Ciascun iscritto può presentare un emendamento all’ordine del giorno, se sottoscritto da almeno un decimo degli iscritti presenti. L’emendamento va presentato in forma scritta al Segretario, prima che si dia lettura dell’ordine del giorno proposto, e viene messo ai voti secondo le modalità stabilite dallo Statuto.

 

 

Ore 20.00. Inizio dibattito generale. Inizio presentazione mozioni generali, particolari, modifiche Statuto.

 

Ore 22.30. Termine presentazione mozioni generali, particolari, modifiche Statuto. Lettura delle proposte presentate. Dibattito.

 

 Ore 23.30. Termine dibattito. Votazione mozioni generali, particolari, modifiche Statuto. Le deliberazioni dell’Assemblea degli iscritti sono valide se adottate a maggioranza dei voti validamente espressi.

Elezione del Segretario, Tesoriere e Presidente. Per l’elezione del Presidente, del Segretario e del Tesoriere, ogni iscritto dispone di un voto; è eletto il candidato che abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei voti validamente espressi. Nel caso in cui nessun candidato abbia ottenuto i voti richiesti, si procederà immediatamente a una seconda votazione di ballottaggio, cui accedono i due candidati che nella prima votazione abbiano raccolto più voti. In caso di parità, è eletto il più giovane di età.

 

 

Il Segretario

Massimiliano Iervolino

 

Alessandro Gerardi
00:05:46Diego Sabatinelli
00:52:27Massimiliano Iervolino
00:12:46Sergio Stanzani
00:09:16STEFANO LA NOCE
00:26:12Alessandro Gerardi
00:02:31pausa pranzoAlessandro Gerardi
00:00:58Giovanni De Pascalis
00:27:32LUCA PLACIDI
00:11:17Gian Claudio Morini
00:18:39Stefano Marrella
00:21:38Diego Sabatinelli
00:02:04Germana Grassi
00:04:42Giovanni De Pascalis
00:06:46ANGELO FORLANI
00:06:43DEMETRIO BACARO
00:06:15ROSSANA NALBONE
00:01:38Alessandro Gerardi
00:02:13Coffee BreakAlessandro Gerardi
00:00:27Giuliano Pastori
00:09:41Rita Bernardini
00:15:06Daniele Capezzone
00:18:10Gianluca Quadrana
00:21:39Ruggero Masciotti
00:07:38Jose De Falco
00:10:08ALESSANDRA PINNA
00:16:08MARCO WONG
00:03:11Giampiero Peccioli
00:17:25Alessandro Gerardi
00:01:51Edoardo Cicchinelli
00:03:44Lucio De Angelis
00:00:41ANDREA CARTENI
00:09:06Gian Claudio Morini
00:01:52Massimiliano Iervolino
00:11:44Germana Grassi
00:11:41Diego Sabatinelli
00:13:00discussione mozioniAlessandro Gerardi

intervento di Massimiliano Jervolino a favore della mozione intervento di Gian Claudio Morini a favore della mozione particolare

00:12:06Alessandro Gerardi
00:02:35Massimiliano Iervolino
00:01:18Gian Claudio Morini
00:00:41Giampiero Peccioli
00:03:35ALESSANDRA PINNA
00:02:15appello e votazioneAlessandro Gerardi
00:25:16Giampiero Peccioli
00:01:35Alessandro Gerardi
00:00:33   

riforme strutturali, concorrenza e liberalizzazioni, 7 giorni per aprire un’impresa, il nodo dei salari più bassi d’Europa

L’Italia ce la può fare. E’ ancora possibile invertire la rotta sia rispetto ai segni concreti di declino, sia rispetto alla retorica del “declino inevitabile”. La crisi italiana è vera e profonda, ma troppo spesso è descritta come ineluttabile ed irreversibile. Non è così.

Certo, occorre voltare pagina. Un sistema dei partiti vecchio, eppure ancora troppo potente e costoso, inchioda il paese e la politica italiana a risse di fazioni, a scontri di tifoserie: e da oltre un decennio, a maggioranze troppo timide rispetto alle grandi urgenze di cambiamento, si contrappongono opposizioni dedite a tentare di scalzare e demonizzare i Governi, ma incapaci di sfidarli sul terreno di solide controproposte di riforma. Così, si moltiplicano le occasioni e i fenomeni di sterile conflittualità, che fanno il gioco delle componenti più illiberali e conservatrici dei due schieramenti, così come delle mille lobby impegnate a proteggere i propri privilegi, mentre si impediscono quei confronti che nutrono le democrazie, rendono più saldo il tessuto civile e aiutano il prevalere, dentro e fuori i Poli maggiori, delle forze liberali e riformatrici.

Per questo, occorre una terapia d’urto, e bisogna ripartire da un’attenzione nuova alla questione sociale del nostro tempo. Servono non maggiori protezioni ma una più concreta offerta di chances al popolo dei “non garantiti”: occorre un vero e proprio “statuto degli outsider”, di quanti (consumatori, giovani, imprenditori del rischio e dell’innovazione, donne, lavoratori del privato, disoccupati, sottoccupati, pensionati sociali e al minimo, immigrati) sono e restano fuori dal fortino delle garanzie e dei privilegi. Questa Italia degli “outsider”, dei “non garantiti”, di fatto priva di tutele, è oggi senza volto e senza voce, silenziata prima ancora che silenziosa.

Condizione preliminare, senza dubbio, è rappresentata dal risanamento dei conti pubblici. Esprimiamo per questo fiducia e sostegno nell’opera del Ministro dell’Economia. Ma, nello stesso tempo, riteniamo che vi siano altre tre priorità da incardinare ed affrontare.

1. L’economia italiana non ripartirà finché non verrà liberata dai mille vincoli che bloccano la concorrenza e consentono l’accumularsi di rendite pagate dagli outsider. Occorre imboccare con decisione la via delle liberalizzazioni: questa deve essere la priorità della politica economica. In questo senso, proponiamo alcune concrete e urgenti possibilità di intervento, che dovrebbero accompagnarsi ad un rinnovato sforzo e a significativi investimenti delle imprese (sostenute, in questo, da una decisa iniziativa politica a livello nazionale e locale) nell’innovazione di processo e di prodotto, anche come condizione per un’effettiva capacità di attrarre nuove risorse e di competere su scala internazionale.

a. La competizione e la liberalizzazione nel settore dei servizi di pubblica utilità, anche a livello locale, in una corretta suddivisione dei ruoli tra pubblico e privato, è una priorità assoluta per il paese. Come ha sottolineato il Governatore della Banca d’Italia, la concorrenza è per definizione un agente di giustizia sociale: e il superamento delle rendite monopolistiche e oligopolistiche, con relativa riduzione dei costi dei servizi, è un fattore fondamentale di miglioramento delle condizioni di vita in primo luogo delle fasce più povere della popolazione.

b. Servono azioni concrete in termini di “riforme senza spesa”: ad esempio, il superamento degli ordini professionali (per contribuire a riaprire una società chiusa, segnata dal peso di lobby e corporazioni), e l’abolizione del valore legale del titolo di studio universitario (per garantire uno shock nel segno della competizione positiva, dell’invito ai giovani a scommettere su di sé più che sul possesso di un pezzo di carta).

c. Occorre ridurre a 7 giorni al massimo il tempo necessario all’apertura di una nuova impresa, comprimendo tempi e caratteristiche degli adempimenti amministrativi, o comunque generalizzando criteri di silenzio-assenso e di autocertificazione: intanto, l’impresa apra e proceda, e poi provveda al completamento dell’iter burocratico.

2. Non è possibile rinviare ancora l’apertura del dibattito sulle riforme strutturali, in Italia ferme da troppo tempo, e sempre differite e rinviate. E’ necessario che da subito, e comunque nella prima parte della legislatura, si ponga mano alla questione della sanità, del pubblico impiego e delle pensioni, a partire dall’innalzamento dell’età media effettiva di pensionamento, in una nuova alleanza tra padri e figli, e con atti di generosità dei primi nei confronti dei secondi. Ma attenzione, i tagli da soli non servono. Interventi finanziari non accompagnati da un cambiamento delle regole sono effimeri: occorre cambiare le regole che sono alla base della crescita della spesa pubblica.

3. In termini di mercato del lavoro, occorre ripartire dal Libro Bianco di Marco Biagi. Certo, non possono essere solo i lavoratori a correre i rischi della flessibilità: ma sbarazzarsi della Legge 30 sarebbe un grave errore. Va invece riequilibrata e completata, e proprio nella direzione del Rapporto Biagi, e quindi riscrivendo il sistema degli ammortizzatori sociali, che in questo paese hanno finito spesso per tutelare troppo pochi (su 100 persone che perdono il lavoro, in Italia, solo 17 hanno una qualche forma di tutela). Ecco perché bisognerebbe -invece- pensare al modello inglese, con un sussidio di disoccupazione, e un meccanismo di “welfare to work”. Contestualmente, occorre affrontare il nodo dei salari italiani, tuttora tra i più bassi d’Europa. E’ necessario e possibile detassare per cinque anni gli aumenti salariali, e prevedere una riforma dei contratti che leghi la parte variabile dei salari ai risultati raggiunti e alla produttività. I sacrifici non possono essere sostenuti da una sola parte.

Occorre più coraggio. E una coraggiosa politica di riforme e di modernizzazione avrebbe la doppia caratteristica di rimettere il paese in movimento e -insieme- di aiutare i più deboli.

Ha detto Tony Blair: “Ogni volta che ho introdotto una riforma, mi sono pentito solo di non essermi spinto ancora più avanti”. Invitiamo Governo, Parlamento, forze politiche e sociali a tenere questa citazione come monito e come bussola.

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appello promosso da Daniele Capezzone
(Presidente della Commissione Attività produttive della Camera)

questi i nomi di alcuni tra i primi firmatari:

- Alberto Alesina, Economia, Harvard University
- Giuliano Da Empoli, Direttore di “Zero”
- Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes
- Natale Forlani, Amministratore Delegato di “Italia Lavoro”
- Oscar Giannino, Vicedirettore di “Finanza e Mercati”
- Francesco Giavazzi, Economia, Università Bocconi di Milano
- Massimo Lo Cicero, Economia dello sviluppo, Università di Roma La Sapienza
- Pio Marconi, Sociologia del diritto, Università di Roma La Sapienza
- Alberto Mingardi, Direttore generale Istituto Bruno Leoni
- Fiorella Kostoris Padoa Schioppa, Economia, Università di Roma La Sapienza
- Fabio Pammolli, Direttore di “Istituzioni Mercati Tecnologie”
- Gaetano Romano, Presidente Associazione Nazionale Praticanti e Avvocati
- Florindo Rubbettino, Editore
- Luca Solari, Direttore del Centro di ricerca interdipartimentale Work, Training & Welfare, Università degli Studi di Milano
- Carlo Stagnaro, Direttore dipartimento “Ecologia di mercato” Istituto Bruno Leoni
- Secondo Tarditi, Economia, Università di Siena
- Chicco Testa, già Presidente dell’Enel

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Dicono (e scrivono) che la scuola italiana sia morta, ministro Giuseppe Fioroni.
«Falso. È viva, nonostante bombardamenti e traversate nel deserto. C’è bisogno di un progetto condiviso da genitori, studenti, docenti e non docenti. Non occorre un ministro dirigista ma uno che contribuisca a definire la cornice di riferimento della scuola pubblica italiana».

Perché ripristinare l’aggettivo «pubblica» accanto a «istruzione»? Contro la scuola privata, magari?

«La scuola è un servizio pubblico, un diritto sancito dalla costituzione. A prescindere da chi lo eroga. Per questo è gravissimo il progetto della devolution: quel diritto può cambiare a seconda dei soldi a disposizione della famiglia e del luogo in cui si nasce. Invece noi dobbiamo coniugare l’equità dei diritti con l’eccellenza nella formazione».

Niente più bonus alla scuola privata, insomma?

«Di certo io non sarò unmonumento alla differenza che passa tra le parole e i fatti, com’è avvenuto col precedente governo. Rispondo così: chi ci ha preceduto non ha rifinanziato il bonus per il 2007. E rispetto al governo D’Alema, mancano 167 milioni di euro a disposizione della parità scolastica per lo stesso anno. Comunque un vero servizio pubblico non lascia indietro nessuno: diversamente abili, immigrati, svantaggiati per reddito o per situazione sociale».

Faccia qualche esempio concreto
«Per i diversamente abili occorrerà rivedere l’attribuzione di insegnanti di sostegno sulla base delle esigenze concrete attraverso un collegamento scuola-Regioni-aziende sanitarie. Poi, una società proiettata verso la multietnicità deve garantire agli immigrati la formazione alla nuova cittadinanza con i diritti e i doveri, l’insegnamento dell’italiano ma anche il diritto al mantenimento delle proprie radici con corsi di storia e lingua del Paese di origine».

Benedetto XVI non è ostile ai corsi di Corano. E lei, ministro?
«Non escludo niente. Il problema è allo studio. Bisognerà esaminare le intese con le singole confessioni religiose. Penso anche che l’Italia debba avere un ruolo strategico nel Mediterraneo, e i nostri studenti potranno contribuire a costruire sicurezza e pace dialogando con i ragazzi dei Paesi del Medio Oriente».

Adesso parliamo di insegnanti, ministro…

«Siamo l’unico settore che non ha bisogno delle quote rosa ma di quote blu. Solo un insegnante su cinque è maschio. La completa femminilizzazione dell’insegnamento sarebbe un errore. Occorre rendere più appetibile questa professione e ridarle dignità».

Qui arriviamo a un punto toccato dal governatore Draghi: «occorrono nuove regole che premino docenti e ricercatori». Altrimenti la professione come può essere «appetibile»?
«Molti italiani pensano che in questo dicastero si spenda troppo e male. Dovremo operare sul bilancio per evitare sprechi che danneggino gli studenti. Ma poi basta con i tagli alla spesa scolastica: ci vorranno investimenti per raggiungere il livello di sapere che ci prefissiamo. Altro tema è quello di verificare la qualità dei risultati delle scuole per rendere sempre più produttivo l’investimento per i ragazzi. I premi agli insegnanti? Avvieremo un processo di condivisione nel mondo della scuola per valutare i risultati di ciascun istituto. Poi, con l’autonomia, gli organi potranno adottare i provvedimenti anche economici più idonei in assoluta trasparenza. Urge poi un piano quinquennale di messa a norma degli edifici scolastici. Il 50% ne è sprovvisto, il 40% non ha abbattuto le barriere architettoniche. Prima di puntare al meglio è obbligatoria la tutela del diritto essenziale: i nostri figli che studiano al sicuro».

C’è vento di abrogazione della riforma Moratti…
«Non ci sarà una “mia” riforma. Ma la scuola chiede stabilità e certezze. Abrogare, in certi casi, significa conservare ed esprimere un giudizio positivo su ciò che c’era prima. Ci vuole sano pragmatismo. Il tutor? Non è applicabile perché manca l’accordo sindacale obbligatorio per legge. Il Portfolio? Non si può far rischiare ai nostri insegnanti di violare la privacy. Per il primo ciclo, dunque, c’è bisogno di modifiche mirate. Per il secondo ciclo, invece, intendo presentare al Parlamento una proroga di 18 mesi per i decreti legislativi non scaduti della legge delega 53 e conseguentemente il differimento al 2008-2009 dell’entrata in vigore. Per innalzare il livello culturale di tutti l’istruzione obbligatoria sarà prolungata di due anni e sarà necessario far passare dai 15 ai 16 anni l’età minima di accesso al lavoro. Il nuovo biennio assicurerà sia il completamento della formazione di base sia lo sviluppo delle capacità di orientamento e di scelta dei percorsi successivi. La didattica valorizzerà gli stili di apprendimento. Poi prendo un impegno preciso sul rilancio degli istituti tecnici e professionali: il nostro Paese ne ha bisogno».

Passiamo alla politica, alla questione dei cattolici rispetto al programma dell’Unione e ad altri fronti che si aprono: dalla «stanza del buco» in giù…
«Sui temi della bioetica va fatto un lavoro comune nell’Ulivo e nell’Unione. Ma va anche rispettata la libertà di coscienza della singola persona».

Anche del politico, o del ministro, che vota in Parlamento?
«Certo. Il programma di governo e della maggioranza contiene alcuni elementi eticamente sensibili sui quali c’è accordo. Sugli altri occorre discutere e lavorare con saggezza».

Ma così non si crea confusione nell’azione di governo, con tanti possibili scontri interni tra laici e cattolici?

«Il pluralismo culturale e il rispetto delle coscienze sono valori caratterizzanti di un governo che si definisce autenticamente democratico».

Per arrivare a un tema concreto: Pacs sì o no?

«I Pacs non sono nel programma della maggioranza. Le unioni civili, la tutela dei diritti delle persone che convivono sì. Farò un altro esempio. Prendiamo l’eugenetica e l’eutanasia. Sono temi che interpellano direttamente la qualità della vita degna d’essere vissuta e quella degna di nascere. Interrogano la nostra coscienza e con quella dobbiamo confrontarci. La signoria della vita e della morte non sono temi sui quali si possano fondare programmi di governo. È accaduto purtroppo in altri periodi storici e sotto ben altri sistemi».

Monsignor Fisichella ricorda che l’appartenenza ecclesiale è importante quanto quella politica. Lei cosa pensa?

«La laicità dello Stato non è in discussione come la reciproca autonomia. La Chiesa ha il diritto di richiamare le coscienze, lo Stato ha il dovere di decidere e di assicurare risposte ai bisogni del Paese. Bisogna dunque decidere da laici. Avendo il senso del limite della politica rispetto ad alcuni valori».

 

Ci sono parlamentari della sinistra che hanno una fedina penale molto vissuta. Nel centro destra c’è chi usa questo argomento per chiederne le dimissioni, quanto meno dagli incarichi interni all’organizzazione parlamentare.

La faccenda coinvolge due piani diversi, di diritto e di politica, per poi confluire in un’unica considerazione, e contraddizione, morale.

In quanto a diritto, vale a dire in quanto alle uniche regole cui tutti sono tenuti ad attenersi, la polemica è priva di senso: quelle persone sono state elette perché prima erano eleggibili e poi le liste in cui si trovavano sono state effettivamente votate. Tutto regolare, conseguenze comprese. E non basta: un cittadino che incorre nelle maglie della giustizia, risultandone condannato, deve pagare il suo debito, ma, una volta saldatolo, non lo si può inseguire a vita con il marchio d’infamia. Per me, dunque, e lo ripeto a scanso di fraintendimenti, le posizioni di D’Elia e Farina sono legittime, e, anzi troverei pernicioso che si contestasse un tale risultato elettorale sul piano del diritto.

Ma la faccenda non finisce qui. Già, perché i due parlamentari risultano eletti in uno schieramento che ha largamente utilizzato l’arma delle inchieste giudiziarie per sostenere che chi è stato od è indagato deve astenersi dalla vita politica e civile. Sul piano del diritto (i trogloditi del giustizialismo non lo capiranno mai) l’indagato è un innocente, la cui innocenza non solo non è scalfita, ma semmai offesa dalla pubblicazione d’intercettazioni o verbali. Ora, ed è questo il punto politico, come si può aver sostenuto che fuori dalla politica devono restare gli innocenti, mentre alla politica si chiamano i condannati? E come possono quei due parlamentari, proprio i signori D’Elia e Farina, restare impassibili innanzi a questa contraddizione senza fare l’unica cosa che credo avrebbero il dovere di fare, ovvero condannare il giustizialismo forcaiolo e liberticida che si ritrovano in casa? La sorte li ha messi nella privilegiata condizione di rendere un gran servizio alla cultura del diritto e delle garanzie, se se lo lasciano sfuggire essi avranno una colpa politica che, per quello che mi riguarda, peserà più di quel che è scritto al casellario giudiziario.

  Il Partito democratico ha votato a maggioranza a favore della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Non si tratta però di quello italiano, che sui temi della bioetica s’è diviso prima ancora di nascere e che appare ben lungi dal risolvere a maggioranza le proprie controversie interne, bensì di quello europeo. Il fatto non è per questo meno significativo, considerato che l’European Democratic Party, che è altra cosa dal progetto italiano in corso d’opera e che a Strasburgo è accasato nel più ampio gruppo dei Liberali (Alde), è la creatura politica fortemente voluta da Francesco Rutelli e fondata poco più di un anno fa sull’asse privilegiato con i centristi francesi dell’Udf di François Bayrou e col supporto di altre piccole forze di ispirazione moderata. Ma andiamo con ordine, che sul fronte della bioetica la giornata è stata convulsa e ricca di spunti anche sul fronte nazionale.

 

 

 

 A cominciare dalla prima estemazione istituzionale di colui che la baruffa bioetica scatenò. Audito in commissione Sanità al Senato, il ministro dell’Università e Ricerca Fabio Mussi ha difeso in Parlamento la sua scelta di ritirare in Europa la pregiudiziale italiana contro la ricerca sulle cellule staminali embrionali e ha spiegato che la legge 40 sulla fecondazione assistita, che sarà regolarmente «applicata», non costituiva un vincolo rispetto al suo operato. “Siamo viaggiatori alla ricerca di possibili convergenze”, ha concluso Mussi non prima di aver ironicamente replicato all’intervento di un senatore dell’opposizione che si diceva preoccupato “per l’anima degli embrioni e per quella del ministro” («Penso che non si debba sollevare il sospetto che qualcuno non abbia l’anima, perchè diventa dura. Bisognerebbe istituire una commissione speciale per la verifica»).

 

 

 

 Nella stessa sede il ministro della Salute Livia Turco ha cercato a sua volta di cucire lo strappo invocando un «orizzonte condiviso di valori che faccia di questa materia, sempre più ingrediente del bene comune, parte di un’etica condivisa». Qualche ora prima delle concilianti audizioni dei ministri, nelle sale dell’altra Camera veniva ufficialmente varato, seppure in tono minore e con qualche pezzo mancante (la pattuglia di An), l’intergruppo cattolico Persona e bene comune, il cui primo vagito era un appello a Romano Prodi: «Il presidente del Consiglio dei ministri garantisca il voto contrario dell’Italia al finanziamento nell’ambito del programma europeo di ricerche che implichino la distruzione di embrioni umani». Ma di fatto, e qui torniamo al punto europeo di partenza, la riposta indiretta aIl’appello dell’intergruppo partecipato da 110 parlamentari tra cui i margheritini Renzo Lusetti, Luigi Bobba e Paola Binetti era già arrivata da Strasburgo.

 

 

 

 Nella mattinata di ieri l’euro parlamento ha dato via libera ai finanziamenti per la ricerca sulle staminali sia adulte che embrionali. Voto trasversale, quello dell’aula, che ha preso in mezzo per prima proprio la delegazione della Margherita. Dopo la bocciatura netta di un emendamento restrittivo del forzista Giuseppe Gargani e quella di misura del compromesso avanzato dalla cristiano sociale Angelika Niebler, che chiedeva di limitare il finanziamento della ricerca alle sole cellule create prima del 31 dicembre 2003 (gli eurodeputati dl hanno votato entrambi), l’emendamento del socialista Philippe Busquin che conferma i fondi alla ricerca sulle staminali sia adulte che embrionali e il no alla clonazione e passato con un margine ampio (284 voti contro 248, con 32 astenuti), grazie al voto scontato della quasi totalità del gruppo socialista (solo una dozzina di austro tedeschi ha votato contro), al consistente contributo del gruppo liberale e a un nutrito drappello di popolari per lo più spagnoli.

 

 

 

 Su quest’ultimo emendamento, il paletto più basso nella definizione dei limiti etici della ricerca, i Dl si sono divisi in due: a favore hanno votato il capo delegazione Lapo Pistelli, il vicepresidente dell’europarlamento Luigi Cocilovo e l’ex sindaco di Venezia Paolo Costa. Contro si è espressa la maggioranza dei margheritini: il fratello del premier, Vittorio Prodi, l’ex ministro Patrizia Toia, i deputati Susta, Andria, Veraldi, Losco. Una pattuglia finita in minoranza non solo nell’ampio e variegato gruppo dell’Alde, di cui fanno parte anche i radicali e dove in complesso solo 15 dei 70 membri presenti in aula hanno votato no, ma persino nel più ristretto circolo del Partito democratico europeo (25 membri), dato che sia l’Udf che i lituani del Darbo Partjia, la terza costola dell’Edp, hanno votato in gran parte a favore.

 

 

 

 In nessun altro paese come in Italia il pronunciamento di Strasburgo, inserito nel più ampio programma quadro di finanziamento della ricerca, ha prodotto tante reazioni. Scontata l’indignazione a destra. Su tutti, Ignazio La Russa: «E’ stata calpestata la dignità umana». Il nodo politico però sta a sinistra: i cristiano sociali della Quercia chiedono l’avvio di un tavolo dell’Ulivo, per il radical socialista Marco Cappato il via libera europeo è uno «stop ai fondamentalisti»,Toia si dice «avvilita e sconcertata” e ribalta l’accusa («A questo punto mi chiedo chi siano i veri talebani in questo Parlamento”), il solo Pistelli prova a derubricare il caso: «Nel programma quadro che abbiamo approvato dice al Riformista i fondi per la ricerca genetica coprono lo 0,8 per cento e solo 8 linee di ricerca su 80 riguardano staminali embrionali. E alla fine il programma è stato approvato all’unanimità. Se era un tale scandalo perché l’hanno votato tutti? Di cosa stiamo parlando?». Una risposta a Pistelli si trova nelle dichiarazioni provenienti dal fronte sinistro della coalizione, e dai Ds in particolare, dove si invoca la revisione della legge 40 e si valorizza la trasversalità del voto di Strasburgo per suffragare la tesi secondo cui l’Europa ha bocciato, per dirla come Mussi e il capodelegazione ds Nicola Zingaretti, «la spaccatura tra laici e cattolici sui temi bioetici». Magari non stanno parlando di Rutelli. Di certo ci stanno pensando.

Le “stanze del buco” sono un’idea personale, non fanno parte del programma di Governo, abrogheremo le parti più negative della legge Fini, non è detto però che anche le tabelle saranno cancellate, ribadisco comunque che nei paesi dove da anni si sperimentano le “narco-sala” o la somministrazione controllata di eroina i risultati sono stati soddisfacenti”.

Ci ha provato il ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, a chiarire e smorzare le polemiche seguite alla sua proposta di sperimentare anche in Italia le “stanze del buco”, ma l’operazione è riuscita a metà. Se tra gli alleati di Governo sembra tornata la pace, “questione chiarita”, dicono Udeur e Italia dei Valori, deputati e ministri dell’opposizione hanno invece rilanciato le loro accuse e il qoestion time sulla droga si è trasformato in un nuovo pretesto di polemiche. Con Giovanardi che definisce Rifondazione Comunista, di cui fa parte il ministro Ferrero, un partito di “sesso, droga e rock and roll”. E ieri è intervenuto anche il leader della lega Umberto Rossi. “Le stanze del buco? Una stupidaggine…”.

Il responsabile della Solidarietà Sociale ha ribadito, dunque, come aveva già fatto due giorni fa, di aver parlato a titolo personale e non della posizione del governo, e che sul tema droga la “bussola” è il programma dell’Unione. Ma poi va oltre e difende la sperimentazione in corso negli altri paesi europei, sulla quale è stato espresso, afferma, un giudizio ingeneroso. Premettendo che “l’uso delle droghe pesanti non è un diritto, ma un dramma”, ha precisato che “se una persona non riesce a uscire dal problema, sia utile accompagnarla per non abbandonarla a se stessa”. In un’ottica, decisa, di non punibilità dei consumatori, e di riduzione del danno, per la quale, ha specificato il ministro, è fondamentale rilanciare il ruolo dei Sert. Non solo. Il Governo intende “modificare radicalmente la normativa attuale om tema di droghe in quanto riteniamo che non abbia avuto alcuna efficacia, anche se non è detto
che per questo occorra neutralizzare le tabelle sulla droga. Quello che bisogna neutralizzare sono gli effetti negativi della legge 49”.

Per quanto riguarda la strategia del Governo ha detto Ferrero “siamo guidati dai quattro principi, quelli della prevenzione, cura, riduzione del danno e lotta a narcotraffico”. “In altre fasi storiche ha aggiunto questo tema è stato sollevato e discusso e ha visto sperimentazioni in Italia al di là delle divisioni politiche che non dovrebbero assumere una rilevanza così alta. Consiglierei di affrontare la questione più laicamente e non come tema di scontro tra schieramenti”. Il ministro a questo proposito ha ricordato che nel 2002 la proposta delle ‘narcosala’ fu lanciata a Torino: “Fu un presidente di circoscrizione di Forza Italia ad avanzarla, dopo che nel mese di agosto in pochi giorni erano morti per overdose nella stessa circoscrizione dieci giovani”.
 
Ma proprio su questo tema, e cioè le “stanze del buco” è da registrare la perplessità dell’Oms. “L’organizzazione mondiale della sanità non ha una posizione ufficiale perché non dispone ancora di prove certe sulla loro efficacia”, ha dichiarato Vladimir Poznyak, coordinatore all’Oms del Gruppo sulla dipendenza da sostanze. “E’ chiaro comunque che il rischio di overdose è praticamente pari allo zero in simili strutture, e che in tutta Europa è stata osservata una riduzione dei comportamenti a rischio tra chi frequenta questi luoghi”.

Che ci fosse un filo di disagio lo si è capito quando la giunta torinese di centrosinistra, considerata l’ansia della Margherita, non ha concesso il parco Colletta per il gran finale del Gay Pride nazionale di sabato sera, «problemi di inquinamento acustico», tutti spostati a Collegno. Il filosofo Gianni Vattimo ancora se la ride, «è fantastico, quel parco confina pure col cimitero, non credo che i poveri defunti avrebbero obiettato sul rumore; e poi andiamo, è tutto l’inverno che passiamo dalle notti bianche olimpiche alle feste dei tifosi, mi sembra un po’ come arrestare Al Capone per evasione fiscale».

 

 

 

  ADESIONI — Sforzo lodevole ma inutile, peraltro. Perche poi salta fuori che l’appello «Esserci è diverso, io ci sarò», l’adesione «al più importante appuntamento della comunità gay lesbica bisessuale e transessuale», è stato firmato tra gli altri dal presidente della Camera Fausto Bertinotti e dal ministro Emma Bonino. Che la Rosa nel Pugno sfilerà con un suo carro drappeggiato di slogan come «No Vatican No Taleban» e «Nessun Pacs indietro» e domani presenterà «alcune proposte di legge sul tema», informa Daniele Capezzone, «con buona pace dello strano ostracismo degli ultimi tempi». E allora, va da sé, i cattolici dell’Unione, Margherita in testa, un po’ si agitano. Niente a che vedere con quello che Storace sibilò su Katia Bellillo per il Gay Pride del 2000 a Roma, «il ministro a una sfilata è una cosa immonda!». D’altra parte Bertinotti e Bonino, a quanto pare, non potranno essere fisicamente presenti.

 

 

 

  PROTESTE — Però, sospira Pierluigi Castagaetti, sarebbe stato meglio evitare: “Viviamo in un momento di relazioni difficili con la Chiesa italiana e il mondo cattolico, il governo ha bisogno di rasserenare il clima: ferma restando la laicità dello Stato sono molto preoccupato, proprio adesso mi sembra inopportuno, chi ha responsabilità istituzionali dovrebbe ispirarsi a un di più di prudenza per non aumentare le incomprensioni”. Castagnetti, tra l’altro è pure vicepresidente vicario della Camera. L’adesione della terza carica dello Stato? «Dò per scontato che sia a titolo personale, certo non coinvolge la responsabilità delle istituzioni…». L’appello, del resto, non precisa, e poi non fa molta differenza: «Noi abbiamo chiesto una firma, che certo è un invito ad esserci», sorride la portavoce del Gay Pride, Roberta Padovano, «e il fatto che un ministro e la terza carica dello Stato abbiano aderito ha un valore simbolico e politico molto importante, è chiaro”.

 

 

 

 Ecco, appunto. C’è poco da discettare, considera il senatore Luigi Bobba, anche lui della Margherita: “Prodi aveva detto ai ministri “testa bassa e pedalare”, non parlate e lavorate, e questo mi pare un po’ il contrario, no?». Le considerazioni si ripetono, ”ci vorrebbe prudenza, responsabilità, andrebbe scelta la strada del confronto piuttosto che procedere per strappi che in fin dei conti servono solo ad alzare steccati”. Anche se, geme il compagno di partito Enzo Carra, “temo che ormai prendersela per queste cose sia inutile, perché ognuno fa come gli pare”. il che potrebbe anche andare bene, «come cattolico liberale io rispetto le opinioni altrui: purché gli altri rispettino le mie senza bollarmi come uno della lobby di Ruini e robe del genere, però».

 

 

 

  TRANVIERI — Comunque il sindaco Sergio Chiamparino non andrà alla sfilata, “di tutto il Gay Pride è la manifestazione che mi convince meno”, e non manderà il Gonfalone. Delusioni, discussioni come da copione. Meno male che c’è Vattimo: «Il Gonfalone? Le dirò, non mi scandalizza: mica è il 25 Aprile, solo una manifestazione di un rispettabile gruppo di cittadini che vuole riconosciuti alcuni diritti. Un po’ come fosse un corteo di tranvieri”. 

 

A convocare l’appuntamento sono i candidati al Senato (di maggioranza e di opposizione) la cui elezione è stata negata fino a questo momento, in violazione della legge elettorale: è stata infatti applicata una soglia di sbarramento del 3% anche in regioni (Piemonte, Lazio, Campania e Puglia) dove tale soglia non è affatto prevista dalla legge avendo la coalizione vincente usufruito del premio di maggioranza. I candidati esclusi sono quattro della Rosa nel Pugno, uno dei Comunisti Italiani, uno dell’Italia dei Valori, uno dell’UDC e uno del Nuovo PSI.