens (Il secolo Postsocialista, la “Repubblica”, 29 Agosto), un compromesso in cui i settori chiave dell’economia restavano sotto il controllo dello Stato, e che “era sembrato in grado di funzionare grazie ai meriti (…) della teoria economica formulata da un liberale, John Maynard Keynes”. “Oggi”, continua Giddens, “la domanda chiave è se anche questo tipo di socialismo sia morto”. Oggi? Nel 2006? Singolare domanda: è dal 1919 che prima von Mises in “Gemeinwirtschaft” e “Kritik des Interventismus” per citare solo i principali e poi Hayek negli anni 30, hanno dimostrato in modo logicamente inconfutabile che quel “compromesso” non poteva funzionare: ben prima cioé che si manifestassero le conseguenze distorsive, diseguali e dispersive di risorse” a cui ha portato, secondo Giuliano Amato, la sua traduzione anche nei contesti socialdemocratici. Singolarissima porsela, quella domanda, in un articolo che segue quello di Amato. Fu infatti lui a smantellare, quattordici anni fa, in pochi giorni, a volte in poche ore, la struttura con cui lo Stato controllava settori chiave dell’economia e della finanza, e ad iniziare a mettere sotto controllo i costi diventati insostenibili del welfare. Amato è “fiero di essere socialista” (la “Repubblica”, 28 Agosto) consapevole che i termini “eguaglianza e libertà hanno finito per contrapporsi”, e che liberal-socialista è diventato un ossimoro. Nella tensione che ne deriva, e nella capacità di trarne la forza per convincere chi, da sinistra, vi si oppone, sta la sola speranza per la sinistra di essere lei a realizzare l’agenda delle riforme che Giddens ci elenca.
Il sospetto era stato insinuato pochi giorni fa da Nicola Di Giacobbe, responsabile nazionale di Unica Taxi della Cgil: “Non è solo il centrodestra che rema contro l’accordo fra il Campidoglio e i tassisti. Anche una parte del centrosinistra non lo vuole”, aveva detto il sindacalista che gira con la tessera dei Ds in tasca, dopo una lunga militanza nel vecchio Pci. La simpatia delle sigle auto bianche ”ribelli” per Francesco Storace, Gianni Alemanno e per la destra in genere era già nota. Ma a chi si riferiva Di Giacobbe quando ha sottolineato il “tradimento” nella maggioranza? Molti hanno subito pensato all’ala piu liberista della coalizione: i Radicali. Daniele Capezzone gia a luglio aveva criticato l’ammorbidimento del decreto Bersani seguito alle violente proteste di piazza e poi anche l’intesa di un mese fa.
In realtà, osservano fonti interne alla Cgil, Di Giacobbe si sarebbe riferito anche alla Margherita. ”Pensavo a tutti quelli che hanno criticato la categoria e il tentativo di mediazione del sindaco”, taglia corto il sindacalista. Ma la linea di Veltroni dalle parti di Francesco Rutelli, non è un mistero, non ha suscitato grandi entusiasmi. Il leader stesso della Margherita, quando era sindaco della Capitale, avrebbe voluto una liberalizzazione vera dei taxi. Ci aveva provato, ma aveva incassato dodici giorni di sciopero selvaggio e una violenta campagna diffamatoria e denigratoria nei confronti della moglie, Barbara Palombelli. Era stato costretto a rinunciare. E durante i giorni caldissimi delle proteste dello scorso luglio, mentre Bersani trattava, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Enrico Letta, minacciava la precettazione dei tassisti romani: anche lui era per la linea dura. Addirittura era stata ventilata l’ipotesi di rilasciare licenze temporanee di taxi per piegare la rivolta. “Avrei preferito misure più incisive”, aveva poi commentato Rutelli dopo la pace fra Bersani e i tassisti.
L’accordo raggiunto ieri sera, che ricalca nei principi l’intesa di luglio, rafforzerà forse realmente il servizio come si augura il Campidoglio, ma dai primi segnali che emergono potrebbe rischiare di aprire un nuovo fronte di polemiche interne alla maggioranza. “Non è una liberalizzazione”, dice Donato Robilotta, capogruppo in Regione dei Socialisti riformisti della Rosa nel pugno. “Nelle modalità scelte per l’applicazione del decreto Bersani - aggiunge Robilotta – il mercato resta chiuso, non c’e alcuna apertura alla concorrenza, le licenze restano nelle mani di chi gia le deteneva”. E non c’è nemmeno l’abbassamento delle tariffe, che secondo i manuali di economia è uno degli effetti virtuosi dell’apertura del mercato. Anzi, viene introdotto il prezzo fisso nelle corse fra il centro di Roma e gli aeroporti. E poi all’orizzonte si profila l’aumento delle tariffe. “E’ una follia. Il decreto Bersani nasceva anche con l’obiettivo di rendere il servizio meno caro per gli utenti. La settimana prossima presenterò alla Pisana il disegno di legge di Capezzone, che prevede una nuova licenza a ogni tassista. E se qualcuno rinuncia, quelle eccedenti saranno messe all’asta: è l’unico modo per aprire il mercato e potenziare il servizio”.
Ds romani, Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e liste civiche varie si sono comunque stretti intorno a Veltroni per raggiungere l’obiettivo prioritario indicato dal sindaco: rendere appunto il servizio più efficiente. Una parte della Margherita e la Rosa nel pugno invece, come già accennato, non hanno affatto apprezzato. Già nei giorni scorsi, quando hanno capito che il Campidoglio si preparava ad aprire sull’”adeguamento delle tariffe”, avrebbero cercato di spingere per convincere Veltroni a irrigidire la posizione, per tentare di salvare almeno in parte lo spirito originario del decreto Bersani. Del resto la liberalizzazione dei taxi era indicata chiaramente come uno dei punti del programma dell’Unione presentato da Romano Prodi prima delle elezioni. “Fra qualche mese verificheremo se le misure concordate funzionano, altrimenti bisognera rimettere mano alla legge”, aveva detto a luglio Rutelli. E il primo banco prova sara appunto la Capitale.
‘In questi giorni avanza la proposta, dell’assessore capitolino al Bilancio Marco Causi, di introdurre il famoso ‘contributo di soggiorno ’, far pagare al turista un euro a notte per ogni ‘stella’ d’albergo, esentando ostelli e ricoveri a carattere sociale. Il Sindaco Veltroni, dal canto suo, è impegnato a chiedere insistentemente al Governo Prodi l’autonomia finanziaria degli enti locali che permetterebbe al Campidoglio di avere carta bianca sulle imposte. Il contributo di soggiorno si stima possa portare nelle casse del Campidoglio circa 30 milioni di Euro, cifra paragonabile, o addirittura inferiore, a quello che il Comune di Roma spende, ogni anno, per le tante consulenze esterne ad alta professionalità. Ormai ammontano a milioni di euro gli stipendi (con relativa retribuzione di risultato) che l’Amministrazione destina al personale non di ruolo a cui affida incarichi dirigenziali o di Staff del Sindaco, del Vice Sindaco, e degli Assessori. Fermarsi nello sperpero di denaro pubblico questa è una delle strade da seguire alternativa alla politica delle tasse.
www.radicaliroma.com
Partecipanti:
- On. Maurizio Turco, deputato della Rosa nel Pugno
- Avv. Mario Staderini, capogruppo della Rosa nel Pugno al Municipio I-Roma Centro storico
- On. Gianluca Quadrana, capogruppo della Rosa nel pugno al Comune di Roma
- Cittadini sfrattati da Vaticano, enti ecclesiastici, Onlus
Il 31 agosto termina la “tregua estiva” degli sfratti deliberata dal ministero dell’Interno, e sarà discusso in Consiglio dei ministri un eventuale decreto di proroga e il disegno di legge proposto dal Ministro Ferrero in materia di alloggi sociali.
La conoscenza dei dati relativi all’intero patrimonio immobiliare italiano, pubblico e privato, è condizione indispensabile per ogni intervento o programmazione pubblica.
LE PROPOSTE DELLA ROSA NEL PUGNO
1. Censimento da parte del Governo e del Comune del patrimonio immobiliare privato (oltre alla definitiva ricognizione di quello pubblico):
- quante case e di chi sono
- se occupate o sfitte
- verifica su titolarità case popolari
2. Informatizzazione come base per un servizio pubblico:
- nel merito, di conoscenza per le Istituzioni (per programmare politiche abitative; per intervenire nel caso di eventuali calamità o per rifugiati) e di informazione ai cittadini sulla disponibilità di alloggi in affitto o in vendita
- nel metodo, con la partecipazione diretta della cittadinanza
3. Verifica attuazione delibera 110/2005 del Consiglio comunale (“Deliberazione programmatica sulle politiche abitative e sull’emergenza abitativa nell’area comunale romana”) relativamente all’obiettivo del Comune di “promuovere incontri con la proprietà di alloggi sfitti e di immobili abbandonati occupati e le parti sociali, per proporre un accordo che preveda, ove possibile e necessario, la messa a norma degli alloggi o immobili da case comunali, previa destinazione di quota parte alla locazione a canone concordato e “solidale” per un periodo di tempo da definire in sede di stipula di accordo”
IL CASO “VATICANO”
Sono almeno 2000 gli enti ecclesiastici proprietari di immobili a Roma.
Nel Centro storico di Roma possiedono negozi, appartamenti, interi stabili pregiati, che rendono il Vaticano in senso lato un player determinante per qualsiasi politica abitativa, oltre che per l’evoluzione del mercato stesso.
Trattandosi di enti della S.Sede, enti ecclesiastici ed Onlus, i proprietari degli immobili hanno la riduzione del 50% dell’Ires, ovvero dell’imposta sul reddito cui vanno ricondotti i redditi fondiari derivanti da affitto di immobili. Se la registrazione al Catasto è di “casa popolare” ulteriori agevolazioni fiscali sull’Ici.
In occasione del Giubileo 2000 lo Stato italiano ha erogato alcune migliaia di miliardi di vecchie lire per la ristrutturazione e la costruzione di proprietà ecclesiastiche.
Da allora sono aumentate esponenzialmente le capacità ricettive, anche a fini commerciali, di Istituti religiosi di ogni sorta (in una brochure del Comune di Roma sono recensite oltre 100Case per ferie gestite da religiosi).
LE PROPOSTE DELLA ROSA NEL PUGNO
4. Verifica dell’utilizzo dei fondi erogati per il Giubileo a strutture ecclesiastiche
5. Verifica dopo sei anni del rispetto delle destinazioni d’uso per cui i fondi erano stati assegnati
6. Indagine sull’Impatto nel settore del Turismo della crescita esponenziale di strutture ricettive commerciali di proprietà ecclesiale.
Doveva essere un Dpef di legislatura, ma rischia di passare alla storia come un Dpef balneare. I segnali di ripresa economica e l’imprevisto aumento degli introiti fiscali hanno convinto il Ministro dell’Economia e delle Finanze che l’aggiustamento di finanza pubblica richiesto dal Dpef approvato a luglio vada ridimensionato. E’ un errore, anche perché il nuovo patto di stabilità impone che l’aggiustamento sia piu’ marcato quando le cose vanno bene. Speriamo che almeno sulle intenzioni di intervenire su enti locali, sanità, pubblico impiego e previdenza il Dpef riesca a superare l’estate.
La rotta fissata nel Dpef
La politica economica chiama inevitabilmente a compiere scelte in condizioni di incertezza. L’incertezza riguarda sia lo stato dell’economia, che le misure di politica economica che verranno adottate, che gli effetti di queste politiche. Il Dpef deve affrontare questa incertezza e contribuire a ridurla per quanto gli compete: è istituzionalmente chiamato a delineare in modo preciso il quadro macroeconomico di riferimento e a specificare l’ampiezza della correzione da mettere in atto con la legge finanziaria. Viene preso un impegno ben sapendo che il quadro di riferimento può rivelarsi migliore o peggiore del previsto. Il Dpef approvato a luglio sostiene che la crescita nel 2006 sarà del 1.5 per cento e nel 2007 dell’1.2 per cento, e che il disavanzo del 2006 si attesterà al 4 per cento. Inoltre, il Dpef ha stabilito che l’aggiustamento netto per il 2007, rispetto allo scenario a legislazione vigente (il cosiddetto “tendenziale”), dovrà essere di 20 miliardi, in modo da rispettare i vincoli europei e riportare il disavanzo sotto il 3 per cento già nel 2007. Ai 20 miliardi di aggiustamento netto si sarebbero dovuti aggiungere 15 miliardi di spese per lo sviluppo (volte soprattutto a coprire il taglio del cuneo fiscale) da finanziare con nuove entrate o tagli di spesa. La finanziaria avrebbe quindi dovuto essere complessivamente di 35 miliardi: 20 di aggiustamento netto più 15 per coprire le spese (o minore entrate) per lo sviluppo. Come notavamo a luglio , in aggiunta a tutto questo si dovranno poi reperire risorse (fino a 5 miliardi) per i contratti del pubblico impiego scaduti da tre mesi. Ricordiamo che tra il 2001 e il 2005 i salari dei pubblici dipendenti sono cresciuti a un tasso medio annuo quasi doppio rispetto al settore privato (4,7 contro 2,5 per cento).
La desolante gara al ribasso
Come ormai purtroppo avviene da diversi anni, il Governo, dunque il Dpef, ha evitato di precisare la composizione dell’aggiustamento, stabilendo quanto sarà ottenuto con entrate aggiuntive e quanto proverrà da tagli di spesa rispetto al tendenziale. Ma quest’anno si è andati oltre. Si è assistito in questi giorni a una desolante gara al ribasso sull’ammontare della manovra, con una continua richiesta di spalmare la correzione su più anni. Tutto ciò nonostante il governo abbia riconfermato gli impegni presi con Bruxelles dal governo precedente appena dopo il suo insediamento, abbia effettuato una due diligence sui conti pubblici a metà giugno e abbia presentato e approvato il Dpef poco più di un mese fa. Bene aveva fatto il presidente del consiglio a ricordare ai suoi colleghi che non si può ridiscutere tutto ogni poche settimane.
Nuovi record nella spesa corrente
La gara al ribasso è in parte alimentata dal miglior andamento delle entrate, che il Governo ha sottostimato sia nella due diligence che nel Dpef. In virtù di questo andamento delle entrate, è probabile che il 2006 si concluderà con un disavanzo al di sotto del 4 per cento annunciato dal Governo. Ma il dibattito di questi giorni sembra del tutto ignorare il fatto che l’entità del miglioramento dei conti pubblici sarà al massimo di qualche decimale, e che nulla è stato fatto per arginare la dinamica della spesa, che raggiungerà un nuovo record nel 2006
Tre motivi per non cambiare
Il Ministro Padoa-Schioppa ha infine annunciato che la dimensione della manovra verrà ridotta a 30 miliardi Rispondere a un timido miglioramento del quadro macroeconomico e a un imprevisto (e ancora largamente incompreso nelle sue fonti) aumento delle entrate con un ridimensionamento della manovra e’ un grave errore per almeno tre motivi. Primo, ciò che conta veramente ai fini della politica economica (e del negoziato con Bruxelles) è il saldo primario corretto per il ciclo e per le una tantum. Se, come è plausibile ritenere, le entrate sono andate meglio del previsto soprattutto in virtù del miglioramento del ciclo e di una tantum (come la rivalutazione dei cespiti d’impresa), la situazione di fondo non è cambiata. Secondo, il nuovo patto di stabilità prevede che il risanamento debba avvenire in maniera più decisa quando la congiuntura economica è positiva (in “good times”) piuttosto che quando la congiuntura economica è avversa (in “bad times”). In sostanza, delle due l’una: se la crescita è fragile, è bene non cambiare l’entità della manovra per ridurre il rischio di nuovi sfondamenti nel 2007, mentre se effettivamente si confida nella ripresa congiunturale, l’entità della manovra dovrebbe addirittura aumentare, certo non diminuire. Terzo, non si può ignorare quanto sta avvenendo sul versante della spesa corrente, la cui crescita dovrebbe semmai diminuire quando il ciclo migliora. Questo significa che per migliorare in modo permanente i conti pubblici, bisogna agire sulla spesa corrente. Non ci sono altre strade. Ne’ si può confidare sulla lotta all’evasione, che ha esiti incerti e lontani nel tempo, e che richiede la collaborazione dei contribuenti, Questa può essere conquistata solo facendoli partecipare ai benefici, promettendo che ogni risorsa cosi reperita verrà destinata a ridurre le aliquote, mantenendo la pressione fiscale invariata. Dunque, se proprio si vuole ridimensionare la manovra, bene ridurre o posticipare il taglio del cuneo fiscale, ma non ridurre la correzione di 20 miliardi.
Basta con le reticenze
La difficile prova cui è chiamato il nuovo governo nelle prossime settimane risiede proprio nel saper bloccare la crescita della spesa pubblica in modo duraturo. Oltre all’entità della manovra, già purtroppo rimessa in discussione, conterà moltissimo la sua qualità. Il Dpef ha indicato quattro aree cruciali di intervento: enti locali, sanità, pubblico impiego e previdenza. Sono in effetti le quattro aree in cui si concentrano sprechi e inefficienze nell’utilizzo di denaro pubblico. Torneremo su queste quattro aree nelle prossime settimane su lavoce.info formulando proposte operative in grado di risultare in risparmi duraturi e crescenti nel corso del tempo. Speriamo che almeno sulle intenzioni di intervenire su questi comparti, il Dpef riesca a superare l’estate.
TELESE TERME (BENEVENTO) – La Finanziaria sarà di 30 miliardi «grazie alle maggiori entrate tributarie». Lo ha detto il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa alla festa dell’Udeur in corso a Telese. «Il punto che possiamo fare oggi,29 agosto – ha detto Padoa-Schioppa dopo avere confermato che la manovra sarà alleggerita da 35 a 30 miliardi – è che la manovra mantiene intatto il suo punto di arrivo, i criteri che la ispirano. Per fortuna – ha aggiunto – ci sono più fondi dal lato delle entrate e quindi può avere una entità meno forte rispetto a due mesi fa».
ENTRATE FISCALI – Padoa-Schioppa ha spiegato che il Dpef indicava in 35 miliardi il saldo della manovra da finanziare, cifra che rappresentava «l’ancora a cui legare i conti pubblici per portare il disavanzo sotto il 3%». Dopo il boom delle entrate fiscali, alcune delle quali permanenti, ha detto ancora il ministro dell’Economia l’entità della manovra è scesa a 30 miliardi. «Questo non significa che la catena di ancoraggio si sia allentata o sia slittata la data entro cui raggiungere l’obiettivo di un deficit sotto il 3%» il quale rappresenta non solo «una regola comunitaria ma anche una regola di corretta gestione delle risorse». Sulla situazione deldebito pubblico il ministro ha aggiunto: «L’Italia rispetterà la data del 2007 , richiesta dalla Ue, per portare il rapporto deficit-pil sotto il 3%».
.