Nati col femminismo e la diffusione della pillola, sono sempre
di meno e con pochi fondi. L’impegno di medici e ostetriche. di MARIA NOVELLA DE LUCA

ROMA – “I consultori compiono trent’anni ma noi andiamo ancora in giro di paese in paese con il lettino nel portabagagli a visitare le donne. In ogni comune allestiamo un ambulatorio ginecologico ovunque ci offrano ospitalità, nelle parrocchie, nelle case, nelle scuole, una volta addirittura in un museo. Il nostro consultorio copre un territorio di 17 comuni, località disagiate, difficili da raggiungere, dove la sfida è quella di vincere pregiudizi e paure. Ma il risultato di questi dieci anni di lavoro itinerante è la scomparsa dell’aborto clandestino, la diffusione delle tecniche di contraccezione e una diminuzione delle interruzioni volontarie di gravidanza che va oltre il 20%”. Anna Vitelli fa l’ostetrica nel consultorio di Trebisacce, in provincia di Cosenza, è una donna tenace, appassionata, ha lavorato a lungo alla clinica Mangiagalli di Milano prima di tornare in Calabria.

Il suo racconto descrive un’Italia che sembrava scomparsa e invece sopravvive, a trent’anni esatti dall’approvazione della legge 405 del 29 luglio 1975 che ha istituito i “consultori familiari”, quei centri polivalenti di cura e d’ascolto dedicati alle donne, alla loro sessualità, alla “procreazione responsabile”, alla “storica” diffusione della pillola, che proprio alla fine di quell’anno, nonostante i violenti attacchi del Vaticano, iniziava ad essere commercializzata nelle farmacie, mentre la legge del ’75 dava ai consultori la facoltà di distribuirla gratis.

È un compleanno in chiaroscuro quello dei 2.582 consultori familiari italiani, oggi come ieri bersaglio di critiche ogni volta che si parla di revisione della legge 194, oggetto di continui tagli di fondi da parte delle Regioni, eppure unici presidi sul territorio dove in équipe lavorano ginecologi e pediatri, infermieri e psicologi, assistenti sociali ed ostetriche, e dove in questi trent’anni le donne hanno imparato piano piano a non aver paura dei metodi contraccettivi “sintetici”, la pillola appunto, che nel 1978 veniva utilizzata dal 3,2% per cento delle donne, e oggi dal 22,3%, una percentuale comunque tra le più basse d’Europa. “Se si ha voglia di lavorare e non si molla – dice Anna Vitello – i risultati si ottengono, noi in questi anni siamo andati di casa in casa spesso appoggiandoci alla tabaccaia, alla barista, ai medici di base, sapendo che ben difficilmente le donne sarebbero venute fino a Trebisacce per parlarci dei loro problemi o per accettare lo screening del tumore al collo dell’utero, ma poi, quando si è instaurato un rapporto di fiducia il consultorio, cioè noi, siamo diventate fondamentali”. Pochi mezzi, passione e tenacia. Così sopravvivono oggi in Italia i consultori familiari pubblici, “contenitori sperimentali” nati negli anni più fertili del movimento femminista, tra la riforma del diritto di famiglia, il referendum sul divorzio, la legge sull’aborto, la rivoluzione della pillola, “zone franche” dove finalmente si poteva parlare di sesso e sessualità in un collettivo fatto di ginecologhe, psicologhe e pazienti insieme. Michele Grandolfo, responsabile del laboratorio di Epidemiologia e Biostatistica dell’Istituto superiore di Sanità per la salute della donna, definisce consultori familiari una “frontiera tra le istituzione e la società civile”.

“La loro applicazione però è stata del tutto disomogenea, dai buoni risultati di Toscana o Emilia Romagna, al dramma del Sud, dove ad eccezione di esperienze quasi eroiche come quella di Trebisacce in Calabria, il numero dei consultori già carente fin dall’inizio continua ad assottigliarsi”. “Eppure – dice Grandolfo – l’offerta di questi centri è stata innovativa davvero. Nel tempo però i consultori si sono burocratizzati, le competenze sono state spezzettate e medicalizzate e quel grande progetto è rimasto a metà”. Accanto ai consultori laici, pubblici e privati, tra questi i più famosi sono l’Aied di Roma (cui si deve il fortissimo impegno nella diffusione della pillola) e il Cemp di Milano, è sempre più attiva la rete dei consultori cattolici legati al Movimento per la vita, il cui obiettivo primario è, appunto, la lotta alla legge 194.

Negli ultimi anni alcuni governatori di Regione, a cominciare da Storace nel Lazio e Formigoni in Lombardia, hanno cercato di modificare le regole dei consultori soprattutto per quanto riguarda la legge sull’aborto, chiedendo liste e nomi di chi chiedeva l’intervento. “I consultori – aggiunge Grandolfo – sono sempre stati accusati di non fare abbastanza per prevenire l’aborto. La verità invece è che soltanto il 25% delle certificazioni avviene nei consultori e dove questi sono presenti il numero delle Ivg continua a scendere. Perché qui si è sempre parlato di procreazione responsabile, di tutti i metodi contraccettivi. Se i consultori funzionano i risultati si vedono: ad esempio le donne che seguono i corsi di accompagnamento al parto poi scelgono in maggioranza l’allattamento al seno secondo le direttive dell’Oms. Ma doveva essere uno ogni 20.000 abitanti, mentre il loro numero è drammaticamente inferiore”. Maria Edoarda Trilò dirige un popoloso consultorio di periferia nella Asl Roma C. “La verità è che di noi non si parla mai, se non per invocare un giro di vite sulla 194, ignorando che questo è soltanto uno degli aspetti del nostro lavoro e che invece qui psicologi e assistenti sociali offrono un tipo di sostegno che non è previsto da nessun altro servizio pubblico, non solo perché non si paga il ticket, ma perché c’è la possibilità di parlare, di avere una relazione. Noi ormai però siamo costretti a sopravvivere in strutture fatiscenti, poco visibili e appena in ospedale c’è bisogno di un pediatra, di un’ostetrica, si sposta il personale del consultorio… Ma forse quello che è più grave – ammette con amarezza la Trilò – è che trent’anni dopo si è spenta la motivazione ideale: sono le donne stesse ad accettare passivamente lo smantellamento del consultorio. Ogni tanto offriamo le stanze per incontri, dibattiti, per fare informazione, le donne però non vengono più, hanno smesso di chiedere diritti e assistenza, anche se la vita, e noi al consultorio ne siamo testimone dirette, diventa ogni giorno più dura”.

Giovedì sera, 28 luglio, a partire dalle 20.30, si terrà un’assemblea a Roma, presso la sede radicale di Via di Torre Argentina 76.
 
Ci saranno Daniele Capezzone, Maurizio Turco, Rita Bernardini e Michele De Lucia (oltre ai responsabili di “Radicali Roma”, Diego Sabatinelli e Massimiliano Iervolino). Sarà l’occasione per illustrare il tentativo politico a cui stanno lavorando, con Marco Pannella ed Emma Bonino, Radicali Italiani e l’Associazione Coscioni. Ed, anche, per ragionare su possibili e urgenti iniziative da mettere in campo, nei prossimi giorni, per supportare e solidificare quel tentativo.

E’ di segno opposto, come già denunciato dall’associazione Radicali Roma, la riforma auspicata dal Sen. Esterino Montino, segretario romano dei DS, descritta sul quotidiano ‘La Repubblica’. La proposta prevede, anche, ma non solo, l’aumento del numero di consiglieri da 25 a 30 per ogni Municipio e degli assessori da 4 a 6 con un costo totale annuo dell’operazione di 2.371.200 euro. Sembrerebbe che tale moltiplicazione di ‘poltrone’ venga ben vista anche dall’opposizione capitolina, allora è da chiedere all’onorevole Tajani, che intervistato recentemente ha denunciato un buco di 7 miliardi di Euro nei bilanci del comune di Roma, come i colleghi del suo partito e della coalizione di cui fa parte, potranno appoggiare questa ‘riforma’ che andrebbe ad aggravare ulteriormente i conti del Campidoglio, con un aumento ingiustificato delle spese per assessori e consiglieri circoscrizionali di cui nessun cittadino romano sente il bisogno’.

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La proposta di (contro) riformare l’elezione dei Presidenti dei 19 Municipi di Roma e dei relativi Consigli si basa, su un sistema che prevede liste dei Presidenti ‘bloccate’, senza la possibilità di esprimere un voto di preferenza. Quale sono quindi le nefaste conseguenze di questa proposta? 1. Con primarie ‘barzelletta’ a livello di quartiere, dove la partecipazione sarà marginale, il candidato Presidente di fatto viene scelto dai partiti e non dai cittadini come si vorrebbe far credere. 2. Con liste ‘bloccate’ dove scompare il voto di preferenza, il cittadino elettore quando si recherà alle urne non potrà più con il proprio voto scegliere chi eleggere nel Consiglio Municipale, ma si dovrà limitare a ratificare una lista di eletti scelti dalle segreterie di partito. Inutile sottolineare che questo sistema comporterebbe l’assoluta impossibilità di candidarsi per coloro, che nella vita non hanno fatto il lecca piedi del partito x o y. 3. Dulcis in fundo, la riforma prevede l’aumento dei consiglieri da 25 a 30 per ogni Municipio e l’aumento degli assessori da 4 a 6. Facendo un rapido calcolo, nei 19 Municipi si passerà da 475 a 570 consiglieri (+95) e da 76 a 114 gli assessori (+38). Considerando che, un consigliere municipale percepisce mensilmente 1200 euro e un’assessore circa 2200 euro, ogni anno questa riforma costerà ai cittadini romani 2.371.200 euro. Tutto ciò è da respingere con forza. L’associazione ‘Radicali Roma’ invita tutti i cittadini romani a manifestare democraticamente il proprio dissenso e annuncia una mobilitazione su tutto il territorio per impedire che la proposta venga approvata.


Un comitato di esperti (scienziati specializzati sulle cellule staminali, primatologi, filosofi e avvocati) ha concluso che gli eventuali esperimenti di impianto o innesto di cellule staminali umane nei cervelli di primati non umani potrebbero spostare senza volerlo il confine morale fra l’uomo e gli altri primati. Nel documento, pubblicato sul numero del 15 luglio della rivista “Science”, il comitato avanza alcuni suggerimenti per minimizzare la possibilità che esperimenti con le staminali umane possano modificare le capacità cognitive ed emozionali – e dunque lo “stato morale” – degli animali.
“Ci siamo subito resi conto – spiega Ruth Faden, direttore dell’istituto di bioetica della Johns Hopkins University (JHU) di Baltimora – che il problema fondamentale era quello di capire se questi esperimenti possono alterare non intenzionalmente le normali abilità cognitive degli animali in modo da provocare sofferenze considerevoli”. Faden era co-organizzatore del comitato insieme a John Gearhart dell’istituto di ingegneria cellulare e a Guy McKhann dell’istituto di ricerca sul cervello della JHU.
Gli esperti hanno preso in esame i potenziali effetti dell’innesto di cellule staminali umane nel cervello di altri primati. Questi esperimenti sono già in corso, e alcuni li vedono come un passo necessario verso l’utilizzo di staminali come trattamento per sostituire o riparare le cellule cerebrali perdute a causa di malattie come il Parkinson o il morbo di Lou Gehrig.

BRUXELLES – L’Europa della ricerca scientifica è in piena crisi, anzi in piena stagnazione. Il tasso di crescita degli investimenti sta declinando dal 2000 ed è ora vicino a zero. E’ l’allarme lanciato dal commissario Ue alla ricerca Janez Potocnik, che ha presentato i “dati-chiave 2005 su scienza tecnologia e innovazione”, elaborati da Bruxelles, annunciando l’invio di una lettera ai ministri della ricerca dei 25 per sensibilizzarli sulla necessità di invertire la tendenza.

Avanza la Cina
. Il vecchio continente fatica a mantenere il passo di Usa e Giappone, mentre alle sue spalle la Cina sta facendo enormi progressi. L’Italia è ancora nel gruppetto di ritardatari, ma comincia ad allungare il passo, anche se soffre per gli scarsi investimenti delle sue imprese. Il dato più preoccupante, sottolineato da Bruxelles, è la “stagnazione” delle spese per ricerca e sviluppo nell’Ue, che nel 2003 si sono fermate all’1,93% del Prodotto interno lordo (Pil). La loro crescita al ritmo dello 0,7% annuo rende impossibile centrare l’obiettivo del 3% del Pil in ricerca entro il 2010 e aumenta il divario con i concorrenti. Gli Usa infatti hanno speso nel 2003 il 2,59% del Pil e il Giappone il 3,15%. Inoltre, se non ci saranno interventi drastici, nel giro di pochi anni l’Europa si vedrà raggiunta nel campo della ricerca e dello sviluppo anche dalla Cina, che nel 2003 ha sborsato l’1,3% del Pil, ma la cui spesa cresce ad un tasso annuo superiore al 10%.

Europa e Italia. Tra gli Stati membri, la Svezia e la Finlandia guidano la classifica dei paesi che investono di più in innovazione, mentre, come prevedibile, le ultime posizioni sono occupate da paesi che hanno aderito di recente all’Unione (Cipro, Lettonia e Polonia). L’Italia, con un’intensità di spesa dell’1,16% del Pil, contro una media Ue di 1,93%, supera solo la Spagna, l’Irlanda e la Grecia tra i vecchi stati membri, e precede i nuovi arrivati, ad eccezione della Slovenia e della Repubblica Ceca. Tuttavia per tasso di crescita delle spese in ricerca e sviluppo si trova in buona posizione: la sua intensità di ricerca cresce del 5,2% l’anno, contro una crescita media Ue del 2,4%. I motivi del divario. Dati che si spiegano con il diverso apporto delle imprese alla ricerca. Negli Usa il settore privato è alla base del 63,15 delle spese per la ricerca. In Giappone si sale al 74,6%, mentre per l’Ue la stessa percentuale scende al 55,6%. Inoltre, mentre per Washington e Tokyo la spesa degli imprenditori in innovazione rappresenta rispettivamente il 2,36% e l’1,78% del Pil, in Europa si scende all’1,23% e, dato ancor più preoccupante, il contributo del settore privato è in diminuzione dal 2000.

Le lacune Ue. I problemi e le lacune dell’Ue si spiegano anche sotto il profilo delle risorse umane. L’Europa, infatti, forma un maggior numero di laureati in discipline scientifiche di Usa e Giappone, ma non è in grado di sfruttare questo potenziale e lascia che buona parte di queste risorse, soprattutto quelle più giovani, vengano attratte da altri paesi. Nel 2003 nell’Ue c’erano solo 5,4 ricercatori ogni 1.000 occupati, contro i 10,1 del Giappone e i 9 degli Stati Uniti.

La fuga dei cervelli. E puntuale si ripresenta un problema che l’Italia conosce bene: la fuga di cervelli, che non solo sottrae risorse preziose, ma sta anche determinando un aumento sensibile dell’età media di ricercatori e scienziati nell’Ue, che si tradurrà in una carenza di personale qualificato ancora più grave nei prossimi anni, dato che nel 2003 il 35% circa dei ricercatori europei aveva tra i 45 e i 64 anni.

ROMA – Scienziati australiani hanno annunciato ieri che le cellule staminali adulte dell’utero possono essere usate per coltivare tessuto osseo, muscolare, adiposo e cartilagineo. Due giorni fa l’immunologo Sergio Romagnani dell’università di Firenze aveva individuato nel sangue una nuova linea di staminali, facili da prelevare e potenzialmente capaci di riparare i danni dell’ischemia cardiaca. Il quindici luglio un’équipe napoletana aveva provato a tradurre l’idea nella pratica. La loro strategia: iniettare in un’arteria coronarica occlusa le “cellule del tesoro” per tentare di tonificare un cuore colpito da infarto. E alla vigilia di questo esperimento, per concludere il bilancio di un’unica settimana, l’Istituto scientifico San Raffaele di Milano aveva pubblicato su Science i risultati di una ricerca innovativa: un gruppo di cellule staminali iniettate nelle vene di un topo ha saputo riconoscere da solo la presenza di un’area infiammata nel cervello. Si è diretto verso la testa e ha iniziato le operazioni di riparazione, in tutta autonomia.

La ricerca sulle staminali è una macchina lanciata a tutta velocità. E che procede a trecentosessanta gradi. L’aspetto meraviglioso di queste cellule in fondo è proprio la possibilità trasformarsi da un tipo di tessuto all’altro. Nell’agenda dei ricercatori ci sono obiettivi disparati come la cura del Parkinson’s e delle lesioni del midollo spinale, del diabete e della sclerosi multipla, dello scompenso cardiaco così come di alcune malattie del sistema immunitario. Nonostante i problemi etici e le leggi che in molti paesi limitano l’utilizzo delle staminali ricavate dagli embrioni (Stati Uniti in testa) i laboratori di ricerca hanno imboccato la fase della maturità, quella che segue l’ebbrezza iniziale, e ora ricercano metodicamente nuove tecniche per isolare, purificare e amplificare (cioè far crescere di numero) le cellule staminali che si trovano nel nostro corpo. Agli scienziati “da laboratorio” non mancano le soddisfazioni. E’ accanto al letto del paziente che molti frutti del lavoro di ricerca rimangono da raccogliere. E proprio per spingere ancora di più sul pedale dell’acceleratore una settimana fa l’attore americano Michael J. Fox – malato di Parkinson’s – ha chiesto al presidente George W. Bush di togliere il freno dalla ricerca sulle staminali embrionali.

La corsa per il raggiungimento degli obiettivi vede il pianeta diviso in due, con i paesi dotatisi di norme rigide (gli Stati Uniti e molti paesi europei) da un lato e il mondo della deregulation, che ha il suo perno nella Cina e nel sud-est asiatico, dall’altro. Non è un caso che proprio dalla Corea del Sud, nello scorso maggio, arrivò la notizia del primo esperimento di clonazione a scopo terapeutico: con le cellule prelevate da nove pazienti affetti da lesioni del midollo spinale, diabete o immuniodeficienza erano stati clonati altrettanti embrioni. Da queste vere e proprie miniere di staminali ci si proporrà un giorno di prelevare le cellule che saranno iniettate negli stessi pazienti per curarne le malattie, senza alcun problema di rigetto. Le aspettative sono tali che anche il navigatore Ambrogio Fogar, che vive da tredici anni immobilizzato a causa di un incidente, ha annunciato la propria volontà di farsi curare in Cina, dove la mancanza di leggi restrittive consente un passo più rapido alla ricerca sulle staminali embrionali. Fogar rese pubblica la sua intenzione trascurando i consigli di tutti i suoi medici, secondo cui le tecniche cinesi mancherebbero di rigore scientifico.
Al fronte dei prudenti non mancano le ragioni per mettere in guardia chi vorrebbe correre: proprio per la loro inesauribile capacità di riprodursi, le staminali potrebbero essere legate allo sviluppo dei tumori. L’Istituto europeo di oncologia di Milano ha deciso di investire le sue risorse nella caccia delle “staminali cattive”, le madri di tutte le cellule tumorali senza le quali le metastasi non potrebbero prodursi. Un altro invito alla riflessione arriva dall’Accademia nazionale delle scienze americana, spaventata dalle sperimentazioni che prevedono l’impianto di staminali neuronali umane nel cervello delle scimmie. “I nostri cervelli siamo noi stessi. E’ il cervello ciò che ci rende umani” ha messo in guardia Hank Greely sull’ultimo numero della rivista Science. E i nostri neuroni potrebbero trasferire qualità umane nelle scimmie. Ipotesi che spingono alla cautela, di fronte a quei Dottor Jekyll e Mister Hyde della scienza che sono le cosiddette “cellule bambine”.

CATANZARO - Aveva scelto di convivere con un uomo
separato. Per questo, una volta morta, il parroco si è rifutato di celebrare la messa funebre in suo onore. L’episodio si è verificato ieri a Marcellinara, un piccolo comune di 2200 abitanti in provincia di Catanzaro.

“Ho rispettato le norme ecclesiastiche: chi è convivente è un peccatore pubblico e quindi non ho celebrato la messa perché la signora non viveva da cristiana l’unione matrimoniale”, ha dichiarato don Giuseppe Mazzotta, parroco della chiesa di Maria Santissima Assunta.

Una decisione che, nelle intenzioni del religioso, vuole essere anche “un messaggio a tutta la comunità parrocchiale: il matrimonio è un sacramento, se decidi di non riceverlo in Chiesa non può considerati uguale a chi lo ha ricevuto”, ha sottolineato il curato.

Don Giuseppe Mazzotta vive da circa quarant’anni a Marcellinara e nel paese tutti lo definiscono “un sacerdote scrupoloso, una persona da stimare e apprezzare”. A conferma di tanto scrupolo, don Giuseppe ha spiegato di aver condotto “una celebrazione liturgica a norma del canone 184, paragrafo 3, che prevede che tali pubblici peccatori si debbano escludere dalle esequie religiose”. “Però da parecchio tempo – ha ammesso – la Chiesa acconsente alla celebrazione liturgica. E infatti c’è stato un lungo ed articolato rito religioso. Ho pronunciato parole di conforto ai familiari, con la sorella e altri congiunti abbiamo pregato insieme per l’anima della defunta. E poi ho incensato il feretro e l’ho benedetto con l’acqua santa. Insomma non c’è stata la celebrazione dell’eucarestia, ma io ho fatto fino in fondo il mio dovere di padre. Rispettando le regole”, ha concluso don Giuseppe. Ma la decisione del religioso non ha mancato di sollevare polemiche. “Al parroco va tutta la nostra stima, ma la sua scelta ci lascia molto perplessi”. E’ il commento dell’assessore del Comune di Marcellinara, Mario Paraboschi. “Dopo il rito ho notato uscire dalla chiesa alcune persone visibilmente infastidite per quanto era accaduto. Personalmente credo che la scelta di non celebrare la messa sia discutibile su diversi punti di vista”, ha dichiarato l’assessore.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista “British Medical Journal“, l’arrivo della “pillola del giorno dopo” in farmacia non ha incoraggiato i consumatori a condurre un comportamento sessuale meno sicuro come invece temevano molti oppositori. Alcuni gruppi, infatti, sostenevano che sarebbero aumentate le abitudini rischiose e le infezioni trasmesse sessualmente. I ricercatori dell’Imperial College di Londra non hanno però osservato grandi cambiamenti nell’uso dei preservativi dopo il gennaio 2001, quando la pillola del giorno dopo è stata messa in vendita liberamente in Gran Bretagna. In precedenza, poteva essere soltanto prescritta dal medico.
“Questi risultati – spiega Cicely Marston, principale autore dello studio – suggeriscono che le previsioni di un aumento dei comportamenti sessuali non sicuri erano esagerate, e incoraggiano l’eliminazione del divieto alla vendita del prodotto negli Stati Uniti e in altre nazioni”.
Gli scienziati hanno interrogato in tre anni circa 6000 donne di età compresa fra i 16 e i 49 anni a proposito della loro vita sessuale. I risultati indicano che dal 2000 al 2002 non c’è stato un cambiamento significativo nell’uso di contraccettivi. Anche il numero di donne che faceva uso del contraccettivo di emergenza non è cambiato, ma se nel 2000 la pillola veniva fornita dal medico generico o dalle cliniche del servizio sanitario nazionale, nel 2002 è aumentato il numero di donne che la acquistano direttamente in farmacia.

ROMA - “È un bene che lei illumini la gente su Harry Potter, perché si tratta di subdole seduzioni, che agiscono inconsciamente distorcendo profondamente la cristianità nell’anima, prima che possa crescere propriamente”. La “scomunica” è firmata da Josef Ratzinger. È il 7 marzo 2003 e l’allora cardinale, prefetto dell’ex Sant’Uffizio, scrive ad una studiosa tedesca autrice di un volumetto contrario alla saga di Harry Potter. La corrispondenza viene resa nota a 24 ore dall’uscita del sesto libro della storia del celebre maghetto.

Uno spettro si aggira per la Chiesa cattolica. Non ha il barbone di Marx, ma la faccia innocente del maghetto Harry Potter. Ratzinger non lo può vedere e lo considera un corruttore d’anime. Non è finito ancora sull’indice come il Codice da Vinci, ma non è detto che primo o poi non si accenda per lui un rogo simbolico.

Che Harry non è neanche uno stregone di quelli cattivi, un adepto della magia nera che butti topi, ranocchie, ossa di morto e urina d’impiccato in pentoloni maleodoranti per farne filtri malvagi. No, è un ragazzino inglese dalla faccia pulita con gli occhiali, con l’aria così tranquilla da essere servito persino da nomignolo al nostro politico Marco Follini. Però c’è la magia…

O, forse, più che la magia inquieta Santa Romana Chiesa la rappresentazione di un mondo fantastico dove realtà e iper-realtà si mescolano secondo una visione che non ubbidisce alle regole precise e ai canoni benedetti che stanno a cuore alla gerarchia ecclesiastica. Fatto sta che contro Harry Potter ha scagliato i suoi fulmini lo stesso Joseph Ratzinger. Quando non era ancora Papa. Ma non c’è dubbio che – come su tante altre cose che riguardano l’etica e la concezione del mondo – da pontefice non ha certamente cambiato idea. Subdolo, tentatore e corrosivo della purezza dell’anima è il maghetto Harry Potter secondo il “guardiano della fede” divenuto Bendetto XVI. Il giudizio è saltato fuori dall’archivio personale di Ratzinger – grazie a una soffiata di Dagospia – ed è durissimo. I libri di J. K. Rowling, scrive l’allora cardinale ad una critica tedesca, rappresentano “subdole seduzioni” in grado di “distorcere” l’indole dei giovani lettori.

Le lettere risalgono a due anni fa. Gabriele Kuby, una critica letteraria tedesca, ha appena mandato al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede un suo libro che s’intitola eloquentemente Harry Potter – Gut oder Boese?. Il maghetto, insomma, è “buono o cattivo?”. Non è solo un attacco al bestseller inglese, l’opera della Kuby è tesa a sfatare il gossip britannico secondo cui le voci britanniche a papa Wojtyla Harry piace. No, spiega la Kuby, i libri di Rowling non sono un passatempo innocente, bensì corrompono l’anima dei teenager, offuscando in loro il chiaro confine tra il bene ed il male. Quindi? Quindi mettono in pericolo la loro relazione addirittura con Dio, e questo in una fase di delicato sviluppo del senso religioso.

Ben detto, replica Ratzinger, ringraziando il 7 marzo 2003 la Kuby per il pacchetto arrivato qualche settimana prima. “Informatissimo libro” è il suo giudizio. “E’ un bene che lei, stimata e cara signora Kuby – scrive il porporato – illumini la gente su Harry Potter, perché si tratta di subdole seduzioni, che agiscono inconsciamente distorcendo profondamente la cristianità nell’anima, prima che possa crescere propriamente”.

Posso far sapere in giro questo altissimo giudizio, chiede probabilmente Gabriele Kuby lusingata dopo aver ricevuto la missiva cardinalizia? Il 27 maggio il braccio destro di Giovanni Paolo II dà il suo placet. “Io posso darle con piacere il mio permesso di riferire il mio giudizio su Harry Potter”. Firmato: “Cordiali saluti e benedizioni, Cardinale Joseph Ratzinger”. Alla saggista sua compatriota viene anche dato il suggerimento di inviare una copia del libro anti-Potter ad uno degli esperti del Consiglio pontificio per la Cultura in modo da fugare ogni impressione che al Papa e al Vaticano garbi il mondo del maghetto.

Non farà piacere alla casa editrice, impegnata in questi giorni nel lancio del sesto capitolo della saga – Harry Potter e il Principe Mezzosangue – scoprire che l’attuale capo della Chiesa cattolica è un implacabile avversario di Harry, molto più del perfido Voldemort che insidia abitualmente il maghetto. Ma è così. Il nuovo pontefice non ne vuole sapere di calici di fuoco, scuole dove si insegnano stregonerie, olimpiadi di magia, scolari che vanno in giro su scope e gufi che recapitano la posta.

Il trend esoterico è il nuovo, grande nemico di Santa Romana Chiesa. Perché è con i maghi, i sortilegi reali o immaginari, il gusto del mistero, il profumo sottile e insidioso della Gnosi che la gerarchia si sente chiamata a battersi per la conquista delle anime. Non è più all’ombra del Capitale che si cela Satana né sono ritenuti temibili gli ultimi atei ancora in circolazione e nemmeno incutono spavento alle sacre gerarchie le roccaforti dei razionalisti, emuli di Voltaire.

No, il nemico del XXI secolo è il simpatico libraio che vende “libri avvelenati” come la saga del maghetto o il Codice da Vinci. Per un Coelho che si converte, abbandonando l’eresia New Age, altri scrittori sono in agguato. Il Mistero attira e il Demonio esoterico-libresco fa breccia continuamente. Si tratti di scope volanti, coppe del Graal o guerrieri della luce.

D’altronde, se il trenta per cento degli italiani si rivolge in un momento o l’altro della propria vita ad astrologhi e maghi, se solo il quindici per cento dei giovani va a messa la domenica, significa che Harry Potter è più attraente del parroco nell’oratorio accanto. Perciò l’allarme. Nessun “dibbattito” di venerata memoria, nessuna conferenza stampa, nessun referendum mette maggiormente in allarme il Pulpito di un volumetto o volumone esoterico che scala inesorabilmente la vetta della hit parade delle vendite.

Il cardinale Tarcisio Bertone di Genova, che ieri è venuto tra i monti della Val d’Aosta per discutere con papa Ratzinger sullo schema della sua prima enciclica, si è scagliato a marzo violentemente contro il Codice da Vinci di Dan Brown. “Non si fa un romanzo – ha tuonato – mistificando i dati storici, maldicendo, diffamando”. Il libro – così ha denunciato il porporato – va a ruba nelle scuole, leggerlo è diventato un must e persino le librerie cattoliche (scandalo supremo) offrono copie su copie del libro “per motivi di lucro”.

Dove c’è il demonio della mistificazione, non può mancare il complotto. “Credo che ci sia una strategia nella diffusione di questo castello di menzogne”, ha commentato a suo tempo Bertone, aggiungendo: “Una strategia della persuasione, che uno non è cristiano adulto se non legge questo libro”. L’appello cardinalizio a non leggere e men che mai a non comprare il volume non sembra aver sortito effetti a giudicare dalle vendite.

Dietro il gusto di massa per il mistero, le autorità ecclesiastiche intravedono (e temono) il grande pericolo di una religiosità fai da te e di uno spiritualismo necessariamente disincarnato dalla dottrina cristiana. “Quando la fede è scarsa – avverte il cardinale opusdeino Julian Herranz – la gente cerca appagamento nell’esoterismo”. E si rivolge alla New Age, come sottolinea il cardinale Paul Poupard presidente del Consiglio pontificio per la Cultura (l’organismo a cui Ratzinger ha indirizzato il saggio anti-Potter), vista come “una falsa risposta ad una vera domanda di felicità”. Tra i rimedi suggeriti, la diffusione del catechismo.
I librai sono avvisati. La gara è aperta. Il Piccolo Catechismo contro il Piccolo Mago Harry. E che vinca il migliore.