Pubblicato sul quotidiano “Libero”.

Il 20 settembre dovrebbe essere per l’Italia e per gli italiani una festa laica di liberazione civile e politica. Questa data segna anche un momento decisivo della liberazione dei cattolici italiani: la “religione”, fino ad allora imposta e vissuta innanzitutto come atto di obbedienza alle leggi del sovrano, è stata restituita interamente alla libertà della fede e della coscienza. Tutto questo non ha coinciso, come è ovvio, con il pieno affrancamento dello Stato italiano e delle sue leggi dalle ipoteche, dai condizionamenti e dalle “servitù” clericali (e questo è fenomeno che, malgrado tutto, accomuna l’Italia a buona parte dell’Occidente non cattolico), ma ha fatto dei cattolici e anche della loro Chiesa qualcosa di profondamente diverso – e, ci permettiamo di dire: di profondamente migliore.
Con questo spirito e con queste convinzioni, nello stesso giorno in cui, come militanti radicali marceremo da Porta Pia a San Pietro con Luca Coscioni e con Marco Pannella, per esigere il riconoscimento dei diritti e della libertà della scienza (non per impedire a qualcuno, ma per consentire a ciascuno di esercitare, innanzitutto in questo campo, le proprie convinzioni laiche o religiose), manifesteremo ponendo una croce dinanzi all’ambasciata del Sudan “talebano”, trasformato dal regime di Beshir in una orrenda macelleria di cristiani convertiti, che sono, per questo solo fatto, quotidianamente e “giuridicamente” lapidati e crocifissi per apostasia.
Come è confermato da tutti i rapporti internazionali sulla libertà religiosa, sono milioni i cattolici e protestanti costretti a vivere la propria fede in condizioni non troppo diverse da quelle dei martiri delle prime comunità cristiane. E sono innumerevoli le “brecce” che è necessario aprire nei muri di odio e di sangue, che i regimi eredi delle “liberazioni” comuniste o delle “restaurazioni” islamiche continuano ad opporre alle comunità cristiane, cattoliche e riformate.
E’ tutt’altro che indifferente che la prima vittima “designata” dell’intolleranza e della violenza religiosa sia un “popolo” (comprendendo in esso anche le sue ufficialissime “nomenclature”) che ormai in tutto il mondo non solo accetta o subisce, ma riconosce e difende la libertà di coscienza, di professare qualsiasi fede e di praticare il proselitismo religioso e, persino, antireligioso.
Questo dimostra che i “20 settembre” che le rivoluzioni laiche e democratiche, liberali e umanistiche hanno realizzato in quella parte del mondo che chiamiamo Occidente, non si sono compiuti contro la Chiesa, ma innanzitutto dentro la Chiesa e nella coscienza della grande maggioranza dei credenti.
La battaglia anticlericale, da condurre oggi contro Khartoum, Hanoi, Pechino, Riyadh… , deve dunque essere anche la battaglia dei cristiani che non si limitano a professare la propria fede, ma vogliono “farne dono” a chi ne è privato con le minacce e la violenza. Questa battaglia potrà essere vinta e nuove “brecce” di libertà potranno essere aperte soltanto se si affermerà, innanzitutto fra i credenti, la consapevolezza che la democrazia, la libertà e lo stato di diritto sono gli strumenti più convenienti anche per difendere quanto di più intimo possa esserci nella vita di un uomo, come la scoperta e l’amore di Dio .
Per questo, ponendo una croce davanti all’ambasciata sudanese nel giorno in cui da anticlericali festeggiamo la liberazione di Roma, intendiamo appellarci agli uomini di fede perché si uniscano alla battaglia radicale per la globalizzazione della democrazia e dello stato di diritto e dunque per la liberazione di milioni di individui, costretti ancora oggi a credere nel Dio scelto dal sovrano, che detta legge sulla terra in cui vivono.
Marco Eramo
Carmelo Palma

Nei giorni in cui il governo del Sudan e le forze ribelli dell’esercito di liberazione del Popolo sudanese hanno raggiunto l’accordo per la proroga di tre mesi della tregua che ha portato alla sospensione della guerra civile durata 19 anni – nel corso dei quali due milioni di persone hanno perso la vità e 4 milioni sono state costrette ad abbandonare la propria casa – nel territorio controllato dal governo di Khartoum continuano a registrarsi gravi e sistematiche minacce alla libertà delle donne e degli uomini non musulmani. Il 4 novembre ultimo scorso il quotidiano sudanese “Al-Watan” ha pubblicato la notizia di una studentessa di fede copto-cristiana, rapita nel nord del Sudan e costretta contro la sua volontà alla conversione all’Islam ed al matrimonio forzato. Dimiana Murad Nashid, studentessa iscritta al primo anno della Università Al-Neelain di Omdurman è scomparsa alla fine del mese di ottobre. Amici e colleghi della ragazza hanno informato la famiglia che un uomo di fede islamica, di nome Ehab, l’ha portata via dall’università. Il padre di Dimiana, che ha presentato il suo caso al “Freedom House’s Center for Religious Freedoms”, ha raccontato di essere stato convocato dalla corte di Kalakla (una piccola città nei pressi di Khartoum) ad assistere al matrimonio della figlia. Davanti alla Corte erano presenti un leader religioso, che ha detto di essere il padre dello sposo, con un certificato di matrimonio, ed un avvocato, che ha presentato un documento sottoscritto da Dimiana, con il quale la donna dichiarava di essersi convertita all’Islam e di voler sposare Ehab. Il padre, dopo aver avuto un incontro con la figlia alla presenza dei suoi rapitori, ha detto che le sembrava narcotizzata che aveva gli occhi e le labbra gonfi; egli ha inoltre dichiarato che gli è stato detto che se vuole avere sua figlia indietro dovrà convertirsi all’Islam. Interrogazione di Marco Cappato e Benedetto Della Vedova, europarlamentari della lista Bonino, alla Commissione europea: Ha la Commissione provveduto a richiedere formalmente all’ambasciatore della Repubblica del Sudan chiarimenti sulla situazione? In caso negativo, perché? In caso positivo, quali risposte ha ottenuto? Quali interventi intende intraprendere la Commissione per spingere il governo sudanese a porre fine alle continue e persistenti minacce alla libertà delle donne e degli uomini non musulmani in quel Paese? In che modo intende la Commissione muoversi per impedire le violazioni generalizzate della Convenzione Internazionale contro la schiavitù del 1927 tollerate ed praticate dal regime di Khartoum e a quali strumenti di pressione, politici e diplomatici, intende far ricorso per porre fine a tali violazione del diritto internazionale?