Destano sconcerto le affermazioni di ieri della CEI, che hanno fatto seguito alla decisione della commissione Bilancio del Senato di esprimere parere contrario, per mancanza di copertura finanziaria, all’articolo 6 del decreto-legge 17 agosto 2005, n. 163, che esenta dal pagamento dell’ICI anche gli immobili religiosi di natura commerciale.

La Conferenza dei vescovi italiani ha infatti affermato che la norma in questione non fa che confermare un’esenzione già esistente fin dal 1992.

Oltre ad affermare che non avrebbe senso che il Governo decida di varare una norma già esistente, l’Associazione Radicali Roma afferma che la legge del 92’, istitutiva dell’ICI, stabilisce, in realtà, tutto il contrario di quanto detto dalla CEI, infatti la legge del 92’ esenta dal pagamento dell’imposta comunale sugli immobili i soli immobili religiosi indicati all’articolo 16 lettera a) della legge 222/85 sugli enti e beni ecclesiastici e sul sostentamento del clero cattolico, e cioè quelli ove si svolgono attività di culto, formazione del clero, catechesi e quelli per scopi attinenti alle missioni.

E’ evidente – continuano i Radicali Roma – che restano perciò esclusi dall’esenzione gli immobili ove si svolgono le attività indicate alla lettera b) del medesimo articolo, che sono quelle attività espressamente definite dalla legge come “diverse da quelle di religione o di culto, quelle di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura e, in ogni caso, le attività commerciali o a scopo di lucro”.

A sostegno di ciò, esiste una sentenza della Cassazione, la n. 4645 dell’8 marzo 2004, che sancisce che “per gli immobili destinati allo svolgimento di attività commerciali, non spetta l’esenzione ICI, anche se appartenenti ad un ente ecclesiastico”.

La CEI, negli ultimi tempi, non solo vuole orientare la legislazione di uno Stato, fino a prova contraria laico, come l’Italia, dove esistono e dovrebbero avere diritti anche persone che non la pensano affatto come il cardinale Ruini, ma si erge a interprete del diritto e della nostra Costituzione. Come si vede però, in questo caso, non compie un’operazione di chiarimento per i cittadini, o meglio per i  “fedeli”, ma tutt’altro, vistasi scoperta con le “mani nella marmellata”, si arrampica sugli specchi con affermazioni false come quelle suddette, arrivando a dire che anche prima i Comuni non hanno mai percepito l’ICI dagli immobili commerciali della Chiesa,  peccato che proprio il Sindaco di Assisi, ironia della sorte, abbia messo in guardia il parlamento dall’approvare una norma del genere che avrebbe messo il suo comune davvero “in ginocchio”.

  Finito il tempo dei «dibattiti», si passa ora alla fase operativa. La prostituzione si combatterà col rigore, nessuna concessione alla linea morbida. Una scelta discutibile finché si vuole, ma una posizione netta andava presa. La Commissione giustizia ha infatti approvato un emendamento al disegno di legge contro il «sesso a pagamento» con il quale è prevista la sanzione della «reclusione sino a 6 mesi per chi esercita la prostituzione in luogo pubblico o aperto al pubblico».

Connesso all’emendamento vi è anche una modifica del codice di procedura penale diretta a prevedere «la possibilità dell’arresto in flagranza della persona esercente la prostituzione in luogo pubblico o aperto al pubblico».

«In questo modo – si legge in una nota diramata da Forza Italia – si vuole realizzare lo scopo principale della norma, accanto a quello delle forme di assistenza, e cioè la eliminazione della presenza nelle strade delle città italiane di prostitute, spesso provenienti da altri Paesi». Il provvedimento, che è una delle 32 proposte in materia presentate nel corso della legislatura tra Camera e Senato, è stato proposto dal governo il 26 marzo 2003 (a firma Fini, Bossi e Prestigiacomo) e prevede, tra l’altro, l’inasprimento delle sanzioni anche per i clienti delle prostitute e un ulteriore giro di vite contro sfruttatori e chi compie atti sessuali con minori.

Ma oggi l’aspetto destinato a scatenare più polemiche è quello relativo ai sei mesi di carcere per le lucciole di strada. Il più «indignato» di tutti è don Luigi Ciotti: «Una soluzione che punisce la prostituzione a seconda del luogo in cui si esercita e non facilita il lavoro di recupero delle vittime della tratta».

«Rendere illegale la prostituzione in strada – aggiunge il religioso da sempre impegnato nel recupero delle schiave del «racket del marciapiede» – presenta gravi rischi che è bene considerare. La strada, per quanto pericolosa e per molti aspetti problematica, rappresenta un luogo «più sicuro» per le donne rispetto ai luoghi chiusi o appartati in cui finirebbero se la prostituzione in strada diventasse un reato». Ma non solo: «La strada è un luogo “accessibile” a chi propone aiuto e sostegno: oggi le organizzazioni (laiche e cattoliche) contattano le donne dedite alla prostituzione perlopiù sulla strada, con le cosiddette Unità mobili, proponendo loro prevenzione sanitaria e aiuto». Franco Grillini e Anna Finocchiaro, entrambi deputati Ds, protestano contro l’emendamento che punisce chi esercita la prostituzione in luogo pubblico. «Un altro passo verso un’illiberale cultura proibizionista – dichiara Grillini – è stato fatto oggi dal centrodestra che ha votato in Commissione Giustizia il carcere per chi si prostituisce ed ha respinto la proposta della “zonizzazione” avanzata dal centrosinistra. Ancora una volta l’ipocrisia e la sessuofobia della destra italiana si afferma anche nella legislazione a totale dispetto del nome “casa delle libertà”». Gli fa eco Anna Finocchiaro, capogruppo in camera Giustizia: «Il primo risultato dell’emendamento approvato in commissione Giustizia a proposito della pena fino a sei mesi per chi esercita la prostituzione in luogo pubblico, sarà che le donne schiavizzate e costrette a vendere il proprio corpo dovranno farlo in luoghi nei quali nessun controllo potrà essere effettuato. Ciò significa che la tratta di persone e la loro eventuale punizione fisica fino alla morte, rimarranno ancor più impunite perché nessuno le potrà vedere».

C’è aria di schizofrenia in materia di aborto volontario. Se andate in un qualsiasi motore di ricerca e digitate «sindrome del boia» finite sul sito del Movimento per la Vita che spiega, per penna di uno psicologo, che questo è il modo per definire le conseguenze della scelta, il dramma delle donne che hanno abortito, il loro pentimento e la loro condanna. Quanta delicatezza! Eppure il Movimento per la Vita opera in questo settore con ben altra attenzione. Perché questo livore?
Leggo le polemiche sulla pillola abortiva (sarebbe bene dire “le” pillole abortive: sono due, il mifepristone e le prostaglandine) e contemporaneamente scopro che in Italia è in vendita una pillola, a cui nessuno sembra far caso, che non è classificata come abortiva ma che viene utilizzata, evidentemente in modo improprio, proprio a questo scopo. La usano le nuove cittadine e questa è l’unica cosa che sono riuscito a sapere. Cosa sia, che effetti collaterali possa avere, che funzioni oppure no, non lo so, chi me ne ha parlato si è poi chiuso in un sospettoso silenzio. Sono l’unico ad averne sentito parlare? Non credo proprio. E, tanto per dire, chi fa le ricette?
Mi viene in mente l’apiolo, la sostanza abortigena contenuta nel prezzemolo. Le prime persone che ho visto morire sono state due donne che avevano bevuto – o meglio così credevo – un decotto di prezzemolo per interrompere la gravidanza, e io immaginavo pentoloni fumanti e antri di streghe, finchè scoprii che molte farmacie, in Europa, avevano da qualche parte un vaso di vetro che conteneva compresse di apiolo, nel disinteresse generale, nessuno che si preoccupasse non tanto della legalità dell’assunzione quanto dei rischi che comportava.
Bella medicina, brave persone.
C’è poi molta disinformazione sulla pillola abortiva in sperimentazione in Italia, tanto da costringermi a trovare un po’ di letteratura medica, tutta roba vecchia, dato che il problema è superato ovunque tranne che da noi e, mi pare, in Portogallo e in Lussemburgo. Trovo una ricerca clinica relativa a 15.000 donne che hanno assunto mifepristone e prostaglandine entro il 49° giorno di amenorrea, quindi molto precocemente. Ecco i risultati: 95% di aborti completi, per i quali non è stato necessario alcun intervento; 1,2% di casi in cui la gravidanza non è stata interrotta, i farmaci hanno fallito; 2,8% di espulsioni incomplete e 0,7% di procedure chirurgiche emostatiche. In definitiva, 95 volte su 100 è stato possibile interrompere una gravidanza senza ricorrere a interventi, senza anestesia, senza rischi chirurgici.
Se poi qualcuno vuole sapere quali sono i rischi chirurgici, vada a leggersi le relazioni dei ministri della Sanità, ci troverà citate le perforazioni dell’utero e altre consimili gradevolezze. Non ci troverà invece alcun riferimento al fatto che questi interventi sono causa di sterilità secondaria e di aborto da insufficienza cervico-sigmentaria.
Leggo molte cose sulle pillole abortive che mi sorprendono. Leggo che è necessario il ricovero ospedaliero (art. 8 della 194: l’interruzione di gravidanza è praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso un ospedale. E allora?).
Leggo che le pillole non vanno bene perché le donne non soffrono abbastanza. Dunque non basta la sindrome del boia, il carnefice deve essere anche vittima dei suoi stessi strumenti, mi pare che ci sia un po’ di confusione. E, a parte ciò, le prostaglandine fanno venire un po’ di mal di pancia, forse basterebbe darne un po’ di più e tutti sarebbero contenti.
Quello che non trovo da nessuna parte è cosa ne pensano le donne, di questa strana situazione. Secondo me sono sbalordite e offese, ma forse hanno troppa dignità per esprimere questi sentimenti. Perché quello che vedono è questo: c’è un farmaco usato in tutta Europa che potrebbe diminuire i loro rischi personali quando decidono di interrompere – per problemi di salute – una gravidanza che non avevano pianificato. Questo farmaco, che dovrebbe essere sottoposto a sperimentazione(?), non si può usare perché non solo diminuisce le loro sofferenze, ma evita il trauma del ricovero ospedaliero, almeno 95 volte su 100. Dunque impedisce che paghino un prezzo adeguato per l’errore che commettono. Credo che un ulteriore sentimento potrebbe essere l’indignazione.
In realtà tutto ciò che può facilitare anche solo teoricamente la scelta di abortire viene e verrà ostacolato. In un’importante istituzione di bioetica è stato esaminato il progetto di utilizzare cellule prelevate da feti abortiti per curare una malattia del sistema nervoso. Un noto bioeticista cattolico si è dichiarato favorevole purché fossero esclusi gli aborti volontari.
Capite? Già immagino plotoni di donne che andrebbero festosamente ad abortire per fornire materiale utile alla ricerca. C’era una volta il buon senso.

E se per un «nuovo inizio», per una «nuova Bolognina», servissero gli zapablairisti? L’interrogativo ha un senso, e si collega a molte cose che sono state dette e scritte – a mio avviso, in modo molto pertinente – in queste settimane.

 

Ha ragione Ilvo Diamanti, quando dice che anche i Ds hanno forse bisogno di rendere più chiaramente riconoscibile il profilo della loro iniziativa, anche in termini strategici. Ha ragione Paolo Macry, quando evoca l’opportunità di una «nuova Bolognina», di un ulteriore «scatto» adeguato ai tempi nuovi.
Ma ha pure le sue ragioni Piero Fassino, che – in particolare nell’ultimo semestre – ha fatto più di un tentativo davvero coraggioso: si pensi solo all’ultimo Congresso dei Ds, con – in sequenza – la netta affermazione sull’Iraq («i veri resistenti sono gli otto milioni di iracheni che sono andati a votare»), e poi con una linea segnata da profondi tratti riformatori in politica economica, e poi con l’impegno referendario, e poi (mi si perdoni l’autoreferenzialità radicale) anche con l’impegno volto ad accogliere la nostra proposta di «ospitalità» alla vigilia delle ultime elezioni regionali.
Il guaio è che, su ciascuno di quei temi, i Ds si sono sistematicamente trovati in malinconica solitudine (eccezion fatta per lo Sdi e per pochissimi altri): e hanno dovuto subire (neanche dieci giorni dopo il Congresso) il voto contrario dell’Unione perfino al rifinanziamento della missione in Iraq; posizioni in politica economica ancora tutte da chiarire (e non è difficile immaginare quanto sarà «facile» – con il rapporto deficit-Pil che sarà allora giunto ad un terrificante 6%… – il dibattito con il ministro Bertinotti sulla necessità di una finanziaria da lacrime e sangue); il disimpegno sui referendum (anzi, l’impegno attivo in senso contrario) di mezza Unione; e – a febbraio – il veto antiradicale di tanti inquilini dell’Unione prima delle regionali, nonostante l’impegno personale e diretto di Piero Fassino e Vannino Chiti…

E allora? E allora, forse, in termini di prospettiva, in un quinquennio – il prossimo – in cui molte cose saranno riscritte, proprio l’iniziativa «zapablairista» (oltre che «fortuniana», nel senso di Loris Fortuna: e quindi pienamente liberale, socialista, laica, radicale) di Sdi, Radicali italiani, Associazione Coscioni e Federazione dei giovani socialisti (e – speriamo presto – anche di tutto il Nuovo Psi) può rivelarsi centrale, anche dal punto di vista dei Ds.

Già tra il 1989 e il 1990, e in particolare proprio dalle colonne de l’Unità, Pannella e i radicali proposero ad Achille Occhetto e al Pci, allora impegnati nel dibattito sulla «cosa», di fare subito il salto verso un Partito Democratico «all’americana». Poi, le cose hanno preso il corso che conosciamo.

Quindici anni dopo, socialisti e radicali non immaginano improbabili fughe in avanti, magari proponendo ai Ds immediate avventure elettorali comuni. Epperò tentano di costruire un soggetto politico nuovo, che vuole dialogare con l’Unione (vorrà l’Unione dialogare con esso?), che abbia la barra del timone ben ferma sulle libertà civili, senza dimenticare la modernizzazione economico-sociale e la promozione globale della libertà e della democrazia. Fortuna, Blair e Zapatero, appunto.

Sono convinto che, se l’esperimento riuscirà (ed è il caso di evitare che la solita, italianissima «catena di comando» Innominato-don Rodrigo-don Abbondio-bravi torni a ripetere che questo matrimonio «non s’ha da fare»…), saranno proprio i Ds ad avere trovato un interlocutore naturale.
E, a quel punto, la prospettiva non solo di una «nuova Bolognina», ma di una «Epinay» italiana o (perché porre limiti alla provvidenza riformatrice?) di un New Labour italiano, sarà – credo – meglio distinguibile. E, forse, perfino a portata di mano.

ROMA – Il governo incassa la fiducia dell’Aula del Senato con 160 sì e 7 no al maxiemendamento sulla riforma universitaria. Le opposizioni in segno di protesta non hanno partecipato al voto. I votanti sono stati 162, la maggioranza richiesta era 87. Il provvedimento torna ora alla Camera perché modificato dal maxi emendamento del governo interamente sostitutivo del provvedimento.

Le opposizioni non hanno partecipato al voto per protesta. L’Unione protesta sia per il metodo con il quale viene approvato un provvedimento così delicato sia per i suoi contenuti. Si consuma così l’ultimo braccio di ferro tra maggioranza e opposizione sulla materia. Dopo gli incidenti di mercoledì in Piazza Madama fra studenti, ricercatori da un lato e forze dell’ordine dall’altro, giovedì mattina il Senato è ben presidiato da polizia e carabinieri ma di eventuali manifestanti neanche l’ombra. La protesta dalla strada si sposterà nelle aule universitarie. In una nota unitaria, le organizzazioni e le sigle hanno invitato gli atenei italiani a sospendere tutte le attività per sei giorni: si va verso il blocco totale delle lezioni dal 10 al 15 ottobre.

PARERE CONTRARIO A ART. 6 DL INFRASTRUTTURE, NON C’E’ COPERTURA
   (ANSA) – ROMA, 29 set – La commissione Bilancio del Senato ha
espresso parere contrario all’articolo 6 del decreto
Infrastrutture che prevede l’esenzione dell’Ici per gli immobili
di proprieta’ ecclesiastica con finalita’ commerciali perche’
non e’ prevista ”alcuna copertura finanziaria”.(ANSA).
 
     CP
29-SET-05 17:05 NNNN

CITTA’ DEL VATICANO - Ha urtato duramente la sensibilità cattolica l’ultima campagna pubblicitaria lanciata dalla Playstation sui quotidiani di oggi. Il messaggio promozionale è stato affidato a un giovane con la testa cinta da una corona di spine che richiama i logo del gioco della Sony e allo slogan “dieci anni di passione”, ma secondo don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, “si è superato il limite”. “Si è toccato un momento molto delicato della vita del Cristo, è quasi blasfemo. Non c’è altro messaggio che il gusto di provocare, e mi dispiace pure parlarne perché si rischia di fare ancora più pubblicità”, ha spiegato Sciortino.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche il cardinale Ersilio Tonini, che ha definito la pubblicità “irriverente”, una “presa in giro”. “Le sacre scritture – aggiunge il prelato – non si possono utilizzare in questo modo”. “Ci vuole rispetto dei giovani, dei ragazzi, degli adolescenti – osserva ancora Tonini – Già sento molte volte i bambini che dicono: il paradiso è il posto dove si beve il caffè, ricordando anche in questo caso una pubblicità. Ora i giovani possono pensare che la passione di Cristo serva ad un gioco”.

Secondo Sciortino “si è superato il limite, perché anche altre volte si sono usati per la pubblicità argomenti attinenti alla religione, ma con gusto e con garbo”. Ma non è questo il caso e quella intrapresa dalla pubblicità non è certo una “bella strada, perché si offende la religiosità di tantissimi credenti”. A questo proposito don Sciortino ha fatto un paragone con le altre religioni: “Chiunque può permettersi di fare qualsiasi cosa nei confronti della religione cattolica: se ci fosse stata un’analoga situazione che avesse coinvolto l’islam, sicuramente ci sarebbe stata una reazione veemente”. www.repubblica.it

Mentre il Governo si appresta a varare una finanziaria notevolmente penalizzante per gli enti locali – si parla di tagli del 6,7% – è in arrivo una vera e propria stangata per le casse dei Comuni. Ci riferiamo alla norma contenuta nel D.L. 163, varato dal Governo il 17 agosto scorso, approfittando del calo di attenzione ferragostano; in particolare l’art. 6 prevede un ampliamento notevole dell’esenzione dal pagamento dell’ICI per la Chiesa cattolica, esenzione limitata attualmente dalla legge ai soli immobili destinati ad attività di religione o di culto (per intenderci le Chiese) e da oggi estesa anche agli immobili utilizzati per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura se connesse a finalità di religione o di culto.
Quindi stop al pagamento dell’ICI dal 2006 per un notevole numero di immobili: oratori, scuole cattoliche dalle rette salatissime, case di cura, ospedali cattolici, case di accoglienza dei pellegrini non proprio a buon mercato e così via. 
Proprio in questi giorni il decreto è in discussione al Senato e la Commissione Bilancio sta accertando – è stato chiesto espressamente al Governo di fornire chiarimenti – il rispetto dell’art. 81 della Cost., che stabilisce che tutte le leggi che impongono nuove o maggiori spese devono stabilire le risorse per farvi fronte, infatti non è indicato nel decreto, ed esiste molta incertezza, sul “costo” per i Comuni e quindi per i cittadini italiani di questo ennesimo “regalo” governativo alla Chiesa.
Il danno economico per il Comune di Roma, se questa norma venisse approvata sarebbe enorme, basti pensare al numero di immobili di proprietà ecclesiastica utilizzati per le suddette attività, danno che lieviterebbe in maniera esponenziale se dovessero arrivare richieste di rimborso, qualora la norma contestata avesse anche efficacia retroattiva, come pare essere.

L’Associazione Radicali Roma intende informare d’ora in avanti i cittadini di quanto sta accadendo a loro insaputa, e chiedono al Sindaco Veltroni come  il Comune di Roma intenda far fronte a questa notevolissima riduzione di entrate che necessariamente si tradurrà in una diminuzione dei servizi per i cittadini e, se non peggio, in un aumento della tassazione comunale a loro carico.                                                                                                                              

Associazione Radicali Roma
 
www.radicaliroma.com

Scuole private, ristoranti e ostelli non dovranno pagare la tassa comunale. Ma forse il regalo se lo è voluto fare la maggioranza mirando ai voti dei cattolici. Naturalmente a farne le spesa ancora una volta saranno i comuni che perderanno circa 300 milioni di euro.

 

«La volontà del governo di strangolare gli enti locali – ha denunciato il senatore diessino Esterino Montino – sta andando oltre ogni immaginazione. Mentre con la Finanziaria si stanno tagliando 3 miliardi di euro di trasferimenti, si vuole scippare ai Comuni l’Ici dovuta per gli immobili di proprietà degli enti religiosi» E il danno non sarebbe di poco conto: l’Anci lo ha quantificato in circa 200-300 milioni di euro in meno, dei quali ben 20-25 solo per Roma. Sono infatti oltre mila in Italia soltanto le strutture ricettive. «Difatti l’articolo introdotto – denuncia Montino – «estende anche agli immobili di proprietà ecclesiastica utilizzati per attività commerciali le agevolazioni già previste per i luoghi di culto. In pratica, se fino ad ora l’Ici, giustamente, non doveva essere corrisposta per chiese, oratori, conventi o monasteri, ora verrebbero esentate, per fare qualche esempio, anche scuole private, case di cura, ristoranti, foresterie e ostelli di proprietà di enti ecclesiastici».

Una norma non solo discriminante nei confronti delle altre confessioni religiose ma che mette a nudo la volontà del governo: «È evidente – tuona Montino – che con una norma del genere Berlusconi e la sua maggioranza vogliono senza pudicizia trarre qualche vantaggio elettorale facendo interamente pagare il conto agli enti locali e ai cittadini»

Nel provvedimento sono compresi anche tutti quegli edifici che durante il Giubileo sono stati «convertiti» ad uso diverso da quello originario. Per ora il decreto ha ottenuto il via libera della Commissione Affari costituzionali che ha comunque invitato la Commissione di merito a valutarne le condizioni di applicabilità. Intanto il testo è arrivato al Senato che dovrà votare una norma che apre il conflitto di competenza tra Stato e Regioni penalizzando gli enti locali già colpiti dai tagli ingenti alla spesa corrente. È la rivolta dei sindaci ma la posta in gioco per la maggioranza è troppo alta. Le elezioni sono in arrivo.

ROMA - Bisogna stare attenti a non chiamarla energia pulita perché si rischia di fare dell’umorismo involontario. Meglio parlare di energia rinnovabile per raccontare la scommessa che si apprestano a fare a Capannelle. La società che gestisce l’ippodromo romano ha deciso di dare un taglio alle spese sostenute per smaltire i 43 mila metri cubi di letame prodotti ogni anno dagli oltre mille cavalli ospitati nelle sue scuderie facendoli diventare bio-metano da usare come combustibile per una piccola centrale elettrica.

“Fino alla metà degli anni ’90 per noi era una fonte di guadagno – spiega il direttore dell’ippodromo Elio Pautasso – ricordo che nel bilancio del ’96 alla voce letame c’erano entrate per qualche decina di milioni delle vecchie lire. Era molto ricercato come fertilizzante dai coltivatori di funghi champignon. Poi, un po’ alla volta, è stato soppiantato da altri concimi come la pollina, gli escrementi dei polli, e per noi smaltirlo è diventata una spesa sempre più gravosa che pesa sui conti per qualche centinaio di milioni di lire”.

Così alle Capannelle, il più grande ippodromo italiano per il galoppo insieme a San Siro, visitato durante le
110 giornate di corsa che si svolgono ogni anno da circa 150 mila spettatori, si sono fatti un po’ di calcoli e hanno deciso di trasformare un costo in un beneficio, anche se ci vorranno una decina di anni per ammortizzare l’investimento da quattro milioni di euro.

Affidandosi a una partnership con la società Marcopolo, un’azienda di Cuneo specializzata nella produzione e commercializzazione di energia rinnovabile, a Capannelle hanno scelto di puntare sulla tecnologia che sfrutta la digestione anaerobica. Nella tenuta di 138 ettari che ospita l’ippodromo verranno piazzati cinque silos alti quattro metri e con un diametro di venti. Al loro interno finiranno un po’ alla volta i 43 mila metri cubi di letame prodotti nel corso dell’anno dai cavalli. Una quantità di sterco in grado di riempire qualcosa come sette palazzi da quattro piani che dovrà essere diluita con dei liquidi. Una volta sistemato nei silos a tenuta ermetica a questo composto vengono aggiunti dei batteri che nel giro di tre settimane “digeriscono” il liquame trasformandolo in gas metano. A questo punto il più è fatto: il gas viene filtrato, purificato e convogliato verso una normale centralina di combustione per generare energia, mentre quel poco che rimane allo stato solido viene raccolto e venduto come concime per il giardinaggio. “E anche questa sarà una voce di guadagno aggiuntiva, per quanto limitata”, spiega ancora Patuasso.

Cifra che si andrà a sommare a quella incassata con la vendita dell’energia. La corrente prodotta a Capannelle non servirà infatti ad alimentare le utenze dell’ippodromo ma sarà ceduta tramite la Marcopolo all’Enel o all’Acea, i due gestori che operano su Roma, al prezzo maggiorato fissato dalla normativa sui “certificati verdi” per incentivare la produzione di energia rinnovabile. L’impianto, al quale lavoreranno tre persone a tempo pieno, produrrà circa 6.700 kw/h l’anno grazie a un motore da 1065 kilowatt in grado di alimentare le utenze di circa duemila case.

“Cessato il lungo periodo di ammortamento dell’investimento – precisa il direttore – una volta a regime l’impianto dovrebbe portarci qualche decina di migliaia di euro l’anno, ma per noi il vero guadagno sta nel risolvere il costo dello smaltimento, oltre che in quello di immagine”. Il contratto con la Marcopolo è stato già definito anche nei dettagli e messo nero su bianco, ma affinché il progetto possa entrare nella fase operativa saranno necessari ancora un paio di anni. Uno per ottenere dagli enti locali tutti i permessi burocratici e un altro per realizzare l’impianto. Il giorno che entrerà in funzione bisognerà ripensare ai versi di Fabrizio De Andrè. Se è vero che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”, ora dal letame possono nascere anche i diamanti.